Cloud Atlas, il bookcrossing a macchia di leopardo (selvaggio), con sferzata finale a quelli che non restituiscono i libri

La Frassinelli che dà il peggio di traduzione e grafica

La Frassinelli che dà il peggio di traduzione e grafica

Sfiga ha voluto che mi perdessi al cinema due film che attendevo da tempo: Vita di Pi e La migliore offerta.
Tenendomi al dito questo insulto della sorte, forse per vendetta, forse per cretineria, forse attratta da Tom Hanks tatuato, forse solo per desiderio di non rimanere tagliata sempre fuori dalle letture fantascienza/fantasy e addentellati, ho preso Cloud Atlas con i punti della card Mondadori.
In realtà l’ho preso a dicembre ma ho iniziato a leggerlo solo un paio di settimane fa, nel terrore che arrivasse anche da noi l’attesissimo film dei fratelli Cosi e che io non l’avessi ancora finito. Cosa avrei fatto a quel punto? Finire il libro in una notte? Neanche Houdini. Andare a vedere il film e poi finire il libro? Che orrore.

Ma tant’è…il film non è arrivato nè ne sento neanche parlare in giro, mi sa che non lo portano neanche.
Ecco come la vita trova sempre il modo di mettertela in quel posto: avrei potuto prendere Vita di Pi, invece di Cloud Atlas, e consolarmi della mancata visione del film. Ma all’epoca ero straconvinta di non perdere Vita di Pi.
Riassumendo, ho mancato un film che volevo vedere e letto un libro il cui film con tutta probabilità non vedrò neanche.

A questo punto, se non avete ancora letto o visto Cloud Atlas, sospendete la lettura perchè ve ne narrerò la trama.

Non conosco l’autore di Cloud Atlas, non so se gli altri suoi romanzi siano buoni o no. Ho dato un’occhiata alle recensioni su Amazon e Ibs: c’è chi dà cinque stelle, chi una, chi tre, chi getta un fiore, chi si prenota per due ore.
Insomma, ha accontentato più o meno tutti i palati.

Ma quello che mi sorprende è che nessuno abbia visto l’autentica struttura del “romanzo” (per questo genere di opera narrativa occorrerebbe trovare altra definizione).
Forse i miei incontri ravvicinati del terzo tipo con le case editrici mi hanno dato qualche gettone in più, ma è più credibile che il pubblico d’oggi (e comunque il pubblico giovane, anche se ben acculturato, a cui è diretta l’opera) non sappia più leggere tra le righe, o tra i capitoli, in questo caso.
La mia netta impressione è che l’autore abbia concepito il testo a tavolino, con uno o forse entrambi gli occhi a una versione cinematografica (qualcuno ha scritto che Cloud Atlas era difficile da rendere filmicamente…diobbono, ma se sembra una scenggiatura), che abbia scritto diversi racconti uniti tra loro da concetti pretestuosi trattati in maniera marginale, da una ipotetica reincarnazione dei personaggi, e da un riferimento casuale che rimbalza da un episodio al successivo, con ippopotamica andatura.

Lo scopo è -mi sembra evidente- produrre un libro di maestose dimensioni, tali che la carta su cui è stampato è quasi una velina (chiaro stratagemma per non terrorizzare i lettori poco determinati),che aspiri allo status di epico o colossale, di must, di pietra miliare nella storia della letteratura di genere, di zenit fantasifilmico, di oggetto di emulazione, di macchina editoriale per rastrellare premi e recensioni su periodici importanti.
Manco a dirlo, se l’autore ha avuto un merito è stato capire che ad un certo punto si doveva fermare, perchè con il sudoku letterario che ha utilizzato, il librone sarebbe potuto lievitare anche all’infinito, raggiungendo gli antipodi e forse la luna.
Insomma, di Cloud Atlas nessuno potrà porprio fare a meno, se non altro di parlarne, visto che leggerlo risulta indigesto come la cicoria cruda.

Lo stile? nè fresco nè accattivante. Uno stile “da avventura” con le classiche formalità dell’editing americano. Dei “rutilanti colpi di scena” già al terzo racconto non se ne può più. Qualcuno su Amazon ha scritto che se anche fosse stato “ventriloquismo letterario” (o qualcosa del genere) ne sarebbe valsa la pena. Io non confonderei un ventriloquismo con un gargarismo, sebbene facciano rima. Lo stile camaleontico è senza dubbio l’unico pregio di questo libro, purtroppo ammazzato? massacrato? assassinato? distrutto? appiattito? cancellato? ucciso? omicidiato? fatto fuori? da una traduzione che definire criminale è una gentilezza. Frassinelli, Frassineli, ma che cazzo combini? Credi che siamo ciechi, che non vediamo, che certe cosette con sappiamo dove scaricarle e farci i confrontini sui tablet? Credi che siamo ancora negli anni ’80, quando ci voleva la cugina americana per tradurci le canzoni dei Duran Duran?

Enfin, del volumone, una volta finito, non sapevo proprio cosa farmene, sicché l’ho usato per continuare la mia missione di “bookcrossing a macchia di leopardo (selvaggio)”.
Tutti sapete come funziona il bookcrossing, no? Si condivide un libro che ci è piaciuto, giusto? Ecco, siccome di spazio nella mia casa per romanzi inutili non ce n’è, e la biblioteca comunale ha finito gli scaffali, io con questo sistema mi libero contemporaneamente di un libro che non mi è piaciuto e risparmio spazio sugli scaffali miei, in più spero pure che qualcuno apprezzi il gesto e si legga il libro, magari trovandolo bello e tenendoselo sullo scaffale suo.

Ho notato, infatti, che le persone tendono a prendere a prestito i libri perchè non vogliono spendere soldi nell’acquisto di tali oggetti fatti di carta. Se glieli presti, se li leggono, se no nisba.
Avrete tutti capito che non sono tipo da prestar libri, piuttosto ne compro un’altra copia e la regalo, ma in questi mesi mi è capitato di prestarne qualcuno: sono stata giustamente punita per la mia generosità e nessuno dei libri prestati mi è tornato indietro, costringendomi a ricomprarli.

Sarebbe anche carino che le persone a cui hai prestato un libro da mesi e non accennano a restituirtelo, si offrissero di prestarti quello che loro hanno comprato, che sanno che non hai e che ti interessa.

Non molti, a dire il vero, praticano la forma di “bookcrossing a macchia di leopardo (selvaggio)”. E non molti ricambiano i favori ricevuti.
Un insegnamento ad essere gretti e meschini. Grazie, vita di merda.

Nazifascista, oppiomane, guerrafondaio, sorpresa nell’uovo di pasqua, santo e scrittore di favole per bambini

Da sinistra a destra Orcrist, Sting, Glamdring

Da sinistra a destra Orcrist, Sting, Glamdring

Dopo l’uscita al cinema dell’Hobbit, speravo di avere materiale per una recensione da postare sul blog. Ma non sono riuscita a trovare che pochi appigli per dire qualcosa di già detto e ho lasciato perdere.
Così ne ho cercate in rete, sperando che qualche blog, magari semisconosciuto,  in coda alle classifiche, dicesse qualcosa di intelligente.
Forse non ho cercato abbastanza, ma l’essere un’anima tolkieniana mi fa sentire il dovere di dire qualcosa io: soprattutto di mandare a cagare i blog che hanno scritto interi poemi sugli aspetti tecnici della riprese in trepernoveventisette, quelli che hanno scritto che Lo Hobbit è “una fiaba” o “una favola per bambini” ( augurandogli crampi e violenta dissenteria) e gli altri che hanno incensato il film dicendo : “Dopotutto, Il signore degli anelli è irripetibile”.

Be’, anche Mrs. Dalloway è irripetibile, ma non per questo Virginia Woolf non scrisse Le onde.

 

Tolkien nella sua vita da “famoso” ne ha subite tante di traslazioni del suo pensiero, di critiche che l’hanno fatto fluttuare dal nazifascismo alla cristologia, accuse di essere aduso alle sostanze stupefacenti per inventarsi tutte quelle robe lì; dopo il ciclo di flebo del dottor Jackson i suoi personaggi sono diventati figurine Panini e sorprese dell’uovo di pasqua, e “tesssoro” un intercale comune, e in ultimo, con questa ulteriore dose di Ringer con bicarbonato (per la digestione), è diventato “uno scrittore di favole per bambini”.

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Trascurando la non ovvia differenza, anche se meno consistente nel sud mediterraneo, tra “favola” e “fiaba”, Lo Hobbit non è né l’una né l’altra. Spiacente per chi lo crede, spiacente per chi l’ha scritto, oltremodo spiacente per chi l’ha letto e continua a crederlo.

 

Molti recensori si sono soffermati proprio su quest’aspetto: “è meno maturo del Signore degli Anelli”, “si capisce che il target è meno adulto”, “se non l’avete letto a otto anni non vi entusiasmerà”, “dopotutto si capisce che nasce dai racconti per i suoi figli”. Ecc. ecc.

 

Ma che vogliono, mi chiedo a questo punto, i ragazzi (e con questo termine abbraccio dai nativi digitali fino ai quarantenni) al cinema quando vanno a vedere un fantasy? Draghi sgozzati, orchi bavosi, lupi mannari che dilaniano gli avversari, orde di barbari che calano su cittadelle fortificate, teste mozzate, villaggi dati a fuoco, donne stuprate, effettacci speciali con milioni di comparse digitali tutte identiche, muscolature alla Boris Vallejo, vampiri e vampiresse, magari con un buon contorno se non proprio di tette e culi, almeno di begli occhietti e belle labbruzze da immaginare di baciare con la lingua(leggi: Lyv Tyler e Cate Blanchette)?

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Devo dedurre che se non ci sono guerre, città messe a ferro e fuoco, omicidi, sangue grondante un po’ ovunque, ampia varietà di mostri urlanti, un film fantasy “è una favola per bambini” ? Cribbio, ma l’avete mai visto The princess bride? E It? It, nonostante i mostri e il sangue È una favola.
No, dico, li avete letti Il Visconte dimezzato, Il Cavaliere inesistente  e il Barone rampante? E immagino che, visto che sua moglie era solo una casalinga e non una diva su youporn o una vampira ninfomane, anche Marcovaldo sia “una roba per bambini”. E via, dentro alle fiabe per bambini anche le Interviste impossibili di Calvino, i romanzi di Mark Twain e di London.

E avanti così, perché di questo passo Jane Austen e Virginia Woolf diventeranno “letteratura rosa” e Moby Dick e Lord Jim  “romanzi marinareschi”.

D’altra parte di che mi lamento: alla Hoepli di Milano il giardinaggio sta sotto “casa e tempo libero”, esattamente come su Amazon e IBS.

 

Sarò antiquata, ma “per bambini” erano le fiabe di Gianni Rodari, I Quindici, erano i giochi di parole e gli indovinelli da fare in classe, i libri da colorare.

“Per bambini” significa “destinato ad un pubblico che deve crescere”. Mentre devi essere ben cresciuto per leggere Lo Hobbit.

 

Lo Hobbit non nasce, come pensano i blogger col naso all’insù, dalle Lettere di Babbo Natale o da Mr. Bliss o da vari ammennicoli essenziali che Tolkien disegnava per i suoi figli. Nasce casualmente, perlomeno così ci tramanda la critica, dall’invenzione estemporanea del nome “hobbit”. Ciò condusse Tolkien a fare ciò che faceva sempre, sin da quando era marconista sulla Somme: a creare una lingua, una geografia e una storia per un popolo inventato. Nacquero così “la Contea” e la sua geografia, e la stessa Contea fu inquadrata nel più vasto territorio della Terra di Mezzo e delle sue dinamiche.

 

Io lessi felicemente per la prima volta Lo Hobbit nei lontani anni Ottanta, non trovandolo affatto una fiaba. E mi chiedo se chi lo definisce tale ha mai letto i vasto corpus di fiabe europee pubblicate credo nei Novanta dalla Oscar Mondadori, piccoli tesori per noi studenti, allora resi finalmente accessibili a prezzi modesti.  Mi chiedo se abbiano letto i testi di Norma Lorre Goodrich, o il Mabinogion, o Chrétien de Troyes.

I Nibelunghi, il Voluspä, l’Edda in prosa, l’Edda poetica, la Saga di Ragnarr, Beowulf, Sir Galvano e il Cavaliere Verde.
MA CHI HA VISTO QUESTO FILM, LO SA O NO COS’È L’ARAZZO DI BAYEUX?

bayeux arazzo

 

Ragazzi, è da questo che viene Lo Hobbit, non dai disegni dei francobolli finti per i sui figli!

Se l’idea di scrivere un romanzo per i suoi bambini può certamente essere esistita nella mente di Tolkien, questa non si materializzò con Lo Hobbit.  È innegabile che il pubblico infantile ne fu affascinato, ma noi non rimaniamo affascinati anche da 20.000 leghe sotto i mari ? Eppure non è una fiaba. E’ un gran romanzo, e come tutti i gran romanzi, se si è apprezzato da piccoli, si continuerà ad apprezzarlo da grandi.

Tolkien scrisse sempre per i suoi figli. Anzi, riuscì a completare Il Signore degli Anelli, dopo un lungo momento di blocco creativo (Pipino e Gandalf che corrono verso Minas Tirith su Ombromanto), grazie al supporto che gli dava il figlio Christopher, all’epoca aviere al fronte, a cui spediva i capitoli e da cui li riceveva annotati e corretti.

 

Nello Hobbit, nel suo linguaggio, nella definizione dei personaggi, ci sono delle evidenti ricerche di ricreare quell’atmosfera grottesca e popolaresca dei Racconti di Canterbury. Tutto questo è stato raccolto da regista come un invito ad usare battute e motti di spirito (a dire il vero poco divertenti) e portare sopra le righe ogni personaggio (senza però riuscire nel compito più arduo: differenziare i nani, che nel romanzo hanno una caratterizzazione molto evidente).

Ciò che distingue fondamentalmente Lo Hobbit dal Signore degli Anelli, per il lettore, è proprio qui. Nello Hobbit ogni personaggio ha un suo perché e una sua motivazione d’essere, la sua resa come personaggio è dinamica, sferica, completa. Non confonderesti mai Kili con Dori, o Bombur con Gloin.  Mente Il Signore degli anelli, per necessità, vede un appiattimento caratteriale dei personaggi fino a renderli oggetti narrativi funzionali alla trama (e qui i preti ci sono andati a nozze).

Lo Hobbit è, anche senza Il Signore degli Anelli, un’opera compiuta (e a detta di molti, ben più compiuta del suo seguito) che vive in maniera del tutto autonoma e racconta di vicende che hanno una loro indipendenza estetica dal contesto del corpus tolkieniano.

Per quello che riguarda me posso dire che è un libro decisamente più riuscito del Signore degli Anelli, sia per l’originalità che per la freschezza stilistica.

 

Da ultimo, ma giusto per darvi qualche informazione extra, i blogger più attenti hanno detto che per allungare il Ringer finoi a portarlo a tre litri, uno l’anno ogni natale,  l’infermiere Jackson ha attinto a piene mani dalle Appendici del Signore degli Anelli.

Non è del tutto esatto. La maggior parte delle informazioni infilate in bolo nel Ringer non si trovano affatto nelle Appendici, ma nel volume Racconti Incompiuti, nella fattispecie a partire da pagina 425 e segg. La cerca di Erebor, una vera miniera di informazioni su tanti “retroscena” che non ci saremmo mai aspettati.

E' qui che s'è andato ad infilare Peter Jackson

E’ qui che s’è andato ad infilare Peter Jackson

 

Suicidatemi per favore

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