“Racconti vagabondi” di Daisuke Igarashi, ed. Toshokan, realismo magico sorprendente e delicato

Hanashippanashi: Surprising and Delicate Magical Realism — A Multilingual Reviewはなしっぱなし:驚きと繊細さを併せ持つマジック・リアリズム ― 多言語レビュー

Capita a volte di riconciliarmi col fumetto giapponese. Sono momenti rari e preziosi, di cui parlo volentieri. Quando sono tornata al vecchio amore del manga, dopo anni di assenza, credevo di trovarlo maturato, migliorato, incredibilmente avvincente. Non vi racconto neanche quale amarezza ho provato nel vedere che per certi versi era pure peggiorato, un po’ in marcescenza.

Occasionalmente compare un titolo che fa capire come l’avanzamento ci sia stato eccome, ma per varie ragioni non emerge. Mi è capitato ultimamente con Racconti vagabondi (Hanashippanashi) di Daisuke Igarashi, che mi ha colpita non appena spiccato dallo scaffale, per il disegno, che è uno dei fattori che maggiormente considero nella scelta dei manga.

Racconti vagabondi è la prima pubblicazione di Igarsahi e risale al 1994. In Italia sono stati portati altri suoi titoli, come Designs e il più celebre Children of the sea, da cui è stato tratto anche un anime. Molto apprezzato e premiato in patria, ma considerato un autore di nicchia, qui in Italia non è molto noto. Racconti vagabondi è una raccolta di brevi storie, a volte brevissime, in cui il confine tra reale e favolistico, mitologico e irrazionale si dissolve, in favore di una contemplazione assorta e densa di perplessità. Infine, storia dopo storia, la perplessità si scioglie in una percezione alterata, in cui la posizione esterna del lettore/osservatore diventa parte integrante del racconto, accolta sia come un altro degli strati dimensionali possibili, sia come fuoco di una intradimensionalità che attraversa tutte le storie.

Fortissimo è il carattere di hybris, che prende di volta in volta fisionomie differenti di creature davvero, davvero strane, non necessariamente confinate nel folklore, ma che abbracciano anche la contemporaneità. Anche le figure di animali “normali”, attraverso un segno grafico scavato e sottile, diventano mostruose. L’ibrido non è solo grafico, ma anche contenutistico: la pluralità imbricata di codici visivi e narrativi, crea una vera e propria distorsione cognitiva, tanto che diventa irrilevante comprendere la dinamica della storia, quanto contemplarla, farne parte. Le storie sono aperte, non devono essere interpretate, ma assorbite. Per godere appieno della lettura consiglio di spezzarla il meno possibile, poiché la sensazione di smarrimento si dissolve per accumulo.

La cosa davvero realistica e solida è il paesaggio, che rimane sempre quello, il nostro, la realtà comunemente esperibile. Il paesaggio è un’ancora visiva e cognitiva senza la quale la dissonanza percettiva non sarebbe possibile. Ecco perché sono stati fatti paragoni tra Igarashi e Miyazaki, ma l’uso del paesaggio dei due autori è del tutto antitetico. Miyazaki fa un uso politico e sociale del paesaggio, in Igarashi è la costante attorno a cui si sviluppano mille variabili. La sicurezza nel paesaggio consente anche di non sentire ansia nella lettura: il racconto potrebbe finire la pagina dopo sennza troppi scossoni. Maggiore affinità invece è con l’opera di Inio Asano, anche lui un devoto del paesaggio urbano, con la differenza che Asano cala in pagina il riferimento poco o nulla elaborato, mentre Igarashi lo tiene su un livello sotto e lo rilavora a mano: una personale scelta che implica anche un passaggio in più e che mette una certa distanza stilistica tra i due.

Lo stile è complesso ed estremamente personale, il segno affilato deve certamente qualcosa all’underground, ma è incredibilmente dolce e delicato. Questo imbricamento tra apparente bruttezza, delicatezza e poesia della rappresentazione e dei contenuti, è per me la cifra stilistica di Igarashi, ed è rarissima, per non dire unica. In una intervista alla fine del primo volume, Igarashi dice di avere lavorato molto con la school pen. La maggior parte dei manga sono disegnati con la famosa G-pen (in realtà un pennino). La school-pen (anche questa un pennino), è un po’ più sottile. Da qui deriva il segno affilato di Racconti vagabondi.

Una particolarità forse passata inosservata ai più, sono delle piccole variazioni di stile per adattare il segno alla narrazione (Igarashi conferma nell’intervista), cosa di cui in effetti non ci sarebbe stato bisogno.

Personalmente ho gradito più il primo volume, il secondo contiene delle storie a volte didascaliche non all’altezza delle precedenti.

This text was translated into English and Japanese with the assistance of ChatGPT (OpenAI).


Sometimes I find myself reconciling with Japanese comics. These are rare and precious moments, and I speak of them gladly. When I returned to my old love of manga after years of absence, I believed I would find it matured, improved, incredibly compelling. I will not even tell you the bitterness I felt when I discovered that, in certain respects, it had actually deteriorated, showing signs of decay.

Occasionally, however, a title appears that makes it clear that real progress has indeed taken place, though for various reasons it does not fully emerge. This recently happened to me with Hanashippanashi by Daisuke Igarashi, which caught my attention as soon as it stood out from the shelf thanks to its artwork—one of the elements I consider most when choosing manga.

Hanashippanashi is Igarashi’s first publication and dates back to 1994. In Italy other titles by the author have been published, such as Designs and the more widely known Children of the Sea, from which an animated film was also produced. Highly regarded and award-winning in Japan, though considered something of a niche author, he remains relatively little known here in Italy.

Hanashippanashi is a collection of short stories—sometimes extremely short—in which the boundary between the real and the fairy-tale, the mythological and the irrational dissolves, giving way to a contemplative atmosphere dense with perplexity. Gradually, story after story, that perplexity resolves into an altered perception, in which the external position of the reader-observer becomes an integral part of the narrative itself, accepted both as one of the possible dimensional layers and as the focal point of an intradimensionality that runs through all the stories.

The presence of hybris is extremely strong, taking on different forms each time in the shape of truly, truly strange creatures, not necessarily confined to folklore but also embracing contemporary settings. Even figures of “ordinary” animals, through a carved and subtle graphic line, become monstrous. The hybrid element is not merely visual but also conceptual: the interwoven plurality of visual and narrative codes produces a genuine cognitive distortion, to the point that understanding the dynamics of the story becomes less important than contemplating it and becoming part of it. The stories are open-ended; they are not meant to be interpreted but absorbed. To fully appreciate the reading experience, I would recommend interrupting it as little as possible, since the initial feeling of disorientation dissolves through accumulation.

The truly realistic and solid element is the landscape, which always remains the same: our own, the reality we commonly experience. The landscape functions as a visual and cognitive anchor, without which perceptual dissonance would not be possible. This is why comparisons have sometimes been drawn between Igarashi and Hayao Miyazaki. Yet the two authors use landscape in entirely opposite ways. Miyazaki employs landscape in a political and social sense, whereas in Igarashi it becomes the constant around which countless variables develop. This stability of landscape also prevents the reading experience from becoming anxious: the story might simply end on the next page without any dramatic rupture.

A stronger affinity can instead be found with the work of Inio Asano, who is also deeply devoted to urban landscapes. The difference, however, is that Asano places the reference on the page with little or no elaboration, while Igarashi keeps it one level beneath and reworks it by hand—a personal choice that implies an additional step and establishes a certain stylistic distance between the two.

The style is complex and extremely personal. The sharp line certainly owes something to underground comics, yet it is also incredibly gentle and delicate. This interweaving of apparent roughness, delicacy, and poetic representation—both visually and thematically—is, to me, Igarashi’s stylistic hallmark, and it is exceedingly rare, if not unique.

In an interview included at the end of the first volume, Igarashi mentions that he worked extensively with a school pen. Most manga are drawn with the famous G-pen (actually a type of nib). The school pen—also a nib—is somewhat thinner, which explains the sharp line characteristic of Hanashippanashi.

Another detail that may have gone unnoticed by many readers is the presence of small stylistic variations designed to adapt the line to the needs of the narrative (something Igarashi confirms in the interview), though in fact this adjustment might not have been strictly necessary.

Personally, I preferred the first volume. The second contains some stories that at times become didactic and do not quite reach the level of the earlier ones.


本稿の英語版および日本語版の翻訳には、ChatGPT(OpenAI)の補助を用いています。

ときどき、私は日本の漫画と和解する瞬間がある。そうした瞬間は決して多くない。だが稀であるからこそ、なおさら貴重であり、語りたくなる。長いあいだ離れていた漫画の世界に戻ったとき、私はそれが成熟し、より洗練され、かつて以上に魅力的なものへと成長しているだろうと期待していた。ところが実際には、ある側面ではむしろ衰え、どこか停滞や疲労の気配さえ漂わせていることに気づき、少なからず落胆させられた。

しかし、ごくまれにではあるが、「確かに前進はあったのだ」と思わせる作品が現れる。そして不思議なことに、そうした作品は必ずしも広く知られるわけではない。最近、私にとってそのような出会いとなったのが、Daisuke Igarashiの『はなしっぱなし』である。書棚のなかでまず目を引いたのは、その独特の作画だった。私が漫画を手に取るとき、絵はもっとも重要な判断材料のひとつだからだ。

『はなしっぱなし』は五十嵐のデビュー作であり、1994年に発表された短編作品集である。イタリアではすでに『Designs』や、より広く知られる『Children of the Sea』などが紹介されている(後者はアニメ映画化もされている)。日本では高く評価され、数々の賞を受けている作家であるが、その作風ゆえにいわゆる“ニッチな作家”と見なされることもあり、イタリアではまだ広く知られているとは言い難い。

『はなしっぱなし』に収められているのは短編、あるいはごく短い掌編の数々である。そこでは現実と寓話、神話、そして不条理の境界が曖昧に溶け合い、読者は一種の沈思的な観想の場へと導かれる。読み進めるにつれ、最初に感じられる戸惑いは次第に変質していく。読者はもはや外側から物語を眺める存在ではなく、むしろ物語の内部に組み込まれ、ひとつの次元として、あるいはすべての物語を横断する知覚の焦点として機能しはじめる。

作品全体には強い**ヒュブリス(hybris)**の気配が流れている。それはしばしば、実に奇妙な姿をした存在として現れる。しかもそれらは必ずしも民俗的想像力の領域にとどまらず、現代の風景のなかにも自然に入り込んでいる。さらに興味深いのは、いわゆる普通の動物でさえ、五十嵐の鋭く掘り込むような線によって描かれると、どこか怪物めいた印象を帯びる点である。

このハイブリッド性は視覚表現だけに限られない。物語の構造そのものにも及んでいる。複数の視覚的コードと語りの形式が重なり合うことで、読者の認知にはわずかな歪みが生じる。結果として、物語の因果関係を理解することはさほど重要ではなくなる。むしろ重要なのは、それを眺め、そこに身を置き、物語の内部に入り込むことである。これらの物語は開かれている。解釈されるためというより、むしろ体験され、吸収されるための物語なのだ。読書を最大限に味わうためには、なるべく中断せずに読み進めることを勧めたい。最初に感じた違和感は、物語が積み重なるにつれて徐々にほどけていくからである。

この作品のなかで唯一確かな現実性を保っているのが風景である。そこに描かれているのは、私たちが日常的に経験している世界そのものだ。風景は視覚的・認知的な錨として機能し、それがあるからこそ知覚の揺らぎが成立する。この点から、五十嵐とHayao Miyazakiを比較する声もある。しかし両者の風景の扱いは本質的に異なる。宮崎において風景は社会的・政治的な意味を帯びるが、五十嵐にとってそれは、無数の変化が展開するための恒常的な基盤である。風景が安定しているからこそ、読者は不安を感じることなく物語の流れに身を委ねることができる。極端に言えば、物語は次のページで何事もなく終わるかもしれないのだ。

むしろ親近性を感じさせるのは、Inio Asanoの作品である。浅野もまた都市の風景に強い関心を寄せる作家である。ただしその方法は異なる。浅野が参照した風景をほとんど加工せずページ上に配置するのに対し、五十嵐はそれをいったん距離を置いて再構成し、手で描き直す。この選択は制作工程を一段増やすことになり、両者のあいだに明確な様式的差異を生み出している。

五十嵐の作画は複雑で、きわめて個性的である。鋭く細い線にはアンダーグラウンド・コミックスの影響が感じられるが、同時に驚くほど柔らかく、繊細でもある。粗さと優しさ、そして詩的な感覚が同時に共存するこの独特のバランスこそが、五十嵐の作家性を特徴づける要素であり、きわめて稀有なものと言えるだろう。

第1巻の巻末インタビューによれば、五十嵐はスクールペンを多用しているという。一般的な漫画制作ではGペンが使われることが多いが、スクールペンはそれよりも細い線を出すことができる。この違いが、『はなしっぱなし』の鋭く緊張感のある線を生み出している。

さらに興味深い点として、物語ごとにわずかな作画の変化が見られることが挙げられる(これについては本人もインタビューで言及している)。厳密に言えば必ずしも必要な工夫ではなかったかもしれないが、それでもあえて取り入れているところに、作者の細やかな意識が感じられる。

個人的な印象としては、第1巻の完成度がとりわけ高いように思われた。第2巻には、やや説明的で、前の短編ほどの強度を感じさせない作品も含まれている。



–有時候,我會與日本漫畫重新和解。這樣的時刻並不常見,因此也格外珍貴,我總是樂於談起。多年之後再次回到曾經熱愛的漫畫世界時,我原以為它已經變得更加成熟、更出色,也更加引人入勝。然而很遺憾地,我很快發現,在某些方面它甚至有所退步,甚至帶著一點衰敗的氣息。

不過偶爾還是會出現一些作品,讓人意識到漫畫其實確實有所前進,只是由於各種原因並沒有真正浮出主流視野。最近我就遇到了這樣的一部作品:五十嵐大介的《はなしっぱなし》(義大利語版名為《Racconti vagabondi》)。最初吸引我的是它在書架上格外醒目的畫風。對我而言,在選擇漫畫時,作畫始終是最重要的因素之一。

《はなしっぱなし》是五十嵐大介於1994年發表的出道作品。義大利曾出版過他的其他作品,例如《Designs》以及更為知名的《海獸之子》(Children of the Sea),後者也被改編為動畫電影。五十嵐在日本受到高度評價,也獲得過多項獎項,但由於其創作風格較為獨特,他常被視為一位小眾作家,因此在義大利仍不算廣為人知。

《はなしっぱなし》是一部短篇漫畫集,其中有些故事甚至非常短小。在這些作品中,現實與寓言、神話以及非理性的界線逐漸消融,取而代之的是一種沉靜而充滿困惑的凝視。隨著一篇又一篇故事的展開,這種困惑逐漸轉化為一種不同的感知方式:讀者不再只是站在外部觀看故事,而是逐漸被納入敘事之中,既像是另一個可能的維度層次,也像是一個貫穿所有故事的內在焦點。

作品中強烈地存在著一種**hybris(僭越)**的氣息。這種力量不斷以不同的形態出現,往往化為極其奇異的生物。有趣的是,這些生物並不一定侷限於民間傳說之中,它們同時也存在於現代世界的背景裡。甚至連那些看似普通的動物,在五十嵐細長而深刻的線條之下,也會呈現出某種怪物般的氣質。

這種混合性不僅體現在圖像上,也存在於內容之中。多種視覺與敘事符號的交織,產生了一種真正的認知扭曲,以至於理解故事的情節發展變得不再那麼重要,反而是去凝視它、沉浸其中、成為其中一部分更加重要。這些故事是開放的,它們並不是為了解釋,而是為了被吸收與體驗。為了更好地享受閱讀,我建議盡量不要中斷閱讀,因為最初的迷失感會在故事的累積中逐漸消散。

在整部作品中,唯一真正穩固而現實的元素是風景。那始終是我們熟悉的世界,是日常可經驗的現實。風景成為一種視覺與認知的錨點,沒有它,感知上的不協調就不可能成立。也正因如此,有人將五十嵐與宮崎駿相提並論。然而兩人對風景的運用其實完全不同。宮崎駿往往將風景作為一種社會或政治性的表達,而在五十嵐的作品中,風景則是所有變化所圍繞的一個恆定核心。正因為風景提供了這種穩定感,讀者在閱讀時也不會感到焦慮:故事甚至可能在下一頁突然結束,而不需要任何戲劇性的衝擊。

若要尋找更接近的創作關係,也許可以提到淺野一二〇。他同樣非常關注城市風景。不過兩人的方法仍然不同:淺野往往直接將現實景觀幾乎不加處理地放入畫面,而五十嵐則會先保持一種距離,再以手繪方式重新詮釋。這是一種個人的創作選擇,也意味著多了一道創作步驟,使兩位作者在風格上保持明顯差異。

五十嵐的畫風複雜而極具個人特色。那種鋒利細長的線條確實帶有地下漫畫的影響,但同時又顯得極為溫柔與細膩。這種表面上的粗獷、內在的柔和,以及畫面與內容中的詩意彼此交織,正是我認為最能代表五十嵐風格的特徵,而這樣的特質在漫畫中極為罕見。

在第一卷結尾的訪談中,五十嵐提到自己大量使用 school pen(學生筆尖) 作畫。多數漫畫家通常使用 G-pen,而 school pen 的線條更細。正是這種工具的選擇,使《はなしっぱなし》呈現出那種銳利而緊張的線條。

還有一個也許被許多讀者忽略的細節:為了配合不同故事的敘事氣氛,作者在畫風上做了一些細微的變化(他在訪談中也證實了這一點)。其實從嚴格意義上說,這樣的調整並非必須,但它仍然顯示出作者對表現形式的高度敏感。

就個人而言,我更喜歡第一卷。第二卷中有些故事略顯說教,整體完成度也不如前一卷。

#DRCL Midnight Children di Shin’ichi Sakamoto, il più grande artista postmoderno vivente (ita-eng-jap)

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Quando parlo di Shin’ichi Sakamoto sento di potere abbandonare le infinite cautele che adotto usualmente nell’analisi dell’Arte. So che qualsiasi iperbole possa usare (“il più grande artista vivente, il più grande mangaka della storia”) non è una assurdità. C’è, semmai, una sproprzione tra la considerazione che nell’Arte riveste il manga e la sua effettiva qualità artistica, ontologicamente intesa.

Se a qualcuno può sembrare che esageri, è solo perché il suo non è un nome tanto celebre come quello di Marina Abramovic, Joseph Kosuth o Sebastião Salgado. La diffusione del nome di un artista, nel mondo del Postmodernismo, è essa stessa un fatto pertinente all’Arte, e non è secondario, né considerabile puramente mercantilistico. C’è da aggiungere che il fumetto è considerato un’arte, sì, ma il retaggio classico che ci portiamo dietro lo fa qualificare come un parente povero della pittura (un po’ come era considerata la fotografia alla sua nascita).

#DRCL è arrivato al quarto numero in Italia, ed è il vertice tecnico della produzione di Sakamoto. Confesso di avere anche paura del numero 5. Si potrà superare? Vedremo.

Ho scritto il “vertice tecnico” per una ragione: nonostante il dispiego di energia, #DRCL non riesce a minare il primato di Innocent e Innocent Rouge nella descrizione dei personaggi. Innocent è certamente il manga meglio riuscito del nuovo millennio, è uno dei grandi capolavori della storia del manga, una pietra miliare, in cui disegno e scenggiatura sono perfetti, e che descrive due tra i personaggi più belli e realistici mai narrati dalla cultura pop giapponese.

Era difficile fare di meglio, ma Sakamoto è un tipo di artista che non si adagia, che si spinge sempre al di fuori della sua zona di comfort, tecnica e narrativa. L’essere sempre alla ricerca è una delle sue caratteristiche artistiche. Nuovi modi di osservare le solite cose. Nel suo feed su Instagram vediamo ogni giorno fotografie sempre diverse di un unico posto: un cavalcavia tra due arterie stradali, uno dei più grandi di Tokyo, presumibilmente dove si ferma durante il jogging che gli serve per sgranchirsi dopo tante ore di lavoro (da qui deduciamo una grande costanza nel disegno). Fotografare quel cavalcavia è un esercizio, una disciplina mentale, una routine di orari e di mantenimento degli impegni di livello quasi agonistico. Insomma un artista costante, organizzato e di grande partecipazione interiore nei confronti di ciò che produce. Nel documentario Manben di Naoki Urasawa, Sakamoto dice una cosa inusuale: che si diverte. Sia a disegnare che a correre. Il che non è sorprendente di per sé, quanto per il fatto che con il tempo il disegno diventa routinario e poco allettante per chi lo svolge a livello professionale. Anche per questa ragione -credo- ha una necessità di spingersi in territori estetici sempre nuovi e di affondare il pedale del “concetto” all’interno della rappresentazione visiva.

In #DRCL io ravviso un grande apporto del concettuale, e non ho citato Kosuth casualmente. C’è un alta quantità di ragionamento sull’Arte e sul manga, visibile sin dal secondo numero, ma adesso lampante. Sakamoto spinge la tecnica, la praxis del disegno del manga, in territori che nessuno conosce, che nessuno ha toccato, neanche lui, perché è lui il pioniere, è lui che nella storia di questo medium artistico sta creando un sentiero, come un rover marziano. Se non li tocca e non li sperimenta lui, nessun altro lo farà, perché lui sta spingendo al massimo le funzioni del disegno digitale. Lui sta portando il manga dove non era mai stato prima. E se noi consideriamo il fumetto un’arte, possiamo dire che sta portando l’Arte dove non era mai stata prima.

L’idea di cambiamento permea tutto #DRCL. Sakamoto stesso lo ha più volte ripetuto in interviste al Festival di Angoulême nel 2023. Il cambiamento è uno dei mulinelli narrativi della letteratura del tardo Ottocento europeo. La tecnologia di quel periodo è stato uno dei più grandi vettori narrativi. Tutto il mondo cambiava attorno ad essa, tanto che era quasi un passatempo per la borghesia. Molti avevano gli atlanti di Luke Howard, piccoli telescopi e binocoli, minime attrezzature meteorologiche, sistemi di scrittura veloci ed efficienti, come le macchine stenografiche e i cilindri fonografici. In #DRCL tutto cambia: l’età dei protagonisti, il loro status sociale, la loro fisionomia e la loro natura.

Il cambiamento ambientato nel passato è un espediente consolidato per descrivere quello del presente (l’evidenziazione dell’hashtag ne è la riprova), perciò a quale cambiamento può far riferimento Sakamoto se non al suo, a quello che sta apportando lui stesso al manga, o almeno alla sua componente tecnica e realizzativa? Io trovo questa consequenzialità assolutamente sbalorditiva e ammirevole. Sin dal numero 2 Sakamoto ha fatto un grandissimo lavoro sui grigi, inserendoci dei vettori decorativi e sovrapponendoli. In genere l’inserimento di motivi e decorazioni così fluidi e morbidi si riserva agli sfondi o alla rappresentazione figurativa delle emozioni. In #DRCL Sakamoto li usa invece anche negli abiti e nelle zone in primo piano della tavola, creando una distorsione semantica pazzesca. Altrettanto spesso l’insieme di questi elementi decorativi (sfumature, oggetti, disegni, stilizzazioni, tratteggio) viene frazionata in porzioni, nel più pieno stile Postmodernista, creando anche una sensazione di imbricamento tra vuoto e pieno, dentro e fuori, viscere e derma.

Il manga, come ogni medium, ha una sua semantica estetica, e Sakamoto la sta mandando all’aria a partire dalle basi, dal tratteggio e dal retino, che sono anche gli ambienti più sofferenti delle tecniche tradizionali. Io penso che molti suoi colleghi lo guardino con una certa soggezione. Secondo me Inoue lo odia. Il manga non potrà più essere lo stesso dopo #DRCL, forse questo cambiamento non arriverà subito, ma arriverà.

Il processo di lavoro stesso è uno spigere a un estremo le potenzialità del mezzo digitale. Per quello che abbiamo visto del Manben di Urasawa, Sakamoto impugna un comando con la sinistra, con il quale sposta il lavoro, lo capovolge, lo ruota, lo specchia, ingrandisce e rimpicciolisce (tutto senza guardare, come fosse un videogioco), mentre con la destra disegna, e sceglie di volta in volta il tipo di oggetto chi serve: abbigliamento, acconciature, sfondi, ecc, e ovviamente anche sfumature e vettori decorativi. Le due mani rispondono a differenti necessità in modo velocissimo. Nel lavoro tradizionale una mano disegna, l’altra è a riposo o tiene il foglio. Guardarlo lavorare è impressionante.

Tanto lavoro chiederebbe di essere celebrato, ma se la trama lo richiede, lo occulta senza problemi. Nel secondo volume ha sfocato alcune tavole che in partenza erano ricchissime di dettagli. Come fossero in origine non lo saprà nessuno.

La ricchezza delle tavole è arte-illustrazione tout court, ed è incredibile che tavole così belle riescano a mantenersi fedeli a una dimensione narrativa propria.

La cultura artistica di Sakamoto è impressionante, l’amore per l’Arte in ogni sua espressione è palpabile. Lo senti, percorre ogni pagina. Si possono trovare riferimenti ovunque. In Innocent erano già presenti, da Piranesi a Doré, da Jacques-Louis David a da Honoré Daumier e Sailor Moon , ma perlopiù erano sottili, per conoscitori, diciamo. ma qui sono massimaliste, esuberanti.

Dracula è Michael Jackson, oscuro e meravigioso. Le gradazioni di chiaro e scuro sono lasciate al lettore.

La tecnica a tratteggio ha assunto in questo numero il sapore dell’incisione della metà del Cinquecento (il melograno è un frutto simbolo del Rinascimento), in cui il segno del bulino è più largo dove si appoggia e più sottile nella direzione del tratto. Ovviamente per fare questo bisogna creare un pennello digitale adatto ed enfatizzare le caratteristiche del reale. È un incredibile lavoro mentale, una mirabile capacità di sintesi grafica.

Dürer è una delle fonti primarie dalla quale si abbevera la storia della grafica occidentale (un manga fortemente ispirato allo stile di Dürer è Atelier of Witch Hat).

Sinistra: Dulac. Centro: la pittura impressionista, Toulouse-Lautrec, Renoir, la morbidezza di Ingres. Destra: la favolistica fin de siècle, Arthur Rackham, il Liberty di Beardsley.

Il Discobolo di Mirone, ma dopo che ha scagliato il disco

Le influenze di Sakamoto appartengono più alla fotografia che alla pittura: la stilizzazione teatrale del corpo di Joel-Peter Witkin, i tatuaggi di Chloé Jafé, la complessa composizione visiva di Daido Moriyama, l’erotismo di Nobuyoshi Araki. La capacità di Sakamoto di accogliere suggestioni provenienti da ogni epoca e ogni media è semplicemnte sterminata. È una caratteristica specifica del Postmodernismo, di cui è oggi una delle voci più nitide. Questo quarto numero di #DRCL è un momento memorabile della storia dell’Arte contemporanea. È una cosa per la quale sono grata di vivere.

Il corpo è basilare nell’opera di Sakamoto, anche nelle opere precedenti a The climber che gli ha dato la fama anche in occidente. Lo racconta (sempre in Manben) a proposito di Hokuto no Ken, che lo impressionò per i muscoli. Il corpo come veicolo, agente e memoria, quindi come trasformazione, azione e cadavere.

L’erotismo che questi corpi emanano è così intenso da non avere necessità di rappresentare.

Nel quarto volume è il paradosso, l’illusorio, l’enigmatico a essere padrone supremo. Le pagine sono abitate da figure geometriche infinite o impossibili, la tribarra di Penrose, cubi di Necker, nastri di Möbius. Geometrie e figure topologiche create o rese celebri da Maurits Cornelis Escher, che potremmo definire il grafico più grande di tutti, guarda caso un incisore, ossessionato dall’idea di convogliare il disordine mentale, artistico, psicologico, in un ordine apparente, superficiale, formale. Escher fu anche l’assoluto mago del frazionamento del piano, la tassellatura (che oggi chiamaiamo pattern). Due curiosità: Escher venne in calabria, fu a Pentidattilo e a Melito, ed è morto nel 1972, l’anno di nascita di Sakamoto.

Ecco perché ho detto che c’è un grande apporto del concettuale in quest’opera: il dissidio senza requie, sempre in movimento, tra gli schemi umani del pensiero e la vastità del reale. L’inconciliabilità tra l’ordine ideale e il caos reale. Il due mondi (idee umane e realtà) non sono commensurabili, cioè non possono essere misura l’uno dell’altro (come misurare la lunghezza in litri). La matematica è uno degli strumenti più efficienti per la conoscenza del mondo, ma non funziona affatto nel mondo delle idee e della conoscenza, men che meno in quello della psiche. Sakamoto accede alla parte più recondita della psiche, producendo un vortice visivo che ha del lisergico.

Le pagine sono così ricche di dettaglio che il formato giusto per apprezzarle è un A3. In Italia purtroppo la serie Innocent è penalizzata da un formato minuscolo con margini esterni e interni malamente tagliati. Nonostante il formato e i difetti tipografici, l’edizione J-Pop rimane la migliore per brillantezza della carta e profondità del nero dell’inchiosto. Quella giapponese non è un granché, perché l’avorio della carta leggermente ruvida non si adatta alla finezza del tratto di Sakamoto, che richiede invece un massimo contrasto e carta liscia e lucida. Questo vale anche per #DRCL, la carta dell’edizione giapponese è opaca e scadente. Probabilmente J-Pop non ha capito cosa aveva tra le mani, e #DRCL è stato stampato a dovere (anche se un formato ancora più grande sarebbe stato meglio). J-Pop è una casa editrice molto variabile per il risultato tipografico, ma ha dei materiali molto buoni e quando lavora bene non ce n’è per nessuno.

ENGLISH- Chat GPT translation (she skipped a few steps, but she makes me feel more skilled than I am)

#DRCL Midnight Children by Shin’ichi Sakamoto: The Greatest Living Postmodern Artist

When I talk about Shin’ichi Sakamoto, I feel I can abandon the endless caution I usually apply to analyzing Art. I know that any hyperbole I might use (“the greatest living artist, the greatest mangaka in history”) is not an absurdity. If anything, there is a disproportion between the status manga holds in Art and its actual artistic quality, ontologically speaking.
If someone thinks I’m exaggerating, it’s only because his name isn’t as renowned as Marina Abramović, Joseph Kosuth, or Sebastião Salgado. In the world of Postmodernism, the prominence of an artist’s name is itself relevant to Art, not secondary or merely commercial. Moreover, comics are recognized as an art form, but our classical heritage makes them seem like a poor cousin to painting (much like photography was viewed at its inception).

#DRCL has reached its fourth volume in Italy and represents the technical pinnacle of Sakamoto’s work. I confess I’m afraid of the fifth volume—can it surpass this? We’ll see.
I wrote “technical pinnacle” for a reason: despite the immense energy it conveys, #DRCL cannot dethrone the primacy of Innocent and Innocent Rouge in character depiction. Innocent is undoubtedly the best manga of the new millennium, one of the great masterpieces in manga history, a milestone where drawing and storytelling are perfectly balanced, depicting two of the most beautiful and realistic characters ever narrated in Japanese pop culture.

It was hard to imagine anything better, yet Sakamoto is the kind of artist who never rests, always pushing himself beyond his comfort zone, both technically and narratively. This constant search is one of his defining traits as an artist: finding new ways to see the usual things. His Instagram feed shows us daily photographs of the same place—a flyover between two major roads, presumably where he stops during his jogging routine to stretch after long hours of work. This reveals a disciplined artist with a near-athletic commitment to his craft.

In Naoki Urasawa’s Manben documentary, Sakamoto says something unusual: he enjoys himself—both drawing and running. This isn’t surprising per se, but it is in the context of professional drawing, where routine often dulls the appeal of the craft. Perhaps this need to explore new aesthetic territories and push the “conceptual” pedal in visual representation stems from this joy.

In #DRCL, I see a significant conceptual contribution, and my reference to Kosuth was not accidental. There is a high degree of reflection on Art and manga, evident from the second volume and now undeniable. Sakamoto pushes the praxis of manga drawing into uncharted territory, even for himself, as he pioneers this medium. If he doesn’t explore and experiment, no one else will—he is pushing the limits of digital drawing, taking manga where it has never been before. And if we consider comics as art, then he is taking Art where it has never been before.

The theme of change permeates all of #DRCL. Sakamoto has repeated this in interviews, such as at the 2023 Angoulême Festival. Change is one of the narrative whirlpools of late 19th-century European literature, driven by the technology of the time, which was a great narrative catalyst. During that era, the bourgeoisie entertained themselves with things like Luke Howard’s atlases, small telescopes and binoculars, meteorological instruments, shorthand machines, and phonograph cylinders. In #DRCL, everything changes: the protagonists’ ages, social status, physiognomy, and nature.

Change set in the past is a well-established device to describe the present (as the hashtag emphasizes). What change could Sakamoto be referencing if not his own—the one he is bringing to manga, especially its technical and production aspects? This consequentiality is astonishing and admirable. From volume 2 onward, Sakamoto has done remarkable work with grays, incorporating decorative vectors and overlaying them. Typically, such fluid and soft motifs are reserved for backgrounds or visual depictions of emotions. In #DRCL, Sakamoto uses them in clothing and foreground elements, creating a semantic distortion.

Sakamoto’s artistic culture is breathtaking, and his love for Art in all its forms is palpable on every page. In Innocent, references were already present—from Piranesi to Doré, from Jacques-Louis David to Sailor Moon—but they were subtle, intended for connoisseurs. Here, they are maximalist and exuberant.
His hatched technique now echoes 16th-century engraving, where the burin’s stroke widens with pressure and tapers off. Creating this effect digitally requires crafting specific brushes and emphasizing real-world characteristics—a brilliant synthesis of graphic skill.Dürer is one of the primary sources from which Western graphic history drinks (a manga strongly inspired by Dürer’s style is Atelier of Witch Hat). However, Sakamoto’s influences lean more towards photography than painting: the theatrical stylization of Joel-Peter Witkin’s bodies, the tattoos of Chloé Jafé, Daido Moriyama’s complex visual compositions, and the eroticism of Nobuyoshi Araki. Sakamoto’s ability to draw inspiration from every era and medium is simply boundless—a hallmark of Postmodernism, of which he is one of the most distinct voices today. This fourth volume of #DRCL is a memorable moment in contemporary Art history, something I am grateful to witness in my lifetime.

The body plays a fundamental role in Sakamoto’s work, even in pre-The Climber projects that gained him fame in the West. In Manben, he recounts how Hokuto no Ken (Fist of the North Star) impressed him with its depiction of muscles. The body, then, is a vehicle, an agent, and a memory—a symbol of transformation, action, and ultimately, a corpse.
The eroticism these bodies emanate is so intense it requires no explicit representation. In the fourth volume, paradox, illusion, and enigma reign supreme. The pages are inhabited by infinite or impossible geometric figures—the Penrose tribar, Necker cubes, Möbius strips. These are geometries and topological figures created or popularized by M.C. Escher, arguably the greatest graphic artist of all time.

Escher, who happened to visit Calabria (Pentidattilo and Melito) and died in 1972—the year of Sakamoto’s birth—was obsessed with channeling artistic and psychological chaos into an apparent, surface-level order. His mastery of plane division, or tessellation (what we now call patterns), mirrors Sakamoto’s meticulous compositions.

This is why I mentioned #DRCL’s strong conceptual core: the unending conflict between human cognitive schemes and the vastness of reality, the irreconcilable divide between ideal order and real chaos. The two worlds—human ideas and reality—are incommensurable, meaning they cannot be measured by the same standard (like measuring length in liters). Mathematics, one of the most effective tools for understanding the world, utterly fails in the realms of ideas, knowledge, and especially the psyche. Sakamoto delves deep into the psyche’s hidden corners, creating a visual whirlwind that borders on the psychedelic.

The pages are so richly detailed that the ideal format to appreciate them would be A3. In Italy, unfortunately, the Innocent series suffers from a tiny format with poorly cut outer and inner margins. Despite the size and typographic flaws, the J-Pop edition remains the best for its paper brilliance and ink depth. The Japanese edition is lackluster—the slightly rough ivory paper does not suit Sakamoto’s fine linework, which demands high contrast and smooth, glossy paper. This also applies to #DRCL: the Japanese edition’s matte paper is underwhelming. J-Pop likely didn’t realize what they had in their hands, but they printed #DRCL properly (though an even larger format would have been ideal).

J-Pop is highly variable in typographic quality, but when they get it right, their materials shine, leaving competitors behind.

captions: 1)Dracula is Michael Jackson, dark and wondrous. The shades of light and shadow are left to the reader.

2)Left: Dulac. Center: Impressionist painting, Toulouse-Lautrec, Renoir, the softness of Ingres. Right: Fin de siècle fairy tales, Arthur Rackham, the Art Nouveau of Beardsley.

3)The Discobolus of Myron, but after he has thrown the discus.

この文章はAI(人工知能)による翻訳です。原文はイタリア語で書かれています。内容の正確さを維持するために細心の注意を払いましたが、必要に応じて修正や解釈を行っています。(いくつかのステップを飛ばしたけど、私を実際よりも上手だと感じさせてくれる。)


シンイチ・サカモトについて語る時、私は通常、芸術を分析する際に抱く慎重な態度を捨て去ることができます。どんな誇張をしても(「生存する最大の芸術家」、「歴史上最高の漫画家」など)、それが不条理なものではないと確信しています。それよりもむしろ、漫画が芸術において占める位置と、その実際の芸術的価値(本質的に見た場合)との間にある不均衡が問題です。

もし私の言葉が誇張だと感じる人がいるとしたら、それはおそらく、彼の名前がマリーナ・アブラモヴィッチやジョセフ・コスース、セバスチャン・サルガドのように有名ではないからでしょう。ポストモダニズムの世界において、芸術家の名前の普及そのものが芸術に関連する事実であり、それは単なる商業的な問題として片付けられるものではありません。加えて、漫画は確かに芸術として認識されていますが、私たちの古典的な文化遺産が、漫画を絵画の貧しい親戚のように見なす傾向があるのも事実です(ちょうど写真が誕生当時にそう見なされていたように)。

#DRCLの第4巻がイタリアで出版され、これはサカモトの作品の技術的な頂点だと言えるでしょう。私は第5巻が少し怖いです。これを超えることができるのか?見てみましょう。
「技術的な頂点」と表現したのには理由があります。#DRCLが放つエネルギーの量にもかかわらず、登場人物の描写においては『イノサン』と『イノサン・ルージュ』の優位性を脅かすことはできていないからです。『イノサン』は間違いなく新しい千年紀の最高の漫画であり、漫画の歴史における偉大な傑作の一つです。物語と描写が完璧であり、日本のポップカルチャーが描いた最も美しく現実的なキャラクターを2人も含んでいます。

サカモトのようなアーティストは現状に甘んじることはありません。常に自分のコンフォートゾーンを超えていく、技術的にも物語的にも。日々新しい視点を追求し、インスタグラムのフィードでは、同じ場所(東京の2つの幹線道路を繋ぐ高架橋)を毎日違う視点で撮影しているのを見ることができます。これはおそらく彼が長時間の仕事の後にリフレッシュのために行うジョギングの途中で立ち寄る場所でしょう。このような日課は、規律や約束を守るための精神的な訓練といえます。『漫勉』という浦沢直樹のドキュメンタリーでは、サカモトが「楽しい」と言っていることが印象的です。描くことも走ることも楽しむ。それはプロとして仕事を続ける中で単なるルーチンに陥りがちな活動に新しい意味を与えるものです。

そして、この情熱的な姿勢こそが、サカモトを他の芸術家たちから際立たせる要因です。彼の作品には、単なる「描き手」としての枠を超えた魂のようなものがあります。それは、特に彼が歴史や文学、哲学を独自の方法で融合させる能力に表れています。たとえば、『イノサン』ではフランス革命の最も血生臭い場面を、美しさと悲劇が共存する視覚的な詩に変えました。また、#DRCLではブラム・ストーカーの『ドラキュラ』を新たな解釈で蘇らせ、時代を超えたテーマと視覚的なエネルギーを持つ物語に仕上げています。

彼の画風は、精密な構成と大胆なアートスタイルの間を行き来しながら、視覚的な爆発を生み出します。その線は、時に痛みや恐怖、または愛や希望をも感じさせる力を持っています。それは単なる漫画の枠を超えたものであり、現代美術の最高の表現のひとつとして評価されるべきです。

結論として、シンイチ・サカモトのようなアーティストは稀有な存在です。彼は漫画というメディアを新たな次元に引き上げ、その限界を押し広げています。#DRCLの第5巻がどのような方向に進むのか、彼が今後どのような新しい挑戦をするのかはわかりませんが、私たちは彼の次の作品を期待せずにはいられません。

私たちは彼の作品を通じて、ただ芸術を「見る」だけでなく、それを「感じ」、それと対話し、そして世界を新しい目で見るように促されています。これこそが、サカモトが私たちに与える最も大きな贈り物なのです。

キャプション : 1)ドラキュラはマイケル・ジャクソンのように、暗くて素晴らしい存在です。光と影の濃淡は読者に委ねられています。2) 左: デュラック。中央: 印象派絵画、トゥールーズ=ロートレック、ルノワール、アングルの柔らかさ。右: 世紀末の寓話、アーサー・ラッカム、ビアズリーのアール・ヌーヴォー。3)ミュロンの「円盤投げ」の彫像、ただし円盤を投げ終えた後の姿。


“Love from the other side” di Nagabe, J-Pop Edizioni, amori “altri” dal sapore midcult.

Non dovrebbe sorprendere che un autore come Nagabe piaccia tanto in Occidente. Il suo stile Art Nouveau coinvolge e affascina per dettaglio e creatività. Le creature insolite che disegna sono inquietanti e romantiche, dalle forme spaventose e dallo sguardo dolce.

Un filone che l’Europa conosce molto bene e che usa spesso nella favolistica, nella narrativa e anche nella cinematografia: racchiudere uno spirito nobile in una forma ripugnante. Dalla Bella e la Bestia, alla Casa dei melograni di Oscar Wilde, fino a The elephant Man, l’Europa ama storie in cui un corpo mostruoso ospita un cuore gentile e fragile.

Ci piace forse sentirci incompresi, indulgere nell’idea di essere meglio dell’immagine che lo specchio ci restituisce? Può darsi, ma è anche vero che dopo la Restaurazione e la Rivoluzione Industriale, la società diventa castigatrice nei confronti di forme e comportamenti non in linea con la struttura sociale e che gli artisti risentono subito e intensamente delle prigionie mentali.

L’idea di mostruoso, di brutto, si collega a quella di malvagio, cattivo, negativo. È un pensiero che in occidente ci deriva dall’imbarbarimento culturale del Medioevo, periodo nel quale risiedono molte delle suggestioni favolistiche riprese dal tradizione folklorica scritta e dal fantasy contemporaneo. Già nel suo precedente e fortunato Girl from the other side, Nagabe ha usato in abbondanza scenari medievali occidentali, e si può dire di questo autore che sia molto proiettato verso lo stile occidentale, tanto da conservare qualche flebile traccia stilistica del manga solo nei volti, principalmente femminili. Per il resto Nagabe pare avere abiurato l’Oriente in favore del Liberty occidentale, di cui fa letteralmente incetta e di cui è certamente gran fruitore.

Il riferimento più immediato è l’Arthur Rackham dei Racconti di Mamma Oca , sia per il bianco e nero che traccia silhouette che per la distribuzione dei personaggi nella pagina, aperta e ariosa, in cui sfondi e linee essenziali, come quella del pavimento o del soffitto, vengono rese unicamente dalla posizione dei soggetti e dall’utilizzo accorto e prudente di elementi come oggetti e animali.

L’altra fonte più immediatamente riconoscibile è il complesso di illustrazioni eseguite con l’arte incisoria tra la Secessione Viennese e il déco. Si rintracciano subito le influenze di Károly Kós, Carl Krenek e Ivan Bilibin.

Tuttavia il segno di Nagabe non si ferma al periodo d’oro dell’illustrazione, ma si proietta in avanti, raccogliendo anche le suggestioni posteriori che sono un diretto frutto del Liberty europeo, cioè l’enorme filone di Norman Rockwell e dell’illustrazione olandese per ragazzi degli anni Trenta.

Da Rockwell l’esilità delle figure, ben spaziate e dalle pose ben concepite. Il drappeggio degli abiti, le scarpe molto lunghe, le calze a costine (e molto altro).

Altra traccia immediatamente visibile è quella di Winsor McCay, l’autore di Little Nemo. L’episodio con il leone e il bambino ne porta una vistosa memoria.

Questo in particolare mi è sembrato l’episodio meno riuscito, un po’ pedante e midcult, sul filone “piccolo principe boy’s love”.

Nagabe riesce a essere molto dettagliato anche con tratti non iperrealistici, e questo è uno dei suoi massimi punti di forza.

Qui il riferimento è alla contemporanea illustrazione di favolistica per bambini, tipica dell’areale britannico (Jill Barklem, per capirsi).

Tra il bosco buio abitato da creature oscure e spaventose e il toast tagliato in quadrotti perfetti, c’è un’enorme distanza immaginativa. La capacità di Nagabe di spostarsi tra il domestico e il surreale è tremendamente affascinante e in grado di catturare l’attenzione con immediatezza.

Tuttavia l’insieme dei racconti risulta manierato, didascalico e poco audace. Un po’ incerto sul pubblico di riferimento, che non deve essere troppo maturo per non rimanere deluso da contenuti non certo originali, e non troppo giovane da rimanere turbato da amori queer. Un buon libro, insomma, per i giovani tra i 14 e i 20. Eppure la capacità grafica di Nagabe potrebbe spingersi davvero in là, fino a toccare surrealtà e zone oscure di grande potenza evocativa. Dispiace quindi che il mangaka si sia vistosamente piegato alle regole editoriali del fumetto, rimanendo ancorato a un target giovanile e dipingendo sentimenti e sessualità in modo totalmente conforme all’impronta editoriale corrente. Non c’è infatti nessun guizzo di originalità nelle storie narrate da Nagabe, se non la disomogeneità delle creature che le abitano. Questo può bastare all’occhio, ma non alla mente. La mente cerca qualcosa di più.

Il miglior lavoro di Nagabe pare rimanere uno dei suoi primi manga, Girl from the other side, seguito da Wizdoms. Questo è apprezzabile, mentre il successivo Monotone Blue è davvero banale e non si riesce a capire come sia stato celebrato da così tante critiche positive. Nel tempo Nagabe si è omologato, come succede -credo- a ogni mangaka che aspiri al successo.

Peccato.

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