“Il giardino pigro”, Blu Ed. 2019 – videorecensione

Ecco perché, secondo me, dovreste leggere questo libro.

Il giardino svelato, Blu Edizioni

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È uscito da poco “Il giardino svelato”, edito da Blu Edizioni (che in molti avranno presente per la collana “Herriot” sugli animali e per il bellissimo libro di Renato Ronco “Il giardino delle regole infrante”).
Per me è più di un libro, è una soddisfazione personale carica di “sommovimenti” delle emozioni.
Il libro nasce infatti nel vasto grembo della comunità del forum di Compagnia del Giardinaggio: i giardinieri che lo hanno scritto si sono conosciuti lì e lì hanno arricchito le loro competenze giardinicole. Alcune di queste storie per noi forumisti sono note, e abbiamo partecipato alla nascita e alla crescita di molti dei giardini raccontati nel libro. Vederli infine pubblicati è come segnare un passaggio, posare una pietra all’interno del loro percorso evolutivo che sarà certamente ancora lungo.
Non riesco ad essere imparziale perché per me CdG è come una madre che genera molti figli, ognuno con le proprie inclinazioni, e la pubblicazione che raccoglie alcune storie di questi figli è per me un motivo di fortissimo orgoglio.

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Tutte le rose in un solo cane

2 Febbraio 2012
La parola “padrone”

Cuccio capofilicoSì badrone, vengo badrone, subito badrone.

Ecco quello che mi suscita la parola “padrone”, che non risulta né più digeribile né più tollerabile con il suo diminutivo “padroncino” (che fa pensare ai camionisti), né “padroncina”, che a momenti ti viene in mente un film porno.
Quei brutti doppiaggi dei film in bianco e nero in cui gli schiavi neri raccoglievano il cotone dei bianchi e mettevano le “b” al posto delle “p” e parlavano solo all’infinito.

Nella Valle dell’Eden Adam Trask chiede al suo amico cinese, che parlava un ottimo americano, il perché con gli altri si esprimesse utilizzando un linguaggio sgrammaticato e con una forte inflessione cinese.
“Così non mi temono”, rispose. O qualcosa del genere.
Credo che anche noi sentendoci “padroni” dei cani, dei gatti, delle mucche, dei cavalli, ci sentiamo superiori, non ne temiamo i morsi, i graffi, le incornate, gli zoccoli; e magari quando “l’animaletto” non si è “comportato bene”, ci sentiamo autorizzati, in quanto “padroni”, in quanto detentori dello stato di patria potestà, di allentargli un bel calcio in culo o di tirargli il collare a strozzo fino a farlo tossire.

Chiariamolo subito: “padrone” non è un termine applicabile a nessun animale. Gli animali non sono di proprietà di nessuno, come noi umani, d’altra parte. Nessuno è proprietà di nessuno, e penso che questa cosa sia applicabile anche agli oggetti.
Siamo tutti responsabili degli altri, animale, sasso, acqua, foglia o roccia di questo pianeta. Possediamo tutto e niente: l’unica cosa si cui possiamo legittimamente avanzare un possesso è il nostro corpo e -forse- la conoscenza.

Mi sa che è per questo, al contrario delle peggiori ramaglie dei miei parenti, che non nutro alcun interesse per i titoli nobiliari dei miei avi, per vecchi palazzi, per emblemi, blasoni, alberi genealogici.

Io sono io, sono il risultato delle mie esperienze e del mio raziocinio. Non appartengo né voglio appartenere ad altri che a me stessa. Non sono la figlia di mio padre o la moglie di mio marito. Sono io, e basta. Né ritengo che altre persone mi debbano appartenere, per quanto amate e vicine.
E trovo sia più che legittimo che questo basilare concetto dell’etica contemporanea si estenda agli animali. Proprio perché li amo e li rispetto come entità biologiche e come individui caratterialmente delineati.

Noi non ne siamo “padroni”, ma custodi, nei fatti e nel pensiero. Ne custodiamo la salute, ne custodiamo la gioia che ci offrono, i fastidi che ci infliggono, i figli che ci affidano, ne custodiamo i ricordi quando non ci sono più.

Ecco anche perché rifiuto l’inverso del verbo “possedere”, usato da animaliste varie che per non dire “Ho due cani e tre gatti”, dicono: “Sono posseduta da due bastardini, due micette e un gattone”.
È una sequela di vezzeggiativi che non rende giustizia etica, scientifica, biologica né a noi né al cane o al gatto, al suo motivo di esistere sulla Terra, e alla sua qualità di creatura vivente indipendente.

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“Padrone” ha per me sempre e comunque un’accezione negativa, maturata nel tempo, sia dall’osservazione degli altri “padroni”, sia dalla mia esperienza con i cani che vivono con la mia famiglia.
Considero i cani degli amici, così come i gatti, anche se non sono esente dai vari “Vieni da mammina, la mamma ti prende”.

Li considero dei compagni di viaggio, da cui imparare più che a cui insegnare.
L’insegnamento al cane può essere molto divertente e appagante, perché implica un reciproco incontro di menti. Ma preferisco l’osservazione e l’apprezzamento di come si comportano senza troppe intromissioni. E per capirsi basta uno sguardo, non un campo da agility-dog.
In un libro ho letto che i cani non si tengono così, che devono essere “allezionati”, educati, tenuti in costante esercizio. “Altrimenti – recitava il libro- fareste bene a dedicarvi ad altre specie animali, come il gatto”, ben sapendo che i gatti sono impermeabili a qualsiasi volontà umana.

E Dio creò il cane

E Dio creò il cane

E sia chiaro che mi sento animale quanto un cane e un gatto, e uso la parola “umano” per distinguere tassonomicamente l’Homo sapiens dal Felis catus e dal Canis familiaris.

Neanche la parola “animalista” mi fa simpatia. Cos’è? un nazista degli animali? Brutte, pericolose, mal concepite, nel migliore dei casi poco significative, le parole che finiscono in “ismo”. Sempre a doppio taglio, sempre ambigue, in ogni caso di cattiva assonanza. Idealismo, Romanticismo, Postmodernismo, Astrattismo. Bah.

Non zoofilo, parola esistente nei nostri dizionari, che però implica l’atto sessuale con gli animali (cioè ancora violenza sugli animali), ma biofilo, secondo la celebre teoria di Wilson .

Un’altra parola con cui ho da fare i conti: “razza”.
Un mio ex-amico mi disse che tutti i giacinti appartengono alla stessa razza, cioè Hyacintus (che è il genus). Le cultivar, cioè le varietà (rosso, rosa, crema, azzurro, ecc.) –mi spiegava il mio ex-amico- sono tipologie derivate da incroci, come accade per l’uomo. Razza giacinto, razza uomo.

Il cane no.

Il cane o è di razza o è bastardo. E dona a noi le signore della Torino-bene, di cui non faccio nomi, solo cognomi: Marchesa Caterina Gromis di Col Tana e compagnia cantante, che con la loro carità pelosa li chiamano “cani da pagliaio”, per farli sentire più apprezzati. “Un cane da pagliaio senza nemmeno la bellezza di un cane da pagliaio”, dice lei nel suo libro Vita da cani. Avventure di un capobranco, a pagina vattelappesca perché l’ho dato via.
Di che razza è? Domanda frequentissima.
Allegro miscuglio, bastardini, cani da pagliaio, razza canile, tutti eufemismi per dire che è un cane senza pedigree (sai, poi, i pedigree come si fotoscioppano facilmente!).
Come di che razza è? È un cane. Canis familiaris, razza canina. Non vedi che non è un gatto né un pappagallo?
Credi che abbia un numero di cromosomi diverso dal tuo, che è un Dobermann palestratissimo addestrato ad azzannare alla gola, o un Pointer che punta le quaglie come neanche un mirino laser?

“Ah, sì …(dona a noi le signore…), sono quelli che danno più affetto!”.

Il cane di razza canina ha in sé tutte le razze del mondo, è come dire una rosa che ha in sé tutte le rose mai ibridate dei millenni.

Hai tutte le rose in un solo cane.

Ma cosa vai cercando di più?

Gli occhi di un cane scppatore e ululatore, non fidatevi

Gli occhi di un cane scappatore e ululatore, non fidatevi

Il setter Cayenne

Confesso un non ben specificabile fastidio, una sorta di unghiata sulla lavagna, un acufene stridulo, diciamo pure un attacco di cinetosi, nel leggere Diario di campagna e di città , due “Gardenie” fa.
Pensare che era da poco che avevo scoperto che questa bustina di paesaggio cittadino era piacevole e ben scritta.
La marchesa Caterina Gromis di Trana è una che coi cani ci ha sempre vissuto. Ma mica canetti di quelli comuni, di quelli che trovi l’annuncio dal veterinario “regalasi cuccioli”. La sua è roba raffinata, costosa, di marca.

Boh, comunque sia, un cane è un cane, di marca o no, e tanto mi piaceva questo Diario di campagna e di città, che mi sono comprata Vita da cane. Confessioni di un capobranco, della piccola ma interessante Blu Edizioni, il cui catalogo vi consiglio di richiedere e sfogliare diligentemente.
Il libro è scritto con la degnazione di chi ha gli allevamenti di cani di marca e chiama i bastardini “cani da pagliaio”, elogiandoli pure ma con condiscendenza, trovando persino qualche parola di democrazia canina di risulta in una attrezzatura linguistica disciplinata e forbita.

Infatti il libro è finito sulla cassapanca in bagno, insieme a “Gardenia”. Ma questo va per conto suo.

La marchesa ci fa sapere che in quel momento ha dei setter adulti. Ma voleva una cucciolata. La sua cana però non ci stava col fidanzato che le avevano procurato e la cucciolata è andata a carte quarantotto. Allora la signora pensa “quasi quasi mi prendo un bovaro: non l’ho mai provato”. Anche io non ho mai provato un bovaro, né un setter, né un Cayenne. Vado in giro con i miei due bastardini e una Polo scassata che si ricorda i tempi dell’arca di Noè. “Un bovaro –continua imperterrita la signora- prende lo spazio di tre o quattro setter”. Anche una Volvo prende lo spazio di tre Twingo, penso io.
Mossa da ardore etologico e biologico, la signora vuole conoscere le attitudini di tutte le razze di cani (a quanto pare la razza per eccellenza, quella dei “cani da pagliaio”, però non le interessa), ed è pronta a disfarsi dei suoi quando se li è stufati. Ma non preoccupatevi: quei cani lì c’è chi li compra a peso d’oro, mica vanno a finire al canile di Sant’Ilario.
Posso anche capire questo zelo scientifico con cui si muove la signora (quello zelo che è appena ad un passo dalla vivisezione e dal trapianto di cervello sulle scimmie?). Ma mi chiedo: con che criterio e secondo quale impulso si sceglie, o meglio, si accoglie un cane? Per vedere come fa la punta o quante quaglie riesce a riportare? Per sapere come azzanna o quante medaglie si porta a casa ai concorsi? Per calcolarne la velocità e la resistenza? Per valutarne forma, dimensioni, peso, corporatura? Criteri legittimi, per quanto discutibili, per un cacciatore, un espositore, un allevatore o per chi i cani li compra o li alleva per rivenderli, come tacchini da ingrasso. Una filosofia un po’ meno gradita per chi scrive libri e articoli che dovrebbero illuminare l’umanità sulla “caninità”.

A mio modo di vedere, che sarà certamente opinabile e forse da poveraccia miserabile agli occhi della marchesa/duchessa/ochessòio, questa non è “caninità”, ma una parte di “caninità” scelta con criteri umani (e non canini). Non è generale, non è la cavallinità del cavallo o la cosità della cosa, ma solo un pretesto per l’esaltazione egocentrica e inammissibilmente inconsapevole del proprio ego.

Cara signora, un cane non si sceglie, ma un cane CAPITA nella vita. Non lo scegli tu, ma il tuo destino. E il cane si accoglie e si cura come un membro della famiglia non perché è bello, intelligente, fa la punta così e cosà, ha la testa al tot per cento di distanza dalla coda e fesserie simili. Con un po’ di rabbia le dico: se le tenga per sé, queste cazzate.
Negli occhi di un cane –se si è proprio molto bravi- si riesce a vedere ciò che il cane vede in noi: la nostra umanità (non intesa nel senso di pietà e misericordia, ma di “ciò che di umano v’è nell’uomo”).
Il cane ci mostra ciò che siamo, a prescindere dalla lunghezza delle sue zampe o dalla distribuzione delle sue macchie.
Io non cambierei i miei due “cani da pagliaio” neanche con Lassie e Rin Tin Tin.
Se la signora rinnova il suo branco come rinnova il guardaroba, l’automobile il taglio dei capelli, per favore, non lo proclami come atto di amore per la stirpe canina e men che mai se ne vanti. Vorrei anche sapere se a lei piacerebbe essere “rinnovata” da un alieno grande e grosso che le misura la distanza dell’attaccatura del collo da quella del bacino, o se sarebbe contenta di essere “rinnovata” da suo marito e dai suoi figli.