Folli giardinieri. Storie d’amore e di verde , di Maury Dattilo, ed Pendragon, 2011
Il giardino di Guido Giubbini, uno dei personaggi raccontati da Maury DattiloPiù o meno a partire dal Romanticismo ottocentesco e dagli studi sulla psiche di Freud, esiste il mito dell’artista pazzo, del poeta maledetto, del genio incompreso. Questo mito si è spinto molto in là in tempi moderni e contemporanei, incarnato in personaggi di cui si è detto che scrivevano, cantavano o dipingevano sotto l’effetto di droghe. Miti spesso ridimensionati, come quello di Kerouac, che confessò che la sua “efedrina” era del semplice caffè, ma mutuati nella memoria collettiva dell’epoca postmoderna come esempi da imitare, anche a costo di mandare all’aria la propria vita, fisicamente e psicologicamente.
Tutti piangiamo sulla morte di Patrick de Gayardon come se con le sue prestazioni al limite dell’umano avesse compiuto gesti eroici o salvato vite. A tutt’oggi trasmissioni di dubbio gusto e cariche di esempi di atti incoscienti, rivolte perlopiù ad un pubblico di giovanissimi, rinverdiscono, se mai ce n’è bisogno, il mito del superamento dei limiti umani.
Perché mai si sente questa stessa necessità anche nel mondo della lettura, tipicamente statico fisicamente, ma di intensissimo lavorio mentale?
Il libro di Maury Dattilo, noto speaker radiofonico, in effetti non contiene neanche un’oncia di follia, semmai di sano vigore intellettuale e passione per le piante e per la natura.
I personaggi raccontati, più o meno famosi al vasto pubblico, sono degli esempi di come una passione, un amore, conduca verso una scelta di vita e ne costituisca –se così possiamo dire- il nocciolo stesso.
I personaggi, coperti da una presenza un po’ troppo occultante da parte dell’autore, sono più che mai savi giardinieri che lottano contro le mille difficoltà imposte da una cultura del giardino poco sviluppata in italia, un lavoro faticoso e a bassa redditività, le bizzarrie del clima, senza dimenticare le mode volatili che coartano il giardino e lo veicolano verso certi tipi di acquisti.
Dei giardinieri “resistenti”, quindi, se è lecito usare un termine guerresco. Pienamente consapevoli delle difficoltà a cui vanno incontro, senza alcuna ombra dell’incoscienza che tanto piace ai format televisivi. Questi giardinieri sono dotati di grande coerenza e di metodo, applicato e migliorato nel corso di lunghi anni di pratica. Forse è proprio questa la follia del mondo moderno: la sanità di mente?
Il libro non manca di pecche, a partire dall’assenza di un apparato iconografico che sostenga le descrizioni dei giardini, di lungaggini e ripetizioni che infine annebbiano la mente del lettore e lo fanno precipitare in uno stato soporoso, e soprattutto la presenza gravica di un autore che tiene i propri personaggi nelle retrovie, dietro le quinte, pronti ad uscire ma senza dargli mai scena. La commistione che ne esce è a volte confusa: a chi apparterrà questo pensiero? In che chiave leggere questa frase? Avrò capito bene?
Ad ogni buon conto il libro di Dattilo è un’opera che va senza dubbio letta e riletta con attenzione: lo stile contorto occulta importanti affermazioni che si scoprono nelle successive riletture. Leggerlo e soprattutto, rileggerlo, è una continua sorpresa. Non è un libro che si lascia scoprire al primo incontro, né di quelli che si bevono come un lungo sorso di tè freddo in estate. E’ un libro che richiede mente sveglia e attenta, che va letto un capitolo per volta, su cui va ragionato e possibilmente discusso.
Certamente all’interno di un panorama letterario giardinesco che produce quasi esclusivamente chiacchiere sulla gioventù bucolica delle nobildonne che oggi ci indottrinano dall’alto di prestigiose riviste, è una novità che va colta come una mela di saggezza (non di follia), sbucciata e fatta a spicchi, ripartita tra i commensali, e di cui va conservato il seme per la generazione a venire.
Segnalo questo blog wordpress fatto veramente bene, da uno che fa l’orto per mangiarsi i pomodori, non per avere una scusa per cucire borse, mettere foto di vestiti che richiamano i fiori di zucca, cucinare frittate coi fiori o tutte quelle scemenze che vanno tanto di moda adesso.
Guardatelo. Un nano di giardino
Il giardino è diventato ormai come una pizza: ce n’é per tutti i gusti, basta sceglierla su un menu che per noi è stato predisposto allo scopo. A questo proposito cito (sempre volentieri ma con una punta di delusione) Giudo Giubbini, direttore scientifico del periodico «Rosanova», che nel parlare di ciò apre un suo articolo proprio in questo modo:
Il giardiniere, come i giardini, possono essere catalogati secondo le più diverse tipologie e tendenze: fautori dell’intervento umano o di quello della natura, formali e informali, monomaniaci e polimorfi, storicisti o innovatori, cultori delle essenze locali o di quelle esotiche, botanici, estetizzanti, minimalisti o barocchi, policromi o monocromi, collezionisti e no, simbolisti, espressionisti, razionalisti, esoterici, nativi, pittorici, architettonici, ambientalisti […]
E’ evidente che l’autore sottende una cultura e una meditazione profonde soggiacenti a questi tipi di giardini, le cui grazie fanno sognare solo nella semplice descrizione.
Ma i giardini di questo genere, partiti come avventure di semplici appassionati (certo, denarosi), senza troppe conoscenze e senza troppe aspettative, un po’ come ha fatto la stessa Lavinia Taverna, hanno da tempo trovato lucore nelle riviste di genere e nelle associazioni ad essi dedicate, e si sono chiusi in una competizione interna che taglia tutto il resto del mondo fuori. Rare, molto rare, sono le eccezioni.
Ma il mondo della massa dei giardinieri, anche di quelli che vanno ogni domenica a comprare la piantina al garden, non sa neanche cosa sia un’aiuola monocolore o un giardino esoterico. Tutto quello che chiedono è “un bel giardino”, senza sapere che tipo di giardino è. Come l’analfabeta che punta il dito sul menu e dice “Voglio questo”.
Le riviste passano sempre meno discretamente dei “menu” ai loro lettori e anche degli indirizzi dove possono comprarsi la pizza già fatta. Jardin à la carte.
Attualmente possiamo individuare degli orientamenti certi nel mondo dei giardinieri globalizzati, orientamenti decisamente diversi, anche se in parte sovrapponibili a quelli descritti da Giubbini.
Lo mangia subito o lo porta via?
1) L’amante delle rose. Per lui o lei le rose sono tutto. Sono il punto di partenza e il punto d’arrivo, lo Yin e lo Yang, gli opposti che si incontrano, l’epifania della bellezza. Ma ecco che appena dico una cosa mi sconfesso subito: in realtà questo non è sempre vero, a volte il rosaista è un rosaista osculatorio, tangente, per così dire, perché non conosce altre piante. Se ha uno spazio sotto un pino, dove fa più buio della tana del lupo, lui vuole metterci una rosa. Se ha un angolo scuro nel sottoscala, lui vuole ravvivarlo con una rosa. Ha una siepe asfittica di fotinie? Le vuole sostituire con belle rose “fiorite tutto l’anno, profumate e molto colorate, che si intonino con l’intonaco di casa mia”. Se per Natale gli hanno regalato una minirosa alla Lidl, lui si preoccupa subito di non farle prendere corrente, mettendola al chiuso, non troppo vicino al termosifone, in posizione molto luminosa e annaffiandola ogni mattina che Iddio manda sulla terra. Dopo si strappa i capelli e chiede aiuto, evocando su di sé maledizioni fino alla settima generazione (passata), non riuscendo a capacitarsi di come la sua rosellina stia per esalare l’ultimo respiro.
Potremmo dire che l’amante delle rose è il modello-basic dell’acquirente di piante, potrebbero proporlo come cordless senza segreteria, come lap-top senza blue tooth o magari per un format televisivo.
2) L’ortaiolo bio-chic. Per l’ortaiolo bio-chic, le piante da fiore sono una sottocategoria del regno vegetale e sono apprezzabili solo quando sono commestibili. L’ortaiolo bio-chic non si preoccupa tanto di avere una resa che gli garantisca una autonomia alimentare, ma piuttosto che il suo orto sia alla moda e assolutamente “bio”. Poco male se poi le verdure saranno rovinate dai parassiti o se i pomodori non fruttificheranno affatto: si può sempre fare un salto dal fruttivendolo. Per quanto nelle sue possibilità l’ortaiolo bio-chic cercherà di utilizzare contenitori di riciclo dalla forma sorprendente e inusuale, sulla scia dei “Guerriglieri Verdi”. Declamerà ai suoi amici i prodigi delle sue tecniche orticole che gli consentono di prendere un’abbronzatura uniforme e mantenere sode le natiche. Tra gli ortaggi colorati saranno falsamente ingenuamente distribuiti dei fiorellini, che sono i soggetti preferiti delle fotografie scattate con il macro e collezionate nei vari siti di photo –sharing.
L’ortaiolo bio-chic non si accontenta del cordless senza segreteria e “chi è”. Vuole il collegamento wireless e la scheda video dedicata.
3) I Brambilla. I Brambilla sono la famiglia-tipo italiana, quelli che fanno la gita fuori porta a Ferragosto, Natale con i tuoi, Pasqua con chi vuoi. I Brambilla si ritrovano sul davanti della casa un piccolo appezzamento di terreno e non gli viene migliore idea che farci un prato all’inglese, forse perché nella loro mente plagiata dai vecchi film americani, il green è il sine qua non dell’eleganza.
I sentieri dei Brambilla sono larghi e piastrellati, puliti come appena usciti dalla fabbrica. I Brambilla non usano molte piante, e non certo le rose, che loro sanno benissimo essere destinate al giardiniere-modello-base. Semmai ci sono azalee, e se la signora Brambilla fa l’avvocato o ha velleità politiche, ci sarà una mimosa. Naturalmente non mancano cycas, palmizi assortiti e il solito defilé di piante annuali in grosse ciotole: petunie striate, fresie, eliotropi, dimorfoteca. Qui e lì faranno la loro comparsa piante appariscenti ed esotiche, come strelitzie, dature e grevillee.
Tutto è pulito e in ordine, come se ogni foglia fosse stata spazzolata e lavata con sapone. Eppure non li vedi mai fuori in giardino.
I Brambilla tagliano il prato ogni tre giorni ma non annaffiano mai: si limitano a azionare il pulsante del sistema automatico di irrigazione e con tre ore di quello annaffiano non solo il prato ma tutto il loro giardino, il marciapiede e i gatti di passaggio. Magari proprio all’ora in cui uno si fa la doccia.
4) Il tropicalista. Il tropicalista per sua natura disprezza le piante dai fiori “normali”, cioè quelli a forma di rosetta, di fiorellino dei campi, di stellina, di coroncina. Si tengono a debita distanza dalle persone che praticano giardinaggio basando le loro scelte solo sui fiori: non gli interessano le rose e le erbacee perenni, gli accostamenti di colore, le successioni delle fioriture. Al più si interessano marginalmente agli abbinamenti fra colori dei fogliami, purché siano di piante esotiche, naturalmente. Non è che i tropicalisti non amino i fiori,ma li considerano del tutto incidentali e li preferiscono alieni e stravaganti, se non inquietanti (tanto che molte di queste specie vengono usate nelle scenografie di Star Trek). Quando viaggiano si fanno fotografare sorridenti vicino alla pianta più rivoltante del mondo col pollice alzato in segno di vittoria. Poi caricano la foto su Facebook e si scatena la lotta all’identificazione e il bottone “mi piace” schizza verso l’alto.
La delicatezza della pianta è la loro sfida più grande, come un Annapurna orticolo. Anche la rarità e l’ibridazione fanno parte del gioco, perché il tropicalista non è assente da pensieri strettamente botanici, che invece non sfiorano neanche le menti dei Brambilla o degli ortaioli-bio-chic.
5) I lussuosi. Ai lussuosi appartiene quel genere di giardiniere che con le piante vuole avere a che fare il meno possibile, eppure, vivendo in ampie ville monofamiliari, si rende conto che di fronte alla società e ali propri ospiti, avere un giardino che esprima il decoro del proprietario sia un fattore indispensabile per aumentare il suo prestigio. Il lussuoso tratta piante , vasi, illuminazione, arredi, sotto un’unica voce: “spese”. Si mette d’accordo con uno dei tanti “professionisti del settore” che nel suo slogan promette “giardini di qualità” da un anno a piacere prima del 1800, e acquista un pacchetto, come una sorta di kit-giardino. Qui la lampada zen, lì il pergolato per le rose (rosse, rifiorenti e da taglio) e lì il giardino roccioso con cactus e sassi del tipo “spugna aliena”, senza il quale il giardino non poterebbe dirsi completo.
Naturalmente il posto d’onore toccherà all’olivo millenario capitozzato e posto sopra un rialzo circolare di mattoni in finto tufo, come una sorta di monumento alla schiavitù. Il lussuoso non usa il prato…tzé. Il prato sottrarrebbe spazio per parcheggiare e fare manovra all’auto sportiva del figlio, alla monovolume della figlia, al Suv della moglie e alla sua berlina di classe. L’unico prato sarà quello ai piedi dell’olivo capitozzato.
Quindi nel mondo del giardino italiano contemporaneo si è sviluppata questa dicotomia, che sarebbe sciocco negare e che stando in una posizione super partes di chi il giardino non l’ha, si vede tutta. Da un lato sofisticate signore intrattengono una esclusiva rete di rapporti sociali tra altri giardinieri e giornalisti, dall’altro la gran massa della gente comune che non compra riviste di giardinaggio e per le quali questo mondo, sofisticato, esclusivo e chic, non esiste affatto.
Riviste e le aziende di progetti del verde hanno un menu fisso pronto praticamente per ogni occasione e ogni tendenza. Ti spiegano il progetto, ti elencano le piante, e nel caso di vivai, te le piantano pure, senza che tu faccia null’altro sforzo che quello di staccare un assegno. Ovviamente i giardini che ne nascono non hanno un briciolo dell’eclettismo descritto da Giubbini, ma sono piatti, standardizzati, secondo modelli logori fino alla paranoia.
Ma il trucco qual è? Riviste e grossi vivaisti si danno la mano e mentre sulle riviste compaiono articoli che “tirano” piante e arredamenti, i vivaisti e i garden centre li propongono tal quali, magari à la carte.
Lo scopo è uno solo: far spendere soldi agli acquirenti, e fare in modo che il giardino che ne risulti li dimostri tutti questi soldi, perché se non hai soldi in questo mondo non sei nessuno.
Chi ne rimane escluso? Chi fa ricerca da solo, al di fuori delle logiche del mercato, per il suo semplice diletto. In genere si tratta di piccole aziende che pur non impoverendosi non arricchiscono, non hanno la velleità di fare landscape design, ma un lavoro più semplice e più alla loro portata, e che spesso contribuiscono più sinceramente e fattivamente alla conoscenza delle piante e dei giardini che non le riviste –anche quelle più blasonate.
Bene bene bene, volevo caricare una foto su Facebook, tratta da un articolo di Scirocco News
La foto aveva come titolo “legittimo-cazzo.jpg”
Ho provato tre volte a caricarla su Facebook, poi mi son detta che quel “cazzo” doveva essere in qualche modo sgradito.
Va bene, dico tra me e me, sarà un fattore prudenziale, in fondo su FB ci sono pure i bambini.
Allora rinomino l’immagine con “legittimo impedimento.jpg”.
E -sorpresa!- Facebook non digerisce neanche quello!
Invece gli è piaciuto molto il titolo “me e mirella alla spiaggia.jpg”. Fesso Facebook, tanto lo so che entro stasera me la cancellate.
Ma io vi sbugiardo qui, massa di proni esecutori, plurigambisti saltafossi! me e mirella alla spiaggia
eh, signora, la sua casa non è coinventata sufficientemente! Ci vuole una nuova scossalinea e una intercarpedine nuova!Bene, oggi ho imparato da dove viene la parola “coibentare”.
Buono.
Uno degli articoli più letti su questo blog è quello sulle gerbere, segno che alle persone piacciono e ne cercano informazioni sulla coltura.
Scrissi quell’articolo per un amico, il cui fiore preferito sono appunto le gerbere.
Come sia sia, mi ritrovo in un mare di gerbere: la comare di cresima di mia madre le manda fiori quasi ogni giorno, in genere tutti quelli che a me non piacciono: i ciclamoni grandi come scarafaggi alieni, la Kalachoe detta anche “pianta di Padre Pio”, a volte delle petunie (quelle mi piacciono, ma non ho dove metterle!) e ultimamente un sacco di gerbere. E poi che gerbere. Mai un colore tenue, un pastello, un “indeciso”, un bicolore, uno sfumato, un variegato. Nein. Tutti colori presi dal barattolo e stesi sul fiore come l’intonaco su una parete.
Non si può proprio dire che io vada pazza per le gerbere, anzi, davanti a loro divento irrimediabilmente savia.Mi piacciono solo occasionalmente, quando sono alte (le vere gerbere)e con colori che siano brillanti, deliziosi, risonanti. Una volta sola mi capitò di trovarne un vaso che mi piacesse, al mercato del giovedì, e me lo sono comprato, e la foto la vedete qui sopra.
Lo stesso Pizzetti nella Garzantina dice che c’è gente che le trova “quasi finte”. Ma non è per la forma molto rigorosa, fissa, ulteriormente irrigidita dalla sempiterna inferrettatura dei fiorai. E’ proprio per il colore. Un colore troppo eguale, che se non è un bianco puro o un giallo dorato diventa quasi un’offesa per l’occhio.
Gerbere nane assediano le aiuole, in dozzine di colori diversi (ma tutti egualmente sporchi)come se dovessero, con il loro iridato cromatismo, dimostrare che la vita è bella, che i fiori sono allegri, che la natura è sempre la Natura.
No, basta, non ci sto a queste falangi di gerbere assedianti!
Dio onnipotente, qua c’è da tirare fuori dal cassetto delle brutte parole il “moplen”. Gerbere nane, che sembrano ibridate direttamente da una rotativa industriale, stampate in polipropilene isotattico in centinaia di varietà di colore a esclusivo beneficio del mercato.
Approfittando del superponte della festa della repubblica (credo che ormai sappiate che le parole “italia” e “repubblica” su questo blog sono scritte in minuscolo), la terza edizione di Cittanova Floreale ha potuto beneficiare di un giorno in più e -per così dire- di due domeniche. Io ho scelto un giorno poco affollato per andarci, un po’ uggioso (l’anno scorso ha addirittura piovuto) e poco invitante. Il mio scopo era prendere uno Streptosolen jamesonii da mettere sulla tomba della mia gatta. Peccato non ci fosse una rosa ‘Cerise Bouquet’, altro acquisto che dovrei fare quest’anno, ma neanche niente di simile (lo so che è difficile: simile alla ‘Cerise Bouquet’ c’è solo ‘Cerise Bouquet’).
Ho come al solito visitato il vivaio “Piante tropicali” di Fabio Maio (quell’omone con la maglietta verde che vedete giù nelle foto) che è in genere la mia prima meta. Lì prendo piante che resistono alla siccità estiva del mio giardino e qualche volta mi concedo piccoli lussi. Fabio mi ha regalato un’Ipomoea batatas a foglia nera (credo la ‘Aces of Spades’) che ha spopolato tanto in questi anni, e mi ha regalato anche un frutto tropicale che, una volta divenuto morbido, aveva sapore tra la banana, la mela, l’albicocca e l’ananas. Mooolto buono.
Poi ho comprato dei miscugli di tè da uno stand molto bello, che aveva tante cose che mi sarebbero piaciute, ma accidenti i prezzi come pizzicavano!
Poi abbiamo comprato dei peperoncini messicani piccantissimi.
Ci siamo soffermati allo stand dei bonsai -Centro Bonsai Calabria con sede a Catanzaro e c’erano delle piante meravigliose, dei veri capolavori. Non credo neanche fossero in vendita. Il prossimo anno, chissà, potrei prendere un piccolo olmo per provare.
Avrei voluto comprare una rosa, ma devo dire che l’offerta non era di mio gusto. Le solite Inglesi, più o meno ormonizzate, Tantau spacciate per Austin, cartellini alla sinfasò, molte rose rampicanti di bell’aspetto e gradevoli, ma che in estate vogliono almeno 30 litri d’acqua al giorno. Niente da fare per me. ‘Cerise Bouquet’ non c’era.
Infine abbiamo fatto un giretto, parlato con Mimma Pallavicini e Arturo Tucci (organizzatore), guardato i fagioli, e poi ce ne siamo tornati a casa col giorno. Per strada abbiamo visto la cicerchia in fiore, ma c’era poca luce per fare fotografie e sinceramente, a farsi la villa “Carlo Ruggiero” tre o quattro volte, ci si stanca da morire perchè è grande, e non ci andava di scendere dall’auto.
Ecco qui una galleria di foto e in seguito le mie considerazioni.
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In complesso la terza edizione di questa manifestazione -all’occhio del consumatore- è in fase di consolidamento. Meno vivai con piante insolite, più piante fiorite e da aiuola (evvai di brodura mista!), molto più commercializzabili, poche piante senza fiore (il che indica che il pubblico non è formato), ma soprattutto prezzi un po’ più alti, paragonabili a quelli di fiere nazionali, anche se si entra senza pagare il biglietto e senza doversi mettere al polso la fascetta di riconoscimento, tipo quella per i ricoverati in manicomio.
Parlando con Mimma per un mio pezzo sul “Quotidiano” ho avuto la sensazione che lei avesse la mia stessa sensazione, senza volermelo confessare. Ma tra noi c’è abbastanza empatia. La domanda delle domande era: come far accrescere e migliorare l’offerta della fiera? Mimma è del parere che si debba prima consolidare i risultati già ottenuti e poi cominciare a variare l’offerta, con vivaisti più importanti e piante più rare e insolite. “Bisogna mischiare il nord col Sud, far venire la gente anche da fuori”.
Già, ma come -mi domando- con Trenitalia che ci ha spaccati in due più di quanto non lo fossimo? Una settimana dopo che ci hanno tolto il diretto per Roma hanno inaugurato l’alta velocità Milano-Torino. E’ evidente che lo stato italiano ha interesse a tenere il Sud prono e mandarlo alle urne facendogli votare quel che vuole. Milano vota Pisapia e noi ci teniamo un berlusconiano come Raffa. E i partiti del Sud? Quelli meglio lasciarli litigare tra loro,sono peggio delle ortiche .
“Bene- sostiene Mimma- la rivolta, lecita e auspicabile, può partire anche da queste cose, potrebbe partire dalla Villa “Carlo Ruggiero”, perchè no? Occorre un risveglio di coscienza”.
Mimma tira all’unitarismo, io sono separatista, abbiamo punti di vista diversi, ma ci intendiamo lo stesso.
Le chiedo:”E che verrebbe a fare un Lucchese a Cittanova, quando sotto casa sua gli fanno la mostra più importante d’italia? E ricordati che per venire qui devi armarti di santa pazienza con treni, strade, bus e mezzi. E poi per ritornare, con le buste delle piante?”.
Mimma non abbocca. Mi risponde come fa una consumata giornalista: “Verrebbe per vedere le peculiarità della zona, che sono uniche e irripetibili in italia”.
Mentalmente abbiamo però concluso entrambe che le surfinie e le dalie in esposizione non interesserebbero troppo ad un lucchese, che sarebbe molto più interessato a visitare il nostro paesaggio semisconosciuto e spesso disprezzato oltre i confini regionali.
Visita didattica
Uno splendiodo esemplare di Juniperus
rappresentanti del Centro Bonsai della Calabria, con sede a Catanzaro
A me il profumo del falso gelsomino mi ricorda quello di bucce di banana. E’ buono solo da lontano, di sera e dopo che ha piovuto. nel tempo l'uso del Thrachelospermum è slittato da quello di rampicante e a quello di siepe
"Quando guardiamo il cielo di notte ci soffermiamo ad ammirare le stelle a caso senza seguire uno schema.. lasciamo che la nostra fantasia si perda in questo immenso soffitto brulicante di luci... una stella grande.. qualcuna piccola.. un'altra azzurra ed una rossa! Luci lontane che forse ora non esistono neanche più.. eppure sono lì le guardiamo ogni sera quando le nuvole ce lo permettono.. luci che continuano a brillare .. a vivere.. che continuano a farci sognare! Questo BLOG vuole essere uno spazio semplice, senza pretese, uno spazio dove antichi sorrisi e sguardi continuano a brillare come stelle... semplicemente continuano a vivere nell'immenso cielo della rete." (Domenico Nardozza)