Il naso del giardiniere

belle-di-notteForse la sola cosa che mi manca dell’estate è il profumo delle belle di notte poco distanti dalla mia finestra. È un cespuglione sano, fiorifero e bello, della cultivar ‘Broken Colours’, a fiore rosa e bianco in mille combinazioni diverse, dalle lentiggini alle striature.
Tra quelle che ho sono le uniche a godere di acqua in estate, e quindi le uniche a fiorire davvero bene.
Il profumo della bella di notte, detta un tempo “Meraviglia del Perù”, non solo arriva da una certa ora in poi, ma è estremamente difficile da descrivere, almeno per me.
Tempo fa lessi dell’uscita di un libro sui profumi dei vini. Non ho tenuto a mente il titolo, che mi pare fosse qualcosa come “Il naso del non-mi-ricordo” in cui si faceva riferimento all’aneddoto narrato da Cervantes sui due intenditori di vino, che invitati a dare il loro parere, descrivono il vino buono, ma -il primo- con un retrogusto metallico, e il secondo con un retrogusto di cuoio. Vuotata la brocca si scopre che sul fondo c’era una chiave con una striscia di cuoio.
L’autore del libro -per quello che ricordo o immagino di ricordare- si poneva in posizione fortemente antitetica all’uso di descrivere i profumi del vino con espedienti o ricorrendo a odori di altri referenti, dalla frutta al legno, all’erba al lievito.

A lungo mi sono interrogata su come si potesse descrivere il profumo della bella di notte, senza ricorrere a profumi “base”, quello di agrume, di gelsomino, che pur si sentono distintamente in mezzo a molti altri, più amari.
Se devo dar retta all’autore del libro che non ricordo, dovrei dire che la bella di notte profuma di bella di notte, ma non posso fare a meno di pensare che il profumo dell’oleandro sia simile, ma più delicato.
Se invece devo fare come consigliano i sommelier, devo individuare dei gruppi di odori, che per il vino sono questi: fruttato – fiorale- erbaceo – legnoso – chimico- balsamico- animale –speziale – etereo.
Allora fiori d’arancio e gelsomino, sicuramente, ma poi qualcosa di erbaceo, amaro. Mallo di noce, forse. E anche chimico, come un profumo per ambienti. E miele.

Be’, come sia, mi manca.

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La coperta è gelata e l’estate è finita

Sembrava impossibile che questo agosto si chiudesse, finisse, morisse. Kaputttttt!
Ma neanche agosto, il mese più malvagio dell’anno, può durare più di trentuno giorni. Trentuno giorni che ti fanno desiderare il gelo artico. Trentuno giorni in cui il sole ti terrorizza come Nosferatu. Trentuno giorni da girone infernale.
Per chi come me aspetta l’autunno come i druidi aspettavano il sorgere delle Pleiadi, i segnali si riconoscono. La temperatura notturna si abbassa, fuori fa fresco: tanto che ti verrebbe da dormire su un materasso buttato nel giardino. Ma per i veri insofferenti dell’estate la discriminante non sono le minime notturne, ma le massime diurne. Il termometro dell’auto parla chiaro. Si può uscire prima per fare la spesa, perché la luce cattiva (cattiva la luce), va via prima… Sssì, sssì, mio tesssoro, la luce che ci ferisce gli occhi!
Ma prima di andarsene piega la chioma dorata come l’Estate di D’Annunzio, accarezzando il paesaggio, rendendo bella qualsiasi barbarie: la spazzatura, le scalve comunali, i casermoni di provincia, le strade con le buche, le altre auto, il semaforo.

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Il nemico allenta la presa, ti senti già con un piede fuori dalla fossa.

Settembre arriva, con il suo nome lungo, la desinenza -embre dei mesi invernali, i colori del Cotswold e le promesse della parte più bella dell’anno. Le piante si rigenerano, forse si strappa qualche altro bagno a mare.
La coperta è ancora lontana, l’estate non è finita, ma la luce ha parlato: la morsa di fuoco ha ceduto.

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Il giorno più caldo

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Ieri la giornata più calda e soffocante che ricordi da molti anni a questa parte. La notte mi ero alzata per chiudere (o aprire?) le finestre, e già un familiare odore di bruciato pervadeva l’aria.
La mattina 40 gradi entrando in auto, l’aria condizionata è lenta, mi chiedo se funzioni o no. Il cielo è di un azzurro così chiaro come quelli dei disegni dei bimbi, fatti con quei pastelli scadenti dai pigmenti deboli. C’è da stupirsi che le piante pieghino solo le foglie e non si accascino a terra, o che non evaporino, o che non prendano fuoco come mazoniane. Tutto è così fermo, arso, che sembra non possa essere altro che così. Sembra che il fresco non tornerà più, sembra che non debba mai più piovere. L’aria è liquida di calore, il sole stanca la terra e la sfianca. Ci si rifugia in casa, in penombra, con il ventilatore. Mi viene in mente Melania, sudata e dolente in un letto sfatto, mentre dà alla luce il suo bambino nell’estate più calda della storia di Atlanta. Non c’è pensiero che possa volare al di sopra della cappa di calore, tutto rimane compresso. Nessun idillio o frescura letteraria e cinematografica. La Scozia è lontana, il bocage un sogno senza contorni, i campi di Higrove rimangono tra le foto, le torte di mele non profumano.

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Un rombo sopra la testa squassa l’aria, vicino. Appena un istante di sorpresa, ma si sa subito cos’è: un canadair va ad abbeverarsi a mare.
Esco per fotografarlo: per un attimo mi ritrovo nella sua ombra veloce. Così giallo e arancio, con la coda tozza, sembra il Delfino Spaziale. Lo seguo, ce ne sono due, no, tre. Tentano di spegnere un gruppo di focolai nelle campagne circostanti. Hanno fatto avanti e indietro per tutto il pomeriggio. Li vedo ancora la sera, in spiaggia.
Il fumo degli incendi viene portato dal vento verso il mare, formando una sorta di montagna di color malva grigiastro. Il vento cambia, impazzisce, mulina. La superficie dell’acqua si confonde: prende un colore come di bronzo chiaro, le onde si spaginano, il blu scompare e poi ritorna.
Cala la sera, calda, ventosa, che non dà sollievo.