La casa del Mare di Mimmo Caino

09/19/08
La Casa del Mare di Mimmo Caino
Filed under: Giardinaggio e natura, Arte ed Estetica
Posted by: Lidia @ 2:46 pm

Mimmo Caino era una persona che apparteneva al vecchio mondo di Siderno, il mio paese. Ragionava all’antica, seppure aveva girato il mondo lavorando sulle navi commerciali. Apparteneva alla sua comunità, e questo era il suo essere “antico”.
Non lo conoscevo bene, ma si dice che non fosse stato una brava persona, e il ricordo che ha lasciato dietro di sé è duplice. I familiari – a quanto pare- non ne serbano un buon ricordo, mentre i suoi compaesani lo ricordano con affetto.
“Il Caino” era il suo soprannome, e forse questo basta a capire. Non so. Per conto mio do il beneficio del dubbio.

In ogni caso il carattere personale di Mimmo Caino non mi interessa più di tanto, quello che mi piace ricordare di lui è la sua casa sulla ferrovia, la “Casa del Mare”, che aveva costruito con le sue mani, usando quello che le mareggiate lasciavano sulla spiaggia, dentro la loro arruffata sporcizia.

Il Caino raccoglieva pazientemente queste cose e le usava per costruire la sua casa, che alla fine divenne quasi un piccolo museo.

Casa del Mare, Mimmo Caino

La sua “Collezione da Tiffany” era costituita da mattonelle e sassi levigati, come li avrebbe potuti sognare Antoni Gaudì. Mattoni smussati, vecchie bottiglie, cocci, sassi. Tutto era riposto ordinatamente in mucchi e in cassette, prima che lui morisse e tutto fosse abbandonato.
Aveva costruito anche un giardino sulla spiaggia, rubando quel metro o poco più alla linea ferroviaria, così come fanno tutti gli abitanti delle case che affacciano sui binari. Tutti i centimetri disponibili sono meticolosamente utilizzati per coltivarvi verdure o frutta, ed anche fiori.
Mimmo Caino aveva viaggiato, e aveva una nozione puramente visiva del giardino elegante. Nella sua ingenuità le piante grasse le considerava “nobili”, e piantò quelle, invece di pomodori e fave.

Il Caino aveva ancora parecchi anni da bruciarsi, ma è morto cadendo dal tetto della sua casa, oggi ereditata dai suoi familiari e trasformata in una graziosa casetta con le pareti gialle, le tende da sole a righe, il tavolo di resina per pranzare fuori. Una casetta come miliardi di altre, senza carattere e col nasino all’insù.
Casa del Mare, Mimmo Caino

2 Responses to “La Casa del Mare di Mimmo Caino”
1. ezio Says:
September 20th, 2008 at 3:22 pm e
Lidia, che bella storia , anche se ha il finale tristissimo, un uomo che chissà quanto ha rischiato navigando in mare , che fa quella triste fine. Le persone come lui sono sempre più rare e dispiace non averle conosciute Ezio
2. ezio Says:
September 20th, 2008 at 3:26 pm e
Che storia triste , come dispiace non avere conosciute persone cosi, che sono sempre più rare. Ezio

E’ scattato il rosso

09/04/08
E’ scattato il rosso
Filed under: Arte ed Estetica
Posted by: Lidia @ 4:41 pm

Il rosso è un colore ambivalente, sia da un punto di vista simbolico che estetico.
Sin dall’antichità è stato uno dei pigmenti più semplici da ottenere, ed era anche molto stabile. La triade bianco-nero-rosso si instaurò praticamente sin da subito. Il bianco simboleggiava il non colore, la neutralità. Il nero lo sporco o la tenebra, il rosso era IL colore per eccellenza. Ad esempio la parola colorado in spagnolo significa sia “colorato” che “rosso”. In russo, la Piazza Rossa è etimologicamente la “Bella Piazza”.
La religione ben presto si impadronì dei cromatismi, e il rosso divenne simbolo di potere (rosso cardinale), anche perché le tinture rosse più brillanti e splendide (porpora di Tiro) erano molto costose, e quindi segno di ricchezza e potere.
Tuttavia il rosso simboleggiava anche le fiamme dell’Inferno, il potere del Demonio e il fuoco del peccato.
Anche oggi simbolo si pericolo (allarme rosso), di divieto (semaforo rosso). Tutta la segnaletica stradale fa del rosso il colore di ciò che non è consentito, anche il cartellino dell’espulsione, nel calcio, è rosso. Il telefono rosso è la linea calda, per simboleggiare un film porno si dice “a luci rosse”, le lanterne rosse illuminano le strade delle prostitute.
Da sempre il rosso è stato ambivalente: segno di potere, nobiltà, ricchezza, ma anche di perdizione, di ribellione (bandiera rossa), persino di perdizione e di peccato.
Anche nell’estetica, e soprattutto nel giardinaggio, il rosso è ambivalente. Da un lato è il più amato dalle multinazionali che producono fiori, perché è il colore più acquistato. Dall’altra è il colore più evitato dai giardinieri amanti della raffinatezza, che usano -consciamente o no- il colore come un simbolo gerarchico-sociale.
Il rosso è un colore fortemente “materico”, è il diretto complementare del verde, e sembra più pesante. A molti sembra di risparmiare, di avere qualcosa in più acquistando una pianta con i fiori rossi rispetto ad una coi fiori, ad esempio, bianchi.
Proprio contro questo genere di uso sociale del colore molti giardinieri bandiscono il rosso dai loro giardini (senza contare che è un colore un po’ più complicatuccio da usare).
La fazione dei nemici del rosso è molto sentita e molto numerosa, soprattutto in Inghilterra e in America. Qui è ancora relativamente poco diffusa.
Il barone Rosso sfreccia sulle linee nemiche!

Puoi passare: è verde

09/02/08
Puoi passare: è verde
Filed under: Arte ed Estetica
Posted by: Lidia @ 12:50 pm

Il verde è il colore più diffuso in natura, eppure passarono secoli prima che fosse collegato alla vegetazione. Da sempre è stato considerato un colore riposante, soprattutto per gli arredi, mentre invece non è molto apprezzato nel campo dell’abbigliamento, tant’è che i verdi usati per i vestiti sono solitamente opachi e poco brillanti, riservati solitamente alle donne e non all’uomo (fateci caso: se escludiamo l’est Lombardia e il Veneto, quanti uomini adulti vedete vestiti di verde? ).

Nel giardinaggio il verde è un neutro, poiché è il colore del fogliame, tant’è che solo dopo qualche anno che si pratica giardinaggio si inizia ad interessarsi alle piante dai fiori verdini o alle tessiture del fogliame.
Nella società occidentale contemporanea il verde invece è fortemente connotato, è il simbolo della liceità, della natura, dell’ecocompatibilità, del rispetto per l’ambiente, della gratuità, della giovinezza, della salute.
Ecco perché treni verdi, numeri verdi, il partito dei Verdi, il semaforo verde, la croce verde.
Eppure un tempo non era così, da quand’è che il verde ha preso ha significare il permessivismo?
E’ accaduto relativamente tardi, dopo che furono messe a punto le teorie ottiche della Gestalt, che svilupparono una ben precisa teoria dei colori, dividendoli in caldi e freddi, in complementari e adiacenti, in armonici e contrastanti, ecc.
Sulla ruota dei colori il verde è alla parte opposta del rosso, quindi rosso e verde divennero contrario l’uno dell’altro…una cosa che avrebbe fatto schiattare dal ridere Aristotele e Lucrezio.
Il rosso divenne simbolo del divieto, dell’allerta, del pericolo, e il verde il suo opposto, quindi il permesso, la libertà, la sicurezza.

Un po’ come in giardino. Un giardino tutto verde, senza fiori, dà un’idea di totale libertà e totale naturalità, più di un giardino coi fiori, poiché è più selvaggio e meno artefatto, più “primitivo”, meglio conservato, più “antico”.
E la nostra società è a caccia del primitivo e dell’antico come i segugi la volpe.

Blu

09/01/08
Blu
Filed under: Arte ed Estetica
Posted by: Lidia @ 9:34 pm

La storia del giardinaggio italiano ha scarsa familiarità con il colore. Naturalmente quando si parla di giardino italiano si parla fondamentalmente di due tipologie di giardini, quello moresco, meridionale, e quello fiorentino, centro-settentrionale.
Soprattutto in quello fiorentino, che si configura come il “giardino all’italiana” par excellence, i colori dei fiori sono messi in secondo piano rispetto a quelli del fogliame e delle architetture. I fiori si coltivavano principalmente come materiale da taglio, oppure erano un accidente delle aromatiche e delle officinali.
Il colore più apprezzato in giardino è l’azzurro, credo a motivo della sua rarità. Colette, nel volumetto Per un erbario, sostiene che a parte l’iris e l’aconito, di fiori veramente blu, non ce ne fossero.
Tuttavia il blu non è amato solo dai giardinieri, ma da quasi tutte le persone di cultura occidentale. Fate la prova, chiedete a qualcuno qual’è il suo colore preferito: pare che 8 su 10 vi diranno che è il blu.
Michel Pastoureau ne ha ripercorso la vicenda nel librone Blu. Storia di un colore, edito da Ponte alle Grazie.
Il blu non era un colore importante, lo divenne pian piano nel corso del Medioevo, quando divenne il simbolo della Madonna.
Da quel momento in poi, però, il suo indice di gradimento non si è più fermato. Il blu è in cima a tutte le clssifiche di preferenza: è da molti anni il colore più venduto in abbigliamento.

Lentamente è stato associato alla neutralità, difatti oggi è il colore della giustizia, dell’equità, dell’odioso politically correct.
Le bandiere dell’ONU, dell’Unesco, dell’Unione Europea, sono azzurre. I Caschi Blu dell’ONU sono…blu.
Se ci fate caso in genere le confezioni di tranquillanti ed antidolorifici sono blu o azzurre. Il blu è il colore utilizzato nella segnaletica per stradale per indicare ciò che è concesso.
Il blu accontenta tutti , rassicura, insomma è un colore pacifico, praticamente neutro. Persino il bianco è simbolicamente più connotato.

La Mole Antonelliana è stata “tinta” di blu con la bandiera dell’ONU. Chi avrebbe mai pensato ad un altro colore?
Mole Antonelliana, blu, ONU

Yves Klein dipingeva tele solo blu, la sua Venere sarebbe stata un po’ meno elegante se fosse stata gialla, e se fosse stata bianca sarebbe sembrata una comune statua di gesso,di quelle che vendono in mezzo alla strada coi camioncini.
Yves Klein, Venere, Blu

E la Alfa Romeo “Brera”? Un color rosso sarebbe stato troppo ovvio, un giallo un pugno nell’occhio, un verde una stramberia…che colore è rimasto? Ah, il blu.

Non solo è il colore più amato, ma è anche in assoluto quello meno sgradito. Insomma, amare il blu è quasi come dire di non avere un gusto preciso, ma solo delle idee vaghe. Come dire di non voler mettere in discussione i propri principi estetici, di essere moderati nelle proprie scelte, magari un po’ convenzionali, insomma, di voler andare sul sicuro.