Come in un libro di fiabe (su Houzz)

Il mio articolo sui giardini incantati -su Houzz

“Tu! dov’è la donna?”
“È volata via!”
“Ho chiesto dov’è!”
“Quant’è vero Iddio, è volata via!”

Non sfidate la mia anima nerd

Appunti per il nuovo libro

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La principessa smarrita:
naturalmente la cassiera è una principessa. Lo vedete? Basta guardarle il viso: il colorito pallido, come la pelle delle mandorle cotte. Le labbra disegnate, leggere, sorridenti, non sono di questa terra. I capelli del colore della paglia lavata dalla pioggia e dal sole, sottili come bave di ragno. Le dita piccole, da fata, veloci, quasi evanescenti, e il corpo minuto, pronto a trasformarsi in giunco. Gli occhi a volte grigi, a volte azzurri, verdi, osservano con distacco. Neanche lei sa perchè: ha la nitida sensazione di non appartenere a questa terra, di essere fuori posto, ma non ricorda. Non ricorda di essere la figlia di una Fata regina, e di essere stata perduta e poi trovata dagli umani, e allevata come tale. Non conosce i suoi poteri, non ancora. Una piccola, quasi invisibile verruca accanto alle labbra: un segno che cresce con gli anni, come cresce la sua convinzione di essere umana. Forse dimenticherà del tutto, forse ricorderà. Nel suo regno ancora la cercano.

I trenta gatti di stoffa:
i trenta terribili fratelli in patchwork provenzale. Di giorno rimangono immobili nella loro cesta accanto al letto, e di notte razziano i paesi e i villaggi agli ordini del loro feroce capitano Miao-Sì. Si dice siano stati cuciti con i capelli della Zia Strega, dopo che divennero bianchi, e che la prima cosa che fecero appena presa vita, fu di accecarla, per evitare che li scucisse. Sono fortemente gregari, instancabili predatori e possono inseguire la preda giorno e notte, se necessario, visto che il tempo nel mondo delle Fate scorre differentemente rispetto al nostro. Non di rado si uniscono ad altre bande di mercenari, lasciando dietro di sè una scia di sangue e cadaveri. Il loro olfatto è potente, ma ancora di più l’udito, che li guida nella caccia. Possono essere molto pazienti e rimanere immobili per ore in agguato. Il loro unico punto debole è la variopinta livrea che li rende ben visibili.

Il manichino di bronzo:
è un automa dalle sembianze di un donnone imperioso ma dozzinale, costruito con placche di bronzo che gli danno l’aspetto di un organismo semovente. Ha una gonna a pieghe e un cappello sformato in testa, un paio di occhiali e tira continuamente su col naso. Si aggira nelle biblioteche, con passo pesante e stridio metallico. È in grado di compiere un’unica operazione: quando le viene posto sotto mano un libro inizia a declamarlo e enumerarne gli infiniti pregi. Essendo molto versatile, a dispetto delle sue sembianze farraginose, è in grado di discettare su qualsiai libro le venga posto sotto il naso. Non ha alcuna utilità nella storia e probabilmente rimarrà solo tra gli appunti.

Il cane del professore Tux:
un vecchio cane nero, senza arte nè parte, grosso come un mastino, bavoso come un secchio di lumache allo spurgo. È al servizio dei Magritti: osserva e ricorda tutto quello che gli accade intorno. Spia dagli occhi rossi e spietati. È inavvicinabile, solo il professore Tux riesce a domarlo con biscotti e carezze. Porta un collare di metallo borchiato e quando caccia si serve di un branco di bracchi selvatici, tra cui mantiene l’ordine con ferocia. Quando attacca lo fa per uccidere.

La porticina segreta:
ogni racconto fantastico ha almeno un passaggio segreto: per varcarli bisogna ingrandirsi, rimpicciolirsi, mangiare foglie di primula o diventare invisibili. Le porticine segrete stanno spesso nei tronchi dei grandi alberi, e sono fatte di legno contorto e bitorzoluto, con un bel pomello centrale. Ma sembra un po’ scontato. Occorrerà trovare qualcosa di più originale.

Il grande gelso e la gallina:
il gelso e la gallina stanno sempre insieme perchè fanno parte di un vecchio orto con un pollaio. La gallina è l’unica compagnia del gelso e chiacchierano smodatamente. La gallina, che ha le zampe, si può spostare, e siccome il pollaio non è isolato, può agevolmente uscire e avere notizie su quel che accade nei dintorni, che poi racconta al gelso, anche se solitamente arricchisce il racconto con sue invenzioni personali. Il gelso è nel fiore degli anni e nel pieno del suo vigore, con rami slanciati e una chioma regolare e nitida, e ama molto sentirsi fare dei complimenti.

Brunella
:
la cavallina Brunella è una giovane cavalla dal manto scuro, color cioccolato, e la criniera appena più bionda. Se fosse una donna sarebbe bellissima, elegante e flessuosa. I suoi occhi sono grandi e intensi, il suo nitrito potente e può dissolvere un incantesimo. Vive dal fattore sopra la collina, è attenta e vigile, e mentre bruca ascolta i rumori intorno. È piccola, e a un certo punto della storia dovrà condurre gli eroi in groppa, a tutta velocità.

La pietra-gatto:
è una pietra nera, piccola, di forma oblunga, dagli angoli lisci e smussati, di un nero opaco ma non sgualcito come l’ardesia. Più lucido, come il diopside stellato. A tratti un’onda di pelo la anima, e un forte miagolio la scuote, ma poi si ritrasforma immediatamante in pietra. Alla fine della storia sarà consegnata a chi l’ha attesa tanto a lungo.

Gli uccelli, le gazze, i piccoli mammiferi e altre creature:
sono in genere presenze positive, possono risolvere una situazione, dare un consiglio, indicare la strada, offrire rifugio e confondere le tracce.

Cloud Atlas, il bookcrossing a macchia di leopardo (selvaggio), con sferzata finale a quelli che non restituiscono i libri

La Frassinelli che dà il peggio di traduzione e grafica

La Frassinelli che dà il peggio di traduzione e grafica

Sfiga ha voluto che mi perdessi al cinema due film che attendevo da tempo: Vita di Pi e La migliore offerta.
Tenendomi al dito questo insulto della sorte, forse per vendetta, forse per cretineria, forse attratta da Tom Hanks tatuato, forse solo per desiderio di non rimanere tagliata sempre fuori dalle letture fantascienza/fantasy e addentellati, ho preso Cloud Atlas con i punti della card Mondadori.
In realtà l’ho preso a dicembre ma ho iniziato a leggerlo solo un paio di settimane fa, nel terrore che arrivasse anche da noi l’attesissimo film dei fratelli Cosi e che io non l’avessi ancora finito. Cosa avrei fatto a quel punto? Finire il libro in una notte? Neanche Houdini. Andare a vedere il film e poi finire il libro? Che orrore.

Ma tant’è…il film non è arrivato nè ne sento neanche parlare in giro, mi sa che non lo portano neanche.
Ecco come la vita trova sempre il modo di mettertela in quel posto: avrei potuto prendere Vita di Pi, invece di Cloud Atlas, e consolarmi della mancata visione del film. Ma all’epoca ero straconvinta di non perdere Vita di Pi.
Riassumendo, ho mancato un film che volevo vedere e letto un libro il cui film con tutta probabilità non vedrò neanche.

A questo punto, se non avete ancora letto o visto Cloud Atlas, sospendete la lettura perchè ve ne narrerò la trama.

Non conosco l’autore di Cloud Atlas, non so se gli altri suoi romanzi siano buoni o no. Ho dato un’occhiata alle recensioni su Amazon e Ibs: c’è chi dà cinque stelle, chi una, chi tre, chi getta un fiore, chi si prenota per due ore.
Insomma, ha accontentato più o meno tutti i palati.

Ma quello che mi sorprende è che nessuno abbia visto l’autentica struttura del “romanzo” (per questo genere di opera narrativa occorrerebbe trovare altra definizione).
Forse i miei incontri ravvicinati del terzo tipo con le case editrici mi hanno dato qualche gettone in più, ma è più credibile che il pubblico d’oggi (e comunque il pubblico giovane, anche se ben acculturato, a cui è diretta l’opera) non sappia più leggere tra le righe, o tra i capitoli, in questo caso.
La mia netta impressione è che l’autore abbia concepito il testo a tavolino, con uno o forse entrambi gli occhi a una versione cinematografica (qualcuno ha scritto che Cloud Atlas era difficile da rendere filmicamente…diobbono, ma se sembra una scenggiatura), che abbia scritto diversi racconti uniti tra loro da concetti pretestuosi trattati in maniera marginale, da una ipotetica reincarnazione dei personaggi, e da un riferimento casuale che rimbalza da un episodio al successivo, con ippopotamica andatura.

Lo scopo è -mi sembra evidente- produrre un libro di maestose dimensioni, tali che la carta su cui è stampato è quasi una velina (chiaro stratagemma per non terrorizzare i lettori poco determinati),che aspiri allo status di epico o colossale, di must, di pietra miliare nella storia della letteratura di genere, di zenit fantasifilmico, di oggetto di emulazione, di macchina editoriale per rastrellare premi e recensioni su periodici importanti.
Manco a dirlo, se l’autore ha avuto un merito è stato capire che ad un certo punto si doveva fermare, perchè con il sudoku letterario che ha utilizzato, il librone sarebbe potuto lievitare anche all’infinito, raggiungendo gli antipodi e forse la luna.
Insomma, di Cloud Atlas nessuno potrà porprio fare a meno, se non altro di parlarne, visto che leggerlo risulta indigesto come la cicoria cruda.

Lo stile? nè fresco nè accattivante. Uno stile “da avventura” con le classiche formalità dell’editing americano. Dei “rutilanti colpi di scena” già al terzo racconto non se ne può più. Qualcuno su Amazon ha scritto che se anche fosse stato “ventriloquismo letterario” (o qualcosa del genere) ne sarebbe valsa la pena. Io non confonderei un ventriloquismo con un gargarismo, sebbene facciano rima. Lo stile camaleontico è senza dubbio l’unico pregio di questo libro, purtroppo ammazzato? massacrato? assassinato? distrutto? appiattito? cancellato? ucciso? omicidiato? fatto fuori? da una traduzione che definire criminale è una gentilezza. Frassinelli, Frassineli, ma che cazzo combini? Credi che siamo ciechi, che non vediamo, che certe cosette con sappiamo dove scaricarle e farci i confrontini sui tablet? Credi che siamo ancora negli anni ’80, quando ci voleva la cugina americana per tradurci le canzoni dei Duran Duran?

Enfin, del volumone, una volta finito, non sapevo proprio cosa farmene, sicché l’ho usato per continuare la mia missione di “bookcrossing a macchia di leopardo (selvaggio)”.
Tutti sapete come funziona il bookcrossing, no? Si condivide un libro che ci è piaciuto, giusto? Ecco, siccome di spazio nella mia casa per romanzi inutili non ce n’è, e la biblioteca comunale ha finito gli scaffali, io con questo sistema mi libero contemporaneamente di un libro che non mi è piaciuto e risparmio spazio sugli scaffali miei, in più spero pure che qualcuno apprezzi il gesto e si legga il libro, magari trovandolo bello e tenendoselo sullo scaffale suo.

Ho notato, infatti, che le persone tendono a prendere a prestito i libri perchè non vogliono spendere soldi nell’acquisto di tali oggetti fatti di carta. Se glieli presti, se li leggono, se no nisba.
Avrete tutti capito che non sono tipo da prestar libri, piuttosto ne compro un’altra copia e la regalo, ma in questi mesi mi è capitato di prestarne qualcuno: sono stata giustamente punita per la mia generosità e nessuno dei libri prestati mi è tornato indietro, costringendomi a ricomprarli.

Sarebbe anche carino che le persone a cui hai prestato un libro da mesi e non accennano a restituirtelo, si offrissero di prestarti quello che loro hanno comprato, che sanno che non hai e che ti interessa.

Non molti, a dire il vero, praticano la forma di “bookcrossing a macchia di leopardo (selvaggio)”. E non molti ricambiano i favori ricevuti.
Un insegnamento ad essere gretti e meschini. Grazie, vita di merda.

Intervista ai dungeon master di “Dungeons Players”

Ecco l’intervista in fomato flash. You Tube non me l’ha fatta caricare per la durata e ho dovuto usare l’account di mia sorella (io ho un account limitato perchè sono considerata un utente scorretto poichè ritaglio parti di film con copyright per illustrare alcuni concetti filosofici ed estetici…pazienza).
Grazie ai master e al supervisore per la disponibilità, a presto nuovi aggiornamenti dalla neonata Associazione “Dungeons Players” (per ora non ufficiale).
Lascio comunque in coda all’articolo precedente l’intervista in formato avi ad alta definizione caricata su blip o come si chiama (non ho mica capito come funziona quel sito di hosting video, e temo anche che pretenda un pagamento per ogni visualizzazione).

Concluso il primo torneo amatoriale di Dungeons&Dragons organizzato dall’associazione “Dungeons Players” di Siderno

La sessione del 28 luglio, giorno della premiazione. Le schede di valutazione e gli attestati di partecipazione

Si è concluso sabato 28 luglio il primo torneo amatoriale di Dungeons and Dragons, il noto gioco di ruolo fantasy.
Il torneo, una assoluta novità per la zona locridea, è stato organizzato dall’ Associazione non ufficiale “Dungeons Players” (di cui trovate anche la pagina su Facebook) e si è tenuto nel Salottino Rosso della Libreria Calliope-Mondadori.
Le sessioni di gioco sono state tre, ciascuna della durata di un’ora, con un gruppo di quattro giocatori per tavolo e con la rotazione dei master e delle avventure.

I vincitori sono:
Sandro Guglielmelli al primo posto, con 67 punti,
Matteo Tallarida al secondo posto, con 62 punti,
Anna Tommasini al terzo posto, con 61 punti per spareggio con Marco Arpaia, sempre 61 punti, scivolato al quarto posto.
Al quinto, si è classificata Giuseppina Campanella, con 60 punti.

Il primo classificato, Sandro Guglielmelli, vincitore di un manuale di Pathfinder

Il secondo classificato, giovanissimo, Matteo Tallarida, vincitore di gadget per la scenografia

Anna Tommasini, classificata terza, vincitrice di un set di miniature di Pathfinder

Tutti i partecipanti hanno ricevuto un attestato di partecipazione con il punteggio conseguito.

I primi tre premi

I master che hanno inventato le avventure e arbitrato il gioco sono stati Matteo Castiglioni, Thierry Schlapfer e Antonio Strangio. Il supervisore è stato Andrea Grollino.
I giocatori hanno giudicato Antonio Strangio il miglior master del torneo.

Il master Thierry Schlapfer che si gode un massaggio dopo una notte insonne

Il master Matteo Castiglioni, un affabulatore

Antonio Strangio con la sua sigaretta elettronica. Giudicato dai giocatori il miglior master

Senza dubbio un evento minore per chi non ha affatto idea di cosa siano i giochi di ruolo o per chi predilige i convegni sulla storia antica, ma per la città di Siderno si tratta di un evento inatteso e quasi straordinario. A parte il suo valore intrinseco, il fatto che anche nicchie culturali trovino spazio, oggi e qui, è un positivo e forte segno così forte di risveglio e di desiderio di rinascita da non poter trattenere un fremito di entusiasmo.

Da sinistra: Antonio Strangio e Andrea Grollino (con la maglia nera e la scritta ‘Stark Industries’), ideatori della Associazione non ufficiale ‘Dungeons Players’. Grollino ha effettuato anche la supervisione del torneo.

Dungeons and Dragons (letteralmente “cunicoli sotterranei e grandi draghi alati”), normalmente abbreviato in D&D, è il capostipite dei giochi di ruolo ed è conosciuto e tradotto in tutto il mondo. In Italia è arrivato intorno agli anni Ottanta, epoca a cui si fa risalire la “prima generazione di giocatori”. Molto spesso erano i fratelli maggiori che frequentavano università del centro-nord, dove il gioco era molto affermato e numerose erano le sale e i club dove poter giocare, a portare ad amici e parenti i manuali, i quali venivano fotocopiati e distribuiti. All’ epoca le regole erano molto semplici, non elaborate come la versione 3.5 utilizzata nel torneo amatoriale dell’ Associazione, per ora non ufficiale, “Dungeons Players”, e molti di noi ricordano ancora la famosa “scatola rossa” contenente il set base (alcuni hanno fotocopiato i manuali e li hanno colorati con Caran d’ache, Tombow e Pantone, ma questa è un’altra storia…).

Consulting Detective, un board game basato sulle avventure di Sherlock Holmes

Nel corso degli anni, D&D e i giochi di ruolo si sono sempre più affermati e diversificati (ad esempio esistono il gioco di ruolo di Sherlock Holmes, di Cthulhu, di Buck Rogers, ecc.) anche se quelli a sfondo fantasy hanno sempre avuto l’ostilità da parte delle organizzazioni religiose poiché contengono al loro interno elementi come magia, incantesimi, arti stregonesche, animali inesistenti o fatati, somiglianti a bestie sataniche, e –cosa più importante- un intero pantheon di divinità che non hanno nulla a che fare con nessun culto religioso esistente, ma del tutto credibili in un mondo “spada e magia” .

Tra gli anni Ottanta e i Novanta ci furono anche dei casi di cronaca nera in cui  fu tirato in ballo il gioco di Dungeons and Dragons. Negli USA, un giovane studente, Dallas Egbert, sparì misteriosamente e se ne attribuì la causa al suo giocare a D&D. In Italia nel ’96 si suicidò un giovane appassionato di Magic, l’adunanza (un gioco di carte collezionabili -erroneamente definito “gioco di ruolo”). Il pubblico ministero diede la colpa al gioco, ma la Cassazione rigettò la formulazione.

Mazes and Monsters, il film tratto dal volume ‘Era solo un gioco’ di Rona Jaffe

La controversa fama di questo gioco lo ha portato numerose volte al cinema, nella letteratura, o nei fumetti. Dall’infelice episodio di Egbert furono tratti un romanzo (Era solo un gioco, Rona Jaffe, Mondadori 1987)e un film, interpretato da un giovanissimo Tom Hanks. Altri film per la tv mostravano assassini che uccidevano secondo le regole di D&D.
Famiglia Cristiana ripubblicò un fumetto della manichea Chick Publications, che stigmatizzava gay, musulmani, ebrei, ecc., in cui una ragazza cadeva in preda alle arti stregonesche attraverso il gioco, per poi riconvertirsi grazie alla bontà divina.

Tutti questi aneddoti per i fan sono letteratura e cinema, anche divertente, ma quel che è certo è che la cultura occidentale (europea) contemporanea non riesce a convivere con alcuni prodotti della fantasia, come stregonerie e incantesimi, se è vero che lo stesso Papa Benedetto Sedicesimo si è scagliato contro la saga di Harry Potter con toni molto duri.

È evidente che solo gli sciocchi possono pensare che i giocatori si facciano coinvolgere tanto dai personaggi da agire come tali nel mondo “reale” (virgolette obbligatorie). Neanche il più consumato attore del metodo Stanislavskij vi riuscirebbe!

La pura verità è  giochi di ruolo differiscono dai giochi “socialmente accettabili” poiché implicano una grande capacità di impegno nello studio delle regole, dei manuali, dei principi fondanti l’universo o il tema portante, poiché è obbligatoria una grande capacità di espressione, sia verbale che scritta, una forte naturalezza recitativa e d’improvvisazione, una altissima componente di cultura generale, scientifica, storica, geografica, geologica e molto altro.

In poche parole, non si tratta di capire se il tre di coppe vince sull’asso di bastoni, ma si studiare montagne di pagine e di avere originalità, fantasia, intelligenza attiva e molte conoscenze di base. Questo fa dei giochi di ruolo delle attività per “nerd” o “geek”, termini made in USA che hanno un polivalente ventaglio dispregiativo. In Italia diremmo “secchioni”. Ma questo termine taglia via di netto tutta la componente di causticità, originalità, bizzarria, fantasia e inventiva dei giocatori.

In questo senso i giochi di ruolo “sono pericolosi” perché inducono al confronto e alla riflessione, alla negazione della supina accettazione delle condizioni sociali, ad elaborazioni personali, alla logica aristotelica dell’azione-reazione, al rispetto del diverso e alla coesione di gruppo.

Scomodi, dunque, per chi tiene alla propria poltrona o al proprio status. Perché questi giochi fanno ragionare e fanno socializzare attorno ad un tavolo, a recuperare “vecchi strumenti” come matite, gomme, temperini, fermacarte, carta millimetrata, righelli. L’interazione con gli altri è forte, tanto che i giocatori di uno stesso gruppo diventano spesso i migliori amici della vita. Gli stessi meccanismi del gioco favoriscono sodalizi duraturi, gioco di squadra, sostegno reciproco, responsabilizzazione.

Ma se da un lato è forte il carattere di socializzazione, dall’altro è purtroppo limitato alle cerchie di giocatori che per loro natura non possono essere numerose. È molto difficile per un neofita inserirsi in un gruppo di giocatori maturi, e se questo può essere solo un problema di tempo in città universitarie, a forte presenza di giovani e con spazi dedicati al gioco e all’aggregazione, non si può certo dire lo stesso nelle cittadine di provincia, specie se con un forte ritardo culturale.

Nella Locride non ci sono strutture pubbliche dove i giovani possano riunirsi liberamente per giocare (o leggere, o ascoltare musica, vedere film, ecc.), pertanto molte persone desiderose di imparare a giocare o di migliorare i loro personaggi, rimangono escluse per via della mancanza di luoghi di riunione. Le pubbliche amministrazioni non tengono in debito conto questa necessità della popolazione, soprattutto giovanile, e non è raro che eventi e manifestazioni culturali si svolgano in luoghi privati. Ma Siderno non può continuare ad affidarsi ai privati per la gestione degli eventi culturali. Rimangono da capire le sorti e lo stato d’essere del palazzetto della cultura, ancora non finito, che potrebbe dare corpo a molte aspettative di chi ama vivere la vita culturale.

L’auspicio è che la neonata Associazione “Dungeons Players” sappia trovare un modo per portare molti giovani a giocare a Dungeons and Dragons e porsi come guida per chi conosce il gioco ma ha poche nozioni o non ha compagni.

L’augurio è dunque che D&D venga giocato bene e da molti, e che non venga considerato né un gioco elitario e di nicchia per pochi eletti né, all’opposto, un surrogato dei riti satanici.

Dunque che i dadi siano favorevoli a tutti!

Di seguito un’intervista di Nicoletta Nesci agli organizzatori del torneo, Strangio e Grollino.