Nenia di viaggio

Green Hill Country by Ted Nasmith

Ho! Ho! Ho! To the bottle I go
To heal my heart and drown my woe
Rain may fall, and wind may blow
And many miles be still to go
But under a tall tree will I lie
And let the clouds go sailing by

“La compagnia si scioglie”: gran finale di febbraio confrontando cartine topografiche

Se le serate in discoteca non vi rallegrano più, se Facebook non vi dà più stimoli, se le corse in macchina non bastano più a tirarvi su l’umore, se i parchi gioco vi annoiano, allora questo post fa per voi, perchè è veramente esplosivo.
Perchè, singnore e signori, stiamo per confrontare le cartine topografiche dell’ultimo capitolo del primo volume del Signore degli Anelli, un’attività ludica in grado di produrre su di voi un’emozione potenzialmente letale, perciò leggetelo piano per non causarvi troppa tachicardia. Consigliata l’assunzione di un miorilassante per evitare spasmi e convulsioni.

Ma, siore e siori, non finisce qui, perchè qui su Giardinaggio Irregolare non badiamo a spese quando si tratta di divertimento, e assieme al pezzo da novanta delle cartine topografiche, avremo anche dei brani -siore e siori- dei brani tratti dall’insigne opera.

In breve: un topic quasi tutto scritto e con dei disegni incomprensibili.

Dunque dunque dunque: qui arriviamo ad uno dei passi più belli del Signore degli Anelli, cioè alla morte di Boromir, il rapimento di Merry e Pipino, l’abbandono della Compagnia da parte di Frodo e Sam, l’inseguimento di Grampasso, Legolas e Gimli sugli orchetti di Isengard. Così finisce il primo volume e inizia il secondo, che a me ha sempre annoiato più o meno mortalmente, con interminabili descrizioni di battaglie e assedi. Infatti mi sa che del secondo e del terzo volume, ben poco posterò sul blog.

I nostri amici sono partiti da Lorien il 16 febbraio, e hanno percorso il Fiume Anduin per circa dieci giorni fino a raggiungere le Rapide di Sarn Gebir. Qui ci fu un errore di Aragorn, il quale -avendo avvistato Gollum che li seguiva a nuoto- decide di accelerare i tempi e affretta l’arrivo alle rapide tanto che non si accorgono di averle vicino fino a quasi esserci dentro.
Aragorn non fa molti errori e questo è rimarchevole.
La Compagnia fa retromarcia, accosta sulla sponda occidentale del fiume, si carica le leggerissime imbarcazioni elfiche in spalla e procede lungo un sentiero commerciale. E’ un passo molto bello del racconto, ovviamente di secondaria importanza, quindi non illustrato e non descritto dal film.

tavola 24: il Grande Fiume , le rapide di Sarn Gebir, gli Argonath

tavola 24: il Grande Fiume , le rapide di Sarn Gebir, gli Argonath

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Barbara Strachey sostiene che l’attraversamento delle rapide di Sarn Gebir è accaduto attorno al 24 febbraio.
Il giorno successivo, il 25, dovrebbe esserci l’avvistamento degli Argonath e l’entrata nel bacino di Nen Hithoel. E’ durante queste notti che Tolkien lascerebbe capire che Legolas non è effettivamente biondo ma bruno, cosa sulla quale nell’ambiente tolkieniano si dibatte in maniera accesa.
La scena del film è visivamente emozionante quasi quanto la narrazione di Tolkien, e quando si vede al cinema o su un megaschermo, la sensazione di essere immersi nell’acqua e di sentirsi rimpicciolire, è molto forte.

Dal libro:

“Frodo intravide, scrutando il Fiume, due grandi scogli distanti che si avvicinavano: parevano immensi pinnacoli o pilastri. Alti, perpendicolari, minacciosi, montavano la guardia ai due lati del letto. Tra di essi vi era una stretta breccia, ove la corrente sospinse le barche.
“Mirate gli Argonath, le Colonne dei Re!”, gridò Aragorn. “Fra poco vi passeremo in mezzo. Tenete in fila le imbarcazioni, e lontane le une dalle altre!Non abbandonate mai il centro del fiume!”
Le grandi colonne parvero ergersi come torri incontro a Frodo trascinato verso di esse dalla corrente. Egli ebbe l’impressione di vedere dei giganti, grandi, grigi e massicci, muti e minacciosi. Ma poi si accorse che le rocce erano effettivamente scolpite e modellate: l’arte e la forza antica le avevano lavorate, ed esse conservavano ancora, attraverso le intemperie di lunghi anni obliati, le possenti sembianze che erano loro state date. Su grandi piedistalli immersi nelle acque due grandi re si ergevano: immobili, con gli occhi sgretolati e le sopracciglia piene di crepe, fissavano corrucciati il Nord. La loro mano sinistra era alzata, con il palmo rivolto verso l’esterno, in segno di ammonimento; nella mano destra reggevano un’ascia; in testa portavano un elmo e una corona corrosi dal tempo. Erano rivestiti ancora di una grande potenza e maestà, silenziosi guardiani di un regno scomparso da epoche immemorabili. Ammirazione e timore s’impadronirono di Frodo, ed egli si prostrò, chiudendo gli occhi, e non osando levar lo sguardo quando le barche furono vicine.”

Quest’ultima descrizione, di Frodo che si prostra, mi emoziona sempre. Peter Jackson ha elaborato qui uno dei momenti più belli del primo film e dell’intera trilogia, a mio avviso.

Tavola 25, il Nen Hithoel e il Parth Galen

Tavola 26, il Nen Hithoel e il Parth Galen

Una volta superati i cancelli di Argonath, le barche entrano nel bacino ovoidale del Nen Hitoel, dove si erge Tol Brandir. Ai due lati si levano altre due cime, Amon Hen (Colle della Vista, a occidente) e Amon Lhaw (Colle dell’Udito, a oriente), dove gli antichi re si recavano per avere visioni e comunicare tra loro anche tramite i Palantìr.
Dal libro:

“Mirate Tol Brandir!”, tuonò Aragorn, mostrando a sud l’alta vetta. “Alla sua sinistra è Amon Lhaw, e alla sua destra è Amon Hen, i Colli dell’Udito e della Vista. Ai tempi dei grandi re, su di essi erano stati posti degli alti seggi, custoditi notte e giorno da sentinelle. Ma si dice che mai piede umano o animale si sia posato su Tol Brandir.

Le barche vengono tirate in secco sempre sulla sponda occidentale, essendo quella orientale popolata da orchetti, su una zona pianeggiante chiamata Parth Galen.

Ecco un’illustrazione più dettagliata che raffigura le linee di percorso di tutti i personaggi:

Dettaglio dei movimenti dei personaggi della Compagnia

Dettaglio dei movimenti dei personaggi della Compagnia


Come si vede, dopo essere approdati a Parth Galen per il riposo e decidere il da farsi, Frodo si avvia verso Amon Hen, seguito da Boromir, il quale, una volta Frodo infilato l’anello ed essere sparito, tornerà sui suoi passi al Parth Galen, in tempo per vedere l’attacco degli orchetti, Merry e Pipino rapiti, combattere e morire. Sulla mappa è segnato l’antico sentiero che sia Frodo che Boromir hanno seguito.
Si vede anche il percorso irregolare compiuto da Legolas e Gimli in cerca di Frodo, e quello di Aragorn che raggiunge Amon Hen, mentre Sam, che lo seguiva, torna indietro alle barche, avendo capito le intenzioni di Frodo.
Frodo e Sam prendono una barca e si avviano verso Mordor, attraversano il Nen Hitoel, mentre il corpo di Boromir ha una sepoltura arturiana, poichè viene posto in una barca con una panoplia di armi, e lasciato cadere nelle cascate di Rauros.
Successivamente il suo corno fu trovato e portato a suo padre Denethor, che impazzì dal dolore.

Nella mappa, in nero, è segnato anche un altro percorso commerciale che consentiva di portare le barche in spalla per evitare le cascate di Rauros.
Nella piantina più estesa (la tavola 26) è possibile vedere il percorso a ritroso che seguirono Legolas, Gimli e Aragorn nell’inseguimento di Merry e Pipino, e dove fu trovata la spilla di Pipino.

Tutto questo accadde ieri, il 26 febbraio.

Di seguito i commenti dell’autrice:
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tol brandir_parth galen_strachey 2

E per finire in bellezza, un’illustrazione di Alan Lee vecchia maniera, che raffigura la vetta di Tol Brandir vista da Amon Hen. Dovete scaricarla e guardarla bene ingrandita. Osservate l’angolo in basso a sinistra, e in cima alle scale, e ditemi cosa (o chi) ci vedete.

Alan Lee, Tol Brandir

Alan Lee, Tol Brandir

Nazifascista, oppiomane, guerrafondaio, sorpresa nell’uovo di pasqua, santo e scrittore di favole per bambini

Da sinistra a destra Orcrist, Sting, Glamdring

Da sinistra a destra Orcrist, Sting, Glamdring

Dopo l’uscita al cinema dell’Hobbit, speravo di avere materiale per una recensione da postare sul blog. Ma non sono riuscita a trovare che pochi appigli per dire qualcosa di già detto e ho lasciato perdere.
Così ne ho cercate in rete, sperando che qualche blog, magari semisconosciuto,  in coda alle classifiche, dicesse qualcosa di intelligente.
Forse non ho cercato abbastanza, ma l’essere un’anima tolkieniana mi fa sentire il dovere di dire qualcosa io: soprattutto di mandare a cagare i blog che hanno scritto interi poemi sugli aspetti tecnici della riprese in trepernoveventisette, quelli che hanno scritto che Lo Hobbit è “una fiaba” o “una favola per bambini” ( augurandogli crampi e violenta dissenteria) e gli altri che hanno incensato il film dicendo : “Dopotutto, Il signore degli anelli è irripetibile”.

Be’, anche Mrs. Dalloway è irripetibile, ma non per questo Virginia Woolf non scrisse Le onde.

 

Tolkien nella sua vita da “famoso” ne ha subite tante di traslazioni del suo pensiero, di critiche che l’hanno fatto fluttuare dal nazifascismo alla cristologia, accuse di essere aduso alle sostanze stupefacenti per inventarsi tutte quelle robe lì; dopo il ciclo di flebo del dottor Jackson i suoi personaggi sono diventati figurine Panini e sorprese dell’uovo di pasqua, e “tesssoro” un intercale comune, e in ultimo, con questa ulteriore dose di Ringer con bicarbonato (per la digestione), è diventato “uno scrittore di favole per bambini”.

Lego-Il-signore-degli-Anelli-Videogame

 

Trascurando la non ovvia differenza, anche se meno consistente nel sud mediterraneo, tra “favola” e “fiaba”, Lo Hobbit non è né l’una né l’altra. Spiacente per chi lo crede, spiacente per chi l’ha scritto, oltremodo spiacente per chi l’ha letto e continua a crederlo.

 

Molti recensori si sono soffermati proprio su quest’aspetto: “è meno maturo del Signore degli Anelli”, “si capisce che il target è meno adulto”, “se non l’avete letto a otto anni non vi entusiasmerà”, “dopotutto si capisce che nasce dai racconti per i suoi figli”. Ecc. ecc.

 

Ma che vogliono, mi chiedo a questo punto, i ragazzi (e con questo termine abbraccio dai nativi digitali fino ai quarantenni) al cinema quando vanno a vedere un fantasy? Draghi sgozzati, orchi bavosi, lupi mannari che dilaniano gli avversari, orde di barbari che calano su cittadelle fortificate, teste mozzate, villaggi dati a fuoco, donne stuprate, effettacci speciali con milioni di comparse digitali tutte identiche, muscolature alla Boris Vallejo, vampiri e vampiresse, magari con un buon contorno se non proprio di tette e culi, almeno di begli occhietti e belle labbruzze da immaginare di baciare con la lingua(leggi: Lyv Tyler e Cate Blanchette)?

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Devo dedurre che se non ci sono guerre, città messe a ferro e fuoco, omicidi, sangue grondante un po’ ovunque, ampia varietà di mostri urlanti, un film fantasy “è una favola per bambini” ? Cribbio, ma l’avete mai visto The princess bride? E It? It, nonostante i mostri e il sangue È una favola.
No, dico, li avete letti Il Visconte dimezzato, Il Cavaliere inesistente  e il Barone rampante? E immagino che, visto che sua moglie era solo una casalinga e non una diva su youporn o una vampira ninfomane, anche Marcovaldo sia “una roba per bambini”. E via, dentro alle fiabe per bambini anche le Interviste impossibili di Calvino, i romanzi di Mark Twain e di London.

E avanti così, perché di questo passo Jane Austen e Virginia Woolf diventeranno “letteratura rosa” e Moby Dick e Lord Jim  “romanzi marinareschi”.

D’altra parte di che mi lamento: alla Hoepli di Milano il giardinaggio sta sotto “casa e tempo libero”, esattamente come su Amazon e IBS.

 

Sarò antiquata, ma “per bambini” erano le fiabe di Gianni Rodari, I Quindici, erano i giochi di parole e gli indovinelli da fare in classe, i libri da colorare.

“Per bambini” significa “destinato ad un pubblico che deve crescere”. Mentre devi essere ben cresciuto per leggere Lo Hobbit.

 

Lo Hobbit non nasce, come pensano i blogger col naso all’insù, dalle Lettere di Babbo Natale o da Mr. Bliss o da vari ammennicoli essenziali che Tolkien disegnava per i suoi figli. Nasce casualmente, perlomeno così ci tramanda la critica, dall’invenzione estemporanea del nome “hobbit”. Ciò condusse Tolkien a fare ciò che faceva sempre, sin da quando era marconista sulla Somme: a creare una lingua, una geografia e una storia per un popolo inventato. Nacquero così “la Contea” e la sua geografia, e la stessa Contea fu inquadrata nel più vasto territorio della Terra di Mezzo e delle sue dinamiche.

 

Io lessi felicemente per la prima volta Lo Hobbit nei lontani anni Ottanta, non trovandolo affatto una fiaba. E mi chiedo se chi lo definisce tale ha mai letto i vasto corpus di fiabe europee pubblicate credo nei Novanta dalla Oscar Mondadori, piccoli tesori per noi studenti, allora resi finalmente accessibili a prezzi modesti.  Mi chiedo se abbiano letto i testi di Norma Lorre Goodrich, o il Mabinogion, o Chrétien de Troyes.

I Nibelunghi, il Voluspä, l’Edda in prosa, l’Edda poetica, la Saga di Ragnarr, Beowulf, Sir Galvano e il Cavaliere Verde.
MA CHI HA VISTO QUESTO FILM, LO SA O NO COS’È L’ARAZZO DI BAYEUX?

bayeux arazzo

 

Ragazzi, è da questo che viene Lo Hobbit, non dai disegni dei francobolli finti per i sui figli!

Se l’idea di scrivere un romanzo per i suoi bambini può certamente essere esistita nella mente di Tolkien, questa non si materializzò con Lo Hobbit.  È innegabile che il pubblico infantile ne fu affascinato, ma noi non rimaniamo affascinati anche da 20.000 leghe sotto i mari ? Eppure non è una fiaba. E’ un gran romanzo, e come tutti i gran romanzi, se si è apprezzato da piccoli, si continuerà ad apprezzarlo da grandi.

Tolkien scrisse sempre per i suoi figli. Anzi, riuscì a completare Il Signore degli Anelli, dopo un lungo momento di blocco creativo (Pipino e Gandalf che corrono verso Minas Tirith su Ombromanto), grazie al supporto che gli dava il figlio Christopher, all’epoca aviere al fronte, a cui spediva i capitoli e da cui li riceveva annotati e corretti.

 

Nello Hobbit, nel suo linguaggio, nella definizione dei personaggi, ci sono delle evidenti ricerche di ricreare quell’atmosfera grottesca e popolaresca dei Racconti di Canterbury. Tutto questo è stato raccolto da regista come un invito ad usare battute e motti di spirito (a dire il vero poco divertenti) e portare sopra le righe ogni personaggio (senza però riuscire nel compito più arduo: differenziare i nani, che nel romanzo hanno una caratterizzazione molto evidente).

Ciò che distingue fondamentalmente Lo Hobbit dal Signore degli Anelli, per il lettore, è proprio qui. Nello Hobbit ogni personaggio ha un suo perché e una sua motivazione d’essere, la sua resa come personaggio è dinamica, sferica, completa. Non confonderesti mai Kili con Dori, o Bombur con Gloin.  Mente Il Signore degli anelli, per necessità, vede un appiattimento caratteriale dei personaggi fino a renderli oggetti narrativi funzionali alla trama (e qui i preti ci sono andati a nozze).

Lo Hobbit è, anche senza Il Signore degli Anelli, un’opera compiuta (e a detta di molti, ben più compiuta del suo seguito) che vive in maniera del tutto autonoma e racconta di vicende che hanno una loro indipendenza estetica dal contesto del corpus tolkieniano.

Per quello che riguarda me posso dire che è un libro decisamente più riuscito del Signore degli Anelli, sia per l’originalità che per la freschezza stilistica.

 

Da ultimo, ma giusto per darvi qualche informazione extra, i blogger più attenti hanno detto che per allungare il Ringer finoi a portarlo a tre litri, uno l’anno ogni natale,  l’infermiere Jackson ha attinto a piene mani dalle Appendici del Signore degli Anelli.

Non è del tutto esatto. La maggior parte delle informazioni infilate in bolo nel Ringer non si trovano affatto nelle Appendici, ma nel volume Racconti Incompiuti, nella fattispecie a partire da pagina 425 e segg. La cerca di Erebor, una vera miniera di informazioni su tanti “retroscena” che non ci saremmo mai aspettati.

E' qui che s'è andato ad infilare Peter Jackson

E’ qui che s’è andato ad infilare Peter Jackson

 

Suicidatemi per favore

Suicidatemi per favore

23 Settembre

Oggi è il 23 settembre. Una data che a molti non dice granchè, eccettuato l’inizio dell’autunno e la fioritura delle Clivia.
Ma oggi parte Frodo dalla Contea, com’era partito anche Bilbo, per il giorno del loro compleanno.
E’ una data nodale per il calendario astronomico, è uno dei due punti in cui il piano di rotazione della Terra e del Sole si intersecano, l’angolo di illuminazione alla tangente dell’equatore è 90°, il giorno in cui dì e notte hanno la stessa durata e in cui il Sole sorge esattamente ad Est e tramonta esattamente a Ovest.
E’ in fondo l’inizio e la fine di tutto.
E’ sempre stata una giornata importante per me, peccato ieri sia stata orribile, mercè due bibliotecarie fannullone e un armadio da smontare e rimontare.
Quand’ ero ragazza cercavo di “festeggiare” a mio modo…in quei modi sciocchi e delicati carichi di romanticismo individuale, senza importanza. Perlopiù leggevo brani del Signore degli Anelli, quando Frodo lascia Casa Baggins.
Poi per anni più nulla, neanche dopo il film-successo di Jackson che ha portato Tolkien alla ribalta delle scene del consumismo.
Giorni fa, senza apparenti ragioni, e senza tutti gli orpelli romantici e ingenui di cui mi circondavo un tempo, ho iniziato a rileggere IL Signore degli anelli, proprio partendo dal punto in cui Frodo lascia la Contea.
Ho detto: ne leggo un po’, tanto per rinverdire i vecchi tempi.
Poi sono andata avanti ed ora mi ritrovo senza accorgermene a non riuscire più a staccarmi dalla lettura. So già che non lo finirò: il solo pensiero di dover inseguire orchetti durante tutto il secondo volume mi annebbia il cervello.
Insomma, sto leggendo la parte “hobbitica”, più lenta, la meno apprezzata dai tolkieniani. Che è poi sempre stata la mia preferita.

Per chi volesse soffermarsi e abbia un po’ di tempo da perdere leggendo, riporto l’addio a Casa Baggins e l’arrivo in Tuclandia dal capitolo In tre si è in compagnia.

Il sole tramontò. Casa Baggins pareva triste, tenebrosa e devastata. Frodo girovagò per le stanze familiari, e vide la luce del tramonto scolorire sui muri, e le ombre strisciare fuori dagli angoli. Lentamente il buio inondò la casa. Egli uscì, scese per il sentiero fino al cancello, e fece pochi passi sulla Strada della Collina. Si aspettava quasi di vedere Gandalf salire verso di lui nel crepuscolo.
Il cielo era sgombro e le stelle cominciavano a scintillare. “Sarà una bella notte”, disse ad alta voce. “È un buon principio. Ho voglia di camminare, non ce la faccio più ad aspettare senza far niente. Io parto, e Gandalf mi seguirà”.
Si stava voltando per tornare sui propri passi, quando sentì delle voci venire da dietro la svolta di via Saccoforino. Si fermò. Una delle voci era senz’alcun dubbio quella del vecchio Gaffiere. L’altra non la conosceva, e suonava sgradevole. Non riusciva a capire ciò che diceva, ma sentiva le risposte del Gaffiere alquanto stridule. E il vecchio gli sembrò seccato.
“No, il signor Baggins è partito, è andato via stamani, e il mio Sam è andato via con lui. E comunque anche tutta la sua roba è partita. Sì, venduta e spedita via, vi dico. Perché? Non sono affari miei, e nemmeno vostri. Dove si è trasferito? Non è un segreto: a Buckburgo, o qualcosa del genere, laggiù da quelle parti. Sì, c’è un bel po’ di strada; io personalmente non ci sono mai stato: c’è della gente strana, lì nella Terra di Buck. No, non posso trasmettere nessun messaggio. Buona notte!”.
I passi si allontanarono giù per la Collina. Frodo si chiese come mai gli fosse di gran sollievo il fatto che non la risalissero. “Suppongo che sarò stufo di tutte queste domande e di questa curiosità ml mio conto”, pensò. “Che ficcanasi sono!”. Ebbe una mezza dea di andare a chiedere al Gaffíere chi gli aveva fatto tante domande, ma poi ci ripensò e tornò in fretta a Casa Baggíns.
Pipino era seduto sul suo fagotto nel portico, Sam non c’era. Frodo fece qualche passo nell’atrio buio: “Sam!”, chiamò. “Sam! E’ ora!”.
“Arrivo, signore!”, fu la risposta che giunse da molto lontano, seguita dopo qualche attimo da Sam, che si asciugava la bocca. Si stava congedando dal barile di birra in cantina.
“Hai fatto una buona provvista?”, chiese Frodo. ‘
“Sissignore, mi terrà su per un bel po’, signore”.
Frodo chiuse a chiave la porta rotonda e diede la chiave a Sam.
“Corri a portarla a casa tua, Sam”, disse, “poi taglia per via Saccoforino, e raggiungici al più presto davanti al cancello del sentiero al di là dei prati. Non attraverseremo il villaggio questa sera. Ci sono troppe orecchie tese e troppi ficcanasi”. Sam corse via a tutta velocità.
“Eccoci finalmente in marcia!”, disse Frodo. Si caricarono i fagotti sulle spalle, raccolsero ognuno il proprio bastone, e girarono l’angolo occidentale di Casa Baggins. “Addio! “, disse Frodo, guardando le buie finestre inanimate. Fece con la mano un cenno li saluto, quindi voltandosi si affrettò a raggiungere Peregrino (seguendo ignaro le tracce di Bilbo), giù per il sentiero del giardino. Saltarono la siepe in un posto dov’era più bassa e presero per i campi, attraversando l’oscurità come un fruscio nell’erba. In fondo al pendio occidentale della Collina, giunsero al cancello che si apriva su un piccolo sentiero. Si fermarono per aggiustare le cinghie dei loro fagotti. Infine apparve Sam, trotterellando veloce e respirando rumorosamente, col suo pesante fardello ben saldo sulle spalle, e con in testa un grosso e sformato sacco di feltro che chiamava cappello: al chiaro di luna rassomigliava molto a un Nano.
“Scommetterei che avete dato a me tutta la roba più pesante”, protestò Frodo. “Compiango le lumache e tutti quelli che si trasportano la casa sulle spalle”.
“Io posso portarne ancora, signore. Il mio fagotto è molto leggero”, mentì coraggiosamente Sam.
“No, no, Sam!”, disse Pipino. “Gli fa bene. Non ha altro da portare che ciò che ci ha ordinato d’imballare. È stato un po’ in¬dolente in questi ultimi tempi, e sentirà meno il peso del fagotto quando avrà smaltito un po’ del suo”.
“Sii buono con un povero vecchio Hobbit”, disse Frodo ridendo. “Sarò sicuramente più esile di un fuscello quando arriverò alla Terra di Buck. Ma stavo dicendo delle sciocchezze. Ti sospetto di averne preso più di quanto ti toccasse, Sam, e lo verificherò alla prossima sosta”. Riprese il suo bastone. “Ebbene, ci piace a tutti camminare nella notte”, disse, “perciò facciamo ancora qualche miglio prima di coricarci”.
Seguirono il sentiero verso ovest per qualche centinaio di passi, quindi l’abbandonarono per voltare a sinistra e prendere silenziosamente la via dei campi. Camminarono in fila indiana lungo le siepi e le bordure di piante cedue, e la notte li inghiottì. Nei loro mantelli scuri erano invisibili, come muniti ognuno di un anello magico. Essendo tutti Hobbit, e poiché si studiavano di essere silenziosi, il rumore che facevano era talmente impercettibile che nemmeno uno Hobbit l’avrebbe sentito. Passavano inosservati persino davanti agli animaletti selvaggi nei boschi e alle bestiole nei campi.
Dopo un bel po’ di tempo attraversarono l’Acqua, a ovest di Hobbiville, su uno stretto ponticello di tavole. In quel punto il corso non era che un nastro nero e contorto, orlato da ontani scuri. Qualche miglio più a sud, attraversarono veloci la grande strada del Ponte sul Brandivino; erano giunti in Tuclandia. Voltarono verso sud-est in direzione del Paese dalle Verdi Colline. Quando ebbero percorso i primi passi di salita, si voltarono per vedere le luci di Hobbiville brillare in lontananza nella dolce valle dell’Acqua. Ma ben presto sparirono tra le falde delle colline immerse nella notte. Intravidero anche Lungacque, accanto al suo lago grigio. Quando finalmente la luce dell’ultima fattoria sparì nell’oscurità, Frodo, guardando furtivamente fra gli alberi, agitò la mano in segno d’addio.
“Chissà se guarderò mai più giù in quella valle”, mormorò pensoso.
Dopo circa tre ore di cammino, si fermarono per riposarsi. La notte era chiara, fresca e stellata, ma spirali di nebbia salivano dai ruscelli e dagli umidi prati, simili a fumo, arrampicandosi lungo le falde dei colli. Le betulle semispoglie si dondolavano sulle loro teste a un debole venticello, stagliandosi come una rete nera contro il cielo sbiadito. Dopo un pranzo molto frugale (per degli Hobbit), proseguirono, giungendo presto a uno stretto cammino che andava su e giù, diventando di un grigio pallido nell’oscurità davanti a loro: era la strada che portava a Boschesi, Scorta e al Traghetto di Buckburgo. Si arrampicava lontano dalla strada maestra e dalla valle dell’Acqua, attorcigliandosi su per le falde delle Verdi Colline, fino a Terminalbosco, un angolo selvaggio del Decumano Est.
Percorse ancora un paio di miglia, s’inoltrarono in un viottolo tagliato profondamente nella roccia, a cui sovrastavano grandi alberi che lasciavano stormire le foglie secche nella notte. Era perfettamente buio. Prima cantarono, o fischiettarono assieme una melodia, essendo ormai lontani da orecchie indiscrete; quindi_ proseguirono in silenzio e Pipino cominciò a rimanere indietro. Infine, allorché si misero a scalare una pendice ripida e scoscesa, si fermò e sbadigliò: “Ho tanto sonno che fra poco crollo in mezzo alla strada. Avete intenzione di dormire in piedi, voi? È quasi mezzanotte”.
“Credevo che ti piacesse camminare di notte”, disse Frodo. “Ma non c’è tutta questa fretta; Merry ci aspetta dopodomani, perciò abbiamo altri due giorni a disposizione. Ci fermeremo al primo posto adatto”. “Il vento soffia da ovest”, disse Sam. “Se andiamo dall’altro lato di questo colle, troveremo un posto abbastanza comodo e ripa¬rato, signore. Se la memoria non mi tradisce, un po’ più avanti dovrebbe esserci un bosco d’abeti non troppo umido”. Sam conosceva bene il paese nel giro di trenta miglia da Hobbíville, ma quello era il limite delle sue conoscenze geografiche.
Poco oltre il colmo della collina videro il bosco d’abeti. Abbandonarono il viottolo e si inoltrarono nel buio resinoso degli alberi, raccogliendo pezzi di legno, rami morti e pigne per fare un fuoco. Presto in mezzo a loro, ai piedi di un abete secolare, crepitò un’allegra fiamma; rimasero seduti fin quando le teste incominciarono a dondolare. Poi, ognuno nel proprio cantuccio fra le radici del vecchio albero imponente, si raggomitolarono avvolti in coperte e mantelli, e caddero subito in un sonno profondo. Non fecero turni di guardia: persino Frodo non temeva alcun pericolo, poiché erano ancora nel cuore della Contea. Qualche piccolo essere incuriosito si avvicinò a osservarli quando si fu spento il fuoco. Una volpe, che attraversava il bosco per affari suoi personali, si arrestò qualche minuto ad annusare.
“Hobbit!”, pensò. “Incredibile! Avevo sentito dire che avvenivano strane cose in questo paese, ma trovare addirittura degli Hobbit che dormono all’aria aperta sotto un albero! E sono in tre! C’è sotto qualcosa di molto strano”. Aveva perfettamente ragione, ma non riuscì mai a scoprire che cosa.

Questa è la mappa dell’inzio del viaggio disegnata da barbara Strachey nel suo I viaggi di Frodo

I viaggi di Frodo, Barbara Strachey

I viaggi di Frodo, Barbara Strachey

Un altro dei miei pezzi preferiti è la partenza da Crifosso e la descrizione della grande Siepe, dal capitolo La Vecchia Foresta:

Frodo si svegliò improvvisamente. Era ancora buio nella stanza. Merry era lì in piedi che teneva con una mano una candela e batteva con l’altra sulla porta. “E va bene! Che succede?”, chiese Frodo, ancora scosso e confuso.
“Che succede!”, esclamò Merry. “È ora di alzarsi. Sono le quattro e mezza e c’è molta nebbia. Vieni! Sam sta preparando la colazione, persino Pipino è in piedi. Io ho già sellato i pony e ho portato qui quello da impiegare come portabagagli. Sveglia quel poltrone di un Grassotto! Si deve almeno alzare per salutarci e vederci partire”.
Poco dopo le sei, i cinque Hobbit erano pronti per partire. Grassotto Bolgeri stava ancora sbadigliando. Sgusciarono silenziosamente fuori casa; Merry, che era il capofila, conduceva un pony carico: presero un sentiero che attraversava un folto d’alberi dietro la casa e poi percorsero parecchi campi. Le foglie degli alberi brillavano e finanche il più piccolo ramo gocciolava: l’erba pareva grigia sotto una coltre di fredda rugiada. Tutto era tranquillo e i rumori molto distanti sembravano chiari e vicini: polli che schiamazzavano in un cortile, qualcuno che chiudeva la porta di una casa lontana.
Nella stalla i pony aspettavano: erano piccoli animali vigorosi, del tipo che piace tanto agli Hobbit, non veloci ma adatti al faticoso lavoro di una lunga giornata. Vi saltarono in groppa e qualche minuto dopo cavalcavano nella nebbia che pareva riluttante ad aprirsi davanti a loro e che si richiudeva repellente alle loro spalle. Dopo aver cavalcato lenti e silenziosi per circa un’ora, videro improvvisamente ergersi la Siepe. Era alta, imponente e intessuta di ragnatele argentee.
“Come farete ad attraversarla?”, chiese Fredegario. “Seguitemi”, disse Merry, “e lo vedrete”. Girò a sinistra e, dopo aver costeggiato la Siepe per qualche passo, li condusse in un punto dove essa si curvava verso l’interno seguendo l’orlo di un fossato. Il terreno era stato scavato a qualche distanza dalla Siepe, muri di mattoni, che da ambedue í lati del pendio si innalzavano severi e verticali, s’inarcavano improvvisamente, formando un tunnel che si tuffava in profondità sotto la Siepe per sbucare nel fossato dall’altra parte.
Qui Grassotto Bolgeri sii fermò. “Arrivederci, Frodo!”, disse. Desidererei tanto che tu non andassi nella Foresta. Spero solo te non abbiate bisogno di soccorso prima dell’alba. Comunque, buona fortuna, oggi e sempre!”.
“Se la Vecchia Foresta è la peggiore delle avventure che ci aspetta, allora siamo davvero fortunati”, disse Frodo. “Di’ a Gandalf che si affretti a seguirci sulla Via Est: noi la raggiungeremo fra breve e la percorreremo a spron battuto”.
“Addio!”, gridarono e, cavalcando giù per il pendio, il tunnel li inghiottì, sottraendoli alla vista di Fredegario.
Era buio e l’aria umida. All’altra estremità un cancello dalle sbarre di ferro grosse e pesanti chiudeva il tunnel. Merry smontò, aprì il catenaccio che lo teneva chiuso, e quando furono passati tutti lo riaccostò. Il cigolio dei gangheri e il clic della serratura suonarono minacciosi.
“Ecco fatto!”, esclamò Merry. “Avete lasciato la Contea. Adesso siete fuori, ai margini della Vecchia Foresta”.

Ted nasmith, Leaving the Shire

Ted nasmith, Leaving the Shire

Benchè sia un disegno un po’ aspro e duro, qualità tipiche dell’acrilico, è molto fedele: si percepisce l’aria umida del primo mattino, l’atmosfera di attesa e di tensione, si vede perfino Fredegario Bolgeri che saluta e torna sui suoi passi, e in altro a sinistra, le ragnatele nella Siepe.