Il giardinaggio “al femminile” spiegato dai maschi alle femmine. Poi però qualcuno lo spieghi a me, per favore.

Ho letto più volte un noto (in Italia) critico dei giardini, di cui non faccio il nome (Guido Giubbini, presidente del comitato scientifico della celebre (in Italia) rivista “Rosanova”), sostenere che esiste un “giardinaggio al femminile”.
A questo punto il ventaglio delle domande si apre: se esiste un giardinaggio al femminile, esiste anche un giardinaggio al maschile?
E se questo vale per maschi e femmine, vale per gay, lesbiche, trans, bisex, tavestiti, per BDSM, per i fetiscisti, quelli che si travestono da mobili o che si fanno fare la pipì addosso?
E per ognuno di questi generi o transgeneri, quale sarebbe -di grazia- la tipologia di giardinaggio praticata?
Speriamo che l’illuminazione non tardi a venire.
Ma mi domando, non è che poi si rimane sul classico, nel dualismo maschio/femmina, con la consapevolezza di scatenare le ire della gente? Al massimo si scrive “giardiniere 1 – giardiniere 2” tanto per metterci una pezza?
O ancora “giardinaggio al femminile” significherebbe che c’è un modo di fare giardinaggio che sarebbe quello giusto, quello fatto dai maschi, e un altro modo, meno elevato, per così dire, che è quello delle femmine? Un filino subdolo, no? Sono malpensante? Me lo auguro.
Ma attendiamo e per il resto mistero della fede giardinicola.Tanto siamo sotto Natale.

Non è la prima volta che sento queste cose, e purtroppo per buona parte della mia vita ci ho anche creduto. Una volta una mia insegnante di illustrazione, di cui non faccio il nome (Valeria Ricciardi, tecniche di base, Istituto Europeo di Design, anno Domini 1991), disse che si poteva capire benissimo se un disegno era fatto da un uomo o da una donna.
Il famoso “conto alla femminina” (cioè il calcolo aritmetico per dare il resto) è più che automatico per tutti ma viene declassato come elementare.
Un ingegnere giardiniere che spero legga e si riconosca, disse che l’ingegneria non è per il cervello delle donne, e che le sole donne iscritte a Ingegneria erano “maschi” (dunque non scopabili).

solitary-summer-von-arnimTornando al giardino e al giardinaggio (che sono comunque due cose diverse), mi starebbe benissimo se con “giardinaggio al femminile” si volesse intendere una ricapitolazione storica e sociale di come alle donne di buona società, cioè quelle che potevano permettersi un giardino, non fosse consentito piantare e zappare poiché attività disdicevoli, e di come alle donne fu permesso di lavorare in giardino, blandamente, con i guanti e per piccoli lavoretti di piantagione di fiori, bulbi o semine a spaglio, solo a metà dell’Ottocento, quando l’offerta di piante in vaso era tale da dover smaltire una enorme quantità di merce e si rese necessario raddoppiare il mercato degli acquirenti, inserendo anche la clientela femminile. Abbiamo molte testimonianze dai cataloghi di vendita per corrrispondenza e dagli opuscoli dedicati al pubblico maschile e femminile (all’epoca i gay venivano ancora frustati a sangue e mandati nei campi di lavoro, figuriamoci il giardino).
Sarebbe infatti interessante capire come le necessità hanno influito sull’emancipazione della donna in giardino, specie in America, dove tutto è avvenuto molto rapidamente. Alle donne erano affidati il backyard garden e la manutenzione delle erbe curative, l’orto e il frutteto. Nelle zone del Texas molte donne diventavano curanderas, cioè guaritrici.
Nella Vecchia Europa le cose procedevano molto più lentamente: ce lo racconta Elizabeth von Arnim, ce lo racconta E.M. Forster, ma anche George Eliot, la stessa Sackville-West.
Quando la storia del giardino fu invasa dalle varie femmine giardinicole (Jekyll, Crowe, Hobhouse, Taverna, Verey, Thaxter, Fish e compagnia cantante), il mercato era già pronto, e dunque lo era la società. Via libera alle femmine piantatrici di bulbi che riempiranno di fiori i loro giardini e di soldi le nostre tasche!
Se Emma poteva solo cucire sul prato, ritrarre le rose fiorite e le sorelle Dashwood passeggiare tra le folly, un secolo dopo la Signora Miniver riusciva a mettere le mani nella terra, ma l’unico rapporto che Rebecca de Winter aveva con i fiori era la loro disposizione in vaso. Le classi sociali in questo erano estremamente prescrittive.
Occorre la Seconda Guerra Mondiale, il victory garden, o qui in Italia “orticello di guerra”, il lavoro delle donne in fabbrica e le lotte femministe per ottenere una equipollenza della donna in giardino, che tuttavia non è reale ma -a dir dell’uomo- limitata dalla minore forza e resistenza fisica. Naturalmente tutte le donne che fanno giardinaggio sanno di poter svolgere anche i lavori pesanti (più che un uomo basterebbe solo un’altra persona come aiuto, sia essa maschio, femmina o transgender). D’altra parte la presunta debolezza della donna non coincide con la sua storica posizione di bestia da soma e animale da lavoro: basti pensare alle mondine, alle gelsominaie, alle raccoglitrici di olive, alle donne con cercine e pesanti ceste sulla testa, o in tempi moderni, donne neanche più giovani che scaricano camion di frutta.

Ciò che io temo nella frase “giardinaggio al femminile” è un pretestuoso tentativo di dimostrare, con tendenziosità, che le femmine della specie si dedichino alla coltura del fiore più che della pianta, agli accostamenti tra fiori e colori, alle composizioni in vaso, anche se transitorie come la loro memoria, alle fioriture in massa perché di più è bello, ai colori azzurri e bianchi, rosa e bianchi, rossi e bianchi, alle piante con foglioline delicate e soffici, alle rose, alle rose con le perenni, alle rose con le annuali, alle rose con le graminacee, alle rose con le rose. Insomma che non siano troppo attente alla qualità dei verdi, alle loro sfumature, agli accostamenti tra fogliami, al giardino senza fiori, alle piante legnose, agli alberi, ai prati, alle attrezzature, alle motoseghe, e in genere a tutti i lavori di manutenzione come il tutoraggio dei rami o la potatura delle siepi. Inoltre si sa che le femmine hanno un odio genetico per tutte le piante a spada, quindi tra la Yucca e Satana è meglio Satana, per i cactus troppo grandi (forse perché si spaventano delle forme falliche, poverette), per le palme e gli alberi esotici perché non capiscono un cazzo se una pianta è rara o no. Termini come “monocarpico” o “cleistogamo” non fanno parte del loro vocabolario, che è invece pieno di aggettivi su come descrivere un colore, una foglia, l’aria del mattino, la luce del sole, la pace, il silenzio, il fruscio del vento, la lettura, la tazza di tè. Aspetti tecnici e pratici, quali la botanica, l’entomologia e le sue applicazioni, le patologie, la coltivazione di piante “utili”, sono del tutto estranee alla mente femminile.
Per la femmina il giardino si risolve tutto in letture, pensierini, citazioni, poesiole, consigli su come accostare questa e quella pianta, ghirlande e disegnini.

Per la cronaca, questi l’hanno fatti due maschi.

Best Show Garden designed by Tom Stuart-Smith, Daily Telegraph Garden, 2006 Chelsea Flower Show

Best Show Garden designed by Tom Stuart-Smith, Daily Telegraph Garden, 2006 Chelsea Flower Show

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Ippolito Pizzetti, Canon Ellacombe, Goethe, lo stesso Giubbini, Marco Martella, Richard Mabey, Čapek, Borchardt, Pindemonte, Osti, Trevisan, Delerm, Eden, Peregalli, Tergit, Monty Don e per finire Pejrone, Pagani e Perazzi, hanno messo nei loro libri oltre a consigli pratici su fiori e colori, una buona dose di poesia, letteratura, citazioni e umorismo. Alcuni non esenti da mielosità dozzinale e appiccicaticcia.
Mentre non c’è prosa più asciutta, divertente e interessante di quella di Andrea Wulf (femmina) o più compassata e accademica di Annalisa Maniglio Calcagno. Beatrix Potter è stata una giardiniera assai pratica e senza illusioni di grandiosità, e credo che nessuno abbia scritto una storia dei giardini così dettagliata e ricca come Marie Luise Gothein.
I consigli per gli accostamenti di colori ce ne dati anche troppi Christoper Lloyd con la serie dei libri per “giardinieri avventurosi” (che diciamocelo, sono un po’ commerciali), e pensieri sparsi e digressioni sono il cuore delle “passeggiate botaniche” di Rousseau.
Insomma, pare che il maschio della specie non sia esente da “scivoloni nel giardinaggio al femminile” (cit.).
Domanda: saranno gay, trans, bi, tri? Oppure, no, dico, la butto lì, non sarà che non esiste un giardinaggio maschile e uno femminile, e che è tutto un fatto storico e culturale, cioè appreso?

Ma già all’orecchio… Lo sentite? “Giardinaggio al femminile”. Come una brutta copia di qualcosa. Una versione adattata per piacere a un certo pubblico, come Jack London che arriva in Italia in versione ridotta illustrato per bambini. Facciamo La Sirenetta a cartoni animati, ma la facciamo finire bene! Facciamo un giardino per femmine, perché esse non sono in grado di comprendere il vero giardino (intanto però gli vendiamo i fiori). E poi, si sa, la brodura mista migliore l’ha fatta Sir Lawrence Johnston, un maschio. I grandi paesaggisti sono tutti maschi, le femmine al massimo fanno l’aioletta.
Ma certo, Caruncho, Barragán, vuoi mettere?
Vuoi mettere che solo dagli anni Ottanta alla donne è stato consentito di avere una visibilità professionale? Vuoi mettere che prima una donna difficilmente poteva iscriversi ad Architettura, e difficilmente sarebbe stata considerata una professionista pari a un uomo? Vuoi mettere che nella storia le donne hanno sempre lavorato ai margini, con talenti enormi che dovevano rimanere imbrigliati nelle possibilità sociali dell’epoca? Vuoi mettere che -come scrisse Virginia Woolf- nella storia la firma “Anonimo” coincide con il nome di una donna?

Ovviamente oggi è tutto diverso, e le femmine possono finalmente fare le architette del paesaggio, ma che risultatati vuoi che ottengano? Boh, robetta, giardinetti pieni zeppi di fiori… Ad esempio questo:

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o questo…

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Insomma, senza andare a scomodare i grossi nomi di Beatrix Farrand, Kathryn Gustafson, Paola Viganò, o la buonanima di Zaha Hadid, di architette ce ne se sono, oggi, eccome.
E a volte mettono tanti fiori nei giardini che progettano, a volte no. Di certo non credo che siano interessate a ciò che i maschi pensano su come loro interpretano il giardino. Credo siano più interessate a guadagnare e fare il loro lavoro, esattamente come i colleghi maschi.

Qualche link utile:
Ranker.com – Architette illustri
Ranker.com – botaniche illustri
Lista di architette su Wikipedia

Sette donne vincitrici di un premio per l’Architettura del Paesaggio

Andrea Cochran
Cheryl Barton Studio
Mia Lehrer e associati
Katherine Spitz
Pamela Palmer
Lauren Meléndrez

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Banzai! Lunga vita agli alberi nani!

Esistono due o tre luoghi comuni al mondo: uno è che i Vulcaniani siano solo logici e cerebrali, incapaci di poesia e trasporto. Due è che i Klingon siano un popolo esclusivamente feroce e bellicoso e che non sappiano nulla d’arte e romanticismo. Tre è che i bonsai siano una tortura per le piante.
Per i primi due lascio al lettore il piacere della scoperta, ma per il terzo indicherei come più recente apoteosi di tale punto di vista nella nostra italietta giardinicola l’articolo di Pia Pera in chiusura di Gardenia di questo mese ( agosto 2009, n°304, pag. 156).
Pia Pera è anche troppo per Gardenia, ma mi duole vedere come così preziose occasioni di dare un proprio contributo alla cultura del giardinaggio italiano vadano regolarmente sprecate. Una “bustina” alla fine di un mensile è qualcosa di troppo importante per scriverci banalità a fiotti. Passi per le divagazioni sentimental-descrittive con cui ci ingozza da tempo…e la libellula sul fiorellino, e le goccioline d’acqua, e il profumo dei prati fioriti… ma attenzione quando si va a toccare temi di tale portata estetica, artistica, filosofica, antropologica, senza dimostrare neanche una vaga conoscenza dell’argomento nè il benché minimo tentativo di comprendere ciò che si analizza.
Passi anche l’ignoranza a palate, o una presa di posizione partigiana e impermeabile (la critica doc -è noto- passa anche per questo) ma almeno sorprendici, facci divertire, facce ride’…
Niente. In questa “bustina” di chiusura c’era solo una sciatta e trasandata invettiva contro i bonsaisti, paragonati, con scarsa inventiva, ai sostenitori dei “piedini di giglio”.

Pizzetti liquidava il problema senza pensarci due volte: con un’alzata di spalle scriveva che le persone che trovano claustrofobici e orrorifici i bonsai proiettano sulla pianta problemi loro (Pollice verde, BUR, pag. 95).

Il bonsai non è per tutti, come non per tutti sono i palmizi vari, le orchidee colorate, i cactini fallici e pelosi.
Sono dei “sotto-mondi” all’interno di quello più vasto del giardinaggio. Ci sono gli adepti dell’erbacea perenne da fiore, la setta dei tropicalisti, i cactus-maniaci, i patiti delle orchidee, chi colleziona piante velenose, chi raccoglie piante “utili”, ecc.
Molte volte chi si chiude in questi mondi non si occupa per nulla degli altri, ignorandoli scientemente.
E’ quasi naturale, perchè i giardinieri vanno soggetti al collezionismo come i bambini alle malattie esantematiche (cfr. il vecchio postIl collezionista di fiori).

Trascuro di entrare nel merito sociale e antropologico della storia del bonsai, che sarebbe un atto di arroganza per un occidentale, ma mi voglio soffermare su quello estetico-filosofico e naturalistico, per così dire “ecologico”.
Viene rimproverato al bonsai di essere innaturale, un eccesso di artificio, crudele e turpe. Non si metta neanche in discussione il fatto che gli alberi così trattati possano “soffrire”: la sofferenza, la crudeltà e la turpitudine che aleggiano attorno al bonsai non sono rivolte agli alberi, ma all’uomo.
Con chi crede il contrario non ho nulla da dirmi.
Quindi, se l’offesa c’è, è arrecata alla sensibilità dell’essere umano, del proprio prossimo. L’alto valore simbolico delle piante ci permette di identificarci in esse, pertanto si vede nel bonsai un’ amputazione sadica, una castrazione immotivata.
Il che è evidentemente falso, poichè la potatura viene eseguita su qualsiasi pianta anche nel giardino occidentale, senza suscitare crisi di pianto da parte di nessuno, anzi, diventando “mestiere”.
Se poi si ritiene che la potatura in generale sia un’operazione crudele, raccomanderei chiunque ne sia convinto di tenersi lontano da qualsiasi cosa riguardi il giardino.

Per un orientale il bonsai ha a che fare con la religione e la meditazione, con l’educazione e la crescita umana, cose in cui non ho nè competenze nè l’ardire per addentrarmi.
Per un occidentale il bonsai è o potrebbe essere la perfetta risoluzione figurativa e plastica di uno dei problemi che caratterizza ogni estetica dell’arte e che ha assillato filosofi e critici per un paio di migliaia di anni: la mimesi della natura.
Mentre in Europa ci si dibatteva tra il massimo artificio delle stanze barocche e del giardino ancien régime e il minimo artificio (con minima spesa) del giardino Whigh e liberista del Settecento inglese, in Giappone, molto prima di allora, questo conflitto sembra essere stato risolto nel bonsai, in cui l’arte umana e quella della natura si fondono e si completano a vicenda per creare qualcosa che abbia una profonda bellezza e una potenza espressiva tanto forte (e racchiusa in una pianta così piccola) da riuscire addirittura ad annichilire chi la guarda.
E’ -in poche parole- la sintesi perfetta tra natura e artificio, c’è un intero universo racchiuso nel vaso di un bonsai, le nostre stesse vite.

Chiaramente stiamo parlando di bonsai veri, non di quegli scopazzi che vendono nei mercatini, a 10 euro l’uno, 8 se ne prendi tre. La domanda ci è lecita: è forse a questi scopazzi che si riferisce Pia Pera? Ma, buon dio, quelli non sono bonsai, non più di quanto il posacenere a forma di Colosseo non sia il Colosseo stesso!
Queste “cose” sì sono turpi e crudeli, poichè al solo beneficio dell’incasso si violenta e si offende un’arte millenaria, per di più straniera, con il risultato di un vago razzismo serpeggiante in questa sorta di “prodotto”. Ed uso le virgolette solo perchè si tratta di creature viventi, altrimenti non esiterei a definire questi scopazzi dei semplici oggetti d’uso.
Si tratta -lo dico per chi non lo sapesse- di giovani arbusti potati alla base, da cui si lasciano rinascere rametti disordinati: in tutti è infatti ben visibile il taglio del ramo centrale più grande.
Siamo davanti a dei falsi, di qualcosa che non ha più nulla a che fare nè con le piante nè con l’arte nè col Kitsch, ma con la truffa e il raggiro, con azioni non solo non-artistiche, ma immorali, che dovrebbero essere penalmente sanzionate.

Naturalmente ad ognuno è lasciato il proprio giudizio: se non vi piacciono i bonsai, fatti vostri, al massimo potrò compiangervi. Ma denigrare ciò che si dimostra così ampiamente di non conoscere e di non aver compreso, paragonandolo alla messa in piega, per di più non certo in un luogo banale come un forum o un blog, ma nella rivista “di massa” più importante d’Italia, definisce un certo modo se non altro miope, poco accorto e poco acculturato di vedere le cose del giardinaggio.

E per giunta senza neanche un briciolo di humour.