Cento per cento di copertura nubi

Qui la butta che la butta
La Thunbergia è come le nuvole: cento per cento di copertura
Non so se neanche arriva una goccia di sotto

La mia povera anima pop

Ah! Quanto vorrei la penna di Cechov per descrivere una famigerata “ramaglia” della mia parentela! Chi altri potrebbe descrivere tutti i tic, i protagonismi, l’involontaria ridicolaggine di cui si rendono protagonisti nelle nostre conversazioni familiari?
Di loro non si potrebbe certamente dire che sono poetici, ma che sono dei veri e propri poemi, o meglio, delle tragicommedie.
Tra le altre manie e stronzismi ipertrofici, soffrono tutti di quella mi è stato spiegato chiamarsi sindrome del dottore, cioè di coloro che appena si laureano guardano gli altri da sotto in su (salvo poi farsela sotto quando incontrano un ordinario, un rettore, persino un assistente o un portaborse).
Insomma, sono dei veri personaggi in cerca d’autore. Chi non ne ha almeno un paio in famiglia?

Veniamo al dunque: quando pubblicai il mio libro mi fu sottolineato che avevo fatto male ad inserire una poesia di Pascoli. Cito a memoria: “Lidia, non acquista maggior valore quello che scrivi inserendo una poesia di un poeta famoso (il che voleva dire “famoso a torto”, ovvero “tutt’altro che valido” ), mi dispiace invece che tu ne abbia inserita solo una di tua mamma”.

Già ma quale poeta è più pop di Pascoli? E per molti aspetti è pop il mio libro. Sono due stili che collimano, che corrono appaiati. E poi, diciamocelo, anche la poesia di mia mamma ha un’anima pop. Usare un poeta considerato ormai fuori moda, banale, trito, barboso, languido e melenso come Pascoli per me è stata una scelta ben ponderata, anche se sapevo che qualcuno l’avrebbe vista come una caduta di intelletto e di sofisticatezza. Non m’importa molto di come la pensano gli snob. Anzi, forse dovrei dire (magari senza forse), che oggi il top dello snob è usare Pascoli e non Cielo d’Alcamo.

Come spiegarlo alle mie apparentate ramaglie? Impossibile. E poi sarebbe stata una cattiveria minare i capisaldi dell’universo di borghesismi in cui sono stati indotti a vivere.

In effetti loro mi considerano una stupida. Ma senza un’oncia di falsità e autocelebrazione, anche se con un pizzico di revanchismo, posso dire che sono tanto intelligente da riuscire a passare per stupida, al solo scopo di non avere a che dibattere con loro.

Ah, il mio amore tradito!

L’uomo che sussurra alle vigne

Dramatis uvae

Barolo: Mozart gli dà alla testa
Verdicchio: abituato con Mozart sin dalla più tenera età, ne è un profondo estimatore
Pinot: balbuziente dopo una esperienza con Philip Glass
Mantonico: rude amante di Frank Zappa
Chianti: silenzioso, parlerà solo alla fine. Ascolta solo il canto degli uccelli, il fruscio del vento e i rumori lontani della città.

Barolo: “Sciapete che coscia dicono adescio gli sienziati? Che scientendo la muscica di uno che sci chiamava Mozart noialtri sci dovrebbe fare un vino migliore e pure più abbondante. A me dà fasctidio, mi scento già ubriaco”
Verdicchio: “Ah, ma cosa dice! Lei, signor Barolo, mi sembra che non capisca nulla e che abbia superato ogni ragionevole tasso di fermentazione alcolica, probabilmente dovrebbe spostarsi in una botte più piccola! Mozart non è solo musica, ma è LA musica, la musica in assoluto, capisce? A me la fanno sentire tutto il giorno, non sento altro che quello (a dire il vero Verdicchio non ha mai sentito altro, ma non lo confessa, n.d.c.)”
Barolo: “Ma non è affatto vero che ho sciuperato la fermentassione, è quella muscica che mi dà alla testa! Non la sciopporto più…ma poi, dico io, perchè sci sciono intestarditi con questo Mozart?”
Verdicchio fa per rispondere, ma si intromette Mantonico
Mantonico: “Ma perchè non conoscono nient’altro, razza di idioti che non siete altro!”
Pinot: “Al-ltro che M-Mozart! Il mio p-p-padrone è un-un-un in-n-novatore. A m-me fa sentire u-u-uno che si chiam-m-ma Phil-lip Glass. S-solo che d-da quan-n-do l-lo sento m-mi è v-v-v-venuta la b-b-b bal- bal..”
Mantonico: “Balbuzie, idiota! Tu e il tuo padrone del menga! Certo che ti viene la balbuzie! hai mai provato a sentire Frank Zappa? Che razza di vino ci vuoi fare con quello lì? Con Frank Zappa fai dei chicchi grossi come cocomeri!”
Verdicchio: “Sì, certo, come cocomeri! ma acquosi e privi di sapore! Dovrebbe saperlo, lei, signor Mantonico che la quantità non è sinonimo di qualità!”
Mantonico: “Eeeeh, ma quante arie che ti dai, bello mio! te le ha insegnate il signor Mozart?”
Pinot: “S-scusi s-signor Mantonico, m-ma chi è questo Frank Z-zappa? ”
Barolo: “Ma scie lo scianno tutti che è il prescidente della Confagricoltori! E poi mi dicono che ho sciuperato il tasso alcolico, certe persone col Mozart sciotto il naso!”
Mantonico: “Ma sta’ zitto, tu, altro che tasso alcolico, a te quello sfrigolio di arpe e violini ti ha dato alla testa!”
Verdicchio: “Cafone! Con certa gente meglio non avere a che fare!”
Pinot: “N-non si il-lluda, signor V-verdicchio, l-le p-potrebbe capit-tare di finire nella s-s-stessa bottiglia c-con uno qual-lsiasi di noi…s-s-sa, oggi i v-vini si taglia-no tutti… (poi, dopo una pausa) …aaaaaah, mi fis-schia un orecch-cchio…sento gli accordi di Einstein on the Beach…”
Mantonico: “Certo, bellezza, pure a me fischierebbero le orecchie con quella robaccia là”
Chianti (quasi tra sè e sè): “Mah, che parlano a fare? Tanto finiremo tutti nella stessa cassetta di plastica, raccolti da un indiano che sente musica di Bollywood con l’i-pod…”

Premio del Presidente

Il setter Cayenne

Confesso un non ben specificabile fastidio, una sorta di unghiata sulla lavagna, un acufene stridulo, diciamo pure un attacco di cinetosi, nel leggere Diario di campagna e di città , due “Gardenie” fa.
Pensare che era da poco che avevo scoperto che questa bustina di paesaggio cittadino era piacevole e ben scritta.
La marchesa Caterina Gromis di Trana è una che coi cani ci ha sempre vissuto. Ma mica canetti di quelli comuni, di quelli che trovi l’annuncio dal veterinario “regalasi cuccioli”. La sua è roba raffinata, costosa, di marca.

Boh, comunque sia, un cane è un cane, di marca o no, e tanto mi piaceva questo Diario di campagna e di città, che mi sono comprata Vita da cane. Confessioni di un capobranco, della piccola ma interessante Blu Edizioni, il cui catalogo vi consiglio di richiedere e sfogliare diligentemente.
Il libro è scritto con la degnazione di chi ha gli allevamenti di cani di marca e chiama i bastardini “cani da pagliaio”, elogiandoli pure ma con condiscendenza, trovando persino qualche parola di democrazia canina di risulta in una attrezzatura linguistica disciplinata e forbita.

Infatti il libro è finito sulla cassapanca in bagno, insieme a “Gardenia”. Ma questo va per conto suo.

La marchesa ci fa sapere che in quel momento ha dei setter adulti. Ma voleva una cucciolata. La sua cana però non ci stava col fidanzato che le avevano procurato e la cucciolata è andata a carte quarantotto. Allora la signora pensa “quasi quasi mi prendo un bovaro: non l’ho mai provato”. Anche io non ho mai provato un bovaro, né un setter, né un Cayenne. Vado in giro con i miei due bastardini e una Polo scassata che si ricorda i tempi dell’arca di Noè. “Un bovaro –continua imperterrita la signora- prende lo spazio di tre o quattro setter”. Anche una Volvo prende lo spazio di tre Twingo, penso io.
Mossa da ardore etologico e biologico, la signora vuole conoscere le attitudini di tutte le razze di cani (a quanto pare la razza per eccellenza, quella dei “cani da pagliaio”, però non le interessa), ed è pronta a disfarsi dei suoi quando se li è stufati. Ma non preoccupatevi: quei cani lì c’è chi li compra a peso d’oro, mica vanno a finire al canile di Sant’Ilario.
Posso anche capire questo zelo scientifico con cui si muove la signora (quello zelo che è appena ad un passo dalla vivisezione e dal trapianto di cervello sulle scimmie?). Ma mi chiedo: con che criterio e secondo quale impulso si sceglie, o meglio, si accoglie un cane? Per vedere come fa la punta o quante quaglie riesce a riportare? Per sapere come azzanna o quante medaglie si porta a casa ai concorsi? Per calcolarne la velocità e la resistenza? Per valutarne forma, dimensioni, peso, corporatura? Criteri legittimi, per quanto discutibili, per un cacciatore, un espositore, un allevatore o per chi i cani li compra o li alleva per rivenderli, come tacchini da ingrasso. Una filosofia un po’ meno gradita per chi scrive libri e articoli che dovrebbero illuminare l’umanità sulla “caninità”.

A mio modo di vedere, che sarà certamente opinabile e forse da poveraccia miserabile agli occhi della marchesa/duchessa/ochessòio, questa non è “caninità”, ma una parte di “caninità” scelta con criteri umani (e non canini). Non è generale, non è la cavallinità del cavallo o la cosità della cosa, ma solo un pretesto per l’esaltazione egocentrica e inammissibilmente inconsapevole del proprio ego.

Cara signora, un cane non si sceglie, ma un cane CAPITA nella vita. Non lo scegli tu, ma il tuo destino. E il cane si accoglie e si cura come un membro della famiglia non perché è bello, intelligente, fa la punta così e cosà, ha la testa al tot per cento di distanza dalla coda e fesserie simili. Con un po’ di rabbia le dico: se le tenga per sé, queste cazzate.
Negli occhi di un cane –se si è proprio molto bravi- si riesce a vedere ciò che il cane vede in noi: la nostra umanità (non intesa nel senso di pietà e misericordia, ma di “ciò che di umano v’è nell’uomo”).
Il cane ci mostra ciò che siamo, a prescindere dalla lunghezza delle sue zampe o dalla distribuzione delle sue macchie.
Io non cambierei i miei due “cani da pagliaio” neanche con Lassie e Rin Tin Tin.
Se la signora rinnova il suo branco come rinnova il guardaroba, l’automobile il taglio dei capelli, per favore, non lo proclami come atto di amore per la stirpe canina e men che mai se ne vanti. Vorrei anche sapere se a lei piacerebbe essere “rinnovata” da un alieno grande e grosso che le misura la distanza dell’attaccatura del collo da quella del bacino, o se sarebbe contenta di essere “rinnovata” da suo marito e dai suoi figli.

Un tappeto di petali (cera Liù)

A cosa serve un prato se non per farci cadere i petali?

18 V di potenza per qualsiasi tipo di lavoro, nessuna restrizione della presenza del cavo, soffio a 190 km/h per il soffiaggio efficace su ogni tipo di superficie, 2.3 kg di peso per la massima facilità d‘uso, interrutore a pulsante facile da usare, massimo controllo, fornito di raschietto per rimuovere le foglie umide del terreno, batteria a slitta 18 V intercambiabile, barra e catena, impugnatura antiscivolo, interruttore di spegnimento di sicurezza, doppia impugnatura, lubrificazione automatica, testa orientabile

Brave New Garden

Con alcuni amici stavamo da tempo pensando di aprire su internet uno spazio diverso da quello attualmente offerto.
Ci abbiamo pensato su a lungo, per anni.
Abbiamo aspettato che qualcosa cambiasse e desiderato sinceramente di non dover prendere nessuna decisione.

Abbiamo consultato alcuni amici già precedentemente impegnati in altre avventure e ci sembra di essere stati fedeli all’amicizia che ci lega. Speriamo che molti di loro possano trovarsi bene anche da noi, anzi, è proprio con questo desiderio che invitiamo alla partecipazione.

Per farla breve: non vogliamo opporre una “concorrenza” a forum già aperti e molto visitati, a cui abbiamo in passato contribuito e abbiamo amato enormemente ed a cui ancora siamo legati da affetto e voglia di contribuire. Abbiamo però sentito di trovarci fuori posto, e questa sensazione è stata condivisa da altri.

Quindi desideriamo uno spazio in grado di accogliere questi sentimenti insoliti, che si accompagnano alla pratica del giardinaggio e alla creazione dei giardini.
Per parte mia spero di rivedere molte persone che ho già conosciuto in passato, con le quali poter costruire qualcosa di nuovo e coraggioso.
Non miriamo insomma ad una fedeltà incorruttibile, all’ esclusiva, ma vogliamo dare la possibilità di discutere in libertà anche di ciò che abbiamo più a cuore nel modo che ci sembra più proficuo.

Abbiamo quindi aperto un nuovo spazio internet dal nome shakespeariano di Brave New Garden, che rimanda non solo alla Tempesta di Shakespeare, ma soprattutto a Brave New World di Aldous Huxley.

Non sappiamo dove ci porterà, ma speriamo che possa contribuire sensibilmente alla crescita di una cultura effettiva e sostanziale del giardino in Italia. E’ un impegno terribilmente difficile, con tutta probabilità non saremo all’altezza e forse non ci riusciremo, ma ci proviamo lo stesso. Speriamo di poter ospitare la nascita di nuovi interessi e nuovi concetti, come altri hanno fatto in passato egregiamente e con dedizione. E’ a questi amici che va anche il mio personale e sterminato ringraziamento.

Direttamente da Vulcano, per la vostra delizia, venghino, siore e siori!

Ogni tanto mi scrive Judetheobscure: ogni volta mi prende un infartino, un colpetto, un piccolo ictus, una leggera aritmia. Capirò, non capirò? Sarò in grado di formarmi un’idea e di dare una risposta alla domanda (sì, ma qual è la domanda)? Riuscirò a seguirla nelle sue immense profondità di pensiero?

Con il suo permesso riporto quanto mi ha scritto, note personali escluse.

Caro Barlimar Butterbur (Omorzo Cactaceo, soprannome affibbiatomi dato che io le ho detto che il suo cognome, De Tassis, sembra uscito da una favola di Boscodirovo)
[…]
Invece ti scrivo per trovare una spalla a una riflessione che mi intriga senza sapere dove dovrebbe andare a parare. In fondo, credo che c’entri anche un po’ con la storia del “il giardino deve essere moderno” -ma non so come.
Per farla breve. L’altro giorno in auto sfogliavo, più che leggere, una “breve storia dell’architettura” (pubblicata da Einaudi, ma ora non ricordo l’autore).
Un testo su cui mio figlio sta cercando di farsi un po’ di cultura. Ecco un (breve) capitolo dedicato ad Alvar Aalto, che io amo molto, forse più nel design che nell’architettura: quei suoi legni curvati sono per me massima espressione di una bella simbiosi fra “antico” (il legno semplice, chiaro, pulito, un po’ rustico) e moderno. Vado pazza per lo shabby chic, anch’io, ma poi mi piacerebbe avere una casa molto Alvar Aalto…
Comunque alla fine del capitolo l’autore (che per la verità non sembra
apprezzare molto l’architettura alvaraaltiana) commenta: La forma dell’esperienza non ha stile.
Questa frase, in relazione ai giardini, mi ha folgorata. Perché che cos’è un giardino -e specialmente un giardino-opera d’arte (anche se io odio pensare all’opera d’arte, ancor più al giardino come opera d’arte, odio gli approcci estetizzanti e ancor più l’idea che si affronti l’opera d’arte negando l’approccio estetizzante, ma questo è troppo complicato e fuorviante ora) se non una sublime forma dell’esperienza? O perlomeno, la migliore forma dell’esperienza possibile? Proprio per questo, perché nasce da una sorta di
esperienza individuale o storicamente circoscritta (perché è ovvio che un giardino può anche essere opera collettiva) non ha stile, se si intende e sottintende uno stile codificato, codificabile, interpretativo. Certo si può fare un giardino all’italiana, all’inglese, un country cottage etc., ma è irrilevante: può comunque essere orribile. Un giardino che è opera d’arte può avere un proprio stile o uno stile qualunque, ma è un’opera d’arte esattamente quando è una forma dell’esperienza. Ed è questo che rende bellissimi certi giardini poveri, per tornare a tema antico, e questo che dà al giardino una sua verità e una sua credibilità (quindi, un suo stile).
Sono andata a parare nel nulla?

Ecco, questo è quanto scrittomi da Jude, che non ho corsivato per una migliore lettura.
Ciò dimostra fondamentalmente una cosa: Jude viene da Vulcano.

Biopiscina

Concetta, portami un caffè!

La biopiscina è quella in cui si può biopisciare?