Gli Oscar 2017 che volevano essere politicamente corretti

Odio con tutte le mie forze l’espressione “politicamente corretto”. È da stronzi. Lo associo a una vecchia amicizia giardinicola che faceva il refugium peccatorum del forum di CdG, e questo me la rende forse più odiosa.
Non voglio trattenervi: so che avete poco tempo, andate di corsa e che la soglia di stanchezza insorge dopo i 140 caratteri. Perciò non sarò breve.
Denzel Washington è diventato grigio, letteralmente grigio, all’annuncio della vittoria di Casey Affleck. Non so se si attendesse di vincere, penso di no, se devo essere sincera. Ma credo che lui, più di ogni altro, abbia in quel momento compreso come agli attori neri siano state date le briciole.
Questa kermesse dichiaratamente antipresidenziale, che si proproneva mediaticamente come “gli Oscar dei neri”, ha fatto quello che gli USA fanno di solito: premiare i bassi gradi (migliori attori non protagonisti) e consegnare statuette bianche e yankee ai vertici (Affleck, Stone, Chazelle). Durante la Prima Guerra Mondiale i neri non potevano diventare ufficiali, e in centododici anni non è cambiato niente.
Ci credo che Washington è diventato grigio, lo sarei diventata anche io, se avessi capito che anche nella cerimonia più “emancipata” nella storia dell’Academy Award le cose andavano come sono sempre andate (a parte una busta di scorta in soccorso al termine della premiazione).
I film con il vero “potenziale nero” sono stati ignorati, come Il diritto di contare, e i premi più illustri riservati ai bianchi.
La la Land alla fin fine ripropone il sogno americano, il sogno sognato dai sognatori delusi, che non ci credono più. Ma poi alla fine succede, perché tutto può succedere nella grande America.

Gli Stati Uniti d’America, nati su un’estinzione razziale e su secoli di torture schiaviste, non hanno mai avuto il cinema realista, e perciò hanno creato modelli e stili di incomparabile bruttezza e assurdità.
Ora però ce l’hanno, il cinema realista: gliel’hanno dato quelli che loro hanno tenuto in catene per secoli, a cui non era consentito entrare nei bar fino agli anni ’60, nell’America bella, nostalgica, romantica e pasticciona dipinta da Norman Rockwell.
Sempre quelli, quelli ammazzati come tordi dietro le siepi, gli hanno dato la forma musicale più innovativa del Novecento, il Jazz.
La Grande Madre America, che non ha storia dietro di sé se non quella di coloro che ha sterminato.

Flight: stallo e caduta libera

Spoiler

flightI film sui disastri aerei non sono più come una volta. Certo, come dargli torto? Dopo l’11 settembre appaiono o terrorizzanti o di cattivo gusto.
Per chi rivede in continuazione tutti i passaggi tv dei vari Airport, paragonare Patroni a Denzel Washington, è dura, eh.
Almeno Patroni, per sbaglio, poteva mangiare l’insalata di pesce avariata, mente Denzel si ubriaca e tira coca più di una intera redazione di un quotidiano.
Insomma, dai, che palle. Hai imbrogliato, Bob. Ci attiri con l’incidente aereo, ci fai immaginare uno scandaloso processo, mentre il tuo film è uno dei miliardi di miliardi di film sugli alcolisti? Be’, vaffanculo di cuore, sai.