Il setter Cayenne

Confesso un non ben specificabile fastidio, una sorta di unghiata sulla lavagna, un acufene stridulo, diciamo pure un attacco di cinetosi, nel leggere Diario di campagna e di città , due “Gardenie” fa.
Pensare che era da poco che avevo scoperto che questa bustina di paesaggio cittadino era piacevole e ben scritta.
La marchesa Caterina Gromis di Trana è una che coi cani ci ha sempre vissuto. Ma mica canetti di quelli comuni, di quelli che trovi l’annuncio dal veterinario “regalasi cuccioli”. La sua è roba raffinata, costosa, di marca.

Boh, comunque sia, un cane è un cane, di marca o no, e tanto mi piaceva questo Diario di campagna e di città, che mi sono comprata Vita da cane. Confessioni di un capobranco, della piccola ma interessante Blu Edizioni, il cui catalogo vi consiglio di richiedere e sfogliare diligentemente.
Il libro è scritto con la degnazione di chi ha gli allevamenti di cani di marca e chiama i bastardini “cani da pagliaio”, elogiandoli pure ma con condiscendenza, trovando persino qualche parola di democrazia canina di risulta in una attrezzatura linguistica disciplinata e forbita.

Infatti il libro è finito sulla cassapanca in bagno, insieme a “Gardenia”. Ma questo va per conto suo.

La marchesa ci fa sapere che in quel momento ha dei setter adulti. Ma voleva una cucciolata. La sua cana però non ci stava col fidanzato che le avevano procurato e la cucciolata è andata a carte quarantotto. Allora la signora pensa “quasi quasi mi prendo un bovaro: non l’ho mai provato”. Anche io non ho mai provato un bovaro, né un setter, né un Cayenne. Vado in giro con i miei due bastardini e una Polo scassata che si ricorda i tempi dell’arca di Noè. “Un bovaro –continua imperterrita la signora- prende lo spazio di tre o quattro setter”. Anche una Volvo prende lo spazio di tre Twingo, penso io.
Mossa da ardore etologico e biologico, la signora vuole conoscere le attitudini di tutte le razze di cani (a quanto pare la razza per eccellenza, quella dei “cani da pagliaio”, però non le interessa), ed è pronta a disfarsi dei suoi quando se li è stufati. Ma non preoccupatevi: quei cani lì c’è chi li compra a peso d’oro, mica vanno a finire al canile di Sant’Ilario.
Posso anche capire questo zelo scientifico con cui si muove la signora (quello zelo che è appena ad un passo dalla vivisezione e dal trapianto di cervello sulle scimmie?). Ma mi chiedo: con che criterio e secondo quale impulso si sceglie, o meglio, si accoglie un cane? Per vedere come fa la punta o quante quaglie riesce a riportare? Per sapere come azzanna o quante medaglie si porta a casa ai concorsi? Per calcolarne la velocità e la resistenza? Per valutarne forma, dimensioni, peso, corporatura? Criteri legittimi, per quanto discutibili, per un cacciatore, un espositore, un allevatore o per chi i cani li compra o li alleva per rivenderli, come tacchini da ingrasso. Una filosofia un po’ meno gradita per chi scrive libri e articoli che dovrebbero illuminare l’umanità sulla “caninità”.

A mio modo di vedere, che sarà certamente opinabile e forse da poveraccia miserabile agli occhi della marchesa/duchessa/ochessòio, questa non è “caninità”, ma una parte di “caninità” scelta con criteri umani (e non canini). Non è generale, non è la cavallinità del cavallo o la cosità della cosa, ma solo un pretesto per l’esaltazione egocentrica e inammissibilmente inconsapevole del proprio ego.

Cara signora, un cane non si sceglie, ma un cane CAPITA nella vita. Non lo scegli tu, ma il tuo destino. E il cane si accoglie e si cura come un membro della famiglia non perché è bello, intelligente, fa la punta così e cosà, ha la testa al tot per cento di distanza dalla coda e fesserie simili. Con un po’ di rabbia le dico: se le tenga per sé, queste cazzate.
Negli occhi di un cane –se si è proprio molto bravi- si riesce a vedere ciò che il cane vede in noi: la nostra umanità (non intesa nel senso di pietà e misericordia, ma di “ciò che di umano v’è nell’uomo”).
Il cane ci mostra ciò che siamo, a prescindere dalla lunghezza delle sue zampe o dalla distribuzione delle sue macchie.
Io non cambierei i miei due “cani da pagliaio” neanche con Lassie e Rin Tin Tin.
Se la signora rinnova il suo branco come rinnova il guardaroba, l’automobile il taglio dei capelli, per favore, non lo proclami come atto di amore per la stirpe canina e men che mai se ne vanti. Vorrei anche sapere se a lei piacerebbe essere “rinnovata” da un alieno grande e grosso che le misura la distanza dell’attaccatura del collo da quella del bacino, o se sarebbe contenta di essere “rinnovata” da suo marito e dai suoi figli.

7 pensieri su “Il setter Cayenne

  1. Lidia! Solo il nome doveva insospettirti!! Chi alleva animali selezionati è da rogo senza appello; ho avuto a che fare con una stronza del genere anni fa,la sua nobiltà non le impediva di chiedermi 300 euro al mese per tenermi un cane da pagliaio che avevo tirato fuori da un canile lager e lo teneva rinchiuso perchè non inquinasse i SUOI cani, ma non potevo fare altrimenti,mannaggia!!!!
    Hai scritto una cosa assolutamente magnifica,sei brava da invidia,questo post lo stampo.
    Riguardo Gardenia,tempo addietro su CDG una ragazza non italiana aveva scritto che il target della rivista “guardava non all’alto ma all’altissimo”,credo sia l’ultimo post che ho letto in quel forum, be’ aveva ragionissima,ero morta dalle risate, io amo i target bassi,quelli veri normali e reali e creativi.
    Mi manchi,hai voglia di farmi uno squillo? io ti richiamo. ti abbraccio

  2. Bellissimo articolo davvero,analisi approfondita di cui condivido ogni aspetto.
    Un cane non si sceglie, ma CAPITA. Del resto “capitano” anche le persone, pronte a offrirci meravigliose sorprese, a saperle cogliere.
    Ti confesso, però, che la rubrica “Diario di campagna e di città”,a me ha provocato fastidio fin dall’inizio, anche se non avevo osservato che fosse tenuta da una marchesa.
    Ben scritta certo, ma ci sentivo qualcosa di artificioso e di banalmente sentimentale, come certi acquerelli di genere.

  3. Eh, io poi che ora ci vivo in campagna sono particolarmente permalosa su quest’argomento. Essì perchè spesso leggi di intellettuali che giudicano non solo i cani , ma pure le persone, la loro intelligenza e ultimamente ho letto anche di ” un culo da provincia” , nel senso che era ben pasciuto e non alla moda.

    Io un cane non l’ho ancora preso proprio perchè aspetto di trovare quello giusto, non lo voglio certo trovare sfogliando un catalogo.
    I cani di razza che vincono i concorsi sono quelli più “belli”, per cui passano in secondo piano le caratteristiche caratteriali e , purtroppo anche la resistenza fisica.

  4. Da una amante dei cani da pagliaio – sono posseduta da ben tre esemplari bastardi 100% – e assidua frequentatrice di canili non posso che darti ragione in toto… per di più quel libro ha fregato anche me, che ovviamente non l’ho finito: è davvero odioso!

  5. benvenuta Binconiglio! Io invece mi sono fatta un dovere culturale di leggerlo dalla prima all’ultima riga.
    Su questo libro ho qualcosa in serbo.

  6. grazie del benvenuto! sul fatto che tu lo abbia letto fino in fondo un solo commento: sei stoica! curiosa di sapere ciò che hai in serbo….

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