Il libro che porterei su un’isola deserta

Intendiamoci, con le mie capacità e la mia fortuna è probabile che mi punga un insetto mortale, mi vada in cancrena una gamba, mi cada in testa una noce di cocco, affoghi nel tentativo di pescare, mi mangino gli squali/i caribù/gli orsi polari/le capre/le iguana/i cormorani, muoia semplicemente d’inedia o di ustioni solari.

Ma se mi dovesse capitare una permanenza lunga alla Robinson Crusoe, c’è un libro -più di tutti di tutti- che sono sicura mi terrebbe compagnia per tanti anni.

Qualcuno riesce ad indovinare quale sarebbe?

Come minimo

Sardinitudine

Per farla breve: le sardine non vivono solo nel Mediterraneo e non hanno come unico destino quello di finire ad involtino impanate e fritte al ristorante estivo.
Ci sono sardine che vivono anche nell’Atlantico, nelle zone un po’ fredde, tipo verso l’Islanda.
Lo so perchè una volta vidi un bel documentario che parlava dell’importanza delle sardine oceaniche.
Queste sardine sono più o meno come il pane per noi. Una sorta di “basic alimentare” per altri pesci più grossi. Nella catena alimentare stanno poco più in alto del krill e del plancton.
Il documentario è vecchio, ma ricordo che la sfilza di animali sardinivori era infinita. Pesci più grossi, che ne so, tipo merluzzi, tonni, pesci sapada, squali, altri pesci oceanici. Le balene le spaventano con le bolle d’aria e le serrano in banchi circolari e iniziano a papparsele dall’esterno. E dove non passano le balene arrivano cormorani o altri uccelli acquatici dall’alto.
Poi non ricordo cos’altro: ah, sì, l’uomo.
Insomma queste sardine non hanno pace, vengono predate in lungo e in largo da tutti i loro vicini: che vita orribile, in cui sei il cibo preferito di tutti gli altri pesci, sempre sul chi va là, sempre in fuga, sempre a disposizione degli altri come panino imbottito.

Alla fine del documentario dissi a mia sorella: “Grà, io e te siamo delle sardine!”.
Da quel momento è stato coniata un’espressione familiare: “essere una sardina” .

Se sei una sardina, fai passare la signora con la ricotta e stai muta come un pesce.

Ci sono pesci e pesci nell’oceano!

La ricotta e la sardina

Non è una ricetta: state tranquilli. Solo un’osservazione diaristica e personale, che può essere estesa a piacere.

Qualche giorno fa sono andata al market. C’era una fila terribile, di quelle che mi fanno accapponare la pelle. Signore, mariti, bambini in libera uscita, tutti in procinto di andare al mare o di tornare a casa dopo essere stati al mare: l’odore di cocco e di salsedine faceva pensare di essere in uno stabilimento.
Una signora aveva solo una ricotta. Una ricotta sola. Mezzo chilo di ricotta e basta.
Sembrava incerta, osservava la fila con occhi acquosi e apatici, tentennava sulle gambe. L’ incertezza però non ha prevalso sulla sua maleducazione e con movenze esitanti si è portata vicino alla cassa, appena prima di me, parcheggiandosi “in doppia fila”, cioè appaiata al signore col carrello che mi stava davanti.
Boh, mi dico: “Chiederà o no di poter passare prima? Ma se lo chiede a me, io come posso farmi garante per tutti questi assatanati che stanno dietro di me? Non è che spunta fuori qualche turista bergamasca e si mette a urlare che noi terroni siamo maleducati perchè non rispettiamo la fila? In quel caso, io, che che dovrò dire?”.
Capirete che fare la fila in queste condizioni fa venire i capelli bianchi.

Infine accade: la signora si volta verso di me e dice sottovoce e a smozzichi che ha solo una ricotta e chiede di poter passare prima.
Lo sapevo: perchè ha chiesto solo a me? Doveva chiedere a tutti. Se io la faccio passare gli altri si arrabbieranno con me, non con lei. A nulla varrebbe l’usanza generica-megaellenica che se uno ci ha solo un chilo di pane o tre etti di ricotta, passa prima chiedendo permesso e tutti stanno zitti, perchè anche loro, prima o poi, chiederanno permesso per poter passare con una ricotta.

Avrei voluto dire: cara signora, se fossimo solo io e te, ti avrei detto io stessa di passare tu, per questa mezza ricotta; ma lo vedi che fila c’è dietro di me? E io neanche mi volto, perchè se mi volto e incrocio lo sguardo assassino di qualcuno incazzato perchè ho fatto passare te e la ricotta, svengo. Ma non potevi passare prima del signore ciccione, così io sarei stata fuori dai guai? Tu e la tua ricotta mi state facendo passare dieci minuti da incubo.

Con enorme sforzo di compostezza giornalistica, ho risposto: “Certo, signora, per quello che riguarda me può passare, ma bisogna vedere cosa ne pensano le altre persone in fila”.
Così, dico, salvo capra, cavoli e ricotta. Me ne lavo le mani, faccio Pilato.

La signora ha dato uno sguardo molliccio alla fila, ha fatto una smorfia indefinibile con un angolo delle labbra, e ha deposto la ricotta sul nastro della cassa, senza chiedere nulla a nessuno.

Riflessione: io non sarei andata al market per mezzo chilo di ricotta, ma ragionando per ipotesi, se mi fossi trovata al market con mezza ricotta e una fila interminabile, avrei a) deposto la ricotta nello scomparto gelati e sarei fuggita b)avrei fatto la fila.
Conclusione: io do la precedenza alle mezze ricotte, ma non la chiedo. Non la chiederò mai.
Epilogo: sono una sardina.

Se volete sapere cos’è una sardina, leggete domani, perchè oggi mi sono scocciata di scrivere.

Un buon non-compleanno!

Il portamonete affogato

Be’, amici miei non sapete che mi è accaduto…avevo una giacca nuova, ora non è più nuovaaaa…ehm, no.
Ho creduto di aver perso il portamonete.

Se a qualcuno è capitata una storia analoga capirà in che sorta di panico vertiginoso si finisce in quei momenti che durano eterni o troppo brevi.

Avevo fatto bancomat per comprare il cibo ai cani e pagare il meccanico. La mia auto infatti era dal veterinario delle macchine per essere curata ad una grave disfunzione al carburatore e un’ulcera perforata alla marmitta.
Mi sono fatta accompagnare da un mio amico, che, puntualissimo, mi fa trovare tutto chiuso.
Be’, dice lui, allora andiamo al Brico dei poveri (dei poveri? mamma mia che prezzi!)ché devo comprare una cosa.
Vi premetto che pioveva a dirotto, fuori e dentro l’auto e che le mie chiappe sono ritornate a casa come se avessero nuotato del Mare di Bering.

Alla sosta successiva mi accorgo di non avere più il portamonete. Credevo di averlo perso al Brico, ma in realtà mi era solo scivolato e caduto in un rigagnolo d’acqua sporca e melmosa che si era accumulata vicino al marciapiede, completamente affogato.
Ma lì per lì non ho sentito nessun “pluff”. Ovviamente penso di averlo perduto al Brico, dove arrivo strillando e strepitando come una pazza, costringendoli a riaprire il negozio. Ovviamente, nulla.
Ero disperata e non sto a spiegarvi perchè: carte di credito, documenti, soldi.
Il mio amico, mantenenedo un po’ più di calma, sherlockianamente dice: Se non è qui, è lì.
L’ho tirato fori grondante sabbia, melma e acqua come fosse un sarago morto. Ma non vi dico il sollievo.

Che storia noiosa, vero? Ma era il pretesto per chiedervi se a voi è capitato qualcosa di simile. Avete mai perso e ritrovato il portamonete? Vuoto o pieno? Vi è capiatato di dover bloccare le carte, o di dover correre dai Carabinieri per fare una denuncia, di aver perso qualcosa che era insostituibile, tipo una foto autografata di Simon Le Bon?

Dedicato alla mia generazione (anche alla mia)

degregori

Dedicato alla mia generazione.

Auguri, Lew

L’eleganza di un gesto perfetto

Lew segue la palla con lo sguardo: è concentratissimo. Sta rispondendo ad un colpo che evidentemente ha messo in difficoltà l’avversario, perchè il rimbalzo è avvenuto appena sotto rete. Lew è lievemente in ritardo sulla palla, che sta risalendo, ma compensa efficacemente con uno scatto da destra verso sinistra, con un avanzamento del piede sinistro per avere un appoggio più stabile e piegando le ginocchia per ammorbidire il colpo.

La presa gli consentirà di ruotare appena il piatto della racchetta e colpire la palla non troppo di taglio, ma dandogli quel lift sufficiente perchè il rimbalzo sia cortissimo. Cosa che probabilmente gli varrà il punto perchè possiamo figurarci l’avversario in corsa spostato sulla sinistra di Hoad, nel tentativo di riprendere la posizione centrale dopo essere stato costretto ad un difficile recupero.

Lo scatto di Hoad probabilmente finirà con uno spostamento in avanti del braccio, leggermente teso e alzato, e con il drizzarsi delle gambe, per accompagnare la palla e non farla finire in rete.

I.R.M.

Il lavoro oggi

Un tempo ero solita dire: “Il lavoro c’è, qualche volta persino pagato”.
Poi presi a dire: “Il lavoro c’è, ma non ti paga nessuno”.
Mi sembrava di aver concluso con la frase: “Il lavoro non c’è nè pagato, nè non pagato”.
Oggi mi trovo a constatare che: “Il lavoro c’è, ma bisogna pagare per lavorare”.