Il sistema patriarcale pone al comando gli stupidi, attraverso la violenza

Tempo addietro mi è capitato di vedere un reel su Instagram in cui un signore -evidenziando tutti i disastri dell’élite politica- si chiedeva come mai solo noi umani mettiamo a capo il più stupido (forse c’entrava Salvini), mentre tutti gli altri animali della terra instaurano un rapporto di equilibrio con l’ambiente e tra i membri del gruppo. Più o meno, eh, non ricordo parola per parola.

Ho avuto la cattiva idea di rispondere. Il mio commento è stato: “Un uomo, un maschio”. Ebbene, si sa come vanno le cose con i commenti che non piacciono: piovono notifiche di risposte anche dopo mesi (che palle). A parte gli insulti e le offese, le risposte più articolate che ho ricevuto sono tutte uguali, quasi tutte date da maschi bianchi privilegiati. La più frequente è l’elenco delle donne malvagie attualmente al governo nel mondo. Sui social, quando so che innescherei una serie di risposte fino al miliardesimo livello di nidificazione, non mi ci metto neanche, semplicemente non rispondo. Per mia comodità e spero per interesse di lettrici e lettori, scrivo qui una risposta generale, anche per le sorelle giovani e con gli occhi chiusi. Non le biasimo, lo sono stata anche io e troppo a lungo. Ma spero che si sveglino dal loro sonno di pietra, perché siamo in pericolo.

Lascio da parte considerazioni di tipo biologico ed etologico, che potrebbero essere anche consistenti, e rimango sulla metafora. Il signore del video non ha fatto un collegamento di una semplicità mirabile, e non mi sorprende. Stupidità come potere istituzionale e violenza sono esattamente la stessa cosa. E sono gli uomini, non le donne, a praticare la violenza come strumento di raggiungimento e mantenimento del potere, da millenni. Che poi ci sia stato qualche singolo esemplare femmina della specie Homo sapiens che abbia poggiato le natiche su un trono o il seggio di una presidenza e si sia comportata in modo violento, nessuno lo mette in dubbio, ma se buttiamo giù un po’ di statistiche, nel corso di qualche migliaio d’anni, includendo tutta la geografia terrestre, le donne di potere e sanguinarie come Isabella di Castiglia o Cixi, saranno una ventina. Tipo lo zero virgola zero qualcosa per cento. Però i maschi sempre a puntare il dito anche su quello 0,0 qualcosa per cento.

Ma torniamo alla stupidità: perché la stupidità è violenza? Come prima cosa, la violenza è una reazione a bassa elaborazione cognitiva e psicologica. Questo vale nell’umile quotidiano ma ancor di più quando si parla di “stupidità al governo”. Ogni tipo di potere governativo, ma in particolare quello attuale (non solo in Italia), violento, arrogante, sopraffattore, apertamente tirannico, ha sempre l’interesse di mantenere le cose come stanno. Chi governa, chi è all’apice del potere, pascola beatamente nello status quo. Ogni cambiamento mette in pericolo la sua posizione apicale, è perciò nel suo interesse attestarsi sull’immobilismo e mantenere statiche le masse. Ci viene in aiuto l’etimologia della parola “stupido”, cioè “stupère” che vuol dire “sbalordire”, ma anche “immobilizzare” (per fare un esempio, l’incantesimo “Stupeficium” è quello usato in Harry Potter per paralizzare i nemici). La passività delle masse si ottiene per molte vie, la repressione, la sfiducia, la rassegnazione, il culto dell’inazione e il pascimento nell’ignoranza e nell’ozio. È anche per questa ragione che nessun governo promuove mai l’accesso alle urne, anzi, semmai lo disincentiva.

La violenza è quindi una condizione di stasi mentale, di abdicazione al raziocinio e al pensiero complesso, alla critica e al ragionamento analitico, a cui si associa una reazione fisica, verbale o comportamentale di prevaricazione nei confronti dell’altrə.

La stupidità nasce dall’uso continuo di violenza, dall’assuefazione del cervello a quella scorciatoia cognitiva. Ed è per questo, signore del video su Instagram, che gli animali non mettono a capo il più stupido, perché la violenza è biologicamente ed ecologicamente costosa, si disperdono energie e si corre il rischio di mettere a repentaglio la sopravvivenza dell’intero gruppo. Data la nostra capacità di incidere sull’ambiente, noi umani possiamo permetterci un certo dispendio di energie, ma la violenza alla lunga distrugge ciò che ha conquistato. È parassitaria: vive finché è vivo l’ospite, poi muore.

Nella storia dell’essere umano però, è successa una cosa che non ha eguali non mondo degli animali: la violenza è stata culturalizzata. Cioè è entrata nel sistema di vita dei popoli, è stata trasmessa di generazione in generazione, per millenni. Esiste, più o meno visibile, più o meno silenziosa, in tutte le attività umane, scienze, arti, filosofia, giurisprudenza, politica, ecc. Quando la violenza si culturalizza, prende un nome preciso: patriarcato. Sì, proprio quello che sta antipatico a molti maschietti, che non sanno di esserne anche loro vittime.

Il patriarcato è la Violenza nella sua forma storicamente più resistente e sistemica, quella che ha fatto del rapporto dominatore-dominatə il proprio principio di organizzazione sociale. La struttura è statica, consolidata attorno alla violenza, all’esercizio del potere, del comando e all’obbedianza a esso. Le variazioni all’interno di queste norme, che hanno delle codifiche elaboratissime, sono considerate “aberrazioni”, “contro natura”, “abominio”.

La violenza è insomma un difetto cognitivo, di cui il patriarcato è la forma più aggressiva e a maggiore diffusione globale.

La ferocia delle donne al potere in un sistema maschilista

Il tema della ferocia delle donne di potere riemerge frequentemente in questo periodo in cui la prima premier della storia italiana è una donna. Da Giorgia Meloni, che ha peraltro un aspetto con le caratteristiche che sono state nobilitate dal razzismo inglese, capelli biondi, occhi azzurri, pelle chiara, fisico snello anche se minuto, ci si aspettava di più -non in quanto governante – ma proprio in quanto donna.

Avendo tra l’altro brandizzato politicamente la sua femminilità, la sua maternità e religione, Meloni è spesso additata quale negazione di tutte e tre le cose (donna-madre-cristiana).

Quanto a spietatezza, Meloni viene spesso associata a Ursula von der Leyen, a Angela Merkel, a Margaret Tatcher. Tra i commenti sui social leggo spesso elenchi di nomi di donne di potere di cui viene rimarcata la crudeltà, e -se il commento è di un maschio – inevitabilmente segue la chiosa: “Dicono che le donne al potere non farebbero le guerre, ma mi pare tutto l’opposto” (o qualcosa di analogo).

C’è una versione breve e c’è una versione lunga per spiegare tutto questo, userò quella breve: in un sistema di governo maschilista e patriarcale, non può che essere così. Sarebbe assolutamente, del tutto, in qualsiasi modo impossibile che non fosse così.

L’attuale sistema economico, il capitalismo globale, considera le donne quale forza lavoro e forza riproduttiva da controllare, non da includere della struttura di governo. Ovviamente, grazie alle lotte femministe e al progresso scientifico, le donne sono riuscite a creare delle incrinature, ricavandosi qualche spazio, inserendosi man mano sempre più in alto. Il lavorio per ottenere questo risultato dura da millenni ed è costato milioni di vite di donne. E qui si apre un grande ossimoro della lotta politica all’interno della società capitalista. La lotta per l’eguaglianza si esprime infatti attraverso le dinamiche capitaliste, in seno alla collettività. È quindi naturale che le espressioni ultime di quella lotta non rappresentino i valori teoretici iniziali, o di chi la abbraccia o la combatte ai “piani bassi”. In definitiva, Giorgia Meloni non rappresenta un “risultato” per il Femminismo, se non di tipo meramente statistico.

Il sistema capitalista patriarcale non ti mette sullo scranno di Presidente del Consiglio Italiano se propugni parità salariale o l’aborto gratuito. Ti ci mette solo se fai i suoi interessi, in quel caso per la donna ci sono molte ricompense.

A riguardo trovi un intervento di Michela Murgia al minuto 5:23 di questo interessante video (Il muschio selvaggio, con Fedez) in cui Murgia dice “le donne che non rompono le palle al patriarcato escutono i dividendi”. Se vai a 1h09, Murgia aggiunge che il patriarcato “serve alla guerra” (1h09m). Se poi lo ascolti per intero, è anche meglio, perché è ricco di riflessioni interessanti che appaiono quasi preveggenti.

Tutte le donne di potere hanno agito secondo il sitema patriarcale e capitalista, accentuandone anzi l’asprezza, perché una donna che occupa un posto abitualmente assegnato a un maschio, deve dimostrare di “esserne all’altezza” (…). Ciò implica non solo ricalcare deliberatamente o inconsapevolemente modelli di comportamento maschili, ma esasperarli. Inoltre, per essere arrivata fin lì, dividendi o meno, una donna -chiunque essa sia- ha certamente lavorato molto su sé stessa, sulla sua capacità di reazione e controllo. Questo porta a un normale inasprimento del carattere. Si aggiunga il mito della donna mansueta e angelica per aumentare lo stigma verso le donne di potere che usano la stessa spietatezza delle loro controparti maschili.

Esercitare il potere in un sistema in cui è “il potere” a essere spietato, porta chiunque a farlo secondo quel parametro, secondo quella relazione tra chi agisce e chi subisce. Il modo in cui il potere viene agito il più delle volte non è neanche determinato dall’individuo, ma dalla struttura politica. L’individuo-personificazione può certamente aggiungere del suo, ma è comunque e sempre incanalato su quel binario. È il potere patriarcale a determinare la ferocia, non il genere di chi la esprime! Le donne, in quanto persone, possono essere buone e cattive, feroci o miti, bellicose o pacificatrici, o una via di mezzo di tutto ciò. Sembra così superfluo da dire, ma per molti maschi i puntini non si collegano. È per questa ragione che sostengo che il governo dei maschi abbia fallito, e che è ora che le donne prendano il potere. Certo, in un sistema non-patriarcale.

Le frasi antifemministe del tipo: “Mettiamo le donne al potere, hanno detto! Ed ecco cosa ci troviamo!”, “Le femministe dicono che le donne sono migliori di noi, guardate Giorgia Meloni e rimpiangete Berlusconi!” sono ormai ubique e purtroppo le leggo anche su account su cui non vorrei davvero leggerle. È per questo che ho scritto questo post.

Il potere del maschio ha fallito: si è dimostrato essere fonte infinita di carneficine. Ora tocca a noi donne. Sorelle, abbiamo molto lavoro da fare.

“Woody Allen age gap”: la pessima scelta di Ji-Yeon Park in “Momentum”

So che con questo post farò incazzare qualcuno, ma sinceramente la delicatezza del mangagram è paragonabile a un branco di sciacalli affamati, per cui il pensiero di poter “ferire” non mi sfiora neanche. Inoltre c’è davvero bisogno che qualcuno parli della violenza nella cultura delle letture per le donne e per le ragazze. Lo si fa poco per non discutere sui gusti altrui, un luogocomunissimo da demolire per qualsiasi cosa riguardi l’arte e l’Estetica (quindi anche il giardino. Ne ho perlato in Giardiniere per diletto). Bisogna accompagnare sempre il divertimento all’analisi. La seconda accresce il primo. In breve: non è tollerabile che i prodotti culturali destinati dalle donne alle donne accrescano la massa già considerevole di cultura dello stupro, di sottomissione alla violenza.

In questo Ji-Yeon Park* è veramente un diamante: lei ha creato la storia d’amore più grande e bella di tutte, tra Ein e Leto, la storia d’amore più bella dai tempi di Romeo e Giulietta. E quello che sto per esporre non è un problema di trama, ma di riferimento a un personaggio reale. Un problema che si crea se il riferimento reale ha una connotazione negativa non solo come persona, ma per quello che riguarda la sfera erotica e sessuale, che sono il tema centrale dei boy’s love.

The Wolf in the house è stato attesissimo per anni, ed è stato preceduto da una serie di racconti intitolata Momentum, molto carina, ma anche molto costosa. Mentre ero lì che leggevo, mi compare davanti la faccia di Woody Allen.

Eh sì, proprio il Woody tanto amato dai pedofili, dagli stupratori, dai sessuomani. Dai porci, insomma. Gran regista, belli i suoi film (che iniziano a cedere alla prova del tempo), ma un maschio di merda.

Perché inserirlo in un racconto il cui tema centrale è proprio l’age-gap? Rricordiamo ai super-distratti che Allen ha stuprato la figlia di Mia Farrow e che si è sposato con un’altra figlia della moglie, minorenne). Una “persona” che sotto ogni punto di vista ha una sessualità contorta, immorale, illegale e oggettivamente disgustosa.

Come diavolo potrebbe una persona “sana di cuore” sentirsi emozionata, trasportata dalle vicende sentimentali di questo personaggio? Perché il punto è proprio questo: Woody Allen qui non compare come il personaggio talentuoso ma violento, o considerato esclusivamente nel suo aspetto artistico, ma proprio in quello umano, sessuale, focalizzato sulla sua “esperienza in materia di age-gap” (tradotto: pedofilia). Perché questa scelta di Park? Posso pensare che in Corea del Sud queste informazioni non siano arrivate su Wikipedia? Che i millennial non lo sappiano?

Oddio, è troppo chiedere. La sospensione dell’incredulità crolla sotto una doccia di acqua ghiacciata.

Mi sono arrabbiata così tanto da sospendere la lettura. Sono trascorse settimane prima che mi passasse.

Ero così sinceramente delusa che ho scritto a Park, la quale, essendo una persona civile (non come questi influencer fuffaroli italiani: Park è una vera artista), mi ha risposto dicendo che il personaggio le è venuto simile solo per casualità, ma non era sua intenzione, e che l’edizione italiana contiene il nome di Woody Allen, ma che lei aveva richisto di farlo cancellare. Le ho spiegato che per me Momentum finisce qui, e che invece seguirò The wolf in the house (e tutto ciò che disegnerà ancora).

Allò, Ji-Yeon, seeee, e mo’ ce credo che a una brava come te sia uscito un personaggio uguale a Woody Allen, totalmente per caso! Ci credo veramente a occhi chiusi. Blindati. Il personaggio si chiama Eisen, è ovviamente ebreo, ed è un regista. Riguardo al nome di Allen, presente nell’edizione italiana, la J-Pop l’ha lasciato, forse per distrazione, forse deliberatamente, non saprei. Ma mi fa piacere che lei abbia chiesto che fosse rimosso, perché -signore e signori- è esattamente ciò di cui ha terrore il nostro bravo pedofilo hollywoodiano: essere cancellato.

Per questa volta non vi consiglio un manga di cui parlo, e per di più della disegnatrice più brava che c’è in giro, che lascia Byeonduck, C.R. Jade e Mingwa a mangiare polvere.

*In coreano, come in giapponese, il cognome precede il nome, quindi all’occidentale occorre invertire. In questo caso, non si sa perché, la J-Pop ha lasciato la nomenclatura coreana.

Ji-Yeon è il nome, Park è il cognome.

Shōjo Bunka. La cultura delle ragazze in Giappone dalla riforma scolastica del 1872 al Salone di Ōizumi, di Ludovica Morrone, Società Editrice La Torre. Intervista all’Autrice.

Intervista a Ludovica Morrone (@kaname.midori)

Quando in una cultura viene riconosciuto socialmente un determinato periodo della vita delle persone, significa che viene normalizzato un cambiamento precedente. Successivamente ai termini, si sviluppa una vera e propria costellazione di oggetti, strutture materiali e sociali, dedicate a quella fascia di età.

Uno dei casi più eminenti è la fanciullezza in epoca Vittoriana, dietro la quale nacque una moda di abbigliamento, uno stile letterario, un cambiamento delle abitazioni e dei servizi di educazione.

Non diversamente in quanto a impatto sociale, nazionale e internazionale, avvenne in Giappone all’alba dell’era Meiji (a partire dal 1968) con la riforma della cultura per le ragazze, la “Shōjo Bunka” (da notare che il kanji di “bunka” è composto da scrittura+cambiamento).

È un momento chiave della cultura giapponese, su cui si sofferma il saggio di Ludovica Morrone Shōjo Bunka. La cultura delle ragazze in Giappone dalla riforma scolastica del 1872 al Salone di Ōizumi, edito dalla Società Editrice La Torre proprio a gennaio di quest’anno.

Il volume, seppur non lunghissimo (circa duecento pagine), è densissimo di informazioni storiche e letterarie e procede in ordine cronologico dalla riforma dello studio per le ragazze, fino a quell’episodio di grandissima fertilità artistica che fu il Salone di Ōizumi, raccogliendo tutti gli elementi che hanno influenzato il cambiamento della cultura delle ragazze: la moda, gli abiti, le suggestioni degli stili stranieri, le riviste e le illustrazioni, e in generale la cultura pop e di intrattenimento.

Ludovica Morrone è membro dell’Associazione Italiana per gli Studi Giapponesi e conduce un profilo Instagram di grande successo @kaname.midori .

Ho avuto il piacere di intervistarla, e la ringrazio della sua disponibilità.

Leggendo il tuo libro mi è venuto da pormi una riflessione generale: si parte dalla cultura delle ragazze e si arriva a quella parte della cultura giapponese che ci affascina di più: il manga, l’intrattenimento, la moda. Insomma, quegli elementi di attrazione che fanno staccare biglietti aerei per il Giappone. Spesso si considera la cultura delle donne come un mercato poco potente, qui invece siamo di fronte a qualcosa di enorme in termini economici. Quanto la cultura delle ragazze ha influenzato la cultura del Giappone moderno e contemporaneo?

L.M. Ha influenzato notevolmente la cultura contemporanea, basti pensare ai furoku o ai gūzu (gli omaggi allegati alle riviste di manga). Lo stilista di moda Kenzo, conosciuto a livello internazionale, si è rifatto a moltissime opere del noto illustratore jojōga Nakahara Jun’ichi; il celebre mangaka Kamimura Kazuo è noto per essersi ispirato all’artista Takehisa Yumeji; la cultura del kawaii e i prodotti della nota azienda Sanrio, dai fatturati da capogiro, nascono proprio grazie alle esigenze e alle richieste del gruppo sociale delle shōjo. Sono innumerevoli i contributi della cultura femminile in Giappone: questi potremmo definirli gli esempi più noti e conosciuti a livello internazionale.

La riforma scolastica dell’Era Meiji arriva nel 1872, nel tardo Ottocento (da noi la presa di Porta Pia era avvenuta da appena due anni). Come vivevano le ragazze prima? Sappiamo che c’era una buona alfabetizzazione grazie alle terakoya, scuole a cui potevano accedere tutti e tutte, ma anche sfruttamento, tanto lavoro, matrimoni combinati, ecc. Quanto è migliorata la condizione delle ragazze? E nonostante questo miglioramento, perché, secondo te, la figura della donna in Giappone è ancora così marginale e le sue opportunità limitate? Il movimento femminista è attivo?

L.M. Per quanto le terakoya cercassero di sopperire alla mancanza di un’istruzione formale per le bambine in Giappone, la formazione che offrivano era davvero misera se paragonata a quella maschile e comunque insufficiente poiché spesso elitaria e pochissime fortunate potevano permettersi una tale opportunità. Possiamo dire che prima del 1872 è come se non esistesse una vera e propria istruzione per le shōjo. In seguito, la loro condizione è andata nettamente migliorando, e oggi nell’ambito dell’istruzione non vi sono più (almeno sulla carta) disparità di genere.

In anni recenti, con il movimento #MeToo, le femministe nipponiche sono riuscite a far puntare i riflettori su di sé ma i loro manifesti rimangono ancora poco definiti e, soprattutto, conosciuti. Nelle università, intanto, i movimenti femministi stanno gradualmente aumentando, speriamo quindi in un futuro prospero per queste realtà.

Nel tuo libro hai raccontato la cultura delle ragazze vista dal cannocchiale culturale del manga. Ma anche il manga stesso in quel periodo è cambiato moltissimo, di pari passo alle nuove esigenze di lettura delle ragazze e delle donne. Tu descrivi come nasce quello che oggi chiamiamo shōjo, fino ad arrivare ai racconti erotici di tipo yuri e boy’s love (entrambe narrazioni scritte da donne per le donne). Insomma, se non fosse per la shōjo bunka, il manga oggi non sarebbe quello che conosciamo?

L.M. Assolutamente. Un punto cruciale della Shōjo kakumei (“Rivoluzione shōjo”) è da ricercare proprio nell’esplorazione di nuovi generi narrativi da proporre a lettrici che durante gli anni Sessanta erano stufe di leggere sempre le stesse vicende tra casa e scuola. Se non avessimo avuto mangaka intraprendenti come Mizuno Hideko prima, e le mangaka del Gruppo 24 poi, non avremmo lo shōjo manga che conosciamo oggi.

Lo shōjo non è un genere, ma un modo per identificare un pubblico di destinazione. Si dice infatti “target”. Quali sono le origini del target?

L.M. Dalla mia ricerca è emerso che i target delle riviste di manga che conosciamo oggi, come shōjo e shōnen, nascono da una necessità di natura formativa.

Il Ministero dell’Istruzione trovò nell’editoria un modo per poter offrire agli studenti nipponici dei prodotti non solo d’intrattenimento ma anche formativi. Non a caso, le riviste d’intrattenimento d’anteguerra shōjo e shōnen offrivano storie ad hoc ai loro lettori e alle loro lettrici poiché supervisionate da alcune sottosezioni del Ministero dell’Istruzione che davano il loro consenso alla pubblicazione.

In Italia lo shōjo è immaginato come un racconto puccioso e sentimentale, mentre è stato rivoluzionario nella storia del manga. Come e perché nasce la diffidenza italiana nei confronti dello shōjo, che è poi il manga su cui l’editoria italiana si è costruita negli anni ’70-’80?

L.M. La seguente è una riflessione, un flusso di coscienza, basata dalla mia esperienza di lettrice più che di studiosa.

Io credo che negli ultimi anni il target delle shōjo in Italia si sia stagnato sulle storie che vendono, quelle basate su storie d’amore slice of life e vicende scolastiche. La proposta continua di queste storie ha creato una sorta di stereotipo e pregiudizio su questo target che, come dicevi bene tu prima, è composto, come tutti gli altri target, di innumerevoli generi narrativi.

Secondo una mia discreta opinione, proporre in Italia le stesse etichette di targetche propone il Giappone è stato un errore che ha portato solo a equivoci e pregiudizi nei confronti di determinate opere. Se queste etichette non fossero mai approdate da noi, probabilmente ci sarebbe meno preconcetti sullo shōjo.

Quanto ha pesato l’influenza della cultura estera, statunitense prima ed europea dopo, sulla cultura delle ragazze?

L.M. Ha pesato molto. Faccio un altro esempio portando alla luce sempre un caso offerto da Nakahara Jun’ichi. Il noto artista di jojōga adorava illustrare e ritrarre Audrey Hepburn. E perché proprio Audrey Hepburn e non Marilyn Monroe? Perché Hepburn, con i suoi occhi neri, i capelli castani e le forme longilinee, era in linea con l’estetica della bellezza femminile giapponese, a differenza di Monroe, con i suoi capelli biondo platino e le sue curve.

Su questo tema vi consiglio di recuperare gli articoli di Leone Locatelli: Locatelli Leone, “Jojōga. Gli artisti che hanno forgiato l’estetica degli shōjo manga”, Manga Academica, Vol. 15 [2022], 2022, pp. 55-75; Locatelli Leone, “Jun’ichi Nakahara e Dollworld”, Heroica: Women in Culture, 2020.

Il famoso film Vacanze romane, interpretato sempre da Audrey Hepburn, fu trasposto in fumetto da Mizuno Hideko e fu particolarmente apprezzato dai lettori giapponesi. Anche Fire!, sempre di Mizuno, è esemplificativo di come la cultura americana di fine anni Sessanta avesse attecchito in Giappone. Per non parlare delle mangaka del Gruppo 24 che hanno fatto ampio uso di ambientazioni e aneddoti della storia europea nelle loro opere; basti pensare solo a Le rose di Versailles (Lady Oscar) di Ikeda Riyoko.

Tra i numerosissimi nomi di mangaka che hai preso in esame, qual è la tua preferita?

L.M. Sicuramente Mizuno Hideko. La storia della sua carriera mi ha affascinata e mi è piaciuto raccontare come il suo lavoro abbia fatto da anello di congiunzione tra le grandi artiste degli anni Sessanta e quelle degli anni Settanta.

Il Salone di Ōizumi è stata un’esperienza breve ma fecondissima, nata dalla convivenza, forzata e non esattamente tranquilla, tra Moto Hagio e Keiko Takemiya. Gli elementi centrali di questa esperienza sono stati la collaborazione tra le mangaka che presero a riunirsi nell’abitazione di Hagio e Takemiya, che spesso si aiutavano tra loro per rispettare le scadenze. Uno spirito solidale, di sorellanza femminista, secondo te paragonabile a quello che vide gli animeka occupare gli studi di produzione per la parità salariale?

L.M. Se presa un po’ alla lontana, sì, potremmo definirla una situazione simile a quella degli animatori giapponesi.

Come racconta Takemiya Keiko ne Il suo nome era Gilbert, quella delle mangaka del Gruppo 24 era anche una lotta salariale affinché le tavole disegnate da artiste donne fossero retribuite allo stesso modo di quelle disegnate dagli uomini. Come hai ben detto tu, si trattava soprattutto di solidarietà femminile nello spalleggiarsi l’un l’altra nei momenti di crisi durante le consegne dei lavori. Esemplificativo è il caso di Hagio con il suo Cake cake cake. Kōdansha le diede innumerevoli problemi con quell’opera ma, grazie a Takemiya che fece da intermediaria, Hagio riuscì a ottenere un contratto con Shōgakukan per cui lavorò svariati anni e con cui avrebbe pubblicato i suoi più grandi successi.

Da un punto di vista prettamente estetico, cosa il fumetto giapponese di oggi deve al Salone di Ōizumi? E quale è stata la sua influenza più diretta sulla cultura delle ragazze?

L.M. La sua influenza più diretta penso sia nel rapporto che si instaurò tra lettrici e mangaka. Fino a quel momento, gli editori facevano spesso da mediatori tra artisti e lettrici, come dimostrano le riviste d’anteguerra. A partire dagli anni Settanta, invece, il rapporto tra lettrici e mangaka diventa imprescindibile e perfino necessario per l’artista per comprendere attraverso le lettere, i fan club, i sondaggi di gradimento come proseguire la propria storia per soddisfare non solo le proprie necessità artistiche ma anche le richieste del pubblico. Come scrivo in conclusione al mio saggio: «Le mangaka del Gruppo 24 non hanno solo contribuito alla “Rivoluzione shōjo” ma hanno dimostrato anche quanto importante fosse il legame con gli artisti del passato e con le loro lettrici di oggi. La shōjo kakumei, intesa non solo come riforma del panorama artistico del manga ma anche come evoluzione sociale, non può dirsi quindi tale se privata di uno di questi tre elementi: storia, shōjo e manga».

Ludovica Morrone, classe 1995, è laureata magistrale in Lingue e Civiltà Orientali (curriculum giapponese) presso l’Università di Roma “La Sapienza”. Dal 2022 è traduttrice freelance e divulga sul suo account Instagram la storia e l’evoluzione dello shōjo manga e della cultura delle ragazze in Giappone. La trovate come @kaname.midori. Questo è il suo primo saggio.

“The corner store” di Ruan Guang-min, se si accettano i difetti, allora è vero amore. 阮光民《The Corner Store》,意大利版。”The corner store”, italian review

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The corner store. Una vecchia drogheria è una delle uscite migliori degli ultimi anni. Sorprendente è dire poco. Ruan Guang-min, un autore taiwanese, porta in scena un insieme di personaggi normali, comunissimi, e certamente più interessanti dei vari superpotenziati che abitano i manga giapponesi. Il manhua taiwanese è largamente inesplorato in Italia, anche in alcune delle sue vette artistiche (come Chen Uen o Little Thunder). Da pochi anni la casa editrice Toshokan ne sta traducendo alcuni, con grandissimo favore del pubblico più maturo e raffinato.Guang-min è molto noto in patria per avere centrato storie corali imperniate su piccole attività commerciali di famiglia, ha vinto numerosi premi e i suoi manhua vengono trasposti in serie televisive. The corner store sente certamente l’andamento del drama, dello sceneggiato, non solo nel succedersi degli eventi, ma anche della scansione dell’azione in pagina, della prospettiva, dell’inquadratura. Guang-min è senza alcun dubbio uno dei migliori artisti che circolano tra gli scaffali italiani, la sua tecnica di disegno è sorprendente per l’efficacia, per l’icasticità, la velocità con cui la rappresentazione raffigurata diventa vivida, reale, vicina. La sua capacità di far correre l’occhio e la lettura è straordinaria. In questo lo ritengo supremo, inarrivabile.

Lui disegna in digitale ma il tratto rimane sempre molto artigianale, con delle sporcature tipiche del carboncino, della matita grassa passata di taglio sul cartoncino ruvido. Non si perdono le linee ravvicinate dello schizzo a matita e a pennino, le finezze del pennello. Una attenzione allo strumento utilizzato che è praticamente ignota a molti mangaka giapponesi, che ci danno sempre un tratto fine e pulito, perfetto e anonimo, e che in Europa viene invece molto apprezzata poiché segno caratteristico e distintivo di una sola mano, di un unico individuo. L’unicità, la riconoscibilità, è sempre un elemento positivo per l’occhio europeo, poiché avvicina l’artista alla creazione divina.

L’emozione che mi ha suscitato questo manga è di una immensa nostalgia di qualcosa che non ho mai posseduto. Sono una X Gen, i “corner store” esistevano ai miei tempi, anzi, non c’era altro tipo di negozio. Si chiamavano “bottega”, “emporio”, “spaccio”, o meglio ancora, con il nome del proprietario. “Vado dal Carlino, dal Ieraci, da Torre”, oppure si usava il soprannome paesano “il Magnamagna”, “il Brigante”.

Per me erano posti terribili, dove andare perché necessario, per una richiesta ricevuta in famiglia, che per una bambina diventa un ordine. Lì dentro mi sentivo un agnello il mezzo ai lupi, un pezzo di carne da pesare, una merce da poter acquistare semplicemente prendendola dallo scaffale. Sin da piccola sentivo il puzzolente fiato del patriarcato sul mio collo. Gli sguardi sezionatori dei “vecchi” (magari quarantenni) che indugiavano sul mio corpo di scolara elementare come se fossi una sugosa pietanza ambulante. Le donne adulte o erano acquirenti, quindi di passaggio, oppure mogli dei titolari, quindi ipostasi dei mariti. Le bambine non sarebbero state ammesse in bottega, nemmeno se figlie del titolare. Troppi maschi, troppi vizi, alcool, sigarette, possibilità di violenza, e non ultima, la vicinanza al mondo del danaro, dell’attività commerciale, da cui le femmine venivano accuratamente tenute lontane.

Perciò il pensiero che avrei potuto aspettare il bus alla bottega, o fare i compiti assieme agli altri bambini, mangiucchiando biscotti, come hanno fatto i protagonisti di The corner store, mi ha letteralmente assestato una coltellata nelle costole. A me, questa vita, questi ricordi, che probabilmente sono condivisi da molti miei coetanei maschi, sono stati negati poiché nata femmina. E mi chiedo quanta distanza ci sia tra i negozietti d’angolo della remota provincia calabrese degli anni ’70-’80 e quelli della provincia taiwanese di qualche anno fa. Mi chiedo se le millennial di Taiwan abbiano sentito anche loro il peso dello sguardo maschile andando a prendere un ghiacciolo. E inevitabilmente mi dico di sì.

E questa cosa mi fa arrabbiare, e mi addolora.

Nel racconto di Guang-min i personaggi femminili non mancano, ma quelli importanti sono solo tre rispetto agli innumerevoli maschi. Tutte e tre sono legate a temi romantici, e una soltanto ha una caratterizzazione forte al di fuori della sfera sentimentale. Se tra i maschi avvengono dialoghi e considerazioni sul senso della vita, sui propri sentimenti e sul commercio, questo non avviene tra i personaggi femminili, che si sovrappongono o si lambiscono occasionalmente, spesso senza avere una reale interazione che non sia la condivisione dello spazio nella pagina. Manca anche un analogo rapporto intergenerazionale che si sviluppa attorno al protagonista maschile.

La lettura è sempre molto piacevole, davvero commovente. Ma si avverte questo ronzio, il rumore di fondo, quella distorsione della realtà data dall’ assenza di metà del mondo. Se il manga giapponese è tristemente famoso per questa assenza o per la trasfigurazione delle donne in bambole scervellate, in una narrazione di persone ordinarie era legittimo avere una aspettativa più alta. Qui la scarsa presenza femminile non è una scelta editoriale, ma viene spontanea come specchio della società.

Se mi soffermo su questo punto invece che sulle altre qualità del fumetto è per due ragioni: la prima è che questa serie ha ricevuto moltissimi consensi e recensioni, e gli aspetti tecnici e narrativi sono stati già ampiamente esplorati. La seconda è è perché ritengo sia molto importante sottolineare come spesso i maschi descrivano un mondo a metà (le recensioni scritte da donne sono ancora troppo poche, sempre indulgenti o poco attente alla rappresentazione mediatica dei generi). Noi donne siamo abituatissime a immedesimarci in personaggi maschili, ecco perché il female gaze ci sconvolge sempre, o la ragione dell’enorme successo dei boy’s love.

Sentirsi tagliate fuori da un racconto di supereroi è brutto, ma se succede in una storia di persone ordinarie, si sente un dolore tanto forte quanto più è bella l’opera. E The corner store è veramente bellissimo. La vitalità dell’andamento narrativo, mescolata a temi umani così forti e toccanti, l’espressività dei personaggi, rendono questo manhua un vero tesoro, quel tipo di racconto da leggere e rileggere nell’arco del tempo, nel quale rivedersi, ogni volta cambiati (e uso il maschile di proposito) a seconda dell’età, delle scelte di vita. A colpire direttamente è però l’abilità artistica di Guang-min, che ha uno stile molto incisivo, carico nel segno ma privo di orpelli, che insiste nel dettaglio pur concedendosi la sporchevolezza della bozza. Una magia che pochi artisti sanno fare.

Personalmente ho apprezzato molto il personaggio di En Pei, proprio per la sua scelta (e anche perché è molto carino).

Da rimarcare lo splendido lavoro fatto dall’editore Toshokan sulla traduzione e sulle note, che hanno spesso occupato una parte considerevole dei margini.

Ruan Guang-min è anche un artista molto social e estremamente disponibile e alla mano: risponde sempre a tutti e tutte con parole di ringraziamento e gentilezza. Questo è il suo account Instagram, dove pubblica spesso anche disegni a colori da lasciare senza fiato.


漫画正是以这句话结束的:如果能够接受对方的缺点,那就是真爱。也许对漫画来说也适用吧?我想是的。

《小角落杂货店》(The Corner Store)是近年来最出色的新作之一,用“令人惊艳”来形容都显得太轻了。台湾漫画家阮光民带来了一群平凡普通的人物,比起那些充斥日本漫画的超能力角色,他们真实得多,也有趣得多。
台湾的漫画(manhua)在意大利基本上还是一片未被开发的领域,即使是像陈又宁、Little Thunder这样达到艺术高峰的作品也鲜有人知。最近几年,Toshokan出版社开始翻译一些台湾漫画,深受成熟且品味独特的读者群体欢迎。

阮光民在台湾非常有名,擅长描绘以家庭小型商店为背景的群像故事,赢得了无数奖项,他的作品也常常被改编成电视剧。《小角落杂货店》充满了电视剧般的节奏感,不仅体现在故事的发展上,也体现在分镜、透视、构图等画面布局上。
阮光民无疑是目前意大利书店里最杰出的艺术家之一。他的绘画技巧令人惊叹:画面生动、凝练、充满现实感,几乎一瞬间就能把读者带入故事之中。他让眼睛和思绪飞驰流动的能力,堪称无敌。对此,我认为他是至高无上的,无可匹敌。

虽然他使用数位工具作画,但笔触依然非常有手工感,保留了炭笔、粗糙铅笔在粗纸板上划过的那种质感。
他从不抹去铅笔或钢笔速写的紧密线条,细致的笔刷处理也清晰可见。对绘图工具细腻的掌控,在许多日本漫画家那里是很少见到的——他们往往追求细腻干净、完美而略显无个性的线条。而在欧洲,这种独特、辨识度高的个人风格反而非常受到推崇,因为它让艺术家显得像是独自创世的存在。
独特性辨识性,始终是欧洲读者眼中极其正面的价值。

这部漫画给我带来了一种对未曾拥有过的东西的巨大怀念。我是X世代,当年,”corner store”(街角杂货店)确实存在,事实上,那个时候只有这种店铺。它们被叫作“杂货店”“百货店”“供销社”,或者直接叫店主的名字,比如“去卡尔利诺家”、“去耶拉奇家”、“去托雷家”,又或者用乡村的绰号,“去大胃王家”、“去土匪家”。

对我来说,那些地方是令人害怕的地方,必须去,是因为家里交代了任务,对一个小女孩来说,就是无法抗拒的命令。
走进去,我仿佛是一只走入狼群的小羊,是一块等待被称重的肉,是货架上可以随手取走的商品。从小我就感受到了那股刺鼻的父权气息。
那些“老男人”(其实可能才四十岁左右)的目光,在我小小的女学生身体上流连,就像在打量一盘新鲜美味的菜肴。
成年女性不是匆匆而过的顾客,就是老板的妻子,是男人的附属品。小女孩则根本不应该出现在杂货店里——那里有太多男人、太多恶习(酒、烟、暴力),还有最重要的,钱与商业的世界,是女孩子被刻意远离的禁地。

因此,当我读到《小角落杂货店》里那些小孩可以在店里做作业、吃饼干、等公交时,我的心仿佛被狠狠地捅了一刀。
这种生活,这样的回忆,可能是很多男性同龄人共有的,而对我而言,仅仅因为是女孩,就被无情地剥夺了。
我不禁想,1970-80年代遥远的卡拉布里亚乡村小杂货店,与近年台湾乡镇的小角落杂货店之间,究竟有多少相似?
台湾的千禧一代女孩,在买冰棒时,是否也曾感受到男性目光的沉重?我想,答案是肯定的。

而这让我愤怒,也让我悲伤。

在阮光民的故事里,虽然也有女性角色,但重要的只有三个,相较之下男性角色却数不胜数。这三位女性角色都与浪漫情节有关,只有一位在爱情之外有着强烈的个性刻画。
男性角色之间有关于人生、情感、商业的对话和思考,而女性角色之间几乎没有真正的互动,顶多是偶尔擦肩而过,在画面上共享同一空间而已。
缺乏女性之间类似的代际传承与联系——而这种联系,男性角色间却是故事主轴之一。

阅读体验依然非常愉快,很多地方令人感动,但背景中,总有一种嗡嗡作响的不协调感:女性的缺席,扭曲了现实的完整性。
如果说日本漫画因女性角色的缺失或异化(变成无脑的娃娃)而臭名昭著,那么在描写普通人生活的作品中,我们本应期待更高标准。
《小角落杂货店》中女性的少数,不是编辑选择,而是自然而然地反映了现实社会。

我之所以特别强调这一点,有两个原因: 第一,这部作品已经收获了大量赞誉和评论,技术和叙事上的优点大家都讲得很多了; 第二,我认为指出这种现象非常重要:男性创作者经常只描绘出一半的世界,而女性评论者又太少,且往往太宽容,或者缺乏对性别呈现的敏感观察。

我们女性早就习惯于代入男性角色了,所以每当遇到真正的“女性视角”(female gaze)时,总会被深深震撼;也因此,boy’s love作品在女性群体中才会如此成功。
如果在超级英雄的故事里被排除在外已经让人心寒,那么在讲述普通人日常生活的故事里被排除,更是深深刺痛人心——尤其是当这部作品本身如此美丽动人时。
《小角落杂货店》正是这样一部杰作。
那种温暖的人情流动,与深刻动人的人生主题交织在一起,加上角色鲜活的表情和动作,成就了这部值得反复阅读、随年龄与人生经历不同而不断有新感悟的珍宝(我这里故意用了男性词形)。

最直接打动人心的,还是阮光民那种独特的艺术技巧——线条厚重有力,但绝不华而不实;细节充沛,却又大胆地保留粗糙与不完美。他掌握的那种“草图中的魔力”,是极少数艺术家才能做到的。

我个人非常喜欢**恩沛(En Pei)**这个角色,特别是因为他的选择(还有,他真的很可爱)。

还要特别表扬Toshokan出版社在翻译和注释上的用心——许多时候,注释占据了大量页面边缘,非常丰富而且清晰。

最后要说,阮光民本人也是一个非常亲切随和的艺术家,超级活跃在社交媒体上。他总是认真、友善地回复所有留言。这是他的Instagram账号,他经常分享一些让人屏息的彩色插画作品

阮光民也是一个非常亲切、极具亲和力的艺术家:
他总是温柔地回复所有粉丝的留言,表达感谢。
这是他的Instagram账号,他时常发布令人屏息的彩色插画。


The comic ends precisely with this sentence: if you accept the flaws, then it’s true love. Maybe it’s the same for manga? I’d say yes.
The Corner Store — an old-fashioned grocery shop — is one of the best releases in recent years. Calling it “surprising” would be an understatement. Ruan Guang-min, a Taiwanese author, brings to life a group of ordinary, everyday characters who are far more interesting than the super-powered ones populating Japanese manga. Taiwanese manhua are still largely unexplored in Italy, even in their artistic peaks (such as Chen Uen or Little Thunder). Only recently has the publisher Toshokan started translating some of them, to great acclaim among more mature and refined readers.

Guang-min is very famous in his home country for his ensemble stories focused on small family-run businesses. He has won numerous awards, and his manhua have been adapted into TV series.
The Corner Store definitely carries the pacing of a drama, not only in how events unfold but also in the way action is laid out on the page — the perspective, the framing. Guang-min is without a doubt one of the best artists currently available in Italian bookstores. His drawing technique is astonishing for its effectiveness, its vividness, and the speed with which the images come to life, feeling real and close. His ability to guide the reader’s eye and reading flow is extraordinary. In this, I consider him supreme, unreachable.

He draws digitally, but his linework always retains a handmade quality, with the smudges typical of charcoal or a soft pencil rubbed sideways on rough paper.
You can still see the close lines of pencil and pen sketches, the finesse of the brush.
Such attention to the tool used is practically unknown to many Japanese mangaka, who often offer clean, thin, flawless (and anonymous) lines — whereas in Europe, this more personal, handcrafted touch is highly appreciated because it reveals the artist’s individual hand.
Uniqueness, recognizability, is always a positive element for European eyes, as it brings the artist closer to the divine act of creation.

The emotion this manhua stirred in me was an immense nostalgia for something I never actually had.
I’m from Generation X — “corner stores” existed in my time; in fact, there weren’t any other kinds of shops. They were called “bottega”, “emporio”, “spaccio” — or, better yet, by the owner’s name: “I’m going to Carlino’s, Ieraci’s, Torre’s.”
Or sometimes by their nickname: “Magnamagna” (Big Eater), “the Brigand”.

To me, they were terrible places — places you went because you had to, often for a family errand which, for a little girl, felt like an unbreakable command. Inside, I felt like a lamb among wolves, a piece of meat to be weighed, merchandise that could be plucked off a shelf.
Even as a child, I could feel the foul breath of patriarchy on my neck.
The scrutinizing stares of the “old men” (often barely forty) lingering on my elementary-school girl’s body as if I were a tasty, walking morsel.
Adult women were either customers — thus fleeting presences — or the shop owners’ wives — mere extensions of their husbands.
Little girls weren’t really welcome in those shops, not even if they were the owners’ daughters.
Too many men, too many bad habits — alcohol, cigarettes, the ever-present risk of violence — and not least, the proximity to the world of money and business, from which females were carefully kept away.

So the idea that I could have waited for the bus at a shop, done homework together with other kids while munching on cookies — as happens to the protagonists in The Corner Store — felt like a stab in the ribs.
This life, these memories, which were probably shared by many of my male peers, were denied to me simply because I was born female.
And I wonder how far removed the little corner stores of rural Calabria in the ’70s and ’80s really are from those in Taiwanese provinces just a few years ago.
I wonder if millennial girls in Taiwan, too, felt the weight of male gazes when buying a popsicle.
And inevitably, I tell myself — yes, they did.

This thought both angers and saddens me.

In Guang-min’s story, there are female characters, but only three important ones compared to the countless male ones.
All three are tied to romantic subplots, and only one has a strong characterization outside of sentimental themes.
While the male characters have conversations about the meaning of life, emotions, and business, this kind of exchange doesn’t happen among the female characters, who merely overlap or brush against each other, often without meaningful interaction beyond sharing space on the page.
There’s also no intergenerational bond among the women like there is around the male protagonist.

The reading experience remains very pleasant and truly moving.
But there’s this constant hum, this background noise — the distortion caused by the absence of half the world.
If Japanese manga are sadly notorious for this absence or for turning women into brainless dolls, in a story about ordinary people, one might have hoped for something better.
Here, the underrepresentation of women isn’t an editorial choice: it feels natural, a mirror of society.

If I’m focusing on this aspect rather than the other many qualities of the comic, it’s for two reasons:
First, because this series has already received plenty of praise and reviews discussing its technical and narrative strengths.
Second, because I believe it’s crucial to highlight how often men describe only half the world (and how there are still too few female reviewers, often overly forgiving or not very attentive to gender representation).
We women are very used to identifying with male characters — that’s why the female gaze shocks us so much, and partly why boy’s love stories are so incredibly popular.

Feeling excluded from a superhero story is painful; feeling excluded from a story about ordinary people is even worse — especially when the work is so beautiful.
And The Corner Store is truly beautiful.
The vitality of the narrative flow, the touching human themes, and the expressiveness of the characters make this manhua a true treasure — the kind of story you reread over time, finding yourself in it again and again (and yes, I’m using the masculine consciously) depending on your age and life choices.

What strikes directly, however, is Guang-min’s artistic skill: his style is bold yet stripped of frills, deeply focused on detail while still embracing the roughness of a sketch.
A magic that few artists can achieve.

Personally, I really appreciated the character of En Pei, both for her choices and because — well — he’s also very handsome.

It’s worth highlighting the excellent work done by publisher Toshokan on the translation and notes, which often took up a significant part of the margins.

Ruan Guang-min is also a very social and extremely approachable artist: he always replies to everyone with words of gratitude and kindness. This is his Instagram account, where he often posts breathtaking illustrations.

Alla politica dei maschi manca il futuro

Foto di Carla Duharte su Flickr, fonte Pinterest

Sempre più spesso mi rendo conto, parlando con i maschi, indipendentemente dal loro livello culturale, di istruzione, dalla loro intelligenza, dalla fascia sociale alla quale appartengono, che non hanno un’idea del futuro diversa dal presente (lo premetto perché è un modo carino per dire: “È inutile che scuoti la testa, capita anche a te”).

Cioè non riescono ad astrarre, come i bambini.

Avete presente quando si propone ai bambini di togliere le rotelle alla bicicletta? Ricordate cosa avete pensato quando è successo a voi? Semplicemente era fuori questione: togliere le rotelle non si può fare, punto.

Quando non comprendono un passaggio, i bambini pongono spesso un blocco, un secco “no” ai discorsi degli adulti ad un certo punto dell’esposizione di un procedimento di una serie di azioni (ad esempio, togliere le rotelle della bici). Arriva quel momento X del diagramma di flusso delle azioni da compiere, nel quale la mente del bambino va in stallo, non riesce a visualizzare le azioni successive perché un anello della catena ha ceduto. È successo a tutti, sia quando eravamo piccoli, sia da adulti parlando con figli, nipoti, amici, ecc.

I bambini sono “nuovi”, hanno poca esperienza e la prima volta che fanno qualcosa è come scalare una montagna. Non hanno ancora incamerato nella loro memoria quel dato, e tutto quello che segue va all’aria, viene disperso in una laguna di “se”, “ma”, “no”. Così i maschi si disperdono in un avvitamento di proposte, valutazioni che si rincorrono a vincenda, fallacie logiche da incorniciare. Idee arenate come balene spiaggiate.

Non riescono, i maschi, a produrre una visualizzazione del futuro diversa dal presente se non per alcune variazioni afferenti alla tecnologia. Cioè riproducono la visione del presente in un set cinematografico sci-fi.

Ça va sans dire, ci sono moltissimi maschi che hanno prodotto visioni politiche futuribili, ma hanno dovuto studiare un bel po’. Non gli viene spontaneo come a noi donne, che viviamo in una situazione di consapevole diseguaglianza, quindi produciamo in continuazioni idee su come appareggiare i piatti della bilancia. E questo vale per ogni persona con minori diritti de facto, quindi per razze odiate, religioni odiate, etnie, geografie, orientamenti sessuali odiati.

A margine, se vi state chiedendo chi è che odia, anche quello ça va sans dire, è l’occidente, il *supremazzismo bianco. Siamo noi gli integralisti, diamocene pace. Non sopportiamo nulla che sia islamico, nero, “sud del mondo”, omosessuale, o comunque diverso da un uomo bianco anglosassone etero, ricco e cristiano.

Il maschio non ha nessun bisogno di produrre alcuna riflessione sulla politica del futuro, gli va tutto così bene, e tutto si muove secondo ciò che lui ha prescritto negli ultimi secoli, che non c’è bisogno di cambiare niente. Aggiungiamo un po’ di tecnologia e basta così, va bene, vai, tranqui bro! Lo sforzo di una astrazione sostanzaiale è troppo per la maggior parte dei maschi. Nei casi un po’ più pesanti è l’intero modo di processare le idee a essere interessato, è come prendere un cervello e lasciarne inoperativo una metà. Cosa ne esce fuori se non una mezza mente, una testa parziale, come quelle di cui parlava il commissario Montalbano? Un maschio geometra, musicista, avvocato, pubblicitario, fotomodello, ecc. Bravissimo nel suo lavoro, nella sua parte di mondo, ma totalmente all’oscuro di altri mondi, di altre verità, di altre possibilità. È il Ken descritto dal film Barbie, chiuso nel suo ruolo, incapace di altro.

È questa oscurità, questo bias, questo cervello maschile monco che ha comandato per secoli, che ha prodotto guerre, genocidi, morte per l’ambiente, per gli animali, per le persone.

Noi siamo guidati, uomini e donne, da persone in grado di astrarre quanto un bambino di cinque anni. Bambini per i quali le ruote della bici non si possono togliere, e che utilizzano le bici come tricicli. Maschi che ci hanno rallentatə nel progresso, nello sviluppo, che vanno avanti arrancando e falciano chiunque riesca ad andare più veloce, e che odiano tutto ciò che non si muove al loro passo.

Per una nuova umanità occorre restituire la parte di cervello mancante a questi maschi che sono al potere. Occorre rovesciare ogni narrazione di ogni vincitore. Capovolgere punti di vista, riscrivere, rileggere, ri-osservare. Costruire una nuova cultura storica, una nuova cultura del ludico, dell’azione politica.

È un lavoro lunghissimo, che se anche iniziasse oggi, richiederebbe secoli. Noi non vedremo nulla di tutto ciò, ma questo non ci impedisce di iniziare a parlarne, di astrarre.

L’infanzia è finita.

*supremazzismo: il razzismo dei suprematisti bianchi

Il corpo ideale nel mondo della propaganda americana

L’estenuante lotta per la dignità fisica in un mondo che obbliga a rispecchiarci nei modelli di bellezza proposti dal cinema

Illustrazione interna del mio breve romanzo “La piccola estate”.

Anche a voler essere ciechi, andando a mare ci si accorge di quanto grande sia la differenza tra corpo e corpo. L’occhio è obbligato a soffermarsi su forme, dimensioni, colori. Quale più bianco, quale più marroncino, quale più lungo, più corto, quale più grasso o magro. Come i fiori in una aiola, non c’è corpo uguale all’altro.

In spiaggia l’occhio palleggia tra i gruppetti, le famiglie, i colori dei costumi. Se c’è poca gente, a volte sento l’angoscia delle ragazze italiane che inseguono l’ideale di corpo nordico, alto, solido, statuario. La sento questa angoscia come una nube bassa e densa che avvolge tutto. Penso alle innumerevoli ragazze dalle forme naturalmente abbondanti, che si sono rovinate il metabolismo per sempre. Per sempre. Per sempre.

Le figlie delle donne ucraine e polacche, che trent’anni fa sono venute a fare le badanti e le pulizie, rispecchiano perfettamente l’ideale nordico. Si atteggiano con malcelata superiorità. L’ideale di bellezza femminile si è sviluppato attorno al loro fisico, non al nostro: è ovvio che si sentano “superiori”. L’idea della Herrenrasse è molto radicata e molto più intensa di quanto non possiamo neanche immaginare.

Io forse non faccio testo: per me se mi comparisse davanti una ragazza zebrata di giallo e blu, con le antenne e gli occhi da mosca, al massimo le chiederei se le piace il clima della Terra.

Nei decenni ho però imparato che il razzismo non è solo in chi guarda, ma anche in chi viene guardato. Gli ideali di corpo bello, di corpo femminile, di bellezza della donna, sono tutti derivati dal razzismo. Sono frutto di una visione profondamente razzista del mondo. Il razzismo è così profondo che qussi non è più neanche visibile: affonda nelle tenebre, ma esiste.

Le donne della mia generazione sono diventate bulimiche e si sono rovinate la vita perche gli americani sono razzisti. E anche le millennial e le zoomer non sono libere dal razzismo interiorizzato, che si trasforma nel biasimo per il corpo delle sorelle. Cazzo, è disgustoso! leggi come funziona: gli americani sono razzisti -> gli americani ci hanno colonizzati culturalmente con il cinema -> abbiamo imparato e interiorizzato i modelli di bellezza americana -> odiamo noi stesse per non essere geneticamente adeguate -> odiamo quelle che lo sono -> odiamo quelle che non lo sono. Odiamo, disprezziamo.

No, sorelle, non va. Ma voi avete mai provato a coprire un tavolo tondo con una tovaglia rettangolare? La cosa “da ridere” (e da piangere) e che a volte, a prezzo di sacrifici immensi, queste tovaglie vengono tirate e aggiustate in modo da rispettare quella forma estranea. Ah, noi donne siamo meravigliose, anche nei disastri!

Sorella, se sei a dieta perché vuoi assomigliare a Margot Robbie, ricordati che la tua dieta è frutto di un pensiero razzista di un popolo che non è neanche il tuo. Vedi un po’ tu.

Una considerazione sull’incidente durante le riprese del film di Baldwin

Da appassionata di cinema e da umana, rimango esterrefatta dai social-comment sull’incidente sul set di un film, che ha visto la morte della direttrice di fotografia Hutchins e il ferimento del regista Rios. A fare fuoco l’attore Alec Baldwin, dopo che il tecnico assistente aveva dichiarato “sicure” le armi di scena.

I commenti si sprecano e si aprono in un ampio ventaglio di tipologie, che quasi corrisponono a dei “tipi” umani, lasciando spazio all’azzardo culturale di determinare una fenomenologia del commentatore, non diversa da quella utilizzata da format di talk show o reality.

C’è chi ha letto il titolo della notizia, ma credeva fosse una fake news. C’è ci si spende nello spiegare che in USA si usano armi vere caricate a salve, chi precisa che anche a salve possono essere letali, enumerando gli incidenti fatali sui set. Chi spiega la differenza tra un revolver, una carabina e una semiautomatica. Con la fattispecie di quello che ti spiega tutto l’ambaradan del colpo in canna. Chi trancia l’argomento dicendo che è ciò che succede quando metti a sparare una persona che non sa sparare, seguito dal sarcastico/cinico/ che si chiede perché a Baldwin sia ancora consentito di recitare.
Eh, ma quante persone che conoscono le armi che abbiamo sui social! E con una certa dovizia, devo dire! Non sono un po’ giovani per essere tutti ex militari della Guerra nel Golfo? O sono carabinieri e poliziotti che commentano? Aaaaahhh, ecco perché i carabinieri e i poliziotti, quando li vedi al posto di blocco stanno sempre al cellulare: sono impegnati a mettere commenti sulle armi da fuoco! E io che pensavo che stesso sulle datig app, che scema!

Perché se sono uomini “normali”, intendo studenti, insegnanti, liberi professionisti, commercianti, ecc. , per essere così precisi, queste armi le conoscono, le possiedono, le usano. Non si tratta di armi da caccia, ma di armi da fuoco da offesa, pistole con caricatore o a tamburo. Quanti ne abbiamo di uomini non appartenenti alle Forze dell’Ordine che commentano sulle armi da fuoco? Eh, mi sa parecchi, in proporzione. E questi qui, immagino abbiano un porto d’armi? Sì? Eh, bisogna dedurre che in Italia ci sono un sacco di uomini col porto d’armi, allora! Non sarà che si acquisisce un po’ troppo facilmente? E se non ce l’hanno, com’è che sanno tutte queste cose sulle pistole?

Un conto è che queste discussioni avvengano in America, e in luoghi virtuali specifici, come IMFDB, ma in Italia hanno un che -come dire- di inquietante. In America, si sa, la pistola la regalano quando inizi a perdere i denti da latte, ma in Italia avere una pistola dovrebbe essere difficile per una persona “normale”. Con tutta evidenza di conoscitori di pistole ce ne sono parecchi (considerando anche quelli più furbetti, “astenuti” dal commentare). E sinceramente il sentirmi attorniata da questi maestri d’armi, non è che mi faccia sentire troppo sicura.

Spero sia chiaro dove voglio arrivare.

Da “Cruella” a “Maleficient”, la genìa Disney delle donne cattive ma buone (ma cattive)

Insalvabile. Così mi viene da descrivere Cruella, il buon successo Disney, lodato dalla critica e dai tabloid pinkwashed per essere uno dei nuovi film trend del “femminismo mainstream”.

Niente, neanche la precisa e misuratissima interpretazione di Emma Stone, che tiene le righe senza andarci neanche un millimetro sopra, salva questo film pasticciato. Neppure il superbo, svavillante, incredibile, roboante e originalissimo ventaglio di costumi che la geniale e pluripremiata Jenny Beavan ha messo in scena. Niente, nulla, nix, nada, zippo: il film rimane seduto. Emma Thompson, scaltra e navigata, l’ha capito. In ogni singola scena si percepiva nei suoi occhi una sorta di commiserazione per lo stato dell’arte cinematografica e probabilmente per sé stessa e la sua carriera. Un: “Dio mio, come sono cadute in basso queste due” è scappato anche a me, più volte durante la visione.

Il problema è che non c’è più un “alto” dove tentare di andarsi a collocare. Questo è quanto offre il cinema statunitense. Vuoi lavorare? C’è Cruella da fare, se ti piace bene, se no cercati un pulcioso produttore coreano indipendente e vai a fare la fame.

Dopo Maleficient, Cruella è il secondo live action ripreso dai classici film animati, dove si assiste a un ribaltamento dei ruoli che trasfoma la villain in protagonista. L’operazione si presenta con le sembianze di un approccio innovativo, progressista e incline all’introspezione emotiva dei personaggi, lontano dai cliché abusati dalla Disney, di cui ormai anche le persone meno informate hanno notizia. Tuttavia siamo distanti da mutamenti realmente emancipatori, sia cinematograficamente che socialmente.

Considerando solo il linguaggio cinematografico, si sono semplicemente formati nuovi cliché narrativi, adatti alla società attuale, su cui poggiano questi film. Socialmente non c’è nulla di innovativo, ma tutto di accomodante. Viene data la rappresentazione di una donna che appare malvagia, e a tratti lo è, ma questa sua malvagità è spiegata con dei traumi vissuti in giovane età. La “risultante” è una figura fuori dall’ordinario, dotata di genialità o di sensibilità tradita, emarginata a causa delle sue qualità che la società non riconosce. Il film insomma fornisce una backstory alle spettarici totalmente ordinarie, che hanno traumi ordinari per quanto drammatici (padri violenti, mariti abusanti, famiglie prevaricatrici, per esempio), lasciando spazio alla costruzione di un’idea socialmente distruttiva, cioè che l’emarginazione sociale e la mancata comprensione nei nostri confronti sia dovuta alla individuale genialità e all’invidia del mondo.

Quanto di più sbagliato! Non veniamo rigettate dalla società poiché “siamo troppo splendide”, ma perché la società non è strutturata in modo inclusivo (per tutti e tutte). Sposta il demerito della mancata inclusione ai singoli individui.

Questo -lo dico chiaro- è un pensiero malato, e se non lo è, è un pensiero che produce malati.

Un pensiero che sostiene il regime patriarcale in cui vige il “divide et impera”. Le donne non si vedono tra loro come amiche, sorelle, non collaborano, non fanno squadra per ottenere ognuna qualcosa: sono nemiche tra loro. Ne deriva una legittimazione di odio verso le altre donne con una pretestuosa pretesa di essere migliori, più geniali, più sensibili e più meritevoli rispetto alle altre. Se siamo indietro è colpa delle altre donne, è perché noi valiamo troppo per questo mondo e le altre ci boicottano, è perché siamo invidiate per il nostro intrinseco valore. Non è mai perché la società è deliberatamente strutturata in modo da limitare le capacità espressive e l’accesso alle possibilità delle donne. No, la colpa è di altre donne, a cascata.

Cruella molto più di Maleficient, trascina spettatori e spettatrici in questo loop di errata percezione del sé e del mondo in cui viviamo, rafforzando un nuovo stereotipo, che la donna possa anche essere geniale, ma se lo è diventa perfida e la società ha il diritto di isolarla, o -in qualche modo- solo le donne traumatizzate possono essere geniali. Cruella assolve il patriarcato e tutti i suoi errori perché sottilmente invita a pensare che una donna non traumatizzata non possa essere davvero geniale. No, vi assicuro, le donne possiamo essere geniali con e senza traumi, come i maschi, e francamente preferiremmo essere geniali (ma anche mediocri) SENZA alcun trauma. Questo Cruella è davvero la rappresentazione fatta e finita di una auto-assoluzione sociale, più impalpabile dell’evidente e smaccato dualismo standard dei film animati Disney, che si avvia ad essere il nuovo e sottile “cliché principessa”, con la differenza che quello lo avevamo già sgamato, questo ancora no.