In effetti quella pianta rappresenta milioni di euro e innumerevoli posti di lavoro, e siamo al limite del comico quando penso che tu sia convinta di avere fatto una scelta fuori dalle proposte della moda, quindi tu hai in giardino una pianta che è stata selezionata per te dalle persone lì presenti, in mezzo a un mare d’erbacce

Il Diavolo veste Prada

L’informazione che non c’è

Non lo sapevo -mea culpa- che il Tgcom avesse un blog di giardinaggio.
Il Tgcom è senza dubbio l’espressione più sublime della mercificazione della notizia. Già basta che ogni volta che sento il Tgcom mi pare di essere in una puntata di Twilight Zone in cui si stanno avverando le sette profezie dell’Apocalisse, adesso ci tocca anche il “blog verde” che ci inculca serenità, allegria, voglia di vivere, contentezza per il nostro regime politico, per l’inesistente ripresa economica di cui parla il Tgcom per voce di Berlusconi, soddisfazione per le nostre qualità territoriali, paesaggistiche, agroalimentari.
Posso sputare?
L’avete visto venerdì scorso lo speciale “Propaganda” sul regime fascista? Insomma, non dichiaratamente ma questo blog del Tgcom è propaganda tanto quanto le veline al tempo di Mussolini che moltiplicavano velivoli e quadrupedi in tempo di guerra.

I fiori e le piante sono solo un pretesto per indirizzare i lettori verso questo o quell’acquisto, verso questa o quella tendenza estetica che poi si trasformerà in business economico, ma più propriamente questo genere di produzione, diciamo così, “culturale” è finalizzata alla trasformazione degli individui pensanti in masse di acquirenti illogiche ed amorfe, non senzienti, prone a qualunque sollecitazione e a qualsiasi stimolo provenga dall’esterno purchè porto da quella particolare fonte e con quelle particolari forme di comunicazione (rapida successione delle immagini, musica invadente, voce alta e femminile, tono scandalistico, frasi che sembrano slogan pubblicitari più che notizie di un tg).
Insomma, avete presente la fine di 1984 di Orwell? Il Grande Fratello mi ama, ecco la verità. Il Tgcom ti ama, Berlusconi ti ama, la politica ti ama, ti tiene come un fiore in una vaso, amati anche tu stesso, fatti un regalo, compra questa cosa, sarai più felice, fatti una coccola, dedicati del tempo, crogiolati nel culto di te stesso, sii feticista, non hai da fare nient’altro che obbedire ai miei comandi ed io sarò il tuo schiavo.

Tuttavia ho messo il “blog verde” del Tgcom tra i miei preferiti. Perchè?
Perchè anche la non-informazione è un’informazione, se la si sa leggere.
Cosa possiamo dedurre dagli articoli recenti del blog? Che il target a cui si rivolge è giovane, con un buon potere d’acquisto, di cultura media o medio-alta, soprattutto per quello che riguarda la tecnologia, che non si pone troppi problemi di tipo ecologico, o se lo fa è sempre in maniera supina, banalmente eco-modaiola. Un pubblico più interessato alla pianta come elemento d’arredo che non come esemplare in sè per sè. Un pubblico, insomma, che crede di essere sofisticato ma è invece solo civettuolo, che vuole essere sempre “sul pezzo” , à la page, che magari spende anche tanto ma che alla fine ottiene solo risultati mediocri, che fa le “tamarrate”.

Questo pubblico compone la maggior parte delle persone che acquistano le piante, e conoscendone il polso, si può anche individuare dove e come e perchè si dirigerà la longa manus del business nazionale. E’ grazie a questo tipo di blog che tocchiamo con mano la realtà delle ragazze che vogliono la rosa azzurra, delle signore che regalano le Echeveria tinte di rosso, o degli impiegati che comprano la Tillandsia per metterla sopra al pc in ufficio aspettando che fiorisca.
Non manca il glamour. Il Chelsea Flower Show con il suo progetto minimalista che più che giardinaggio sembra arredamento, i gioielli a forma di fiore sull’onda della ben più nota e costosa Gabriella Rivalta, i flower stylist che competeranno in tutta Italia (Calabria compresa!) regalandoci un reality show floreale in cui vedremo composizioni floreali che più fasulle non si potrebbe.

Absit iniuria verbis. Non è obbligatorio considerare il giardinaggio un’arte (lo sarebbe, poniamo un caso del tutto ipotetico, se uno fosse il moderatore di un forum di giardinaggio), come non è obbligatorio riconoscere lo status di arte alla cucina, e neanche alle madonne lignee del ‘700.
Non è necessario leggere Rosario Assunto se si vuol solo una petunia sul balcone, ed è legittimo avere una petunia sul balcone. Purché si sia autocoscienti di ciò che si fa.
“Voglio solo una petunia sul balcone, per la miseriaccia!” ha lo stesso valore di “Diavolo, ma perchè la funzione pratica è opposta alla funzione estetica?”.
Ma è vero anche l’inverso.
E se l’informazione “leggera” ha la sua legittimità, così non è per quella non-informazione che invece ha come unico scopo l’indirizzamento verso l’acquisto e l’imitazione, crassa, supina e pluristratificata.

Deliziatevi con Fiori&Foglie.com

Agnizione

Un paio di giorni fa, girellando su internet, ho avuto come un’agnizione. Era a dire il vero qualcosa che avevo sotto gli occhi da molto, molto tempo, e che forse mi sono ostinata a non vedere per ragioni personali.
La cosa è questa: chi ha un giardino in genere sta abbastanza bene economicamente.
Parliamo della gente comune, lasciamo stare i vari ricconi assortiti.
Saltellando tra blog e blog, da un sito all’altro, quando qualcuno posta l’immagine di un fiore (di una rosa, solitamente), tutti dietro a sbavare e a dire: “Oh, ma che colore magnifico, la voglio, la voglio, chi la vende?”. Penso che se ognuno comprasse davvero tutte le rose che ha dichiarato di voler “fare sue” durante la primavera, in autunno avrà i suoi bei conti da fare con le bollette e l’affitto.
Un’altra cosa: sempre in giro per internet, ho letto degli appuntamenti che ci si danno non solo per visitare le fiere orticole e per ritirare le piante prenotate, ma che sono parecchie le persone che approfittano del viaggio per vedere qualche mostra artistica, per partecipare a qualche soirée, per vedere altri giardini o per fare semplicemente dello shopping non giardinicolo. Questo implica fermarsi magari una notte, pagare un albergo se non si sta da amici. Addizionando a questo il costo del biglietto e delle numerose piante ordinate, una gitarella al Messer Tulipano può costare dai 500 euro in su.
Tutto questo per il piacere di incontrasi, di far parte di un gruppo (esclusivo o meno), perché le piante basta ritirarle per posta.
Qualche centinaio d’euro speso in più per albergo, biglietti, taxi, viaggio e shopping significa che comunque quella cifra sarà sottratta dal tuo budget per il giardino oppure per altre spese. Evidentemente chi lo fa può farlo (beato lui).

Ne consegue -evidentemente- che un giardino ricco di tutte quelle ricercatezze botaniche che si trovano solo alle fiere, sarà un bene destinato non certo alle masse piccolo-borghesi, che al massimo beneficiano di piante da supermercato e rose in cartone, ma ad una porzione di società più alta e più ristretta (cosa confermata anche dalla predilezione per eventi culturali), anche se non ancora “alto-borghese” .

Quindi per avere un giardino che chiameremo genericamente “bello” (nel senso che qualsiasi visitatore, dai gusti più o meno raffinati dirà: “però, che bel giardino!”) occorrono (anche) soldi. Non solo quelli ovviamente, ma anche quelli.

Le masse meno abbienti invece si dividono sostanzialmente in due categorie: coloro ai quali il giardino interessa poco se non come spazio introduttivo all’abitazione e che quindi viene a stento tenuto pulito e sgombro, oppure coloro i quali non concepiscono neanche l’idea che in Italia possano esservi expo floricoli e che pensano che il mondo delle piante sia la somma di quelle possedute dagli altri e di quelle vendute nei mercati. Non sempre escono bei giardini da queste persone, soprattutto nel momento in cui scimmiottano il giardino dell’avvocato. Ma la maggior parte delle volte, dove il movimento peristaltico del mercato si fa sentire di meno, ne esce il distillato di un luogo e del suo rapporto con la natura, con l’estetica e con il prossimo.

Insomma, per dirla francamente mi sono sentita scollegata da un mondo che credevo fosse anche il mio. Leggo dialoghi che non sembrano appartenermi più, come di persone che si raccontino a vicenda dei loro acquisti di marca.
Una vera e propria agnizione. Ho capito di non aver mai fatto parte di questo mondo, ma di averlo solo sfiorato.

I garden center

Da ‘la Riviera’ 2 aprile 2006

Cos’è un garden center? Si sentono nominare spesso, nei giornali, nelle pubblicità. Ma cosa sono esattamente? E poi, perché usare questo termine inglese che non aiuta di certo a farci capire di cosa si sta parlando?
“Garden center”, tradotto vuol dire semplicemente “centro di giardinaggio”, mica roba dell’iperspazio. In pratica si tratta di negozi che vendono non solo piante, ma anche ( e soprattutto) accessori per il giardinaggio. Ci si trova ogni cosa oltre alle piante: fiori recisi, fiori secchi, fiori finti, semi, vasi, sottovasi, grigliati, treillage, pergole, gazebo, fioriere, mobili da giardino, piscinette, lampade, concimi, terricci, attrezzi a mano ed a motore….ed un sacco di altre cose, dall’indispensabile al completamente inutile, dall’irrinunciabilmente affascinante al tremendamente brutto.
Ovviamente da noi non ce ne sono, anche se molti vivai abusivamente si autodefiniscono così. In realtà non mi dispiace affatto che non ci siano. I garden center sono sostanzialmente un Mac Donald per giardinieri, a cui vendono cose di cui non hanno bisogno a prezzi che non potrebbero permettersi. Sono una delle tante brutture del consumismo che si impossessa di qualsiasi attività ricreativa.
Entrandoci sfido qualsiasi appassionato a rimanere inerte e a non farsi spolpare vivo dai negozianti: veniamo allettati da magiche visioni di straordinarie composizioni floreali in aiuola o sul balcone, di pomeriggi passati a rilassarci all’ombra di un pergolato o di romantiche seratine abbracciati sull’amaca. Se –come me- sopravvivete a questo mondo grazie alla pensione dei vostri genitori, per comprarvi un tavolo e quattro sedie dovete come minimo vendervi un rene.
Alla fine uno dei vantaggi di essere una regione economicamente sottosviluppata è quello di non avere troppo d’attorno queste mostruosità.
Peccato per i vivai che a scapito delle piante riempiono i loro spazi con brutti mobili e vasi di “cotto toscano”, come se quello calabrese fosse sterco. Peccato per i commercianti che pensano che questa sia un’evoluzione positiva. C’è grande ignoranza sia in chi vende sia in chi acquista piante, e questa nuova moda peggiorerà le cose.

Enogastronomico

08/25/08
“Enogastronomico”
Filed under: Giardinaggio e natura
Posted by: Lidia @ 3:24 pm

“Enogastronomico” è una parola tipicamente italiana, sia per il significato, sia per la costruzione filologica. Eppure il suono sembra quello di una parola della neolingua di George Orwell.

Se prendete -a caso- una guida della vostra regione o del vostro paese, ci troverete senza dubbio una sezione riguardante la cucina tipica, i vari dolcetti, zeppolette, pizzette, tortine, minestre e brodini.
I cuochi sostengono che la cucina sia un’arte, e nessuno sembra faticare a crederci. Siamo anzi tartassati da film che ci rimpinzano il cervello con la “cucina artistica“, mentre il giardinaggio è relegato ad una visione puramente hobbistica.
Ad avvalorare questo vergognoso stato di cose ci sono soprattutto le riviste, anche quelle blasonate (…), come “Gardenia”.
Agricoltura e giardinaggio sono legati, e così dev’essere. E credo sia saggio ed assennato sperare che così continui ad essere in futuro. La culinaria però è tutt’altra cosa. Le riviste di giardinaggio e di arredamento, soprattutto quelle di medio livello, si impadroniscono della culinaria per nobilitare il giardinaggio, come se questo ne avesse bisogno, o non fosse piuttosto il contrario.
In realtà questo succede perché in Italia la panza viene al di sopra di ogni altra cosa, e assicura introiti certi e cospicui. Perciò riviste e guide, manifestazioni, associazioni, fiere, eventi, inseriscono un “tragitto enogastronomico” ovunque possono. Il colmo dell’inanità viene però raggiunto quando questa speculazione, di per sé abbastanza vile, viene coperta dalla maschera della “tradizione”.
Insomma ci prendono per fessi, con la nostra compiacenza.