Raccoglier funghi e piantar bulbi

E’ da giorni che mi balla in testa di dir qualcosa sui bulbi. Sui funghi mi astengo, ma per chi ha dei dubbi sul periodo in cui piantare i bulbi a fioritura primaverile, può associarvi il periodo della raccolta dei funghi (che a dire il vero è un po’ più esteso).

Spesso si crea molta confusione, soprattutto tra i neofiti (siete mai andati a dormire aggrappandovi alle coperte e spalancando gli occhi nell’oscurità temendo di aver piantato i tulipani troppo profondi/in superficie/vicini/distanti, o che la ditta vi abbia fornito la cultivar del colore sbagliato?). Senza la pretesa di chiarire ogni mistero bulbico, poichè il mio nome è Lidia, non Lilia, vorrei dare qualche suggerimento a chi ha comprato la mega-maxi-confezione-famiglia da 1000 bulbi, e ora non sa come piantarli.

In realtà avere dei bulbi fioriti in primavera non è affatto difficile, comprandoli in autunno da buoni rivenditori.
Il vero problema è non vederli spegnersi anno dopo anno.

Ma andiamo con ordine. Per quella che è la mia esperienza la cattiva riuscita dei bulbi primaverili è da imputarsi principalmente alla cattiva scelta dei bulbi. Non faccio il “tiro” a vivai blasonati come Avon Bulbs, Baumaux, Floriana, Raziel e altri, ma tra un bulbo Bakker e un bulbo di qualità c’è la stessa differenza che passa tra la bigiotteria e l’oro. E lo stesso si applica alle confezioni di bulbi dei supermarket, vendute tra l’altro a prezzi irragionevoli.

Se la Bakker si sente offesa dirò che molte volte ho preso le sue difese in discussioni forumistiche anche accese, chiarendo che i bulbi Bakker sono di buona qualità e danno buoni risultati se prenotati telefonicamente durante l’estate. Piazzare un ordine adesso equivale a comprare le confezioni da supermarket o a fare un acquisto in un Brico.

Cattiva fioritura di un bulbo di scarsa qualità, piantato tardi

Se vi accontentate di una buona qualità anche i consorzi e i garden centre che vendono i bulbi sfusi sono abbastanza affidabili, ma considerate che inevitabilmente i colori non saranno quelli della foto: le persone tastano, contano, contano male, si confondono, gettano i muscari tra le fresie, le fresie gialle tra quelle viola, e così via, per non parlare della superficialità con cui i bulbi vengono disposti, e che già all’origine i colori possono essere confusi.
D’altra parte i bulbi sfusi consentono di scegliere i migliori (tastandoli bene, appunto), e scartare quelli mollicci, già germogliati, privi di tunica, piccoli o troppo secchi.

Un buon bulbo si riconosce dalle dimensioni, dal turgore (non deve essere nè molliccio nè secco), dal fatto che la parte da cui uscirà lo scapo fiorale deve essere ben “serrata”, compatta, protetta dalla tunica, cioè il bulbo deve essere completamente a riposo. Non devono esserci germogli, non ci devono essere macchie o striature e la parte inferiore, quella cioè dove ci sono le radici, deve prensentarsi soda e intatta.

Buono il bulbo, buono il risultato – e questi sono bulbi Bakker

Può capitare di in fiera di vedere dei cartelli del tipo “Bulbo toccato, bulbo acquistato”. Credo che sia un po’ scorretto questo atteggiamento, nonostante sia facilmente comprensibile vista la maleducazione e l’inciviltà di alcuni acquirenti, che infilano le unghie nei bulbi per vedere se “esce la goccia, è Gim”, come per il gorgonzola. Sarebbe più giusto partire da un assortimento che non richede troppi palpeggiamenti oppure che sia il vivaista stesso a scegliere i bulbi, fornendo ovviamente una garanzia di qualità (premesso che botanica fa solo rima con matematica).

I narcisi doppi soffrono il clima asciutto e secco, nel quale stentano ad aprirsi completamente, è bene posizionarli in mezz’ombra. Anche questo è un bulbo Bakker

Il mio consiglio è quello di scegliere molto accuratamente poche varietà di piante, e di quelle scegliere le cultivar che vi piacciono di più. La qualità diventa capitale quando si vogliono inselvatichire le piante, e la selezione deve essere studiata sul micrclima del vostro giardino.
Perciò meglio accontentarsi di poche varietà e di una qualità non buona ma ottima.

Il Blue Diamond, una versione doppia del mitico Queen of Night, uno dei tulipani neri più apprezzati

Se usate i bulbi da annuali, specie i tulipani da aiuola o da cassetta, non vi servono molte indicazioni: piantateli nella terra, annaffiateli e fotografateli quando fioriranno, dopodichè, senza aspettare che le foglie ingialliscano, svuotate la cassetta e riempitela con altri fiori. Non dovete concimare nè fare nulla, poichè i bulbi sono già “programmati” per fiorire la primavera successiva.

Tutto quello che vedete in un bulbo è accaduto l’anno prima. Perciò le ditte vendono bulbi che sono stati preparati per la fioritura (mi riferisco ai tulipani, in particolar modo) già a partire da uno-due anni prima.
Veder rifiorire i tulipani è assai difficile, che io sappia non sono molti i giardinieri che ci riescono. I tulipani, quindi vanno proprio trattati da annuali, piantati in terra qualunque, purchè ottimamente drenata e non troppo sabbiosa, e irrigati da quando germogliano fino a fioritura terminata, e protetti dalle lumache. Ed è tutto. Perciò li considero un piccolo lusso, perchè bisogna realmente ricomprarli ogni anno.

Giacinto negli anni di fioritura successivo al primo

Differente è la storia dei narcisi, dei crochi, dei muscari, persino dei giacinti, che è vero, si spengono parecchio dopo la prima fioritura ma ricompaiono per molti anni prima di perdersi del tutto.
Alcune bulbose amano climi caldi e asciutti, altri freschi e asciutti (ecco, quelle per me sono off-limits), raramente amano l’umido (l’Iris kaempferi è una di queste), altre amano una certa umidità superficiale e un’ombra tenue, come la deliziosa Fritillaria meleagris, altre il sottobosco, altri ancora terriccio grasso e nutrito, altre terra sciolta e povera.
Perciò controllate su una buona enciclopedia le richieste nutritive dei bulbi/tuberi/rizomi/cormi che acquisterete e assicuratevi di preparare il terreno in maniera adeguata, partendo possibilmente dalla primavera o dall’estate precedente.

Tutti bulbi (a parte rare eccezioni) desiderano un terreno molto drenato. Nulla di più sbagliato è affogare il bulbo nel letame, nel compost o nel concime, sperando di dargli maggiore vigore.
Il terriccio ideale per i comuni bulbi è quello che normalmente avete in giardino, ammendato con sabbia (lavata) se troppo argilloso, o compost e poco letame se è sabbioso (in questi casi scegliete bulbi di alliacee o cormi di Anemone coronaria, che sopportano bene i terreni sabbiosi). I bulbi non amano molto il letame. L’humus può essere introdotto con farine di roccia o bentotamnio.

E’ importante sapere a che profondità piantare il bulbo, e questo manda fuori orbita i neofiti. La regola dice che il bulbo deve essere messo ben profondo, almeno tre volte la sua altezza. Ci sono però bulbi che gradiscono profondità maggiori, come i gladioli, altri che vogliono essere appena coperti, come il Lilium candidum o l’Hymenocallis festalis. I bulbi selvatici devono essere piantati più prodondamente del loro corrispettivo orticolo. Ad esempio i tulipani turkestanica vanno più profondi di un normale tulipano. Anche i Muscari gradiscono una certa profondità. Mentre le Oxalis possono essere piantate anche superficialmente, purchè rincalzate periodicamente. I gigli vogliono una buca grande quasi quanto quella di uan rosa, essere deposti su un letto di ghiaia media, e essere coricati su un fianco. Anche la Fritillaria imperialis desidera essere posta molto in fondo.
La verità è che per ogni pianta dovrete ricercare le informazioni su internet o un buon dizionario delle piante ornamentali.

Una raccomandazione che mi trovo spesso a ripetere è quella di piantare i ranuncoli con le zampe verso il basso. In molti li piantano al contrario (io l’ho fatto per anni, perfino con alcuni risultati) e si scoraggiano perchè la riuscita è ovviamente scarsa.

Per gli Anemone coronaria è un po’ più complicato, trattandosi di cormi pieni di bozzi e avvallamenti, che raramente mostrano piccole “cornicchie” che daranno origine alle zampe.
Non vi scoraggiate, si fa così: si prendono i cormi e si infilano in un vasetto di torba umida, lasciandoveli qualche giorno, una settimana circa. Il cormo, sententosi all’umido, germoglia e “spara” le radichette. A quel punto capire in che verso piantarli è un gioco da ragazzi.

Se non potete piantare tutto velocemente, tenete i bulbi nella confezione in cui li avete ricevuti, ponendoli in un luogo buio e asciutto, molto ventilato. Naturalmente non pensate che piantando un tulipano a febbraio avrete una ricca fioritura in aprile. I bulbi devono fare il loro corso e passare un certo tempo sotto terra per “elaborare” una buona e copiosa fioritura.

I bulbi da inselvatichire vanno piantati un po’ più profondi del normale

Non tutti i bulbi amano le stesse condizioni, ad esempio gigli e dalie, entrambi a fioritura estiva, vogliono enormi buche, un gran drenaggio, letame extra-fino e molto concime.
Mentre i gladioli (ancora a fioritura estiva) sono molto più parchi, in particolare quelli selvatici.

Gladiolo ibrido orticolo

Gladiolus communis (‘piditati’ in dialetto calbrese)

In climi caldi e ascutti i bulbi a fioritura primaverile non danno molti problemi. Il pericolo maggiore è rappresentato dalle piogge persistenti in inverno, che potrebbero far marcire i bulbi se il drenaggio non è ottimo. Invece una copiosa annaffiatura primaverile è certo apprezzata ma non obbligatoria.
Se coltivare in vaso, evitate i sottovasi. Per non allagare i condomini, semplicemente appoggiate il vaso contenenete i bulbi su un altro vaso più grande (dotato di sottovaso), che beneficierà dell’acqua di scolo.

Fresia rossa

In climi freddi fate attenzione a non scegliere bulbi particolarmente delicati che necessiterebbero di una protezione invernale. Esistono anche molti bulbi il cui habitat naturale sono le zone montuose, che amano il freddo ma non l’umido, e che andrebbero coltivate o in giardini in pendenza, o in aiuole da roccioso.

Tulbaghia violacea, una buona scelta per le zone del giardino meno vicine alle finestre (se strofinata emana un odore di aglio molto penetrante e fastidioso), soprattutto dove l’irrigazione non è costante. Però attenzione, per fiorire in maniera continua e abbondante, la Tulbaghia di acqua ne vuole.

Per quanto riguarda la concimazione, fatta salva la “regola” che il bulbo che avete acquistato è “programmato” dall’anno precedente, dovrete essere voi a “programmare” i vostri bulbi per l’anno successivo.
All’atto dell’impianto la buca o la trincea o l’aiuola dovrebbero essere già drenate e ammendate con sabbia o compost, e fertilizzate con concime a lento rilascio nelle dosi prescritte dalle confezioni. Vanno bene tutte le farine di roccia, possibilmente poco calcaree (la leonardite che si trova facilmente in commercio è molto buona), ma anche la cornunghia o le farine di pesce e ossa. Se usate farine molto calcaree, come le scorie Thomas, derivate dalla produzione del ferro, aggiungete una buona manciata di trinciato di lupini, che tende a riportare il pH in equilibrio.
Le farine vanno leggermente interrate con una forca o un sarchiatore.
Eviate il letame se non i casi particolari (gigli, dalie) o come copertura termica per zone molto fredde.
Ottimi sono i concimi minerali normalmente in commercio, che vanno usati nelle dosi prescritte dalla confezione e sparsi lontano dalle foglie, che brucerebbero. Non è necessario interrarli perchè si sciolgono con le piogge o con le annaffiature.

Il concime va dato in due periodi: prima e dopo la fioritura. Tutto questo a beneficio non della fioritura in corso, ma di quella successiva. La concimazione principale è quella dopo la fioritura, quando il bulbo entra in riposo e accumula le sostanze per la primavera seguente. La concimazione precedente la fioritura, cioè da quando spuntano le foglie fino all’inizio della fioritura, è necessaria perchè le foglie trasferiscono al bulbo le sostanze nutritive catturate. Per questa ragione, se volete, potete associate del concime liquido a cessione veloce, o qualsiasi concime a cessione rapida, purchè rispettiate le dosi e i tempi previsti dalla confezione.
Sempre per la stessa ragione le foglie non vanno mai tagliate finchè non sono completamente secche e non si staccano via da sole. In effetti non andrebbe rimosso neanche lo stelo, ma solo eliminate le capsule di semi che sottraggono vigore alla pianta.
Certo, però, privarsi dei fiori recisi è dura!

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Il fiore, immagine simbologia e società

Desidero ringraziare la signora Sandra Santolini che ha promosso e curato l’intero progetto, l’ente che l’ha finanziato e la città di Forlì per l’ospitalità. Un ringraziamento a parte per i miei amici della zona romagnola, che mi accolgono sempre affettuosamente e mi fanno sempre sentire a casa mia.

Introduzione

Borchardt, nel suo Il giardiniere appassionato dice senza parafrasare che applicare ai fiori una simbologia rallenta enormemente il loro percorso verso l’essere. Questo è vero se ci limitiamo a banalità come “le rose gialle significano gelosia”, “le violette timidezza”, “la pervinca ricordo”, ecc, fino a comporre una sorta di smorfia napoletana dei fiori.
Ma bisogna sapere vedere oltre questo schermo opaco: nella storia dell’uomo, infatti, i fiori hanno per secoli rivestito valore simbolico. La domanda che dobbiamo porci non è “che cosa significhino”, ma “perché significano?”. Sempre stando a Borchardt, che analizza l’argomento con grande sensibilità e profondità di pensiero, il fiore è semplicemente simbolo di se stesso: di una vita che rivive, forse non domani e forse non il prossimo mese, ma di certo la prossima stagione, e la prossima ancora, indipendentemente dal nostro volere o dal nostro capriccio, indipendentemente anche dalla nostra esistenza.
E’ dunque il fiore non un simbolo carnale, come spesso si sente dire anche piuttosto a sproposito, ma un simbolo vitalistico dell’esistenza umana, dei nostri struggimenti e delle nostre passioni, una autoaffermazione di se stesso, e quindi di noi stessi.
Oltre a questo simbolismo apparentemente così elementare ma difficile da individuare se non dopo una attenta riflessione, c’è attorno al fiore una immensa stratificazione culturale e sociale.
La mostra intitolata semplicemente “Fiori” che si è tenuta a Forlì dal 24 gennaio e si è conclusa il 20 giugno 2010 ne è un perfetto esempio.
Abbiamo un arco temporale da percorrere, che comprende circa due secoli in cui si sono succeduti tre movimenti artistici e culturali: il Barocco, il Neoclassicismo-Illuminismo, il Romanticismo.

Fiori come simbolo
Se in periodi anteriori, agli albori della civiltà, la simbologia dei fiori, delle erbe, degli alberi, era associata a racconti mitologici o cosmogonici, e più tardi a quella che viene chiamata dottrina delle signature che curava il male con il simile (ad esempio una pianta a fiori gialli guarirà dai problemi di bile, una che produce latte aiuterà le madri che allattano, ecc), nel periodo successivo alla scoperta delle Americhe l’umanità si avviava, grazie anche ai progressi scientifici emergenti e all’incipiente dominio borghese, a battezzare una nuova forma di simbologia, cioè quella culturale.
In molti dipinti o sculture, affreschi e decorazioni, i fiori diventavano quindi dei simboli ben precisi, tali che attraverso la loro presenza o la loro assenza, il pittore o il committente voleva enunciare in maniera non verbale un concetto molto specifico.
Vedremo più avanti degli esempi.

Copia colorata di una incisione del 'De Florum Cultura' di G.B. Ferrari. Come si vede nella dicitura, il fiore era battezzato 'indicum' per via delle sua provenienza dalle Indie Occidentali

Partiamo dalla scoperta dei fiori americani , un momento di rottura non solo nella storia, ma anche della storia dei fiori.
Osservando le cose dal nostro punto di vista, fino alla scoperta delle Americhe gli unici fiori conosciuti erano quelli dell’Europa, dell’areale del mediterraneo e dell’Impero Turco, oltre a qualche pianta importata dall’estremo oriente in tempi molto antichi.
Attratti dalle ricchezze del nuovo mondo gli Europei colonizzarono l’America a prezzo di enormi atrocità nei confronti dei nativi, per impossessarsi delle loro terre e delle loro ricchezze territoriali e naturali, quindi anche dei fiori. Il mercato dei fiori era infatti sempre stato molto vivace in Europa, e si può parlare dell’esistenza dei vivai già dall’epoca dei Romani. Introdurre nuovi fiori era sempre un affare vantaggioso.
Fu dal 1620 in poi che gli Inglesi iniziarono una colonizzazione massiccia dell’America del Nord, portandosi dietro tutto l’armamentario di erbe officinali che conoscevano. Era demandato alla donna, custode della casa, di curare l’orto produttivo e officinale, tanto che il sapere botanico si trasmetteva più di madre in figlia che non di padre in figlio.

Giardino in stile cottage

Alle erbe officinali europee si affiancarono quindi le piante da fiore native delle Americhe, girasole, calceolaria, bella di notte, zinnie, tagete, tropeoli, petunie, verbene, aster, oltre che le dalie.
Queste piante furono regolarmente inviate in Europa, dove erano considerate esotiche e di moda, oggetto di collezionismo, simbolo di ricchezza e potere. Pian piano però vennero naturalmente sostituite da altre scoperte, come quelle che venivano dall’Africa, dall’Australia o dal più lontano Oriente.
Ebbero però un momento di gloria durante la seconda metà dell’Ottocento, durante la quale la moda vittoriana li riportò in auge quali simbolo del potere nazionale (in quel momento l’Inghilterra era l’Impero Britannico) e della tenacia e dell’intraprendenza dei suoi pionieri, che seppero addomesticare una natura selvaggia.
Vennero quindi piantate nei cottage garden, nei giardini di campagna come piante comuni, autoctone, senza considerarne la storia avventurosa. Anche da noi piante come il geranio (proveniente dal Sudafrica) o il girasole (Sudamerica) sono considerate nostrane, addirittura i girasoli sono divenuti un simbolo in Toscana (anche i Guascogna se ne piantano molti per via della produzione dell’olio) e i gerani della Liguria. Le petunie ormai sono diventate internazional-popolari e sono cosmopolìte.

Nessuna pianta come il girasole passò dal simboleggiare il potere temporale ad una simbologia del tutto opposta, cioè quella della semplice ruralità e della campagna. Oggi è considerato una pianta country, adatta per jardin-potager, molto regalata tra fidanzatini


Oggi queste piante sono quindi divenute simbolo, in verità un po’ forzato, di una felice condizione agreste passata e a cui spesso si auspica un ritorno.

Questo era il genere di illustrazioni che circolava prima dell'arrivo della Passiflora in Europa. Il noto botanico Parkinson si dimostrò molto scettico riguardo alla simbologia cattolica contenuta nel fiore della passiflora

Un’altra pianta proveniente dalle Americhe su cui si è molto fantasticato è la Passiflora, in cui vi erano ravvisati i simboli della Passione di Cristo, dunque il nome. La pianta fu descritta da Nicolas Monardes col nome generico di maracot sul finire del 1500 ma arrivò in Europa molto più tardi, nel 1620, dove fu portata a Roma, a Palazzo Farnese. Lo stilo era il palo della fustigazione, lo stigma i tre chiodi, i filamenti della corolla la corona di spine, i dieci petali e sepali i dieci discepoli presenti alla crocifissione.
“Tutto vero come il mare brucia” scrisse il noto botanico Parkinson.

Illustrazione di Parkinson nel suo erbario 'Paradisus Terrestris'. La rosa centifolia è quella in alto a destra

Ma il fiore che più di altri è riuscito ad incarnare molti simboli differenti, dalla vanità alla santità, dalla pace alla guerra, dalla robustezza all’evanescenza, è la rosa.
La rosa è sempre stata conosciuta, amata e coltivata in tutto l’areale del mediterraneo, ma c’è una classe particolare di rose, le Centifolia, che per il loro aspetto globoso e ricco di petali attrassero la fantasia dei pittori fiamminghi. Non si conosce l’origine delle Centifolia, che spesso vengono definite cabbage-roses. Nel 1620 (anno in cui abbiamo visto approdò in Italia la Passiflora e in America il vascello Mayflower), veniva introdotta in Francia una nuova varietà di rosa Centifolia, la ‘Quatre Saisons’, che aveva una fioritura ripetuta. Mazzi impossibili con rose, tulipani, peonie ed altri innumerevoli fiori, divennero di gran moda presso la ricca borghesia protestante olandese. Un po’ come noi compriamo quadri per il salotto, i ricchi borghesi acquistavano tele in cui le rose e altri fiori erano una sorta di bizzarro trionfo della natura e in cui era presente una sorta di simbolismo occulto. Erano i cosiddetti “quadri di stanza” in cui non c’era l’ ispirazione mistica che aveva guidato l’arte religiosa (cattolica) dei secoli precedenti. Anzi, a volte esistevano elementi paganeggianti occultati da una esteriorità cristiana. Non vi erano illustrati dei sentimenti amorosi, non si evocavano i donatori o il lusso del loro domicilio (il più delle volte si percepiva appena il contenitore). Erano dunque degli oggetti d’arte così intesi, apprezzati dai loro committenti per la loro bellezza, per esteriorizzare la loro conoscenza botanica e per dare sfoggio di eleganza nelle loro abitazioni.

Jacob van Walscappelle, fiori in un vaso di pietra

La simbologia della rosa è molto antica e legata al culto della Grande Madre Celeste. La stessa espressione Sub rosa indica che si trasmette un informazione nel più grande segreto.

Quidquid sub rosa fatur
Repetitio nulla sequatur.
Sint vera vel fincta
Sub rosa tacita dicta

E’ un detto del 1400, periodo in cui si soleva attaccare un mazzo di rose al soffitto delle locande o avvolgerne i boccali, per garantire che le notizie raccontate non fossero propalate.
La rosa è spesso associata a Cristo, se rossa, se bianca invece alla Madonna, come d’altra parte anche il giglio; quelle gialle ai Magi (che portarono l’oro) e quelle rosate al Bambin Gesù.
La sua struttura concentrica ha evocato anche l’idea della ruota, del tempo che scorre, dell’eterno ciclo vita-morte, e non a caso l’oculo a raggiera nelle facciate delle cattedrali si chiama rosone. Le rose erano consacrate ad Iside, e per secoli simboleggiarono l’ermetismo (per il loro nascondere il centro, tipico delle rose antiche), l’amore sacro e l’amor profano.
Nel 1615 si sviluppò in Europa un movimento ermetico detto “Rosacrucianesimo”. E’ probabile che la nascita fu dovuta ad un fraintendimento, infatti l’autore anonimo del volume Riforma generale e universale che diede inizio a questo movimento voleva prendere in giro gli esoteristi, che invece credettero a tutti i contenuti bizzarri del libro. Su quest’onda fu pubblicato un altro testo, Le nozze chimiche che narrava dell’iniziazione a sette esoteriche non ben precisate da parte di un giovane cavaliere chiamato Rosacroce. La Massoneria in seguito si impadronì dei simboli rosacruciani, e il termine rosacroce oggi indica semplicemente un grado di iniziazione massonica.

L'Annunciazione dipinta da Dante Gabriele Rossetti. la modella era sua sorella

Il giglio è , tra tutti fiori senza dubbio quello che -dopo la rosa- è più carico di simbologia antichissima, arrivataci fino ad oggi. E’ simbolo non solo virginale ma anche di molti santi, tra tutti Sant’Antonio da Padova, ma anche di altri venti tra santi e sante. Era simbolo di fecondità per la sua capacità di riprodursi e per via della sua natura ctonia, quindi consacrata alle divinità femminili preelleniche, ma anche perché i sei petali simboleggiavano i sei raggi del sole, quindi simbolo di fecondità. Tra le altre cose è stemma araldico della monarchia francese, anche se alla base di questo stemma c’è un errore: il giglio a cui ci si riferiva era una sorta di arma a forma di lancia con due uncini: una specie di stemma araldico già disegnato.

Luigi XIV

In realtà il giglio di Francia è un iris. Pare che il primo ad adottarlo fosse Luigi VII (siamo nel 1100) perché in una battaglia vittoriosa vide degli iris, così il fiore fu battezzato Fleur-de-Louis. In seguito il nome venne storpiato in Fleur-de-Lys, fiore di giglio. Si tratterebbe quindi di una metamorfosi fonetica.
Anche Firenze, d’altra parte, prese a suo stemma il giglio, che in realtà era un Iris, fatto confermato dal nome comune del fiore chiamato “giglio di Firenze”, che botanicamente è un Iris florentina.

Tulipani

Nel Seicento un’altra pianta famosissima fu il tulipano, che fu la pianta non alimentare o medica più importante della storia. Fu un vero e proprio fenomeno di new economy ante litteram, poiché non era necessario dimostrare di possedere fisicamente i bulbi. La passione per i tulipani univa i ricchi ai poveri, in molti vendevano i loro possedimenti per acquistare anche solo un bulbo e poi rivenderlo a prezzo maggiorato.

Jan Bruegel il Giovane, satira della tulipomania 1600

Ma a noi qui interessa solo il tulipano nero. Oramai esistono molte varietà scure dall’aspetto quasi nero, ma allora il tulipano nero era il sogno degli ibridatori. Un anziano signore olandese, che viveva tutto solo, riuscì ad ibridarne uno per puro caso. Gli furono fatte numerose offerte ma egli rifiutò per presentarlo ad Haarlem, dove si riuniva la società di ibridatori di tulipani, la quale gli offrì 1500 fiorini. Una volta ottenutolo gettarono la pianta in terra e la distrussero.
“Perché?”, chiese l’anziano signore.
“Perché anche la nostra società ha ottenuto e riprodotto il tulipano nero –gli spiegarono- e la tua creazione toglie l’unicità alla nostra, ecco perché può esistere un solo tulipano nero”.
Qui un fiore diventa simbolo della gelosia tra ibridatori e del collezionismo più miope ed egoista. Tratti che sarebbero ancora ben vivi tra gli ibridatori moderni se non fosse che le nuove tecnologie rendono disponibile alle persone una grande e varia offerta.
Il Tulipano nero è anche un romanzo di Alexandre Dumas figlio, in cui si racconta una vicenda ambientata in Olanda alla metà del Seicento e della rivalità tra due ibridatori.
Il libro è però di epoca più tarda, del 1850, periodo in cui i tulipani erano ancora amati ma non così in auge come due secoli prima, scritto per tenere impegnato nella lettura un pubblico amante delle avventure e poco incline all’approfondimento. In quest’ultimo caso Il tulipano nero potrebbe assurgere a simbolo letterario e culturale, cioè di quella cospicua parte della letteratura d’intrattenimento che ha preso il via durante il Romanticismo e che oggi rappresenta la quasi totalità del prodotto internazionale.

Il Settecento fu un’epoca molto strana per quanto riguarda le piante: c’era forte contrasto tra la povertà dei molti e la ricchezza dei pochi, inoltre nacque in quel periodo il giardino paesaggistico inglese che non amava molto la vivacità cromatica dei fiori.

Madame de Pompadur

Sotto Luigi XV (1710-1774) nacque a corte la moda dei femme fleurs i fiori delle favorite, allora le varie Pompadour, Montespan, Mme du Barry, lanciavano mode che si succedevano con grande velocità. Si preferiva ora il gelsomino, ora la rosa. Alla corte di Francia fu molto apprezzato anche il bergamotto poiché con il suo penetrante profumo riusciva a coprire anche gli odori più sgradevoli che purtroppo erano diffusissimi a Versailles per via della carenza delle strutture igieniche.
Ma i fiori che hanno legato il loro fascino a questo secolo sono senza dubbio le violette e le camelie. Le violette, che nel linguaggio dei fiori significano modestia, erano curiosamente usate dalle giovani donne come mazzolino per le serate di gala. Erano già molto conosciute ed appezzate durante l’ancien régime, che aveva nutrito per loro quasi una sorta di mania. Si racconta che un gentiluomo, durante il periodo rococo (1720) dedicasse l’intera sua vita alla coltivazione di violette per poter offrire ad un’attrice di cui era innamorato, un mazzolino ogni sera per trent’anni. Quest’attrice poteva quindi farsi un infuso di violette ogni sera.
Goethe ne portava sempre dei semi in tasca per contribuire alla bellezza del mondo.
GiuseppinaA cavallo tra il Settecento e l’Ottocento le violette divennero simbolo della casata dei Bonaparte, Napoleone stesso apprezzava questi fiori per via della passione che per essi nutriva Giuseppina, che le fece ricamare sul suo abito di nozze, e le amava tanto da circondarsene. Si può dire che tutta la vita di Giuseppina fu scandita dalla sua passione per le violette. Napoleone stesso promise (e mantenne) di tornare dal suo esilio dall’Elba quando “le violette sarebbero state nuovamente in fiore”, inoltre aveva un medaglione con dentro alcune violette raccolte dalla tomba di Giuseppina. “Le père Violette” o “Caporal Violette” erano una sorta di parola d’ordine per i bonapartisti. Quando poi Napoleone divorziò e sposò Maria Luisa d’Asburgo, questa ne fece subito uno dei suoi simboli, tanto che alcune delle viole più belle portano il suo nome.

L'Imperatrice Eugenia circondata dalle sue dame. Le violette si trovano in mazzi e nelle acconciature delle dame, e il viola è un colore molto amato

Le violette furono bandite durante il periodo rivoluzionario e ritornarono però velocemente di moda con la restaurazione e la moglie di Napoleone III, Eugenia Montijo. Quando Napoleone III morì in Inghilterra, masse di violette furono spedite oltremanica.
Il viola era un colore di gran moda, tanto che si parla di un’era del mauve.
Le camelie furono un’altra pianta importantissima nel Settecento, non solo per via della loro bellezza, ma perché da esse si ottiene il tè. Fino al 1792 le camelie erano conosciute solo come pianta da infuso. Anzi, pare che siano approdate nel continente europeo perché i Cinesi –a cui gli Inglesi avevano chiesto delle piante di tè per poterle coltivare- gli rifilassero delle camelie da fiore anziché da foglia. Erano piante tanto sconosciute agli europei che furono trattate come delicate e quindi messe in serra, dove ovviamente morivano. Pare che un gentiluomo collezionista, Lord Petre (1738), morisse di crepacuore dopo la perdita di una pianta di camelia. Le prime camelie furono acclimatate in Italia nel 1760 a Caserta portate dalla potente famiglia dei Borbone di Napoli.
Le camelie sono anche simbolo di una certa sensualità femminile, questa simbologia nasce dal famoso romanzo di Alexandre Dumas Padre La signora delle camelie che per 25 giorni al mese si appuntava al petto una camelia bianca, e per gli altri cinque una camelia rossa. Margherite Gautier era ammalata di tubercolosi, che in quel periodo (siamo nel 1848) era come dire “di moda” presso un certo tipo di letteratura che voleva eroine belle e dannate. Tra l’altro la camelia ben si addiceva a Marguerite perché in Giappone (da dove viene la varietà da fiore) simboleggia la caducità della vita per il fatto che il fiore, una volta aperto, non sfiorisce ma cade.
Il romanzo funse da palinsesto per la Traviata di Verdi, la cui protagonista però si chiama però Violetta Valery.

La Traviata

Frutti di Maclura pomifera

C’è un’altra pianta di cui tengo molto a parlare, ed è la Maclura pomifera, un arbusto oriundo dell’America del nord. Si tratta non di un albero da fiore, ma da frutto: un frutto a dire il vero piuttosto inutile. Gli stessi indiani Osage coniarono il detto “inutile come una palla di siepe”. La Maclura ha una storia intrigante, che troviamo ben spiegata nel superbo libro Prateria di William Least Heat-Moon. Durante la colonizzazione del west, nella prateria, era impossibile tenere separate le mandrie dai campi, poiché non c’erano alberi per fare le recinzioni. Fu dall’idea di un vivaista che si diffuse l’uso di questa pianta come recinzione per i campi. La Maclura veniva piantata in reticoli perfettamente ortogonali che l’ideale massonico-neoplatonico di Jefferson (1743-1826) aveva concepito. La gente era tanto abituata a queste siepi perfettamente squadrate che costruiva le case in asse e disponeva anche il letto simmetricamente. Per cui quando il Kansas va a dormire, dice Least Heat-Moon, lo fa ancora in direzione nord-sud o est-ovest.
Questo è quanto scrive l’autore:

la Maclura era l’incarnazione vivente della suddivisione territoriale della nuova civiltà americana: un elemento essenziale come la costituzione per il governo, o come una pattuglia di polizia per un quartiere, una cosa che definisce, delimita e impone il rispetto della legge

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Se nel Seicento la caccia alle piante era un’attività collaterale di esploratori e nel Settecento quella di amatori entusiasti, fu nell’Ottocento che si affermò la figura del “plant hunter” , il cacciatore di piante, generalmente un botanico professionista con doti di illustratore. Associazioni prestigiose come quella di Kew stipendiavano esperti perché passassero mesi ed anni in mare alla scoperta di nuove terre e nuove piante, meglio se utili o medicinali, ma anche quelle da fiore erano enormemente apprezzate per il loro valore economico.
I trasporti più veloci e la diffusione di magazinese riviste per giardinieri, favorirono il ricambio sempre più veloce delle mode.
L’Ottocento fu non a torto chiamato “secolo dei fiori”. I nobili e l’alta borghesia che viveva more nobilium andava assolutamente pazza per i fiori, al punto di dipingerli sulle carte da parati, sui tendaggi, ricamarli sulle stoffe, appuntarli nelle acconciature, sui vestiti, sulle gonne, sui cappelli e sul decolletè.

Boldini dipinse la società agiata di fine Ottocento, ritraendola in momenti quotidiani o di relax. Per il suo modo di lavorare affettato fu coniato il termine 'boldinismo'


Nell’Ottocento si diffuse anche il cosiddetto linguaggio dei fiori, che era stato introdotto già a metà Settecento da una nobildonna inglese moglie dell’ambasciatore a Costantinopoli. In realtà il selam era un messaggio non composto solo da fiori, ma anche da oggetti ed altri elementi, ma in Europa la moda del selam ebbe come oggetto solo i fiori e le piante. Uno dei testi più importanti è Il linguaggio dei fiori di Charlotte de Latour, probabilmente uno pseudonimo. Il libro ebbe una storia editoriale molto complessa e non si sa bene chi l’abbia scritto.
Le dame dell’epoca vivevano in una società agiata e un po’ fatua e per impiegare il loro tempo si divertivano a mandarsi complessi messaggi floreali e a comporre sciarade. L’educazione di una dama comprendeva lezioni di pittura botanica all’acquerello perché potessero comprendere la bellezza e la grazia. Abbiamo tutti presente la Emma di Jane Austen che era completamente immersa in una atmosfera romantica fatta di pic-nic e pensieri d’amore.
Niente evoca meglio il periodo ottocentesco come la rocambolesca vicenda della Victoria amazonica, una sorta di grandissima ninfea che vive in Sudamerica.
La Victoria era conosciuta sin dal 1801, ma in tutto il continente europeo c’era solo un fiore conservato sotto spirito. Dovette arrivare il 1837, anno in cui la giovane regina Vittoria era appena salita al trono diciottenne, e fu chiamata Victoria regia in suo onore. I giardini di Kew dove c’era la sede della società botanica inglese, e quelli di Chatsworth se la contendevano, ma il capo giardiniere di Chatsworth, Joseph Paxton riuscì a farla prosperare e fiorire per primo, ed ottenne così l’incarico di costruire la grande serra vetrata del Crystal Palace per l’Esposizione Internazionale del 1851. Anche qui c’è una competizione per arrivare primi nel mondo dell’orticoltura, una competizione tra scienziati e tra artisti. Ma c’è anche un desiderio di consacrare, attraverso la celebrazione di un fiore, la gloria politica dell’impero inglese, che a quell’epoca era molto potente grazie ai suoi possedimenti in India.
Dietro alla fama della Victoria venne poi la moda delle ninfee e dei loti. A fine secolo nessuna sala da bagno rispettabile poteva fare a meno di un decoro con ninfee. In buona sostanza la ninfea fu l’equivalente del melograno per il Cinquecento e delle rose per il periodo rococo.

Victoria amazonica


Un’altra pianta di cui voglio parlare come simbolo di uno stile del giardino che si affermò in epoca romantica, è la Calceolaria. La Calceolaria è forse tra le piante più brutte che ci siano, e all’epoca ebbe una sorta di doppia vita. Da un lato divenne un fiore da fiorista, cioè da ibridatore, e ne furono creati esemplari con venature e screziature sempre più appariscenti. Dall’altro invece ha rappresentato un modo borghese e poco colto di fare del giardinaggio. Non so se qualcuno di voi ha mai letto Il giardino di Elizabeth di Elizabeth von Arnim, alla quale non era concesso, per la sua posizione nobiliare di praticare del giardinaggio (in questo senso le classi povere erano molto più libere). Tutto era messo nelle mani del suo giardiniere, quando lei gli chiese di fare un giardino giallo, lui le fece una striscia di sole calceolarie gialle. Insomma, la calceolaria è stata una pianta molto usata per parterre geometrici di ispirazione italiana e per lo stile cosiddetto gardenesque o per il jardin fleuriste francese.
gardenesque style da Vulgare net

Fiori di ciliegio in una stampa giapponese

L’ultimo fiore che prendiamo in considerazione in questa dissertazione è il fiore di ciliegio, che in Giappone chiamano “sakura”. Mi sembra importante concludere con un fiore proveniente dal Giappone perché alla fine dell’Ottocento il Giappone fu una inesauribile fonte di ispirazioni artistiche e di nuove soluzioni formali. Gli impressionisti stessi non hanno taciuto il loro debito nei confronti dell’arte dell’Ukio-e.
Il ciliegio era conosciuto in Europa sin dal I secolo avanti Cristo portatovi pare da Lucullo da Kerasunte nel Ponto (odierna zona nordorientale della Turchia), donde il nome kerasos e il nome volgare “ceraso”.
In Europa è stato un albero importante nelle cerimonie del periodo tra Natale e la Befana (Albania), bruciandolo e poi fecondando la vigna con le ceneri, e in Francia era utilizzato nel periodo di Calendimaggio come simbolo di amore. In Giappone, che ha una cultura estremamente stratificata e complessa, c’è tutta una ritualità legata al fiore del ciliegio che simboleggia la perfezione assoluta, ma anche l’impermanenza della bellezza e la transitorietà dello stato di perfezione. Inoltre il fiore rosso, per la sua evidente connotazione cromatica, simboleggia il samurai. Quando tra aprile e maggio fioriscono in Giappone i fiori di ciliegio, i giapponesi si riversano nelle località dove sono piantati questi alberi (Prunus serrulata, non Prunus avium), tra cui spiccano le falde del monte Yoshino, non distante dalla vecchia capitale Kyoto, e fanno dei pic-nic sotto gli alberi. Gli uffici chiudono, fanno festa anche i sararimen e le hana office, le impiegate. Spesso i gitanti si lasciano andare e abusano di sakè, facendo chiasso. Già un poeta del Seicento si lamentava della maleducazione dei gitanti, oggi si beve coca cola e si mangiano hamburger.

Hanami

Le stampe giapponesi influenzarono tutta l’arte successiva e primariamente il Liberty, in cui il fiore diventa il principale motivo decorativo, tanto che viene detto “periodo del Floreale”.

Il giglio come elemento decorativo. Mucha