Ritorno a Sky City

La sua malattia aveva colpito aveva colpito tutti noi. Ero uscito a prendere una boccata d’aria. Fuori da quel tanfo di sudore e sudiciume, da quelle lattine per gatti assediate da mosche e vermi, da quel fetore di feci e di orina. Volevo fare un brodo, aprii il frigo per cercare patate, carote, un po’ d’acqua a osmosi inversa, un pezzo di carne clonata, ma fui investito da un terribile odore di marcio: cosa fosse neanche lo so.

Corsi fuori.

Ero fuggito così di fretta da dimenticare un cappotto, una giacca o qualcosa. Così il freddo mi entrava anche nelle ossa, ghiacciando ogni mio respiro.
Mi ero messo sotto la tettoia aggettante del piano superiore per evitare il vento che entrava dalle vetrate basculanti per l’aerazione. Alcune erano rotte e l’apertura spingeva dentro l’aria gelida raddoppiandone la velocità.
Guardai verso l’alto: una serie di costruzioni modulari simili a piccionaie lasciava spazio a piccoli poligoni di cielo.

Sky City, fino a qualche anno fa la costruzione più alta della Nuova Cocincina, ora un ghetto per emarginati, senza lavoro, deboli, paranoici, prostitute, spacciatori, ladri e assassini a tempo perso.

Il cielo non prometteva niente di buono. Anzi, non prometteva niente. Era una piatta, uniforme distesa di grigio gelatinoso, sulfureo. Non sapevo neanche che ora fosse e da quanto fossi lì. Solo poche luci rimanevano accese nel parco. Un tempo avevano piantato degli alberi veri, ma poi furono eliminati in tutta Sky City a partire dal centocinquantesimo piano: il vento ghiacciato e il freddo intenso, anche nei mesi primaverili, li uccidevano dopo pochi anni. Così ripiegarono su delle strutture bio-sintetiche, sempre identiche, sempre verdi, calate in una eterna primavera che era la negazione della vita all’interno della torre.

Avevo giurato, giurato, che non sarei mai più tornato a Sky City.

Ma quell’appartamento abbandonato, quella cucina vuota e quel letto piangente, ci avevano raccolti tutti, nonostante sapessimo a cosa andavamo incontro. La febriciattola che si faceva sentire la sera, quella tosse, i dolori alla vescica.

Vidi passare un’ombra. Un altro povero reietto in cerca di chissà che, forse di aria buona da respirare: ma quella era Sky City, dove potevi fare solo una cosa: morire lentamente.
ritorno a sky city

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