“Terrarium” di Yuna Hirasawa, Hikari Edizioni. Young adult tra fantascienza e Paese delle Meraviglie.

L’esordio italiano di Yuna Hirasawa non è certamente passato inosservato a chi cerca nel manga qualcosa di più vicino alla narrativa tradizionale, di più sincero rispetto a tante storie molto commerciali che stanno riempendo gli scaffali, fino a confondere lettori e lettrici.

In Terrarium ho trovato qualcosa di cui in Italia si sente davvero fame, cioè una gran cura tipografica. L’edizione è infatti molto curata, la stampa ben definita e con colori vivaci. Molto belle le prime pagine a colori, su carta lucida. A differenza della maggior parte delle edizioni italiane qui abbiamo un volumetto con ottima brossura, facile da aprire e sfogliare, che non bisogna tirare per tenere aperto, con i margini liberi. Questo garantisce che nessuna parte del disegno o del testo venga tagliata, com’è invece fin troppo frequente per il manga in Italia.

Ci sono anche i numeri di pagina, solitamente assenti. La cura tipografica che Hikari ha dedicato a questo manga mi commuove.

Non convincente invece la scelta del maschile per definire un personaggio femminile. Chico, la nostra protagonista, è infatti una ragazza, e di mestiere è “tecnologo investigatore”. La dissonanza è forte, perché oggi anche nell’uso comune si sarebbe scritto “tecnologa investigatrice”, e questa scelta appare come un passo indietro rispetto alla narrativa tradizionale e un ostracismo alla corretta designazione dei generi nel lavoro. Tanto più che in Italia “Chico” è adottato dallo spagnolo, e viene usualmente tradotto in modo colloquiale come “ragazzo”. In Italia “chico” e “chica” hanno un registro parlato un po’ datatato, e si comprende facilmente la difficoltà dell’adattamento. A maggior ragione però, sarebbe stato opportuno utilizzare il femminile per la mansione lavorativa. La fantascienza è da sempre territorio di esplorazione, contenutistica e linguistica. Un’occasione perduta, direi, che genera anche un po’ di confusione nella quarta di copertina.

Chi è Chico? Chi è Pino? Ma ci sono due o tre personaggi?
Ben fatto il lettering, che ha rispettato le onomatopee giapponesi

Yuna Hirasawa ha al suo attivo solo due manga, e in Terrarium si legge molto bene una poca scaltrezza stilistica, compensata da personaggi ben caratterizzati.

Nelle pagine a colori è più visibile l’uso di modelli digitali per elementi come fiori, che in alcuni casi sono perfettamente identificabili, come i gigli (che non sono mai bassi), i Leucojum e la Salvia farinacea.

Anche nel bianco e nero l’ausilio digitale è poco mediato e crea un po’ di durezza. Ombreggiatura e retini sono molto basici, così come il charcter design che non riesce a dare autonomia a Chico che è la classica “ragazzina da manga/anime” col fiocco in testa. Anche Pino, il robot, ha orecchie da gatto che possono risultare gradevoli a un pubblico molto giovane.

Chico è un po’ anonima

Il tratteggio un po’ assente crea vuoti in pagina e una scarsa definizione anche in scene di paesaggio che non sarebbe stato difficile rendere più complesse e accattivanti allo sguardo.

Molto piùinteressante invece l’elaborazione di scenografie -che pur non originalissime- danno un tocco di surrealtà, avvicinando la narrazione ad Alice nel Paese delle Meraviglie. L’aspetto più interessante del viaggio di Chico e Pino è proprio questo: il trovarsi in ambienti di volta in volta differenti, ormai ruderali e distopici, ma in parte funzionanti e con un proprio microclima. In tutto il manga echeggia ovviamente l’imponente Miyazaki (cui è però più vicina la seconda opera di Hirasawa, White Lilies Do Not Stain Crimson) ma forse più forti sono i riverberi di Carrol e Il gioco di Ender.

A volte si sente una certa pesantezza nel sentimentalismo di pezzatura un po’ grossa e una certa “maniera didattica” di porgere alcuni concetti sulle diversità. In definitiva un manga che faceva sperare qualcosa in più, che rimane comunque interessante e gradevole, ma destinato certamente a un pubblico abbastanza giovane, tra le medie e i primi anni del liceo, amante della fantascienza e animato da un certo senso di giustizia. A questo tipo di pubblico la lettura credo risulterà molto gradevole e appassionante. Penso che sarebbe un ottimo regalo e un buon incoraggiamento a leggere manga non incastonati in cliché narrativi abusati, ma che sollecitino la riflessione grazie all’empatia con i personaggi (il più interessante del primo numero è K, il robot portalettere, con cui si solidarizza subito).

Bella anche la copertina in “negativo”

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