C’è una cosa che mi tormenta da un bel po’ di tempo: qual è l’ultimissima tendenza della moda delle unghie?
Come mi piacerebbe saperlo!
So che vanno molto le unghie in stile “french”, che hanno la testa piatta come un badile. So che vanno le unghie iper-decorate, come queste:
E so che da un po’ girano anche le unghie affilate alla Dracula, una roba sicuramente resuscitata dal carretto della saga di Twilight.
Che fine hanno fatto le unghie lunghe smaltate di rosso degli anni ’80, alla Valentina?
Ma insomma, qual è davvero l’ultima, la moda più raffinata e colta delle unghie?
Unghie-torta-nuziale? Unghie-orto? Unghie-bandiere? Unghie-Simpson? Unghie-orchidea?
Caspita, mi sa che sono le unghie-unghie, non laccate e tagliate normalmente corte con le comuni forbicine. E magari -aggiungiamo- con un tocco di onicofagia.
Questo articolo vuole essere una piccola tabella di aiuto per la scelta delle erbacee utili a comporre un meadow, cioè un campo fiorito. Per informazioni più dettagliate sulle singole specie trattate si rimanda alla letteratura specializzata.
– Introduzione: la prateria dietro casa
Quant’è povera la lingua italiana per quello che riguarda il giardino! Gli inglesi, o meglio, gli americani, per dire che in un prato ci sono erbe spontanee, fiori, graminacee e altre piante, lo chiamano meadow, non prairie, nè lawn, che sono due cose diverse.
Quando gli inglesi arrivarono in America e videro le praterie, non riuscirono a trovare una parola che le descrivesse, e dovettero prendere a prestito la parola francese prairie.
Noi abbiamo la parola “prateria”, che sarebbe la prairie anglo-francese, abbiamo il “prato”, che sarebbe il lawn, ma non abbiamo una traduzione efficiente per meadow che per tradurre dobbiamo ricorrere alla locuzione “prato fiorito”, che però non è la stessa cosa.
La parola che si avvicina di più a meadow è “campo”, che però è incompleta, perchè non si sa se coltivato o spontaneo, e un “campo”, strettamente parlando, può essere un campo di fagioli almeno quanto di barbabietole o di grano.
Pare che per i prairie gardens ci sia una vera e propria moda, di certo consacrata da Oudolf ma partita molti anni fa con Karl Foerster. Non so quanto il libro di Least Heat-Moon, Prateria, che io amo alla follia, abbia a che fare con questa nuova tendenza…in fondo il volume è stato scritto in dieci anni, ma è di recente pubblicazione.
Io perlomeno sono arrivata ad interessarmi alla prateria per motivi ecologici, letterari e personalissimi.
Dietro casa mia, infatti, c’è un ampio spazio incolto. E’ un po’ “il luogo” dove nei libri di Steven King i bambini coltivano le amicizie che dureranno una vita.
Prima c’era un agrumeto, poi la proprietà è stata progressivamente abbandonata e nel tempo l’aggressione cementizia si è moltiplicata.
E’ comunque un grande appezzamento, era il posto dove mi rifugiavo da bambina per evitare gli strepiti di casa, o quando litigavo con i miei, o quando volevo scappare da un’iniezione o dalle lezioni private di matematica. Nella prateria dietro casa non mi sono solo rifugiata, ma ci ho giocato a Sandokan, agli esploratori, alle Giovani Marmotte. E quando sono cresciuta ci andavo a cercare i fiori spontanei e le erbe aromatiche con il libriccino tascabile, e quando sono crescita più ancora, ci andavo a raccogliere le more per fare le conserve. E’ nella prateria dietro casa che ho capito, durante la mia vita adulta, che esistono le Fate e gli Gnomi, anche se non li ho mai visti direttamente. Chissà quante volte ho sfiorato la possibilità di incontrare quadrifogli, erbe fatate, piote vaganti, Leprechaun, e sicuramente per puro caso non avrò calpestato un Goblin.
Dopo la morte del proprietraio la proprietà è passata ai numerosi figli che l’hanno portata ad un regime di minima manutenzione, diserbandola periodicamente per evitare intrusioni di mafaldine, fidi e topolini. Nel tempo, attraverso incendi e appianamenti, le cupole di rovi dove le Fate facevano i nidi sono sparite, gli alberi bruciati, le erbe spontanee diminuite. Ha iniziato a crescerci l’avena selvatica e io ho iniziato a portarci i cani perché potessero correre liberi.
Così è come si presenta oggi: Prateria sidernese 1
Prateria sidernese 2
Purtroppo non mancherà molto che anche la prateria dietro casa sparirà e al suo posto sorgeranno condomini e villette, e io ho vissuto buona parte della mia vita con questa paura.
Nel frattempo infatti che scrivevo l’articolo la prateria è stata nuovamente rasata. Dopo il taglio
Almeno ci porto i cani
Tene 'i ricchi a grattarola, una pi' intra, l'atra pi' foraGuarda mamma, vado senza mani!
La prateria è quindi qualcosa che mi sta a molto a cuore. E visto che in questo periodo stiamo vivendo un felice interesse per questo tipo di giardini, mi permetto di dare qualche suggerimento a chi volesse creare un giardino a bassa manutenzione. Tralasciando impressioni di tipo sentimentale e suggestioni letterarie e parlando solo tecnicamente, i benefici di un giardino di questo tipo sono numerosi: prima di tutto un impatto ambientale più basso per via della minore necessità di concimazione, irrigazione e trattamenti antiparassitari. In secondo luogo un meadow è molto più attrattivo per i piccoli animali che non un prato tradizionale. Insetti e piccoli mammiferi possono facilmente trovarvi rifugio, inoltre uno strato d’erba più alto del comune prato rasato determina un percettibile abbassamento della temperatura del suolo.
Senza contare che un giardino tenuto a meadow offre un aspetto calmo e riposante, specie in inverno, quando le erbe si avvantaggiano delle piogge. Il meadow è inoltre un ottimo modo per inserire l’edificio nell’ambiente circostante e per impegnare vasti spazi anche là dove non si arriva con gli attrezzi.
– Il sito
Bisogna ovviamente scegliere con molta cura le erbacee adatte e conoscere il microclima del proprio giardino, le zone più o meno drenate, quelle più sassose o più umose, drenate o meno. Ma non spaventatevi, le grasses (Poaceae, Restionaceae, Amaryllidaceae, Liliaceae) sopportano molto bene una gran quantità di suoli, basta saper scegliere quella giusta. Considerate che dove sono costruiti nuovi edifici il suolo tende ad essere più calcareo e le piante necessitare di fertilizzazioni.
Ciò che è veramente importante, se si vuole fare un lavoro fatto bene, è rivoltare il terreno, fare crescere le infestanti e poi eliminarle prima che vadano a seme, sarchiare bene per eliminare le radichette e i rizomi ed estirpare man mano quelle infestanti che inevitabilmente si ripresenteranno. Una volta che il meadow avrà preso compattezza questo lavoro sarà più semplice.
Potete anche includere le eventuali infestanti nel vostro meadow, purchè non abbiano il sopravvento.
Esistono molte piante utilizzabili per creare un meadow, non solo le tradizionali graminacee o poacee, ma anche le giuncacee (Restionaceae), le liliacee, le iridacee e le amaryllidacee.
Si può creare un meadow in qualsiasi punto del giardino, non occorrono necessariamente ettari di spazio, c’è ad esempio chi li fa sui tetti. Anche il vialetto d’ingresso può diventare una piccola prateria.
Se avete colline o diseguaglianze nel terreno, tenete conto che le piante in cima dovranno essere più resistenti alla siccità e quelle al fondo più amanti dell’umido.
Non combattete il sito, ma cercate di valorizzarne al meglio le qualità. Il meadow si presta sia in composizioni molto formali che in insiemi molto eterogenei ed informali, può essere tutto verde o avere colori squillanti, ci possono essere fiori o solo piante da foglia, piante rare o molto comuni, arbusti, alberi o piante basse. I fiori non devono essere molto numerosi, ne bastano pochi e piccoli.
Se piantate grasses con bei colori autunnali, fate in modo che vengano controluce al tramonto.
– Warm-season e cool-season
Le piante che ci interessano, che gli inglesi chiamo genericamente grasses, “erbe”, si possono dividere con una certa sommarietà in due grosse categorie, quelle che vegetano anche in inverno e quelle che vegetano solo in estate.
Le warm-season grasses tendono ad essere in riposo in inverno e a vegetare solo nella stagione calda, le cool-season grasses invece riescono a vegetare anche nella brutta stagione.
Alcune hanno un periodo di dormienza in caso di siccità estiva.
Le warm-season grasses tendono ad avere colori autunnali molto forti, soprattutto dove le temperature si abbassano al punto da provocare degli stress citologici, mentre le cool-season sono sempreverdi da un anno all’altro (e sono queste quelle che ci interessano di più). Generalmente iniziano a crescere con l’arrivo della stagione delle piogge di cui beneficiano grandemente e che gli consentono di mantenere il colore verde intenso. Il gelo può danneggiarle riducendole al livello del terreno, ma poi riprenderanno.
A seconda dei climi generalmente fioriscono dalla primavera o dall’estate fino all’autunno, molte hanno colori interessanti appena germogliano, e come alcuni frutti , per prosperare hanno bisogno di “sentire il gelo”, cioè di inverni freddi.
Sebbene un meadow possa essere fatto di warm-season grasses, sono proprio le cool-season grasses che gli danno quell’aspetto tipico.
– Perenni ed annuali
Le grasses possono essere perenni o annuali. Alcune possono vivere pochi anni e poi morire, altre hanno cicli molto più lunghi. Alcune piante perenni, a seconda dei climi, vanno in dormienza se la siccità è eccessiva.
Il meadow deve essere di prevalenza fatto con piante perenni, che devono dare una base su cui lavorare con accenti e altri elementi.
– La base: groundcover e struttura del meadow
Il primo punto da cui partire è la scelta di una o più grasses che funga da scheletro al vostro meadow. queste devono comporre dal 45 al 65 per cento del vostro prato. Ogniqualvolta possibile, usate piante native del vostro sito specifico, questo garantirà una crescita più veloce e una maggiore resistenza ad altre erbe infestanti. Solitamente si preferisce scegliere una pianta a vegetazione anche invernale (cool-season). In luoghi molto freddi possono arrestare la crescita, ma non vengono distrutte fino a terra come le warm-season.
Una delle migliori groundcover è il Carex, ma anche la Festuca è molto apprezzata.
Grouncover grasses Bouteloua gracilis
Brachypodium sylvaticum
Bromus benekenii
Carex (il divulsa è uno dei miei preferiti) Deschampsia cespitosa
Festuca mairei
Leymus triticoides
Muhlenbergia
Pennisetum spathiolatum
Poa arachnifera
Schizachyrium scoparium
Sesleria
– Piante background, da sfondo, confine o transizione
Le grasses sono utilissime piante per ottenere effetti di transizione tra un luogo e l’altro del giardino, per “ancorare” visivamente un edificio al terreno, o per mascherare i confini del giardino o mascherare qualche infrastruttura brutta a vedersi. A questo scopo si possono usare anche molti bambù, ma in questa sede stiamo considerando solo le piante da prateria.
Le piante da background necessitano di molto spazio.
– Piante a portamento verticale per effetto pennellata
Se volete potete lasciare il vostro meadow piatto oppure con poche variazioni di altezza. Le grasses stesse si distribuiranno in maniera ondulata con il tempo e comporranno un insieme fluttuante e morbido. Questa scelta può andare bene soprattutto se avete un grosso spazio a disposizione, in modo che il meadow sia una sorta di naturale copertura del terreno. Tuttavia si renderà sempre necessario porre qualche accento qua e là, soprattutto in un giardino di dimensioni contenute, oppure dove si voglia dare un po’ di movimento all’insieme.
Grasses a portamento verticale per effetto pennellata Andropogon
Bouteloua curtipendula
calamagrostis x acutiflora
Elytrigia elongata
Juncus
Molinia
Muhlenbergia
Pennisetum spathiolatum
Phormium
Saccharum ravennae
Schizachyurium scoparium
Schoenoplectus
Typha
Vetiveria zizanioides
– Filler, vialetti e sentieri, erbacee profumate
Le piante filler, letteralmente “riempitivo”, sono usate tra le piante di base. Hanno portamento ricadente e arcuato e le foglie arrivano a toccare il prato preesistente, sono perciò ideali per collegare il meadow ad una bordura di arbusti o più semplicemente ad essere piantate vicine ai viali e ai sentieri. La circolazione è importante in giardino e i meadows non fanno eccezione, perciò erbacee troppo invadenti possono invadere lo spazio destinato al transito. Una delle piante migliori e più usate è la Sesleria, molto affascinante e morbida. Si possono usare anche piante dalla vita più breve come Anthoxanthum. Condiderate che più è piccola una pianta, più ce ne vorranno per ottenere un discreto effetto e ciò ovviamente comporterà una spesa maggiore. Alcune erbacee possono essere ottenute da seme, producendo risparmio, ma aumentando il tempo di crescita.
Un vialetto ben disegnato può rendere molto emozionante il passeggio in un meadow perchè non ci si muove dentro di esso, ma lo si attraversa letteralmente. Non di rado la sensazione è quella di tornare bambini, a quando cioè eravamo bassi di statura e anche un piccolo campo erboso ci sembrava alto. Alcuni poi sostengono l’esistenza del cosiddetto “gene della prateria”, che sarebbe quello che ha fatto diventare eretto l’uomo primitivo, che doveva poter scorgere prede e predatori attraverso il folto dell’erba della grandi savane africane.
In un meadow i sentieri possono facilmente svolgersi in un percorso sinuoso che si snoda attraverso diversi punti focali importanti, conducendo a degli elementi che si vuole mettere in risalto.
In giardini molto grandi considerate che più persone vorranno stare appaiate o che dovranno circolare dei veicoli a motore.
A seconda dell’uso e della larghezza, i sentieri possono essere realizzati con molti tipi di superfici: la soluzione più semplice è semplicemente un passaggio col falciaerbe. Tra l’altro questo consente di modificarne il tracciato qualora lo si desideri o sia subentrata una necessità specifica. Oltre alla pietra si può usare il trito semilegnoso ottenuto da un biotrituratore (in questo caso lo strato deve essere alto e rinnovato spesso). La ghiaia chiara si adatta in maniera particolare a questo tipo di giardini, benchè produca un rumore sgradevole al calpestio e sia poco adatta alle ruote (comprese quelle delle sedie a rotelle), ha però il pregio di mantenere le suole molto pulite e asciutte. Pietre piatte o ceppi possono fungere da piccoli ponti o zone di sosta nelle macchie più umide. In Giappone si usano molto i passaggi sospesi, ottenuti con delle passerelle di legno. Sono molto gradevoli a patto che la superficie da attraversare sia variegata e diseguale, possibilmente che ci siano delle zone palustri, e che il giardino abbia una certa dimensione.
Un altra raccomandazione è di piantare lungo il viale, dove possano essere calpestate, delle erbe profumate come timo, rosmarino strisciante, menta e camomilla, che rilasciano profumi balsamici se calpestate.
Alcune grasses sono esse stesse profumate, come il famoso Cymbopogon citratus (citronella) e resistono discretamente al calpestio. Se pensate di usarle come fondo per un viale, rasatelo di rado o meglio per nulla.
Erbe aromatiche e da fiore da piantare nelle fessure o ai bordi dei vialetti Aegopodium podagraria ‘Variegatum’
Ajuga reptans
Alchemilla mollis
Aptenia cordifolia
Bergenia cordifolia
Carpobrotus acinaciformis, C. edule
Convolvolos cneorum
Convolvolus sabatius
Erigeron karvinskianus
Eschoscholzia californica
Evolvolus convolvuloides
Helichrysum italicum
Hottuynia cordata
Hydrocotyle
Lysimachia nummularia ‘Aurea’
Melissa suaveolens
Mentha
Mentha suaveolens
Mesembryanthemum
Nepeta x faassenii
Origanum vulgare
Oxsalis
Papaver roheas
Primula
Rosmarinus prostratus
Ruta graveolens
Santolina chamaecyparrisus
Saponaria
Stachys lanata
Tanacetum parhenium
Tanacetum parthenium ‘Golden Moss’ Thymus citrodorus ‘Aurea’
Tradescantia
Viola
– Accenti
Una volta che lo scheletro del meadow è stato deciso, bisogna provvedere a degli accenti per dare movimento. Questi possono essere dati da piante a portamento verticale per effetto pennellata o da piante per ottenere un effetto nuvola, che ingentiliranno il giardino.
Non solo le grasses, ma anche arbusti e rose possono essere usati come accenti, o altre piante perenni o annuali. Vanno molto bene anche le piante che hanno un portamento simile a quello delle grasses, come alcune liliacee o amaryllidacee. Se si utilizzano le piante giuste un meadow può essere interessante quasi per tutto l’anno, oppure si possono concentrare le fioriture in una o due stagioni, magari alternando i colori. Si può ad esempio creare un meadow con un certo colore predominante in primavera e un altro in autunno.
In climi caldi molti colori possono essere dati dal fogliame vistoso di alcune piante dall’aspetto tropicale come Musa e Canna.
Se volete un meadow molto naturale usate apiacee e umbrellifere.
Persino le statue e le opere d’arte funzionano molto bene come accenti, poichè le erbacce non entrano in competizione con le strutture artificiali.
Grasses a portamento vaporoso e fiori a nuvola Aristida purpurea
Blepharoneuron tricholepsis
Briza media
Calamagrostis brachytricha
Deschampsia
Eragrostis
Melica
Melinis
Miscanthus
Muhlenbergia
Nassella
Panicum virgatum
Sporolobus
Altre piante che possono essere usate come accenti Acanthus mollis
Achillea
Aconitum
Actaea
Agastache cana Allium (tutti gli Allium vanno bene come accenti, dal giganteum allo sphaerocephalon) Alcea
Althaea
Anemone x hybrida
Angelica achangelica
Agapanthus
Amaryllis
Anchusa azurea
Anthiscus sylvestis
Aquilegia
Argemone
Argyranthemum
Artemisia
Aster
Babiana stricta
Belamcanda
Bidens
Campanula persicifolia C. pyramidalis
Castilleja
Chelone obliqua
Chysanthemum
Cimicifuga racemosa
Clematis tangutica, C. terniflora, C. texensis, C. virginiana
Consolida ajacis
Cotula
Crinum
Cynoglossum amabile
Daucus carota
Delphinium elatum
Dhalia
Dierama pulcherrimum
Dietes vegeta
Dimorphoteca
Diplacus aurantiaucus
Echinacea purpurea
Echinops
Encelia
Eschoscholzia californica
Eomecon
Eryngium
Eupatorium
Euryops
Felicia amelloides
Ferula communis
Foeniculum vulgare
Fritillaria imperialis
Gaillardia
Gaura lindheimeri
Gazania
Grindelia
Helenium
Helianthus annuus, H, tuberosus
Helleborus
Hemerocallis
Hesperaloe parviflora
Hippeastrum
Iris (anche gli iris utilizzabili sono numerosissimi come I. confusa, cristata, dandfordiae, ensata, foetididissima, japonica, laevigata, sibirica ecc. ) Ixia
Lamium
Lavatera
Linaria maroccana Liatris spicata, Liatris ligulistylis
Macleaya cordata
Meconopsis cambrica
Malva
Mimulus
Monarda
Myrrhis odorata
Neomarica
Ospeospermum
Papaver roheas, Papaver nudicaule, P. orientale, P. somniferum
Penstemon (i Penstemon sono numerosi e sono piante utilissime come accenti) Phytostegia virginiana
Pimpinella
Prunella
Pulsatilla
Ratbida columnifera
Romneya coulteri
Rudbeckia
Sanguinaria
Scilla peruviana
Solidago
Tagetes
Veronica spicata
Veronicastrum virginicum
Salvia (le salvie sono numerosissime, le più belle e conosciute sono la Salvia azurea, S.cacalifolia, S. guaranitica, S. coccinea, S. leucantha, S. nemorosa,S. sclarea, S. spathacea,S. uliginosa ecc.) Sisyrinchium
Smyrnium olusatrum
Sparaxis
Tanacetum
Thalictrum aquilegifolium
Tithonia
Trigridia
Verbena bonariensis
Veronica spicata
Zinnia
Watsonia humilis
– Bulbi Bulbi per climi temperati e meadows a crescita lenta
Anemone blanda
Chionodoxa luciliae
Colchicum
Crocus
Cyclamen
Freesia
Galanthus nivalis
Hyacinthoides hispanica
Ipheion uniflorum
Muscari armeniacum
Narcissus varr.
Oxalis
Scilla
Bulbi per climi caldi e asciutti e meadows a crescita lenta Allium
Babiana
Calochortus
Habranthus robustus
Lachenalia
Ledebouria
Moraea
Rhodophiala
Sparaxis
Tritonia
Zephyranthes candida, Z. rosea
Bulbi per meadows di media altezza Allium
Anemone coronaria
Camassia
Fritillaria
Narcissus
Ornithogalum
Tulipa
Zantedeschia
Legenda: G= groundcover, per la base o lo scheletro B=background, per gli sfondi F=fillers, collegamenti tra il meadow e gli accenti A=accenti di forme o colori PN=prato naturale, vialetti e sentieri, che richiede scarsa o nulla rasatura e che resiste al calpestio, possono essere graminacee o falaschi, anche mischiati.
Achnatherum calamagrostis (G, F, A)
Achnatherum coronarium (A)
Achnatherum hymenoides (G, A, F)
Achnatherum speciosum (F, A)
Acorus calamus (F, B)
Acorus calamus ‘Variegatus’ (B, A)
Acorus gramineus ‘Licorice’, A.g. ‘Ogon’ (G, F, A)
Acorus gramineus ‘Pusillus’, A.g. ‘Pusillus Aureus’, A.g. ‘Variegatus’ (G,F,A)
Agrostis hallii, A.pallens (G,F,PN)
Ammophila arenaria, A. breviligulata (G,F,A)
Ampelodesmos mauritanica (B, A)
Anthoxanthum odoratum (G,F,A,PN)
Aristida purpurea (G, F, A)
Arrhenatherum elatium, var. bulbosum ‘Variegatum’ F,A)
Arundo donax (B)
Arundo donax ‘Gold Chain’, A.d. ‘Slender Gold’, A. d. var. versicolor (B,A)
Arundo formosana, A. f. ‘Oriental Gold’ (B,A)
Austrostipa ramosissima (B,A)
Baurnea rubiginosa ‘Variegata’ (F,A)
Blepharoneuron tricholepsis (G, F, A)
Bothriochloa barbinodis (F,A)
Bouteloua curtipendula (G,F,A)
Bouteloua gracilis, B. gracilis ‘Hachita’ (G,F,A,PN)
Brachypodium sylvaticum (G,F,A)
Briza media (F,A)
Bromus benekenii (G,F,A)
Buchloe dactyloides, B.d. ‘Surfer Boy’ (G,F,PN)
Calamagrostis x acutiflora, C x a. ‘Avalanche’, C. x a. ‘Overdam’ (G,F,A)
Calamagrostis brachytricha (F,B,A)
Calamagrostis epigeios (G, F,A)
Calamagrostis foliosa (G,F,A)
Calamagrostis nutkaensis (G,F, A)
– Carici o falaschi (fam. cyperaceae)
Carex albolutescens (G, F, PN)
Carex appalachica (G, F, PN)
Carex ‘Beatlemania’ (G,PN, F)
Carex buchananii, C. b. ‘Viridis’ (F, A)
Carex comans, C.c. ‘Bronze’, C.c. ‘Frosted Curls’ (F,A)
Carex dipsacea (F,A)
Carex divulsa (G,F)
Carex dolichostachya (G,F,A)
Carex eburnia (G,F, PN)
Carex filifolia (G,F,PN)
Carex flacca (G, F, PN)
Carex flagellifera, C.f. ‘Bronze Delight’, C.f. ‘Coca-Cola’, C.f. ‘Tofee Twist’ (F,A)
Carex grayi (G,F,A)
Carex laxiculmis (G,F,A)
Carex morrowi, C.m. ‘Gold Band’, C.m. ‘Ice Dance’, C.m ‘Variegata’, C.m. var. temnolepsis (G, F, A)
Carex muskigumensis, C. m. ‘Ice Fountains’ , C.m. ‘Little Midge’, C. m. Oehme’ (G,F, A)
Carex oshimensis, Carex oshimensis ‘Evergold’ (G,F,A)
Carex pansa (G, F, PN)
Carex pendula (G,F,B,A)
Carex pensylvanica, C.p. var.pacificum (G,F, PN)
Carex perdentata (G,F,PN)
Carex phyllocephala (G,F)
Carex phyllocephala ‘Sparkler’ (G,F,A)
Carex plantaginea (G,F)
Carex platyphylla (G,F,A)
Carex praegracilis (G,F, PN)
Carex remota (G,F)
Carex retroflexa (G,F,PN)
Carex siderosticha, C.s. ‘Banana Boat’, C.s. ‘Lemon Zest’, C.s. ‘Variegata’ (G,F,A)
Carex testacea (A,F)
Carex texensis (G,PN, F)
Piantagione
La cosa più importante nella costruzione del meadow è la corretta scelta delle piante e una adeguata preparazione del terreno. Si tratta di elementi assolutamente imprescindibili: qualsiasi tentativo di ottenere un meadow senza una corretta preparazione pedologica sarà inevitabilmente frustrato o riuscirà male.
E’ importante pulire l’area dalla vegetazione lasciando solo quelle piante che si vuole mantenere (erbacee, arbusti). Potete usare anche un decespugliatore, purchè utilizziate sempre le adeguate protezioni per il corpo(non vorrete mica frullarvi i piedi, vero?). Non occorre vangare, anzi, questa pratica impoverisce il terreno perchè porta in zone troppo profonde le sostanze umifere del terreno. Sarà sufficiente una comune zappatura fino a 10-20 cm di profondità. Questo è in generale il tipo di manutenzione consigliato anche per gli anni a venire.
Il terreno va preparato così tra l’autunno e l’inverno, in zone rigide prima dei geli. Dopodichè va lasciato nudo per un paio di settimane, in attesa che si formino i germogli delle piante infestanti. Questi vanno tolti con una seconda zappatura o meglio con una sarchiatura (questo sistema si chiama falsa semina). Le infestanti più pericolose sono quelle con radici fibrose e stolonifere, come il rovo spinoso, che si propagano con molta facilità per pollone o propaggine, e che sono veramente la dannazione di ogni giardiniere. Con una metodica zappatura localizzata si possono tenere sotto controllo queste infestanti, in zone più decentrate si possono lasciare crescere come siepe (che offrirà riparo e cibo ad avifauna e piccoli mammiferi) ma se avete rovi proprio al centro del vostro giardino sarà necessario lavorare il terreno accuratamente e ripuirlo da ogni radice rimasta con un sarchiatore . Il diserbo manuale periodico sarà ovviamente imprescindibile, lavorate molto di sarchiello a mano. Per le annuali infestanti dovete senza dubbio cimarle o tagliarle prima che portino a compimento la maturazione dei semi. Per piante più resistenti si potrà usare un pirodiserbante e ripetere il trattamento ogni volta che si renderà necessario.
Tuttavia le infestanti sono portate dal vento, vengono dai giardini e dai campi vicini, possono intrufolarsi nei vasi delle ornamentali comprate in vivaio o possono nascere contemporaneamente alle vostre piante nelle seminiere. Se volete un meadow all’americana dovrete senza meno far uso dei diserbanti chimici, ma sono convinta che l’utilità e la bellezza del meadow, nei nostri climi, siano da ricercarsi proprio nella capacità di convivere con piante considerate invadenti. Altrimenti un meadow è solo una moda o un capriccio, la frontiera più recente del giardinaggio italiano, un carretto a cui attaccarsi per sentirsi all’ultima moda. Il valore del meadow è nella sua immensa capacità di accogliere specie differenti: ciò non significa che potrete lasciare tutto in totale anarchia e in negligenza, anzi. Anche se gli interventi saranno sporadici dovranno essere il più possibile tempestivi ed efficaci.
Piantare un intero meadow da soli è un’opera improba, se il giardino è molto grande, sarà perciò opportuno farsi aiutare da amici (diffidate dalle “ditte specializzate”, a meno che non siano veramente tali). Nell’acquistare le piante tenete conto del loro sviluppo, quindi considerate che se una pianta arriva ad un diametro di 50 cm, due piante andranno sistemate a 50 cm di distanza (25+25), a meno che non vogliate un effetto più affollato o più rado. Non discostatevi troppo però da queste indicazioni, perchè un meadow con piante troppo rade non rende bene, le piante appaiono disgiunte, mentre invece se sovraffollate tutto, avrete certamente un effetto “finito” in minor tempo, ma vi troverete a dover dividere le piante entro pochi anni, con conseguenti aggravi nella manutenzione e danni estetici.
La spaziatura non è una scienza esatta, inoltre le piante crescono in maniera differente a seconda del suolo e del luogo, più rigogliose in zone moderatamente irrigate, più piccole in zone pesanti e secche. Se sono battute da venti tenderanno a rimanere più basse. In realtà il fattore determinante è spesso il budget a disposizione per acquistarle. Se volete ottenere un effetto omogeneo, piantate gli esemplari a quinconce. Ricordate che se piantate altri tipi di erbacee perenni, anche queste avranno diritto al loro spazio vitale per non entrare in competizione radicale e estetica con le grasses.
Le piante possono essere acquistate già in vasi o in contenitori alveolari o per seme, alcune sono difficili da reperire, mentre le annuali si trovano quasi sempre solo da seme. Alcune piante sono sterili o sopportano male la divisione dei cespi, quindi è necessario comprarle in vaso. Se preferite seminare avrete certamente un risparmio, ma vi conviene farlo l’anno prima di piantare il vostro meadow, e comunque avrete bisogno di un sacco di spazio per tenere e dividere le plantule (seminare direttamente a dimora è costosissimo e poco efficace, perchè le semenze verrebbero inghiottite dalle infestanti). E’ meno economico comprarle in vasi, ma dà un effetto discreto già al secondo anno dall’impianto. Con le plantule in contenitori alveolari ci si impiega di più e qualcuna potrebbe morire per strada, però è molto più economico che comprarle in vaso.
Il miglior periodo per piantare le grasses è dall’inizio dell’autunno all’inizio della primavera, evitate di farlo in estate o in inverno. L’ideale sarebbe preparare il terreno in autunno , effettuando diserbi, falsa semina, zappatura e pulizia periodica, e piantare le vostre erbacee la primavera successiva. L’estate successiva dovrete irrigare regolarmente. Se si vuole evitare l’irrigazione, allora si invertano i tempi di preparazione del terreno e piantumazione, ma tenete conto che se piantate le erbacee in primavera, beneficeranno di una crescita più veloce e accestiranno meglio.
Le groundcover saranno ovviamente necessarie in maggiore quantità, per cui inviate l’ordine il prima possibile, e dato che in Italia le grasses sono una “novità”, la disponibilità di molti esemplari di una stessa specie potrebbe essere un problema, specialmente se in vasi piccoli ed economici. Inoltre non tutti i vivai forniscono un servizio di consegne durante l’intero arco dell’anno. Siate previdenti e telefonate sempre per accertarvi che le quantità richieste siano disponibili.
Per quanto riguarda la disposizione sul terreno, diremo subito che non è elementare. Alcuni giardinieri preferiscono disporre le piante nell’area che devono coprire, altri realizzano schemi su carta che però è poi complesso trasferire sul terreno. Aiutatevi con qualsiasi tipo di segnalatore: bandierine e sabbia colorata sono gli strumenti tipici. C’è anche chi preferisce piantare le grasses a cicli, ad esempio prima le grouncover, poi gli accenti, poi le altre erbacee perenni, poi i bulbi, ecc. Questo ovviamente richiede più tempo, ma il risultato finale è in genere molto più modulato e gradevole.
Perpiantare le grasses si usa lo stesso sistema usato per le altre erbacee. Con il terreno smosso e lavorato, adeguatamente areato e ammendato, basterà una semplice zappetta per praticare una buca dove inserire le radici. Abbiate cura che il colletto sia all’altezza del terreno (dopo la prima irrigazione) e che le radici siano state un po’ allargate ed entrino nella buca senza essere costrette. Se invece avete dei vasi, dovrete praticare delle buche un po’ più grandi e smuovere un po’ il pane di terra, ma sarà più semplice non interrare troppo il colletto delle piante. Irrigate a fondo dopo la prima piantagione non con un irrigatore a spruzzo, ma lasciando la canna dell’acqua, in modo che le sacche d’aria siano espulse. Ripassate il giorno dopo e controllate il livello del colletto, e se necessario aggiungete terriccio.
Non piantate mai con suolo troppo secco o troppo bagnato.
Mantenimento
Un meadow appena piantato è soggetto a numerosi pericoli, il primo dei quali è l’aridità. Le piante nuove non devono mai rimanere all’asciutto, e non temete di abbondare perchè se il terreno è adeguatamente drenato sarà difficile che ricevano tanta acqua da farle marcire. In particolare se avete piantato il meadow in primavera, l’estate successiva dovrete essere regolari come un carabiniere con le annaffiature. Anche le piante che tollerano la siccità necessitano di regolari annaffiature il primo anno d’impianto.
Man mano che le piante crescono eliminate le foglie danneggiate, in modo da favorire la crescita di fogliame giovane e sano. Non vi preoccupate se per un po’ non le vedete andare nè avanti nè indietro, piuttosto tiratele delicatamente verso l’alto: se resistono vuol dire che le radici stanno crescendo e ancorandosi al terreno, mentre se vengono su, vuol dire che non hanno ancora attecchito bene.
Iniziate a concimare dopo un paio di mesi a metà dose di quanto prescritto sulla confezione, poi progressivamente incrementate le concimazioni fino ad alla quota normale. Ancora una volta non preoccupatevi se dopo le concimazioni non le vedete crescere, ci vuole pazienza. Usate un concime 16-6-8. Le cool season grasses crescono maggiormente durante l’autunno e l’inverno, quini non preoccupatevi se la prima estate stanno ferme.
Una volta stabilito il meadow fertilizzare solo le piante che lo necessitano; le grasses amano suolo poveri, se le si concima troppo diventano preda di parassiti e malattie. Falciare aiuta una buona crescita del meadow, ma cercate di non farlo con troppo zelo: lasciate almeno una metà dell’altezza delle giovani piante e fatelo ogni quattro od otto settimane. Il primo anno non falciate MAI finchè il nuovo fogliame non è cresciuto fino a metà altezza di quello vecchio.
Dal secondo anno in poi
Una volta che il vostro meadow ha preso il via, mantenerlo diventerà sempre più facile e meno impegnativo.
Le operazioni più importanti sono il taglio e l’irrigazione. I prati spontanei in natura sono brucati dal bestiame o bruciati dagli incendi periodici. Alcuni allevatori del Kansas infatti davano fuoco alle praterie per stimolare la crescita di nuovi getti. Se non è periodicamente falciato o bruciato, l’ecosistema si evolve naturalmente verso altri tipi di forme, quindi è necessario tagliate il meadow almeno una volta l’anno. Questa operazione viene confidenzialmente chiamata big chop, “grande taglio”, e si effettua sempre non appena il fogliame giovane inizia a crescere dopo i rigori invernali. Quindi il periodo è variabile da clima a clima: in zone calde è in genere tra dicembre e gennaio, in zone più fredde può arrivare a marzo, ecc.
Se tagliate appena spuntano i giovani getti, non li danneggerete, ma anche se doveste trovarvi in ritardo sui tempi, non vi preoccupate, dove avrete tagliato si svilupperà nuova vegetazione.
Le piante warm-season dovranno essere tagliate rasoterra, mentre le perenni cool-season si tagliano generalmente a un terzo o un quarto della loro altezza.
Tagliando le cool season dalle tre alle quattro volte l’anno si ottiene una vegetazione più rigogliosa in inverno, inoltre l’aspetto del meadow sarà più compatto. Non tagliate invece troppo basse le piante con vegetazione compatta.
C’è chi preferisce lasciare sul terreno i residui del taglio, c’è chi invece preferisce ricorrere ad altri tipi di pacciamatura. Considerate che se falciate in inverno ci saranno spighe con i semi, e che se le lasciate sul terreno, i semi potrebbero germogliare. Ciò può essere un vantaggio o uno svantaggio a seconda dei casi. Potete anche rastrellare la falciatura e triturarla mettendola nel compost, dove le alte temperature garantiscono una quasi totale distruzione del potere germinativo delle infestanti.
Per falciare a dovere un meadow occorrono tre strumenti: le forbici piatte per zone pavimentate e piccole aree o punti delicati, un tagliasiepi per zone vaste e piatte, e un decespugliatore per le piante più alte e tenaci (per bambù adulto occorrerà il seghetto per ferro). molte graminacee contengono silice e corrodono l’affilatura delle forbici. E’ necessario quindi riaffilarle periodicamente.
Se poi avete ettari ed ettari di terreno, occorreranno dei mezzi su ruote. Dopo il taglio il vostro meadow avrà un aspetto alquanto desolante: è il momento buono per riorganizzarlo e decidere se è opportuno aggiungere degli accenti o spostare qualche pianta. Se organizzate bene la rotazione delle fioriture, i primi bulbi potrebbero comparire già in inverno, dando colore e vita al giardino.
Il meadow è un insieme complesso di molti elementi. Voi piantate qualcosa in un punto, e quella si propagherà da un’altra parte. Il meadow è ideale per chi non si cristallizza su schemi precisi, ma preferisce accettare l’incognita della natura. E’ una scelta estetica, una scelta ecologica, una scelta di vita.
Nel vostro meadow non dimenticate di pensare ai piccoli animali del giatrdino
Desidero ringraziare la signora Sandra Santolini che ha promosso e curato l’intero progetto, l’ente che l’ha finanziato e la città di Forlì per l’ospitalità. Un ringraziamento a parte per i miei amici della zona romagnola, che mi accolgono sempre affettuosamente e mi fanno sempre sentire a casa mia.
Introduzione
Borchardt, nel suo Il giardiniere appassionato dice senza parafrasare che applicare ai fiori una simbologia rallenta enormemente il loro percorso verso l’essere. Questo è vero se ci limitiamo a banalità come “le rose gialle significano gelosia”, “le violette timidezza”, “la pervinca ricordo”, ecc, fino a comporre una sorta di smorfia napoletana dei fiori.
Ma bisogna sapere vedere oltre questo schermo opaco: nella storia dell’uomo, infatti, i fiori hanno per secoli rivestito valore simbolico. La domanda che dobbiamo porci non è “che cosa significhino”, ma “perché significano?”. Sempre stando a Borchardt, che analizza l’argomento con grande sensibilità e profondità di pensiero, il fiore è semplicemente simbolo di se stesso: di una vita che rivive, forse non domani e forse non il prossimo mese, ma di certo la prossima stagione, e la prossima ancora, indipendentemente dal nostro volere o dal nostro capriccio, indipendentemente anche dalla nostra esistenza.
E’ dunque il fiore non un simbolo carnale, come spesso si sente dire anche piuttosto a sproposito, ma un simbolo vitalistico dell’esistenza umana, dei nostri struggimenti e delle nostre passioni, una autoaffermazione di se stesso, e quindi di noi stessi.
Oltre a questo simbolismo apparentemente così elementare ma difficile da individuare se non dopo una attenta riflessione, c’è attorno al fiore una immensa stratificazione culturale e sociale.
La mostra intitolata semplicemente “Fiori” che si è tenuta a Forlì dal 24 gennaio e si è conclusa il 20 giugno 2010 ne è un perfetto esempio.
Abbiamo un arco temporale da percorrere, che comprende circa due secoli in cui si sono succeduti tre movimenti artistici e culturali: il Barocco, il Neoclassicismo-Illuminismo, il Romanticismo.
Fiori come simbolo
Se in periodi anteriori, agli albori della civiltà, la simbologia dei fiori, delle erbe, degli alberi, era associata a racconti mitologici o cosmogonici, e più tardi a quella che viene chiamata dottrina delle signature che curava il male con il simile (ad esempio una pianta a fiori gialli guarirà dai problemi di bile, una che produce latte aiuterà le madri che allattano, ecc), nel periodo successivo alla scoperta delle Americhe l’umanità si avviava, grazie anche ai progressi scientifici emergenti e all’incipiente dominio borghese, a battezzare una nuova forma di simbologia, cioè quella culturale.
In molti dipinti o sculture, affreschi e decorazioni, i fiori diventavano quindi dei simboli ben precisi, tali che attraverso la loro presenza o la loro assenza, il pittore o il committente voleva enunciare in maniera non verbale un concetto molto specifico.
Vedremo più avanti degli esempi. Copia colorata di una incisione del 'De Florum Cultura' di G.B. Ferrari. Come si vede nella dicitura, il fiore era battezzato 'indicum' per via delle sua provenienza dalle Indie OccidentaliPartiamo dalla scoperta dei fiori americani , un momento di rottura non solo nella storia, ma anche della storia dei fiori.
Osservando le cose dal nostro punto di vista, fino alla scoperta delle Americhe gli unici fiori conosciuti erano quelli dell’Europa, dell’areale del mediterraneo e dell’Impero Turco, oltre a qualche pianta importata dall’estremo oriente in tempi molto antichi.
Attratti dalle ricchezze del nuovo mondo gli Europei colonizzarono l’America a prezzo di enormi atrocità nei confronti dei nativi, per impossessarsi delle loro terre e delle loro ricchezze territoriali e naturali, quindi anche dei fiori. Il mercato dei fiori era infatti sempre stato molto vivace in Europa, e si può parlare dell’esistenza dei vivai già dall’epoca dei Romani. Introdurre nuovi fiori era sempre un affare vantaggioso.
Fu dal 1620 in poi che gli Inglesi iniziarono una colonizzazione massiccia dell’America del Nord, portandosi dietro tutto l’armamentario di erbe officinali che conoscevano. Era demandato alla donna, custode della casa, di curare l’orto produttivo e officinale, tanto che il sapere botanico si trasmetteva più di madre in figlia che non di padre in figlio. Giardino in stile cottageAlle erbe officinali europee si affiancarono quindi le piante da fiore native delle Americhe, girasole, calceolaria, bella di notte, zinnie, tagete, tropeoli, petunie, verbene, aster, oltre che le dalie.
Queste piante furono regolarmente inviate in Europa, dove erano considerate esotiche e di moda, oggetto di collezionismo, simbolo di ricchezza e potere. Pian piano però vennero naturalmente sostituite da altre scoperte, come quelle che venivano dall’Africa, dall’Australia o dal più lontano Oriente.
Ebbero però un momento di gloria durante la seconda metà dell’Ottocento, durante la quale la moda vittoriana li riportò in auge quali simbolo del potere nazionale (in quel momento l’Inghilterra era l’Impero Britannico) e della tenacia e dell’intraprendenza dei suoi pionieri, che seppero addomesticare una natura selvaggia.
Vennero quindi piantate nei cottage garden, nei giardini di campagna come piante comuni, autoctone, senza considerarne la storia avventurosa. Anche da noi piante come il geranio (proveniente dal Sudafrica) o il girasole (Sudamerica) sono considerate nostrane, addirittura i girasoli sono divenuti un simbolo in Toscana (anche i Guascogna se ne piantano molti per via della produzione dell’olio) e i gerani della Liguria. Le petunie ormai sono diventate internazional-popolari e sono cosmopolìte. Nessuna pianta come il girasole passò dal simboleggiare il potere temporale ad una simbologia del tutto opposta, cioè quella della semplice ruralità e della campagna. Oggi è considerato una pianta country, adatta per jardin-potager, molto regalata tra fidanzatini
Oggi queste piante sono quindi divenute simbolo, in verità un po’ forzato, di una felice condizione agreste passata e a cui spesso si auspica un ritorno.
Questo era il genere di illustrazioni che circolava prima dell'arrivo della Passiflora in Europa. Il noto botanico Parkinson si dimostrò molto scettico riguardo alla simbologia cattolica contenuta nel fiore della passifloraUn’altra pianta proveniente dalle Americhe su cui si è molto fantasticato è la Passiflora, in cui vi erano ravvisati i simboli della Passione di Cristo, dunque il nome. La pianta fu descritta da Nicolas Monardes col nome generico di maracot sul finire del 1500 ma arrivò in Europa molto più tardi, nel 1620, dove fu portata a Roma, a Palazzo Farnese. Lo stilo era il palo della fustigazione, lo stigma i tre chiodi, i filamenti della corolla la corona di spine, i dieci petali e sepali i dieci discepoli presenti alla crocifissione.
“Tutto vero come il mare brucia” scrisse il noto botanico Parkinson.
Illustrazione di Parkinson nel suo erbario 'Paradisus Terrestris'. La rosa centifolia è quella in alto a destraMa il fiore che più di altri è riuscito ad incarnare molti simboli differenti, dalla vanità alla santità, dalla pace alla guerra, dalla robustezza all’evanescenza, è la rosa.
La rosa è sempre stata conosciuta, amata e coltivata in tutto l’areale del mediterraneo, ma c’è una classe particolare di rose, le Centifolia, che per il loro aspetto globoso e ricco di petali attrassero la fantasia dei pittori fiamminghi. Non si conosce l’origine delle Centifolia, che spesso vengono definite cabbage-roses. Nel 1620 (anno in cui abbiamo visto approdò in Italia la Passiflora e in America il vascello Mayflower), veniva introdotta in Francia una nuova varietà di rosa Centifolia, la ‘Quatre Saisons’, che aveva una fioritura ripetuta. Mazzi impossibili con rose, tulipani, peonie ed altri innumerevoli fiori, divennero di gran moda presso la ricca borghesia protestante olandese. Un po’ come noi compriamo quadri per il salotto, i ricchi borghesi acquistavano tele in cui le rose e altri fiori erano una sorta di bizzarro trionfo della natura e in cui era presente una sorta di simbolismo occulto. Erano i cosiddetti “quadri di stanza” in cui non c’era l’ ispirazione mistica che aveva guidato l’arte religiosa (cattolica) dei secoli precedenti. Anzi, a volte esistevano elementi paganeggianti occultati da una esteriorità cristiana. Non vi erano illustrati dei sentimenti amorosi, non si evocavano i donatori o il lusso del loro domicilio (il più delle volte si percepiva appena il contenitore). Erano dunque degli oggetti d’arte così intesi, apprezzati dai loro committenti per la loro bellezza, per esteriorizzare la loro conoscenza botanica e per dare sfoggio di eleganza nelle loro abitazioni. Jacob van Walscappelle, fiori in un vaso di pietra
La simbologia della rosa è molto antica e legata al culto della Grande Madre Celeste. La stessa espressione Sub rosa indica che si trasmette un informazione nel più grande segreto.
Quidquid sub rosa fatur
Repetitio nulla sequatur.
Sint vera vel fincta
Sub rosa tacita dicta
E’ un detto del 1400, periodo in cui si soleva attaccare un mazzo di rose al soffitto delle locande o avvolgerne i boccali, per garantire che le notizie raccontate non fossero propalate.
La rosa è spesso associata a Cristo, se rossa, se bianca invece alla Madonna, come d’altra parte anche il giglio; quelle gialle ai Magi (che portarono l’oro) e quelle rosate al Bambin Gesù.
La sua struttura concentrica ha evocato anche l’idea della ruota, del tempo che scorre, dell’eterno ciclo vita-morte, e non a caso l’oculo a raggiera nelle facciate delle cattedrali si chiama rosone. Le rose erano consacrate ad Iside, e per secoli simboleggiarono l’ermetismo (per il loro nascondere il centro, tipico delle rose antiche), l’amore sacro e l’amor profano.
Nel 1615 si sviluppò in Europa un movimento ermetico detto “Rosacrucianesimo”. E’ probabile che la nascita fu dovuta ad un fraintendimento, infatti l’autore anonimo del volume Riforma generale e universale che diede inizio a questo movimento voleva prendere in giro gli esoteristi, che invece credettero a tutti i contenuti bizzarri del libro. Su quest’onda fu pubblicato un altro testo, Le nozze chimiche che narrava dell’iniziazione a sette esoteriche non ben precisate da parte di un giovane cavaliere chiamato Rosacroce. La Massoneria in seguito si impadronì dei simboli rosacruciani, e il termine rosacroce oggi indica semplicemente un grado di iniziazione massonica.
L'Annunciazione dipinta da Dante Gabriele Rossetti. la modella era sua sorellaIl giglio è , tra tutti fiori senza dubbio quello che -dopo la rosa- è più carico di simbologia antichissima, arrivataci fino ad oggi. E’ simbolo non solo virginale ma anche di molti santi, tra tutti Sant’Antonio da Padova, ma anche di altri venti tra santi e sante. Era simbolo di fecondità per la sua capacità di riprodursi e per via della sua natura ctonia, quindi consacrata alle divinità femminili preelleniche, ma anche perché i sei petali simboleggiavano i sei raggi del sole, quindi simbolo di fecondità. Tra le altre cose è stemma araldico della monarchia francese, anche se alla base di questo stemma c’è un errore: il giglio a cui ci si riferiva era una sorta di arma a forma di lancia con due uncini: una specie di stemma araldico già disegnato. Luigi XIVIn realtà il giglio di Francia è un iris. Pare che il primo ad adottarlo fosse Luigi VII (siamo nel 1100) perché in una battaglia vittoriosa vide degli iris, così il fiore fu battezzato Fleur-de-Louis. In seguito il nome venne storpiato in Fleur-de-Lys, fiore di giglio. Si tratterebbe quindi di una metamorfosi fonetica.
Anche Firenze, d’altra parte, prese a suo stemma il giglio, che in realtà era un Iris, fatto confermato dal nome comune del fiore chiamato “giglio di Firenze”, che botanicamente è un Iris florentina.
TulipaniNel Seicento un’altra pianta famosissima fu il tulipano, che fu la pianta non alimentare o medica più importante della storia. Fu un vero e proprio fenomeno di new economy ante litteram, poiché non era necessario dimostrare di possedere fisicamente i bulbi. La passione per i tulipani univa i ricchi ai poveri, in molti vendevano i loro possedimenti per acquistare anche solo un bulbo e poi rivenderlo a prezzo maggiorato. Jan Bruegel il Giovane, satira della tulipomania 1600
Ma a noi qui interessa solo il tulipano nero. Oramai esistono molte varietà scure dall’aspetto quasi nero, ma allora il tulipano nero era il sogno degli ibridatori. Un anziano signore olandese, che viveva tutto solo, riuscì ad ibridarne uno per puro caso. Gli furono fatte numerose offerte ma egli rifiutò per presentarlo ad Haarlem, dove si riuniva la società di ibridatori di tulipani, la quale gli offrì 1500 fiorini. Una volta ottenutolo gettarono la pianta in terra e la distrussero.
“Perché?”, chiese l’anziano signore.
“Perché anche la nostra società ha ottenuto e riprodotto il tulipano nero –gli spiegarono- e la tua creazione toglie l’unicità alla nostra, ecco perché può esistere un solo tulipano nero”.
Qui un fiore diventa simbolo della gelosia tra ibridatori e del collezionismo più miope ed egoista. Tratti che sarebbero ancora ben vivi tra gli ibridatori moderni se non fosse che le nuove tecnologie rendono disponibile alle persone una grande e varia offerta. Il Tulipano nero è anche un romanzo di Alexandre Dumas figlio, in cui si racconta una vicenda ambientata in Olanda alla metà del Seicento e della rivalità tra due ibridatori.
Il libro è però di epoca più tarda, del 1850, periodo in cui i tulipani erano ancora amati ma non così in auge come due secoli prima, scritto per tenere impegnato nella lettura un pubblico amante delle avventure e poco incline all’approfondimento. In quest’ultimo caso Il tulipano nero potrebbe assurgere a simbolo letterario e culturale, cioè di quella cospicua parte della letteratura d’intrattenimento che ha preso il via durante il Romanticismo e che oggi rappresenta la quasi totalità del prodotto internazionale.
Il Settecento fu un’epoca molto strana per quanto riguarda le piante: c’era forte contrasto tra la povertà dei molti e la ricchezza dei pochi, inoltre nacque in quel periodo il giardino paesaggistico inglese che non amava molto la vivacità cromatica dei fiori. Madame de PompadurSotto Luigi XV (1710-1774) nacque a corte la moda dei femme fleurs i fiori delle favorite, allora le varie Pompadour, Montespan, Mme du Barry, lanciavano mode che si succedevano con grande velocità. Si preferiva ora il gelsomino, ora la rosa. Alla corte di Francia fu molto apprezzato anche il bergamotto poiché con il suo penetrante profumo riusciva a coprire anche gli odori più sgradevoli che purtroppo erano diffusissimi a Versailles per via della carenza delle strutture igieniche.
Ma i fiori che hanno legato il loro fascino a questo secolo sono senza dubbio le violette e le camelie. Le violette, che nel linguaggio dei fiori significano modestia, erano curiosamente usate dalle giovani donne come mazzolino per le serate di gala. Erano già molto conosciute ed appezzate durante l’ancien régime, che aveva nutrito per loro quasi una sorta di mania. Si racconta che un gentiluomo, durante il periodo rococo (1720) dedicasse l’intera sua vita alla coltivazione di violette per poter offrire ad un’attrice di cui era innamorato, un mazzolino ogni sera per trent’anni. Quest’attrice poteva quindi farsi un infuso di violette ogni sera.
Goethe ne portava sempre dei semi in tasca per contribuire alla bellezza del mondo. A cavallo tra il Settecento e l’Ottocento le violette divennero simbolo della casata dei Bonaparte, Napoleone stesso apprezzava questi fiori per via della passione che per essi nutriva Giuseppina, che le fece ricamare sul suo abito di nozze, e le amava tanto da circondarsene. Si può dire che tutta la vita di Giuseppina fu scandita dalla sua passione per le violette. Napoleone stesso promise (e mantenne) di tornare dal suo esilio dall’Elba quando “le violette sarebbero state nuovamente in fiore”, inoltre aveva un medaglione con dentro alcune violette raccolte dalla tomba di Giuseppina. “Le père Violette” o “Caporal Violette” erano una sorta di parola d’ordine per i bonapartisti. Quando poi Napoleone divorziò e sposò Maria Luisa d’Asburgo, questa ne fece subito uno dei suoi simboli, tanto che alcune delle viole più belle portano il suo nome. L'Imperatrice Eugenia circondata dalle sue dame. Le violette si trovano in mazzi e nelle acconciature delle dame, e il viola è un colore molto amatoLe violette furono bandite durante il periodo rivoluzionario e ritornarono però velocemente di moda con la restaurazione e la moglie di Napoleone III, Eugenia Montijo. Quando Napoleone III morì in Inghilterra, masse di violette furono spedite oltremanica.
Il viola era un colore di gran moda, tanto che si parla di un’era del mauve.
Le camelie furono un’altra pianta importantissima nel Settecento, non solo per via della loro bellezza, ma perché da esse si ottiene il tè. Fino al 1792 le camelie erano conosciute solo come pianta da infuso. Anzi, pare che siano approdate nel continente europeo perché i Cinesi –a cui gli Inglesi avevano chiesto delle piante di tè per poterle coltivare- gli rifilassero delle camelie da fiore anziché da foglia. Erano piante tanto sconosciute agli europei che furono trattate come delicate e quindi messe in serra, dove ovviamente morivano. Pare che un gentiluomo collezionista, Lord Petre (1738), morisse di crepacuore dopo la perdita di una pianta di camelia. Le prime camelie furono acclimatate in Italia nel 1760 a Caserta portate dalla potente famiglia dei Borbone di Napoli.
Le camelie sono anche simbolo di una certa sensualità femminile, questa simbologia nasce dal famoso romanzo di Alexandre Dumas Padre La signora delle camelie che per 25 giorni al mese si appuntava al petto una camelia bianca, e per gli altri cinque una camelia rossa. Margherite Gautier era ammalata di tubercolosi, che in quel periodo (siamo nel 1848) era come dire “di moda” presso un certo tipo di letteratura che voleva eroine belle e dannate. Tra l’altro la camelia ben si addiceva a Marguerite perché in Giappone (da dove viene la varietà da fiore) simboleggia la caducità della vita per il fatto che il fiore, una volta aperto, non sfiorisce ma cade.
Il romanzo funse da palinsesto per la Traviata di Verdi, la cui protagonista però si chiama però Violetta Valery. La Traviata
Frutti di Maclura pomiferaC’è un’altra pianta di cui tengo molto a parlare, ed è la Maclura pomifera, un arbusto oriundo dell’America del nord. Si tratta non di un albero da fiore, ma da frutto: un frutto a dire il vero piuttosto inutile. Gli stessi indiani Osage coniarono il detto “inutile come una palla di siepe”. La Maclura ha una storia intrigante, che troviamo ben spiegata nel superbo libro Prateria di William Least Heat-Moon. Durante la colonizzazione del west, nella prateria, era impossibile tenere separate le mandrie dai campi, poiché non c’erano alberi per fare le recinzioni. Fu dall’idea di un vivaista che si diffuse l’uso di questa pianta come recinzione per i campi. La Maclura veniva piantata in reticoli perfettamente ortogonali che l’ideale massonico-neoplatonico di Jefferson (1743-1826) aveva concepito. La gente era tanto abituata a queste siepi perfettamente squadrate che costruiva le case in asse e disponeva anche il letto simmetricamente. Per cui quando il Kansas va a dormire, dice Least Heat-Moon, lo fa ancora in direzione nord-sud o est-ovest.
Questo è quanto scrive l’autore:
la Maclura era l’incarnazione vivente della suddivisione territoriale della nuova civiltà americana: un elemento essenziale come la costituzione per il governo, o come una pattuglia di polizia per un quartiere, una cosa che definisce, delimita e impone il rispetto della legge
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Se nel Seicento la caccia alle piante era un’attività collaterale di esploratori e nel Settecento quella di amatori entusiasti, fu nell’Ottocento che si affermò la figura del “plant hunter” , il cacciatore di piante, generalmente un botanico professionista con doti di illustratore. Associazioni prestigiose come quella di Kew stipendiavano esperti perché passassero mesi ed anni in mare alla scoperta di nuove terre e nuove piante, meglio se utili o medicinali, ma anche quelle da fiore erano enormemente apprezzate per il loro valore economico.
I trasporti più veloci e la diffusione di magazinese riviste per giardinieri, favorirono il ricambio sempre più veloce delle mode.
L’Ottocento fu non a torto chiamato “secolo dei fiori”. I nobili e l’alta borghesia che viveva more nobilium andava assolutamente pazza per i fiori, al punto di dipingerli sulle carte da parati, sui tendaggi, ricamarli sulle stoffe, appuntarli nelle acconciature, sui vestiti, sulle gonne, sui cappelli e sul decolletè. Boldini dipinse la società agiata di fine Ottocento, ritraendola in momenti quotidiani o di relax. Per il suo modo di lavorare affettato fu coniato il termine 'boldinismo'
Nell’Ottocento si diffuse anche il cosiddetto linguaggio dei fiori, che era stato introdotto già a metà Settecento da una nobildonna inglese moglie dell’ambasciatore a Costantinopoli. In realtà il selam era un messaggio non composto solo da fiori, ma anche da oggetti ed altri elementi, ma in Europa la moda del selam ebbe come oggetto solo i fiori e le piante. Uno dei testi più importanti è Il linguaggio dei fiori di Charlotte de Latour, probabilmente uno pseudonimo. Il libro ebbe una storia editoriale molto complessa e non si sa bene chi l’abbia scritto.
Le dame dell’epoca vivevano in una società agiata e un po’ fatua e per impiegare il loro tempo si divertivano a mandarsi complessi messaggi floreali e a comporre sciarade. L’educazione di una dama comprendeva lezioni di pittura botanica all’acquerello perché potessero comprendere la bellezza e la grazia. Abbiamo tutti presente la Emma di Jane Austen che era completamente immersa in una atmosfera romantica fatta di pic-nic e pensieri d’amore.
Niente evoca meglio il periodo ottocentesco come la rocambolesca vicenda della Victoria amazonica, una sorta di grandissima ninfea che vive in Sudamerica.
La Victoria era conosciuta sin dal 1801, ma in tutto il continente europeo c’era solo un fiore conservato sotto spirito. Dovette arrivare il 1837, anno in cui la giovane regina Vittoria era appena salita al trono diciottenne, e fu chiamata Victoria regia in suo onore. I giardini di Kew dove c’era la sede della società botanica inglese, e quelli di Chatsworth se la contendevano, ma il capo giardiniere di Chatsworth, Joseph Paxton riuscì a farla prosperare e fiorire per primo, ed ottenne così l’incarico di costruire la grande serra vetrata del Crystal Palace per l’Esposizione Internazionale del 1851. Anche qui c’è una competizione per arrivare primi nel mondo dell’orticoltura, una competizione tra scienziati e tra artisti. Ma c’è anche un desiderio di consacrare, attraverso la celebrazione di un fiore, la gloria politica dell’impero inglese, che a quell’epoca era molto potente grazie ai suoi possedimenti in India.
Dietro alla fama della Victoria venne poi la moda delle ninfee e dei loti. A fine secolo nessuna sala da bagno rispettabile poteva fare a meno di un decoro con ninfee. In buona sostanza la ninfea fu l’equivalente del melograno per il Cinquecento e delle rose per il periodo rococo. Victoria amazonica
Un’altra pianta di cui voglio parlare come simbolo di uno stile del giardino che si affermò in epoca romantica, è la Calceolaria. La Calceolaria è forse tra le piante più brutte che ci siano, e all’epoca ebbe una sorta di doppia vita. Da un lato divenne un fiore da fiorista, cioè da ibridatore, e ne furono creati esemplari con venature e screziature sempre più appariscenti. Dall’altro invece ha rappresentato un modo borghese e poco colto di fare del giardinaggio. Non so se qualcuno di voi ha mai letto Il giardino di Elizabeth di Elizabeth von Arnim, alla quale non era concesso, per la sua posizione nobiliare di praticare del giardinaggio (in questo senso le classi povere erano molto più libere). Tutto era messo nelle mani del suo giardiniere, quando lei gli chiese di fare un giardino giallo, lui le fece una striscia di sole calceolarie gialle. Insomma, la calceolaria è stata una pianta molto usata per parterre geometrici di ispirazione italiana e per lo stile cosiddetto gardenesque o per il jardin fleuriste francese.
Fiori di ciliegio in una stampa giapponeseL’ultimo fiore che prendiamo in considerazione in questa dissertazione è il fiore di ciliegio, che in Giappone chiamano “sakura”. Mi sembra importante concludere con un fiore proveniente dal Giappone perché alla fine dell’Ottocento il Giappone fu una inesauribile fonte di ispirazioni artistiche e di nuove soluzioni formali. Gli impressionisti stessi non hanno taciuto il loro debito nei confronti dell’arte dell’Ukio-e.
Il ciliegio era conosciuto in Europa sin dal I secolo avanti Cristo portatovi pare da Lucullo da Kerasunte nel Ponto (odierna zona nordorientale della Turchia), donde il nome kerasos e il nome volgare “ceraso”.
In Europa è stato un albero importante nelle cerimonie del periodo tra Natale e la Befana (Albania), bruciandolo e poi fecondando la vigna con le ceneri, e in Francia era utilizzato nel periodo di Calendimaggio come simbolo di amore. In Giappone, che ha una cultura estremamente stratificata e complessa, c’è tutta una ritualità legata al fiore del ciliegio che simboleggia la perfezione assoluta, ma anche l’impermanenza della bellezza e la transitorietà dello stato di perfezione. Inoltre il fiore rosso, per la sua evidente connotazione cromatica, simboleggia il samurai. Quando tra aprile e maggio fioriscono in Giappone i fiori di ciliegio, i giapponesi si riversano nelle località dove sono piantati questi alberi (Prunus serrulata, non Prunus avium), tra cui spiccano le falde del monte Yoshino, non distante dalla vecchia capitale Kyoto, e fanno dei pic-nic sotto gli alberi. Gli uffici chiudono, fanno festa anche i sararimen e le hana office, le impiegate. Spesso i gitanti si lasciano andare e abusano di sakè, facendo chiasso. Già un poeta del Seicento si lamentava della maleducazione dei gitanti, oggi si beve coca cola e si mangiano hamburger. Hanami
Le stampe giapponesi influenzarono tutta l’arte successiva e primariamente il Liberty, in cui il fiore diventa il principale motivo decorativo, tanto che viene detto “periodo del Floreale”. Il giglio come elemento decorativo. Mucha
Il 15 e il 16 sarò di nuovo in viaggio per la Pianura Padana. Queste foto le ho scattate dal treno col telefonino quando ci sono stata la scorsa volta a ottobre. Nella sua asciutta pulitezza e monotonia, sembra una sorta di enorme opera di Land Art. Alcune case sembrano gettate in mezzo al verde con intorno il loro fazzoletto di terra coltivata, il filare di cipressi.
Il verde poi è diverso, è smeraldino, azzurrato.
Per chi come noi è abituato a colline pietrose, fa sgomento.
"Quando guardiamo il cielo di notte ci soffermiamo ad ammirare le stelle a caso senza seguire uno schema.. lasciamo che la nostra fantasia si perda in questo immenso soffitto brulicante di luci... una stella grande.. qualcuna piccola.. un'altra azzurra ed una rossa! Luci lontane che forse ora non esistono neanche più.. eppure sono lì le guardiamo ogni sera quando le nuvole ce lo permettono.. luci che continuano a brillare .. a vivere.. che continuano a farci sognare! Questo BLOG vuole essere uno spazio semplice, senza pretese, uno spazio dove antichi sorrisi e sguardi continuano a brillare come stelle... semplicemente continuano a vivere nell'immenso cielo della rete." (Domenico Nardozza)