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Il setter Cayenne

Confesso un non ben specificabile fastidio, una sorta di unghiata sulla lavagna, un acufene stridulo, diciamo pure un attacco di cinetosi, nel leggere Diario di campagna e di città , due “Gardenie” fa.
Pensare che era da poco che avevo scoperto che questa bustina di paesaggio cittadino era piacevole e ben scritta.
La marchesa Caterina Gromis di Trana è una che coi cani ci ha sempre vissuto. Ma mica canetti di quelli comuni, di quelli che trovi l’annuncio dal veterinario “regalasi cuccioli”. La sua è roba raffinata, costosa, di marca.

Boh, comunque sia, un cane è un cane, di marca o no, e tanto mi piaceva questo Diario di campagna e di città, che mi sono comprata Vita da cane. Confessioni di un capobranco, della piccola ma interessante Blu Edizioni, il cui catalogo vi consiglio di richiedere e sfogliare diligentemente.
Il libro è scritto con la degnazione di chi ha gli allevamenti di cani di marca e chiama i bastardini “cani da pagliaio”, elogiandoli pure ma con condiscendenza, trovando persino qualche parola di democrazia canina di risulta in una attrezzatura linguistica disciplinata e forbita.

Infatti il libro è finito sulla cassapanca in bagno, insieme a “Gardenia”. Ma questo va per conto suo.

La marchesa ci fa sapere che in quel momento ha dei setter adulti. Ma voleva una cucciolata. La sua cana però non ci stava col fidanzato che le avevano procurato e la cucciolata è andata a carte quarantotto. Allora la signora pensa “quasi quasi mi prendo un bovaro: non l’ho mai provato”. Anche io non ho mai provato un bovaro, né un setter, né un Cayenne. Vado in giro con i miei due bastardini e una Polo scassata che si ricorda i tempi dell’arca di Noè. “Un bovaro –continua imperterrita la signora- prende lo spazio di tre o quattro setter”. Anche una Volvo prende lo spazio di tre Twingo, penso io.
Mossa da ardore etologico e biologico, la signora vuole conoscere le attitudini di tutte le razze di cani (a quanto pare la razza per eccellenza, quella dei “cani da pagliaio”, però non le interessa), ed è pronta a disfarsi dei suoi quando se li è stufati. Ma non preoccupatevi: quei cani lì c’è chi li compra a peso d’oro, mica vanno a finire al canile di Sant’Ilario.
Posso anche capire questo zelo scientifico con cui si muove la signora (quello zelo che è appena ad un passo dalla vivisezione e dal trapianto di cervello sulle scimmie?). Ma mi chiedo: con che criterio e secondo quale impulso si sceglie, o meglio, si accoglie un cane? Per vedere come fa la punta o quante quaglie riesce a riportare? Per sapere come azzanna o quante medaglie si porta a casa ai concorsi? Per calcolarne la velocità e la resistenza? Per valutarne forma, dimensioni, peso, corporatura? Criteri legittimi, per quanto discutibili, per un cacciatore, un espositore, un allevatore o per chi i cani li compra o li alleva per rivenderli, come tacchini da ingrasso. Una filosofia un po’ meno gradita per chi scrive libri e articoli che dovrebbero illuminare l’umanità sulla “caninità”.

A mio modo di vedere, che sarà certamente opinabile e forse da poveraccia miserabile agli occhi della marchesa/duchessa/ochessòio, questa non è “caninità”, ma una parte di “caninità” scelta con criteri umani (e non canini). Non è generale, non è la cavallinità del cavallo o la cosità della cosa, ma solo un pretesto per l’esaltazione egocentrica e inammissibilmente inconsapevole del proprio ego.

Cara signora, un cane non si sceglie, ma un cane CAPITA nella vita. Non lo scegli tu, ma il tuo destino. E il cane si accoglie e si cura come un membro della famiglia non perché è bello, intelligente, fa la punta così e cosà, ha la testa al tot per cento di distanza dalla coda e fesserie simili. Con un po’ di rabbia le dico: se le tenga per sé, queste cazzate.
Negli occhi di un cane –se si è proprio molto bravi- si riesce a vedere ciò che il cane vede in noi: la nostra umanità (non intesa nel senso di pietà e misericordia, ma di “ciò che di umano v’è nell’uomo”).
Il cane ci mostra ciò che siamo, a prescindere dalla lunghezza delle sue zampe o dalla distribuzione delle sue macchie.
Io non cambierei i miei due “cani da pagliaio” neanche con Lassie e Rin Tin Tin.
Se la signora rinnova il suo branco come rinnova il guardaroba, l’automobile il taglio dei capelli, per favore, non lo proclami come atto di amore per la stirpe canina e men che mai se ne vanti. Vorrei anche sapere se a lei piacerebbe essere “rinnovata” da un alieno grande e grosso che le misura la distanza dell’attaccatura del collo da quella del bacino, o se sarebbe contenta di essere “rinnovata” da suo marito e dai suoi figli.

Love me tender, Gardenia

Leggo “Gardenia” sempre con grande ritardo, in questo periodo poi ho trascurato tutte le letture perché sto preparando una conferenza a Forlì il 16 di giugno (anche per questo ho lasciato il blog un po’ negletto).
Di solito ammucchio “Gardenia” su un cesto che sta in bagno, e ogni tanto leggo qualcosa. Non trovando il numero corrente ho ripreso quello di maggio, che avevo letto a balzelloni (mi è molto piaciuto l’articolo sul cutting garden) e ci ho trovato una bellissima sorpresa, ma che dico, un gran regalo!
Me lo fa un insospettabile Carlo Contesso, nelle sue pagine di progettazione del giardino.
Si tratta di come realizzare una siepe di melo nanizzato, esattamente come nel sogno giardinicolo che descrivo nel capitolo Storia di un’aiuola: un giardino sul retro del mio libro. Perciò capirete che quando me lo sono visto spiegato e illustrato dalla bella mano di Massimo Demma, mi ha preso un infartino. Ho accuratamente ritagliato le pagine, spillate, segnato la data, e chiuse dentro al mio libro.
Per una volta, grazie “Gardenia”, grazie di avermi fatto vedere il mio sogno con gli occhi aperti.

Intanto vengo a scoprire come si chiama questo tipo di piantagione: step over, cioè “scavalcalo”. In effetti a seconda di quanto in basso si piega l’astone, si ottiene un cordone più o meno basso, scavalcabile.
E’ di certo una derivazione della coltura dei fruttiferi a cordone, a palmetta o a spalliera, già in uso ai tempi del Re Sole negli orti di Versailles, ma questo cordone si fa con dei portainnesto nanizzati, altrimenti non esce.
Si comprano astoni giovani, di un anno di età, e poi si curvano durante tutto il periodo di crescita, fino a ottenere un angolo di 90° e infine si legano ad un filo teso tra due paletti.
La pianta tradizionale per lo step-over è il melo, ma Contesso sostiene che si possa usare anche il pero, seppur usando maggiore cautela nel piegarlo perchè è meno elastico. Questo è buono per noi che viviamo in zone calde dove gli inverni sono miti e il melo soffrirebbe. Inoltre il pero in piena fioritura è sempre uno spettacolo.
Non so che altre piante possano essere usate in questo modo, ma credo anche altre. I meli nani si trovano con una certa facilità anche in un buon vivaio locale (ce li ha anche la Bakker, veramente), ma spesso sono impalcati diversamente. Se volete suggerimenti e consigli, l’indirizzo che viene dato a cui rivolgersi è i Vivai Belfiore, a Lastra di Signa (FI), 055-8724166, info@vivaibelfiore.it.
Le piante vanno piantate testa-piede per evitare competizioni radicali, ma se ne piantate a coppie, magari come delimitazione dell’orto, le potete piantare anche specularmente.
Durante la crescita e l’allungamento del cordone, vanno accorciate a 5 cm tutte le ramificazioni laterali, soprattutto quelle che vanno verso il basso. Questa operazione -dice Contesso- va fatta quando il ramo inizia a lignificare, dunque quando ha una lunghezza di 20-30 cm). Si continua ad accorciare le successive crescite fino a 2 cm per tutta la stagione .
Quando il getto orizzontale raggiunge la lunghezza desiderata (circa un metro e mezzo), allora si accorcia ad una gemma laterale, che ramificherà e porterà dei frutti.
In inverno si procederà ad una manutenzione bassissima, sfoltendo i rami troppo vicini.

Ad aprile è così

Come si vede nel progetto, c’è una striscia di prato in cui sono state fatte crescere aromatiche molto basse e decorative, come il prezzemolo riccio e l’erba cipollina, ma anche zafferano. Più in là il prato fiorito con le pratoline. Se il terreno è umido e fresco si può invece piantare della fragola (io però preferisco la prima soluzione).
Inframmezzati al prato dei narcisi del tipo giunghiglia.
Questi sono i fiori di aprile:

1) Erba cipoolina 2)pratolina 3)zafferano 4)Narciso \’Pueblo\’, tipo giunghiglia

Potete anche optare per un prato di camomilla da lasciare andare a fiore. Contesso sceglie quella doppia, ma anche quella comune è estremamente decorativa.
Per continuare l’effetto campagna sono stati seminati dei papaveri rosolacci e dei fiordalisi.

In estate è così

Mentre le mele maturano, fioriscono papaveri e fiordalisi.
Sconsigliata per i giardini abitati da cani maschi, questa combinazione è molto gradita ai bambini, che raccolgono la frutta ad altezza d’occhio.
Noi -dal canto nostro- speriamo anche che questo insieme così fresco, profumato, semplice e campagnolo ci porti anche le visite di insetti e farfalle.
Questi i fiori dell’estate:

1) Centaurea \’Polka Dot\’, nana 2) Chamaemelum nobile \’Flore Pleno\’ 3)Prezzemolo riccio 4)rosolaccio comune

Adesso aggiungo dei suggerimenti miei che ripesco dal mio libro.
Io non mi farei mancare dei gagofani, sia del tipo semplice che pieni come il ‘Cranmere Pool’, l’importante è che siano dei Pinks, cioè garofani da bordura, non Dianthus caryophyllus, che sarebbe troppo alto e andrebbe sostenuto.
In una fila un po’ più arretrata ci vedrei bene della lavanda, magari la stoechas o un’altra qualunque a portamento basso, e della santolina, ma la cultivar a fiore giallo crema, la S. pinnata susp. neapolitana ‘Sulphurea’. Se il clima non è arido anche delle Phlox paniculata nelle zone più arretrate, e tra le tappezzanti il Tanacetum parthenium ‘Golden Moss’.
Invece del comune rosolaccio, scegliete la serie Shirley o il miscuglio ‘Angel Choir’. Già questi da soli basterebbero, ma se riuscite a seminarci dentro qualche fiordaliso, tanto di guadagnato.
Ovviamente non bisogna affollare troppo l’insieme, che più semplice è meglio sta. Sarebbe particolarmente bello il prato lasciato libero e falciato dopo la sfioritura delle annuali (in modo che possano liberare i semi), come intermezzo tra il cordone step-over e un muro (che può esser quello dell’orto o di casa), su cui far crescere delle rose rampicanti e arbusti profumati, oltre che piselli odorosi e Lathyrus latifolius. Un altro utilizzo splendido è usarlo per riquadrare il cutting garden, o semplicemente come siepe per “annunciare” una coltivazione intensiva di piselli odorosi in filari.

E’ un dolce sogno per me, e queste tre pagine di “Gardenia” mi fanno un effetto lenitivo, io le uso per farmi le coccole prima di andare a nanna.

Un’altra cosa che aggiungo per ultima ma alla quale dedico molta partecipazione: questo tipo di piantagione può essere ottimamente usata nei giardini per le sedie a rotelle. Si possono raccogliere i frutti semplicemente allungando una mano, da seduti, ed anche praticare le comuni manutenzioni non sarà difficile, tenendo in grembo le cesoie e un sacchetto per i residui di potatura.
Unico problema: per potersi avvicinare a sufficienza sarà opportuno ridurre al minimo la piattabanda di prato e aromatiche, in modo che non ci si debba sporgere troppo dalla sedia. In secondo luogo è importante che la superficie sia liscia abbastanza da permettere una comoda andatura delle ruote, ma non troppo scivolosa. Terzo, è essenziale che sul bordo della pavimentazione ci sia un cordolo sottile e sufficientemente alto per evitare che una ruota scivoli nella terra, provocando cadute accidentali.Il cordolo può essere anche un mattone messo di taglio, o un asse di legno, magari sagomato.
Attenzione agli interstizi, se volete evitarli, meglio una colata in comune calcestruzzo ben lisciato.

Gardenia di ottobre: palla al centro

Nel mese scorso “Gardenia” ( sulla quale sono sempre molto scettica), mi ha stupita con un bel reportage di Costanza Lunardi su un giardino catanese e con la pagina finale dell’allegato “Rose e Tulipani”, scritta da Stefania Bertola.
Il giardino è chiamato “le stanze in fiore di Canalicchio”; le foto di Dario Fusaro, come al solito molto suggestive e pulite, forse consapevoli di qualche omissione, ritraggono una sorta di oasi paradisiaca con vegetazione mediterranea e tropicale disposta alla maniera inglese, cioè quella tipica sistemazione che viene chiamata “giardino mediterraneo”, che di mediterraneo ha più o meno solo il nome, essendo in realtà un’invenzione di quelli che Guido Giubbini chiama “inglesi refiosi” che nella seconda metà dell’Ottocento venivano a trascorrere le vacanze o il resto della vita in Italia, e che così si immaginavano che dovessero essere i giardini mediterranei: una versione subtropicale del loro giardino settecentesco.
Albion caput horti
Il giardino è bello, ben concepito, di quelli che hanno la venustà della vecchiezza, che è una delle doti più pregevoli in un giardino. Piante locali, come il fico d’india, frammiste a piante più inusuali e difficili, come le felci arboree, l’erba nuova in mezzo a vecchi scalini, abbeveratoi in pietra come fontane, dovunque il senso dell’ “eredità”. Niente bordure per i fiori, anche perchè avrebbero stonato, al loro posto invece delle vasche rettangolari per i fiori da taglio, un po’ come quelle che desiderava Russel Page per un suo giardino privato.
Le rose non vengono neanche nominate.
Non manca neanche qui, però, una forte concessione al contemporaneo gusto del consumo dei luoghi. Luci a scomparsa attorno al laghetto per una suggestiva visita notturna, la piscina per nuotare (non si capisce bene se privata o no, ad ogni modo la piscina -secondo me- dovrebbe essere un elemento a parte di ogni giardino), e gli stuzzichini siciliani con un nome inglese. Tutto molto molto “very cool”, da sciure che l’aperitivo non gli basta, che per sentirsi soddisfatte devono aver consumato un po’ di antichità, perchè la modernità è alla portata di tutti, sciure che non hanno problemi se menu e prezzi sono da concordare.
Insomma, c’è anche lì la longa manus del consumismo moderno e del consiglio per gli acquisti ma il giardino, perlomeno visto in fotografia, vale una visita anche se poi bisognerà tenere il portamonete lontano dagli stuzzichini.
Direi: palla al centro.

“Gardenia”, che è sempre un po’ eguale a se stessa, sembra comunque essersi sollevata dalla sciatteria di qualche anno fa, per volgersi ad un pubblico dal portafogli ben gonfio e dai gusti raffinati (o falsi raffinati?). Invece l’allegato “Rose e tulipani” non era male, e la pagina finale scritta da Stefania Bertola, direi insuperabile. Una delle migliori cose che ho mai letto su “Gardenia” e una delle migliori cose che ho mai letto in assoluto su una rivista.

Lo riporto integralmente:

LE ROSE SONO COME I GATTI, se ne fregano. Non conoscono amore e fedeltà, sono bastardelle rese presuntuose da secoli di venerazione, e sono sempre pronte a mollarti per una ciotola più profumata o un cuscino più morbido. Prendete le mie. Hanno adocchiato il ristorante, già da tempo. Io le ho amorevolmente piantate in una aiuola che corre lungo una cancellata, oltre la cancellata c’è un ruscelletto, e oltre il ruscelletto un ristorante. E l’unico scopo nella vita di quelle disgraziate è allungare rami, spine e fiori fino a superare il gap e approdare trionfalmente nel cortile del vicino. Cosa sperate, cretine? Che i simpatici camerieri giapponesi vengano a imboccarvi di tortino al cioccolato fondente e sformatini di carpa? Non si pasce di cibo mortale chi si pasce di cibo celeste, dovreste saperlo: non sono per voi, i golosi avanzi dei provinciali. E allora perché vi stremate in questi assurdi tentativi di fuga, che vi portano a sbocciolare nel nulla? Osservate, vi prego, il mio giardino in maggio. Lato casa: foglie foglie foglie spine spine. Lato ruscello: rose, roselline, boccioli, gruppetti, un profluvio incantevole di sfumature rosa, bianche, confetto, alba, tramonto. Fiori che allietano la vista di chi va ad aspettare l’autobus, o delle auto di passaggio, mentre noi ne intravediamo a malapena qualcuna, forse più timida delle altre, o più pigra chissà. Io le acchiappo con un bastone dell’Ikea, quelli con il gancio in fondo per appendere i vestiti negli armadi alti, e le rivolto insultandole, e lo vedo benissimo, nell’espressione dei fiori, che appena girerò le spalle ricominceranno a crescere verso il ristorante. Sono galline in fuga, anche loro.
Quelle che non possono scappare di casa, manifestano la loro indipendenza creando insetti. Creando, non ospitando. Li fabbricano in proprio, confermando le teorie di Aristotele. Un bel cespuglio di rose bianche, adagiato attorno allo steccato dell’orto (chiamiamolo così), produce abbondanti boccioli graziosi e compatti che però, quando si aprono, contengono già al loro interno un insettaccio nero che mi ride in faccia e divora tutti i petali. Gli spruzzo cose, e loro ingrassano. Che insetti siete? Appartenete al nostro mondo, o siete fatti della stoffa degli incubi, come i Manga giapponesi? E la rosa rossa sul muretto? Perché non fa NIENTE? E dico niente. Non fiorisce, non muore, non fa foglie, non si secca, non dà segni di vita e neanche di morte. Sta. Un rametto verde nel terreno, vivo ma inerte. Esisterà la depressione fra i vegetali? Devo darle il lithio, invece che quel buon letame di cavallo? Questo spirito di menefreghismo nei confronti del committente sta contagiando anche le ortensie, quel fiore buono e ottocentesco, un po’ la nonna dei fiori, diciamo, la simpatica zia rotondetta che suona vecchi valzer su un pianoforte scordato. Nessuno si immagina di vedere le ortensie in prima fila a una manifestazione contro il G8. Eppure, anche loro quest’anno hanno cominciato a fare le furbe: fioriscono solo ed esclusivamente raso terra. Grandi piante piene di salute, che mettono i fiori sui rami bassi, come una specie di bordura che si impolvera e langue. Io le vedo, le ortensie in giro, che sembrano disegnate da una bambina pignola, con quei fiori ben distanziati e regolari, fitti fitti, tanto belli che ti chiedi perché la gente in Piemonte si ostini a piantare oleandri. Le mie mi ridono dietro, e di notte bisbigliano con le rose: «Rendiamole la vita difficile. Hai parlato con i bulbi? Gli hai detto di passare direttamente dal boccio al marcio? Si? Ottimo».
E come i gatti, le perfide rose sanno farsi perdonare. Basta un fiore perfetto una mattina di giugno, e le doneresti anche il sangue.

Giardini per sedie a rotelle

C’è la sedia a rotelle.
Generalmente noi siamo fuori dalla sedia a rotelle. Non c’è racconto o descrizione che valga a chiarire come cambia il punto di vista quando si è dentro una sedia a rotelle, o quando -più o meno da un giorno all’altro- ci si ritrova a doverla spingere.

I giardinieri sono tra le creature meno sensibili di questa terra al problema della sedia a rotelle.
Esistono certamente giardini compatibili con la sedia a rotelle o in cui la sedia a rotelle è un’ospite come tante o non è mal accettata. O giardini che si dotano di attrezzature per sedie a rotelle, magari perchè i loro proprietari sono costretti a farne uso ad una certa età.
Non so come funzionino le cose in America e in Giappone, dove pare che i progettisti siano un po’ più svegli, ma qui in Italia bisogna dire che funzionano proprio male.
Se un giardino si dota di passaggi e scivoli per le sedie a rotelle si tratta sempre di qualcosa in più e non di qualcosa per.
Solitamente poi gli scivoli sono rampe improvvisate, come quelle degli stabilimenti balneari o un percorso alternativo, diverso da quello dei pedoni. Come a dire “non ho niente contro la tua sedia a rotelle, ma se vuoi passare devi farlo per forza dall’entrata secondaria”.
Grazie.
Anche nei giardini più attrezzati, poi, non si può andare dappertutto. La parete rocciosa è abbordabile solo da chi ha gambe buone, vietata se è per questo anche ai malati di cuore. Il prato umido -ci potete scommettere- diventerà come le sabbie mobili, e se uno pesa più di venti chili la sedia a rotelle finisce per “infungarsi”, per sprofondare come in un pantano.
Il vialetto sarà sempre troppo stretto, e il tuo catetere potrebbe staccarsi e saltar via, e sicuramente ci sarà questo o quell’inceppamento nelle connessure del viale, sempre che il designer non abbia deciso di usare la ghiaia, già fastidiosa in un giardino comune, con il suo orribile scricchiolio, del tutto impraticabile per una sedia a rotelle.
Sarà bello fermarsi sul bordo del fiumiciattolo, che si attraversa solo zompettando da una beola all’altra. Sarà entusiasmante dover dire “Oh, beh, torniamo indietro” oppure “Vai tu, non importa”.

Non esistono giardini per le sedie a rotelle.
Come se questo fosse un’a privativa. Un giardino per le sedie a rotelle non può essere bello…perchè? ma è ovvio, perchè le sedie a rotelle sono brutte, ed evocano concetti di malattia, disagio, disabilità, incapacità.
Invece di essere sano stimolo alla creatività e all’estro.

Un tappeto in casa è un ostacolo insormontabile per una sedia a rotelle, figuriamoci un sasso in un prato…si perderebbe tutto l’elemento di naturalità e di mistero, tutta la multiplicatio et variatio universorum, tutti gli elementi di ricchezza di curiosità, di mistero, di divertimento. Via, insomma, chi ha la sedia a rotelle se ne stia a casa sua a guardare la tivvù, dopotutto…che vuole da me, io devo progettare un giardino perchè sia bello…altrimenti gli altri non ci vengono neppure.

Non tutti siamo Balduccio Sinagra, non tutti abbiamo i soldi di Pierre Passebon e di Jacques Grange, che hanno potuto permettersi di farsi fare il giardino da Louis Benech. Non tutti hanno Paloma Picasso e Yves Saint Laurent come amici.
Eppure il giardino presentato su questo numero di “Gardenia” , in pectore, qualche idea buona per una sedia a rotelle ce l’aveva. Peccato che a Louis Benech non fregasse un bel niente.

Dovremo attendere che qualche riccone diventi paralitico per avere un giardino per le sedie a rotelle?
Non c’è bisogno di lambiccarsi il cervello: la risposta è subito data, ed è un facile e chiaro “sì”.

Banzai! Lunga vita agli alberi nani!

Esistono due o tre luoghi comuni al mondo: uno è che i Vulcaniani siano solo logici e cerebrali, incapaci di poesia e trasporto. Due è che i Klingon siano un popolo esclusivamente feroce e bellicoso e che non sappiano nulla d’arte e romanticismo. Tre è che i bonsai siano una tortura per le piante.
Per i primi due lascio al lettore il piacere della scoperta, ma per il terzo indicherei come più recente apoteosi di tale punto di vista nella nostra italietta giardinicola l’articolo di Pia Pera in chiusura di Gardenia di questo mese ( agosto 2009, n°304, pag. 156).
Pia Pera è anche troppo per Gardenia, ma mi duole vedere come così preziose occasioni di dare un proprio contributo alla cultura del giardinaggio italiano vadano regolarmente sprecate. Una “bustina” alla fine di un mensile è qualcosa di troppo importante per scriverci banalità a fiotti. Passi per le divagazioni sentimental-descrittive con cui ci ingozza da tempo…e la libellula sul fiorellino, e le goccioline d’acqua, e il profumo dei prati fioriti… ma attenzione quando si va a toccare temi di tale portata estetica, artistica, filosofica, antropologica, senza dimostrare neanche una vaga conoscenza dell’argomento nè il benché minimo tentativo di comprendere ciò che si analizza.
Passi anche l’ignoranza a palate, o una presa di posizione partigiana e impermeabile (la critica doc -è noto- passa anche per questo) ma almeno sorprendici, facci divertire, facce ride’…
Niente. In questa “bustina” di chiusura c’era solo una sciatta e trasandata invettiva contro i bonsaisti, paragonati, con scarsa inventiva, ai sostenitori dei “piedini di giglio”.

Pizzetti liquidava il problema senza pensarci due volte: con un’alzata di spalle scriveva che le persone che trovano claustrofobici e orrorifici i bonsai proiettano sulla pianta problemi loro (Pollice verde, BUR, pag. 95).

Il bonsai non è per tutti, come non per tutti sono i palmizi vari, le orchidee colorate, i cactini fallici e pelosi.
Sono dei “sotto-mondi” all’interno di quello più vasto del giardinaggio. Ci sono gli adepti dell’erbacea perenne da fiore, la setta dei tropicalisti, i cactus-maniaci, i patiti delle orchidee, chi colleziona piante velenose, chi raccoglie piante “utili”, ecc.
Molte volte chi si chiude in questi mondi non si occupa per nulla degli altri, ignorandoli scientemente.
E’ quasi naturale, perchè i giardinieri vanno soggetti al collezionismo come i bambini alle malattie esantematiche (cfr. il vecchio postIl collezionista di fiori).

Trascuro di entrare nel merito sociale e antropologico della storia del bonsai, che sarebbe un atto di arroganza per un occidentale, ma mi voglio soffermare su quello estetico-filosofico e naturalistico, per così dire “ecologico”.
Viene rimproverato al bonsai di essere innaturale, un eccesso di artificio, crudele e turpe. Non si metta neanche in discussione il fatto che gli alberi così trattati possano “soffrire”: la sofferenza, la crudeltà e la turpitudine che aleggiano attorno al bonsai non sono rivolte agli alberi, ma all’uomo.
Con chi crede il contrario non ho nulla da dirmi.
Quindi, se l’offesa c’è, è arrecata alla sensibilità dell’essere umano, del proprio prossimo. L’alto valore simbolico delle piante ci permette di identificarci in esse, pertanto si vede nel bonsai un’ amputazione sadica, una castrazione immotivata.
Il che è evidentemente falso, poichè la potatura viene eseguita su qualsiasi pianta anche nel giardino occidentale, senza suscitare crisi di pianto da parte di nessuno, anzi, diventando “mestiere”.
Se poi si ritiene che la potatura in generale sia un’operazione crudele, raccomanderei chiunque ne sia convinto di tenersi lontano da qualsiasi cosa riguardi il giardino.

Per un orientale il bonsai ha a che fare con la religione e la meditazione, con l’educazione e la crescita umana, cose in cui non ho nè competenze nè l’ardire per addentrarmi.
Per un occidentale il bonsai è o potrebbe essere la perfetta risoluzione figurativa e plastica di uno dei problemi che caratterizza ogni estetica dell’arte e che ha assillato filosofi e critici per un paio di migliaia di anni: la mimesi della natura.
Mentre in Europa ci si dibatteva tra il massimo artificio delle stanze barocche e del giardino ancien régime e il minimo artificio (con minima spesa) del giardino Whigh e liberista del Settecento inglese, in Giappone, molto prima di allora, questo conflitto sembra essere stato risolto nel bonsai, in cui l’arte umana e quella della natura si fondono e si completano a vicenda per creare qualcosa che abbia una profonda bellezza e una potenza espressiva tanto forte (e racchiusa in una pianta così piccola) da riuscire addirittura ad annichilire chi la guarda.
E’ -in poche parole- la sintesi perfetta tra natura e artificio, c’è un intero universo racchiuso nel vaso di un bonsai, le nostre stesse vite.

Chiaramente stiamo parlando di bonsai veri, non di quegli scopazzi che vendono nei mercatini, a 10 euro l’uno, 8 se ne prendi tre. La domanda ci è lecita: è forse a questi scopazzi che si riferisce Pia Pera? Ma, buon dio, quelli non sono bonsai, non più di quanto il posacenere a forma di Colosseo non sia il Colosseo stesso!
Queste “cose” sì sono turpi e crudeli, poichè al solo beneficio dell’incasso si violenta e si offende un’arte millenaria, per di più straniera, con il risultato di un vago razzismo serpeggiante in questa sorta di “prodotto”. Ed uso le virgolette solo perchè si tratta di creature viventi, altrimenti non esiterei a definire questi scopazzi dei semplici oggetti d’uso.
Si tratta -lo dico per chi non lo sapesse- di giovani arbusti potati alla base, da cui si lasciano rinascere rametti disordinati: in tutti è infatti ben visibile il taglio del ramo centrale più grande.
Siamo davanti a dei falsi, di qualcosa che non ha più nulla a che fare nè con le piante nè con l’arte nè col Kitsch, ma con la truffa e il raggiro, con azioni non solo non-artistiche, ma immorali, che dovrebbero essere penalmente sanzionate.

Naturalmente ad ognuno è lasciato il proprio giudizio: se non vi piacciono i bonsai, fatti vostri, al massimo potrò compiangervi. Ma denigrare ciò che si dimostra così ampiamente di non conoscere e di non aver compreso, paragonandolo alla messa in piega, per di più non certo in un luogo banale come un forum o un blog, ma nella rivista “di massa” più importante d’Italia, definisce un certo modo se non altro miope, poco accorto e poco acculturato di vedere le cose del giardinaggio.

E per giunta senza neanche un briciolo di humour.