Sweet Acacia: la comune gaggìa

La gaggìa è una pianta ormai ben poco diffusa. Ce ne sono ancora nelle campagne, nei vecchi giardini, spesso al confine tra una proprietà e l’altra, tra un alloro e un vecchio pittosforo.

Acacia farnesiana (1)
Piumini di gaggìa

Non è un bell’albero, ha un colore giallo sporco, che rapidamente volge ad un marroncino marcio e poco invitante. Ma ha il profumo più celestiale del mondo dei fiori, tanto che in America è chiamata “Sweet Acacia”.
La natura, come anche dio, è dotata di senso dell’umorismo, ed ha messo questo profumo celeste in una pianta umile e dimenticata.

Acacia farnesiana (2)
Giallo lavastoviglie

Di gaggìe contro i vecchi muri se ne vedono ancora nelle campagne, si usava -credo- come difesa per via dei suoi rami spinosi.

Acacia farnesiana (7)
La gaggìa dei vicini

Venne portata in Italia attorno al 1611. Si sa con certezza che questa pianta cresceva negli Orti Farnesiani per ordine del cardinale Edoardo Farnese, e che lì fiorì per la prima volta. Fu proprio dal cognome della nobile famiglia Farnese che l’Acacia farnesiana, la comune gaggìa, prese la sua denominazione botanica.
I semi erano arrivati da Santo Domingo e si sa anche che nel 1624 alcune piante di gaggìa furono portate al Granduca di Toscana.
Ora altro che Orti Farnesiani, orti e basta, al più giardini poveri di ricche famiglie decadute.

Acacia farnesiana (3)
La vecchia casa

In effetti l’Acacia farnesiana forse potrebbe stare ancora bene in qualche giardino di principi, ma la gaggìa richiede vecchi muri screpolati e aiuole dimesse.

Acacia farnesiana (8)
La tettoia

Poche compagnie: lantane, zinnie, stelle di natale, gelsomini. L’alisso, con cui condivide il profumo di miele.

Acacia farnesiana (6)
Il vecchio gelsomino

E non vuole neanche troppo ordine.

Acacia farnesiana (5)
Uscita

I giardini non si creano…

I giardini non si creano, si ereditano.

Pet-sematary garden

Il giardino si addice agli animali. Anche da morti.
Ho in mente racconti di persone che ricordano di come il loro cane sia morto improvvisamente, abbaiando ad un camion, Così, senza preavviso.
Ho in mente Poltergeist, e il funerale dell’uccellino: Una coperta per quando ha freddo, un pezzo di pane per quando ha fame, una foto per quando si sente solo.
I miei animali sono sempre morti ammazzati, stritolati da automobili, o per malattie. Non ho mai avuto il bene di vedere un animale spegnersi placidamente, tra le mie braccia, ronfando, senza soffrire.
Ho in mente un articolo di Natalia Aspesi, che raccontava del grido angoscioso della sua gatta dopo che le fu fatta “la puntura” .
Ho in mente Pet Semetary di Steven King, ho in mente Il sesto giorno e la Re-pet, la multinazionale che clonava gli animali morti.
Ho in mente il volto sfigurato della mia Sinfo quando l’ho trovata per strada, cinque anni fa.

Non riesco più a contare gli animali sepolti nel mio giardino, so solo che sono tanti e che a volte ho paura di scavare.
Non ho foto delle mie tombicine, mi sembra sempre una violazione del diritto al dolore della morte, che deve rimanere solo per noi, e non per gli altri.
Ci ho piantato vicino dei bulbi, che si adattano bene per la loro qualità di uteri fecondi che generano il fiore dentro di sè. Piccoli narcisi, come il ‘Minnow’, lo ‘Zhiva’ o il ‘Téte à Téte’. E ancora le oxalis a foglia maculata, sempre piccole, da tenerle in mano come gattini.

I cimiteri sono nati come giardini. I giardini accolgono senza distinzione la vita e la morte, la nascita, la fecondità, ma anche la cessazione dell’esistenza.
Spero che esista un paradiso anche per gli animali.

“Riqualificare” la villetta di Locri

Quando i politici non sanno che fare, allora “riqualificano” qualcosa. Come se andassero a cercare il Santo Graal.
In queste settimane c’è un certo dibattito sulla futura “riqualificazione” (termine torbido, inconcludente, doppiogiochista) della villetta antistante il Municipio di Locri.
Dovete sapere che il Municipio stesso è stato “riqualificato” ed ora sembra una torta glassata alla maracuja. Sempre meglio di quello di Siderno, che dopo essere stato passato sotto “riqualificazione”,sembra una torta ai frutti di bosco.
Insomma, davanti al comune c’è questa villetta, dove tutti gli studenti, da cinquant’anni a questa parte sono andati a sbaciucchiarsi dopo aver salato la scuola.
E’ una villetta molto brutta. Cionondimeno è la più bella del circondario. Questo vi dice qualcosa?
E’ sovraffollata di piante perlopiù insignificanti, come pini, pittosfori, melangoli, acacie, bossi, lantanas, oleandri. Io non ci ho mai passeggiato con grande piacere, ma almeno ci ho potuto passeggiare. I viali, infatti, sono un po’ a zigozago e per le nostre povere risorse è diventata, senza averne velleità, una sorta di “stroll garden”.
Le piante poi, furono regalate all’amministrazione dalla comunità locrese, ecco perchè sono piuttosto varie e scompagnate, overpiantate.

Villetta di Locri lato Nord
Villetta di Locri lato Nord

La Villetta di Locri ha ormai acquisito una sua dignità storica. Non ha bisogno di riqualificazione, se non l’eliminazione delle thuie, che effettivamente disturbano, e di di un paio di pini che si danno fastidio tra loro. Le altre piante possono essere espiantate e ripiantate altrove, qualora ce ne fosse bisogno.

Adesso cosa succede? Che un progettino mal scritto, di dubbia credibilità, propone la creazione di un giardino all’italiana, con siepi di bosso, parterre e vasche centrali.
Insomma, come se il fazzolettino di terra davanti al municipio fosse Vaux-le-Vicomte.

Che si può dire senza sembrare banali e queruli? Nulla se non che tanto il comune farà quel che ha deciso di fare senza che l’opinione pubblica possa fiatare. Nient’altro che dire che se si doveva dar da mangiare alla solita comunella dei mafiosi ammanicati con le istituzioni, si sarebbe potuto scegliere un posto dove gli alberi NON ci fossero.

Poi parlano male di noi. A me viene in mente che un motivo forse c’è.

Villetta di Locri, lato Sud
Villetta di Locri, lato Sud

Ancora paesaggi e fiori in “Alice nel Paese delle Meraviglie”

Con o senza frangetta?

Centro Polifunzionale siderno

come son bello con la frangetta

moschino

Un giardino color “maglione ceruleo”

Vi chiederete: cosa c’entra il giardinaggio con il maglione color ceruleo del Diavolo veste Prada?
Questa scena, in una manciata di secondi e con un’arguzia non raggiunta dal resto del film, spiega piuttosto bene il ciclo di vita dei prodotti del mercato, e quindi anche delle piante.

Siete quel genere di persona che si rifiuta di accettare che le piante siano -come ogni cosa venduta, acquistata o scambiata- soggette alle regole del mercato? Allora probabilmente vivete in una dimensione illusoria in cui l’uomo è padrone del suo destino, in cui ogni scelta è autonoma, assolutamente privata e personale, non influenzata dalla società e dalle pressioni del mercato.
Come ho scritto qui nessun giardino è neutrale. Il giardino è una posizione estetica che esterniamo nei confronti del mondo. La vera apragmosyne (in origine disinteresse alla vita politica, sanzionato con la morte) nel giardinaggio è non fare un giardino.

Le piante, nè più nè meno che gli oggetti di moda, hanno un loro ciclo di vita. Dapprima vengono acquisite dai consumatori “pionieristici” o élite intellettuali (come ad esempio lo sono stati i cibi poveri e la cucina tradizionale qualche anno fa), poi si estendono ad una fascia molto più larga di consumatori che li acquista dopo aver constatato che sono stati adottati dalle élite culturali. Successivamente si estendono ad una fascia ancora più estesa di persone che le acquisiscono semplicemente perchè se le trovano un po’ dappertutto, sulle riviste, nei vivai, sui cataloghi. Infine vengono più o meno abbandonate: un maglione basta gettarlo, ma con una pianta è più difficile, data la sua longevità e lentezza nel crescere, ecco perchè la mia antipatia per la bordura inglese, che meglio si presta allo shopping sfrenato, al cambio e ricambio stagionale, alla conformazione con il nuovo colore dell’intonaco.
A volte può accadere che vengano riscoperte dalle avanguardie artistiche, dagli arbiter elegantiarum e dalle fasce più alte di consumatori colti (e ricchi). E’ successo ad un milione di cose: ai film di Lino Banfi e Fantozzi, ai nani da giardino, al design degli anni ’50.

Siamo dunque al “limite del comico” quando compriamo questa o quella pianta pensando di aver compiuto una scelta “al di fuori delle proposte della moda”.
Quindi in effetti ognuno di noi indossa un giardino che è stato per lui selezionato da un gruppo esclusivo di persone… in mezzo ad una pila di piante.

Fenomenologia della nomenclatura dei fiori, con una dissertazione particolare sulle rose

Ho ricevuto ieri il catalogo Barni, che mi è arrivato incellofanato insieme a quello della Bakker. Segno di qualcosa?
Dato che non ho più nè soldi nè acqua per mantenere a bella vita le ottomila rose che vorrei, mi limito a fare come un’analfabeta e guardo le figure, ma dato che per coincidenza so anche leggere, mi capita di dare un’occhiata ai nomi delle cultivar.
Devo confessare una tremenda delusione, che si rinnova anno dopo anno, nello sfogliare il catalogo Barni e leggere i nomi delle rose. Sembrano -inesorabilmente, impietosamente- i nomi dei modelli delle camicie dei cataloghi di vendita per corrispondenza.
“Modello numero cinque, Giuditta”

Quest’anno in copertina abbiamo ‘Valentino’. E chi è?
Valentino Rossi? Rodolfo Valentino? Valentino Valentino, quello dell’haute couture(aridalle coi nobiloni e ricchi assortiti…ma un po’ meno pronisti no?)? Probabilmente quest’ultimo dato che la rosa è rossa.
Ma…sior Barni, “Valentino” è troppo generico, anche per essere Valentino Valentino, quello dell’haute couture. E’ un nome che dona poco ad una rosa. Se eri più furbo la chiamavi “Valentino Clemente Ludovico Garavani”, o meglio “Rosso Valentino”.
Avremmo capito tutti al volo.
I nomi italiani, poi, sembrano essere del tutto disprezzati dagli italiani stessi. Non si capisce perchè una rosa che si chiami ‘Primo Passo’ debba avere minor fortuna di una che si chiama ‘Sea Foam’. E se mi permettete, “Pietra di Luna” suona decisamente meglio di ‘Moonstone’, che sembra il nome di un fortino della Guerra di Secessione Americana.
Però che scarsa fantasia… ‘Occhi di Fata’ sembra il meglio che riusciamo a trovare, tant’è che ci buttiamo su nomi che suonano bene in qualsiasi lingua, tipo ‘Berenice’, ‘Dionisia’, ‘Romeo’, ‘Demetra’.
Sono nomi amorfi. Come dire: abito in via delle Magnolie 53 o in via degli Oleandri 21.
Nomi che non hanno carattere.
E se c’è una cosa che le rose non sopportano, sono i nomi senza carattere.

Santa Inquisizione

Sei tu il diavolo, Bernardo Gui!
Sei tu il diavolo, Bernardo Gui!

Piet Oudolf

E’ stato Piet Oudolf, con ardore necrofilo degno di Walter Benjamin, ad osservare: “E’ meritevole di essere coltivata solo una pianta che è bella da morta”.

Cardo dei lanaioli
Cardo dei lanaioli