Existenz minimum

E diciamocelo: il sistema di Le Corbusier del “minimo vitale” non ha funzionato. Forse non eravamo ancora pronti. Forse non lo saremo mai.
Nel ’29, anno in cui molti eventi della storia e della cultura occidentale sembrano essersi dati appuntamento (il ’29 è anche detto “Streamline” o “Jazz Age”), Le Corbusier stabilisce i canoni dell’architettura collettiva, definiti appunto “Existenz minimum”, cioè i valori misurabili minimi di una abitazione, in cui i servizi di aggregazione dovessero essere centrali e comuni. Giardino comune, lavanderia, ambulatorio, attività ricreative. ecc. Se su questo riesco ad essere d’accordo, non riesco -con tutta la buona volontà- a capire come si potesse pensare che avrebbe funzionato un sistema in cui le persone erano costipate come aringhe in un barile.
C’è un principio, che i filosofi chiamano “fitness” (che non c’entra niente con le natiche scolpite), che significa “funzionalità”.
Benchè Le Corbusier sia un architetto moderno storicamente inquadrabile anche nei principi del Funzionalismo (di cui Gropius con la Bauhaus fu il padre), con il suo “minimum existenz” ha tradito i principi del “fitness”, cioè della funzionalità di un’architettura. E’ bislacca questa cosa, se uno ci pensa.
A nessuno piace vivere in ambienti piccoli, viene meno la funzione “ideale” di una casa, la sua “funzionalità” psicologica.

E qui non si può fare a meno di cacciar fuori questa scena del film di Pozzetto “Il ragazzo di campagna”

Valerio Merlo, nel suo imperdibile Voglia di campagna. Neoruralismo e città, dice che la visione di le Corbusier della nuova città ideale si rivelò tragicamente errata per aver diviso campagna e città.

Come fa a non venire in mente la collettività Borg?

Richard Neutra

Posso dire di avere una stima sconfinata per Richard Neutra?
Alcuni testi non lo trattano come meriterebbe e dicono che produsse case per lo più simili tra di loro, senza sperimentare nuove soluzioni, semplicemente adattando il suo stile di volta in volta.
Beh, vorrei sapere cos’è altro mai la genialità e la professionalità.

Neutra è tutt’altro che neutrale, anzi, aveva uno stile preciso e fluido, forse non aveva la genialità di un Wright o di un Le Corbusier, ma le sue molteplici esperienze -anche come scrittore e urbanista- gli permisero di proporre un modello che noi tutti conosciamo benissimo perchè l’abbiamo visto miliardi di volte nei telefilm americani girati in California, come Colombo.
Dico Colombo non a caso, perchè l’Ispettore più inflazionato del piccolo schermo punisce sempre ricchi e potenti che vivono in splendide ville con piscina.
Neutra aveva studiato con il grande maestro Wagner (Secessione viennese), con un architetto paesaggista di nome Gustav Ammam, e poi con Mendelsohn (Quello della ‘Torre Einstein’), infine conobbe Whright in America, dove andò a lavorare più o meno a metà degli anni Venti.
Con uno stile impareggiabile e una metodica lineare in cui confluiscono brillantemente tutte le interpretazioni dell’architettura di matrice razionalista, Neutra in pratica stabilisce il canone della casa californiana di lusso.
casa kauffman, Richard Neutra
Questa è la sua villa più conosciuta, casa Kaufmann, che mi pare sia stata venduta l’anno scorso ad ignoti.

L’influenza di Gustav Ammam è visibile nella progettazione del giardino: questo è il retro di Casa Kaufmann
Casa Kaufmann, Richard neutra
Qui c’è una sintesi a mio vedere perfetta tra l’Organicismo, (rappresentato dal giardino pianeggiante e dai volumi dell’edificio irregolarmente disposti, caratteristica che neutra aveva certamente assorbito da Wright e che forse trasmise a Rudolph Schindler) e il Razionalismo, nelle forme e nei volumi squadrati ma composti in maniera diversificata, senza assi di simmetria, ma sempre sugli assi ortogonali, con prospettive dagli angoli particolarmente raffinate, e con ampie vetrate che venivano dallo stile di Wright e dai suoi studi della casa unifamiliare giapponese.
Richard neutra
Pulita, raffinatissima e poetica, quasi assorta l’unione tra elementi formali e informali.

Neutra ha creato il gusto della villa unifamiliare e del giardino californiano
Richard neutra

Richard Neutra 1
Un mondo elegante, tutto l’opposto dei pulciosi mobili country, vissuto da ricchi belloni che vanno a fare il giro della costa di notte con lo yacht al chiaro di luna.

Finestre a nastro e fasce marcapiano

Credo che le finestre a nastro e le fasce marcapiano siano tra le stimmate della moderna edilizia pubblica e condominiale.
Prendiamo il Palazzo delle Pensioni (che oggi si chiama Palazzo del Sindacato) a Praga, una costruzione relativamente vecchia, del ’28, appena un anno primi del crollo di Wall Street.
Palazzo delle Pensioni, Praga

Un edificio come questo è il frutto di quel fermento architettonico che si sviluppò in tutto il mondo a partire dal nuovo secolo, con il coincidere del declino dell’Eclettismo Ottocentesco.
Qui è evidente l’esperienza cubista, c’è una forte influenza del Purismo tedesco e c’è anche quella ampiezza dell’edificio caratteristica della scuola americana.
Il progetto è di due illustri ignoti: Josef Havlicek e Karel Honzik.
Questo è tra gli edifici più brutti che riesco a concepire, a parte l’Ospedale di Locri e il Club dei Tranvieri di Mosca.
“La forma segue la funzione”, era questo il motto che animava tale forma di espressione architettonica, che forse, se fosse rimasta collocata nel suo periodo storico sarebbe stata di certo meno indigesta.
Gli epigoni di questa scuola, incapaci dell’inventiva dei loro “maestri”, hanno prodotto un’architettura miserabile e deprimente, oltre che brutta oltre ogni possibile descrizione. Per fortuna pare che il cemento armato abbia una durata di appena un centinaio d’anni.

Le fasce marcapiano e le finestre a nastro a me sembrano i marker tumorali dell’architettura internazionale contemporanea.

Eccesso di forma

Nel suo bel volume The garden as an art, Mara Miller tenta la definizione di giardino.
A chi sostiene che il giardino non sia una forma d’arte pienamente riconoscibile, direi di dare un’occhiata al vocabolario. Termini complessi hanno definizioni più brevi. la parola “Giardino”, almeno in quelli italiani, è lunga venti righe in un dizionario d’uso. In quello che ho aperto davanti a me, adesso (un Devoto-Oli con la rilegatura strappata), nel punto in cui è aperto, solo la parola “giallo” ha più righe.
Quando una cosa richiede venti righe di dizionario per essere definita, non dev’essere la più elementare del mondo.
Porzione di terreno coltivata a piante ornamentali e da fiore e adibita a luogo di ricreazione e passeggio nelle immediate adiacenze della casa (g. privato), oppure all’interno o alla periferia di un centro abitato (g. pubblico), ecc. Importante nella descrizione il fatto che il giardino sia definito nel suo perimetro. Il Devoto-Oli dice che il termine deriva dal francone gardo : “luogo chiuso”.

Una delle prime obiezioni di Mara Miller è “piece of ground”, appezzamento di terreno. Alcuni giardini non hanno nulla a che vedere col il terreno. Ad esempio una comune terrazza di città.
Neanche la definizione del perimetro è una costante, sebbene si sappia ormai -e venga citato in tutte le salse- che il termine “paradiso” viene dal persiano pairidaeza, che significa “luogo chiuso”.
Neanche la coltivazione di piante ornamentali o da fiore è un elemento imprescindibile dei giardini. Molti giardini moderni non hanno neanche un filo d’erba (come quello di Ken Smith presentato nel mio messaggio Avant gardners? . Ed inoltre quelle che noi oggi chiamiamo “piante ornamentali” erano sconosciute quando nacquero i giardini, ed erano in coltivazione per lo più quelli che chiamiamo “ortaggi” o “verdure” o “frutti” ( i giardini erano irregimentati alla produttività).

Allora? Cosa fa di un giardino un giardino?
Secondo Mara Miller queste sono le tre caratteristiche distintive di tutti i giardini:
1)l’inclusione di almeno un elemento naturale: pietra, roccia, acqua, erba, terra, fiori, ecc. Qualcosa che sia in apparenza un giardino ma fatto di materiali artificiali è un giardino solo in senso metaforico.
2)Cosa dibattuta: l’esposizione al cielo aperto, eccezion fatta per le orangerie e per le serre. Giardini che esistono al chiuso totale sono molto rari. Secondo Mara Miller si tratta di estremi che sono solo imitazioni.
3) E qui vi voglio: i giardini hanno un “eccesso di forma”, più di quanto sia necessario per necessità logistiche. Un eccesso di forma che è un significante, e un significato, sia estetico che sensuale, che spirituale o emozionale. Eccesso non significa “più” (più decorato, più complesso), ma solo che più decisioni, più pianificazione, considerazioni, misure e forse studio, sono stati necessari. ma è proprio quest’eccesso di forma ad essere il termine invariabile se non l’elemento caratteristico dell’opera d’arte. Qualunque cosa mostri quest’eccesso di forma è un’opera d’arte (anche se ciò non significa che sia un’opera d’arte bella e di successo).

La casa del Mare di Mimmo Caino

09/19/08
La Casa del Mare di Mimmo Caino
Filed under: Giardinaggio e natura, Arte ed Estetica
Posted by: Lidia @ 2:46 pm

Mimmo Caino era una persona che apparteneva al vecchio mondo di Siderno, il mio paese. Ragionava all’antica, seppure aveva girato il mondo lavorando sulle navi commerciali. Apparteneva alla sua comunità, e questo era il suo essere “antico”.
Non lo conoscevo bene, ma si dice che non fosse stato una brava persona, e il ricordo che ha lasciato dietro di sé è duplice. I familiari – a quanto pare- non ne serbano un buon ricordo, mentre i suoi compaesani lo ricordano con affetto.
“Il Caino” era il suo soprannome, e forse questo basta a capire. Non so. Per conto mio do il beneficio del dubbio.

In ogni caso il carattere personale di Mimmo Caino non mi interessa più di tanto, quello che mi piace ricordare di lui è la sua casa sulla ferrovia, la “Casa del Mare”, che aveva costruito con le sue mani, usando quello che le mareggiate lasciavano sulla spiaggia, dentro la loro arruffata sporcizia.

Il Caino raccoglieva pazientemente queste cose e le usava per costruire la sua casa, che alla fine divenne quasi un piccolo museo.

Casa del Mare, Mimmo Caino

La sua “Collezione da Tiffany” era costituita da mattonelle e sassi levigati, come li avrebbe potuti sognare Antoni Gaudì. Mattoni smussati, vecchie bottiglie, cocci, sassi. Tutto era riposto ordinatamente in mucchi e in cassette, prima che lui morisse e tutto fosse abbandonato.
Aveva costruito anche un giardino sulla spiaggia, rubando quel metro o poco più alla linea ferroviaria, così come fanno tutti gli abitanti delle case che affacciano sui binari. Tutti i centimetri disponibili sono meticolosamente utilizzati per coltivarvi verdure o frutta, ed anche fiori.
Mimmo Caino aveva viaggiato, e aveva una nozione puramente visiva del giardino elegante. Nella sua ingenuità le piante grasse le considerava “nobili”, e piantò quelle, invece di pomodori e fave.

Il Caino aveva ancora parecchi anni da bruciarsi, ma è morto cadendo dal tetto della sua casa, oggi ereditata dai suoi familiari e trasformata in una graziosa casetta con le pareti gialle, le tende da sole a righe, il tavolo di resina per pranzare fuori. Una casetta come miliardi di altre, senza carattere e col nasino all’insù.
Casa del Mare, Mimmo Caino

2 Responses to “La Casa del Mare di Mimmo Caino”
1. ezio Says:
September 20th, 2008 at 3:22 pm e
Lidia, che bella storia , anche se ha il finale tristissimo, un uomo che chissà quanto ha rischiato navigando in mare , che fa quella triste fine. Le persone come lui sono sempre più rare e dispiace non averle conosciute Ezio
2. ezio Says:
September 20th, 2008 at 3:26 pm e
Che storia triste , come dispiace non avere conosciute persone cosi, che sono sempre più rare. Ezio

Kim Parker

08/26/08
Kim Parker
Filed under: Arte ed Estetica
Posted by: Lidia @ 5:34 pm

Kim Parker è una nota artista e designer di oggetti per la casa, specie per la tavola. Ha pubblicato un libro, intitolato Home
Io non ce l’ho, quindi non so dirvi.
Beh, insomma, questa signora in America è davvero “una importante”. I suoi dipinti sono finiti su cuscini, tappeti, tende, stoviglie.
Sono belli, anche a me piacerebbe potermeli permettere. Proporre bei disegni su oggetti di uso quotidiano in fondo è un’idea abbastanza vecchia, che viene sviluppata come la conosciamo da quell’altro giardiniere irregolare che fu William Morris, col suo movimento delle Arts & Crafts.
Kim Parker è una signora che sa come si dipinge. Ha imparato la sua lezione, si vede. C’è il grande insegnamento di Cézanne nei suoi quadri, e credetemi, non è davvero poco! Inoltre c’è parecchio stile Bloomsbury.

Poi cosa succede? I suoi disegni finiscono su tazze e bicchieri, e lì però cambiano un po’. La lezione di Cézanne sbiadisce, e subentra il design anni ‘50.

Il tratto è necessariamente più netto, i contorni più definiti, il Bloomsbury diventa uno stile da Trente Glorieuse.
Lo stile anni ‘50 è molto ritornato di moda. Nei ‘90 chiunque vestito alla moda di oggi, avrebbe subito un pestaggio per strada.
Sono ritornate “su” anche le robe fatte a maglia, le borse fatte
all’uncinetto coi fiori di perline. Un incrocio tra un incubo e i
ricordi di bambino.
Guardate questa teiera, è ridicola? No? ne siete sicuri? Si? perchè? Insomma, è bella o brutta?

Tutto questo per dire un’altra cosa. Non avete notato come ormai gli stili si propongano e ripropongano incessantemente, a ritmo sfrenato? Questa teiera sarà di moda per un paio d’anni, dopo dovrete romperla.
I progettisti di design industriale, di arte e spesso anche di cultura (non ne parliamo i giornalisti), non fanno altro che tirare fuori cose dalla scatola dei ricordi, spolverale, lucidarle, e venderle alle masse.
Nel momento che questi prodotti sono elitari, tutti li cercano. Poi si massificano e diventano infine obsoleti e reietti, fino a che non ritornano a cuccia nella scatola dei ricordi. Lì rimangono finché non è passato un po’ di tempo, poi vengono ripresi e riutilizzati.
Questo accadrà ancora ed ancora.
L’arte ormai funziona così: c’è questo dialogo incessante tra vecchio e nuovo, tra massificato ed elitario.

Anche i nanetti da giardino, trasformati in sgabelli da Philippe Stark, ne sono un esempio. I sociologi dell’arte lo chiamano “fenomeno di risalita”. E’ successo a Pupo, alle sigle dei cartoni animati, ai fumetti vecchio stile, ai film di Franco e Ciccio, di Lino Banfi e di Diego Abatantuono.
Succede anche alle piante.
Tanto maggiore è la ricompensa (economica e di fama) quanto più vicino nel tempo, o culturalmente deteriorato, è l’oggetto tirato fuori dalla scatola dei ricordi.