Intervista al direttore artistico di Horti Aperti, Gaetano Zoccali

PERCHÉ AVETE SCELTO IL TEMA “L’ARTE E LA MANIERA. IL GIARDINO INTELLIGENTE,
PENSATO CON PASSIONE E COLTIVATO CON CURA”?

«Perché piante e giardini sono prima di tutto belli e ci attirano grazie alla loro bellezza. Se ci
pensiamo bene, il giardino è a tutti gli effetti il risultato di una produzione artistica e questo
processo che chiamiamo giardinaggio o garden design tiene insieme tante competenze e
attitudini. La creatività è ciò che ci rende umani: siamo fatti per inventare, per immaginare
quello che non c’è, per creare, e questo modo di esprimerci fa parte della nostra realizzazione
personale. Così, la parola “arte” rimanda subito a un concetto di bellezza che sa catturare la
nostra attenzione e che sa attivare la nostra creatività. L’amore per il giardinaggio tiene
insieme l’aspetto più legato all’inventiva, il nostro bisogno innato di sentirci vicini agli altri
esseri viventi, le conoscenze sulle piante e sulle loro esigenze, le tecniche di coltivazione, la
sensibilità ambientale. Nel dna di Horti Aperti – che nasce come festival culturale – ci sono tutti
questi elementi… La “maniera” ci racconta il modo in cui ogni cosa può essere fatta bene solo
attraverso il filtro dell’esperienza, che in questo caso è quella condivisa dai protagonisti della
manifestazione, i vivaisti e i produttori in mostra. In un momento storico in cui le certezze
vacillano e quindi non ci sono regole preconfezionate che reggano, Horti Aperti non vuole dare
istruzioni ma attivare ragionamenti, per questo parliamo di giardino intelligente. “L’arte e la
maniera” incarnano i due filoni attraverso i quali Horti Aperti ha scelto di produrre conoscenza
e di veicolare i contenuti, sin dalla prima edizione del festival, ideato da Carlo Gariboldi e
Valentina De Tomasi nel 2021: il sapere e il saper fare».


CHE COS’È IL GIARDINO INTELLIGENTE?
«Lo slogan “Il giardino intelligente, pensato con passione e coltivato con cura” fa riferimento a
una concezione del giardino attuale, calato nei tempi moderni. Un verde che non copia
soltanto modelli tramandati, ma che sa cogliere le istanze del momento storico e i veri bisogni
delle persone e della natura oggi. Il giardino intelligente non ha paura di sconvolgere regole
secolarizzate per adattarsi a città sempre più soffocanti e a un’etica più rispettosa della
natura, dove fare meno spesso significa fare meglio. Ma è anche un giardino senza ansie, che
ciascuno di noi si può cucire addosso e che ci lascia liberi di sperimentare in maniera
soggettiva la nostra formula senza paura di sbagliare. Come in tutti gli ambiti della vita,
accettiamo che gli errori, quando capitano, possono essere un territorio di esplorazione e un
percorso di apprendimento. I tempi dei nuovi mezzi di comunicazione spesso premiano gli
slogan veloci, il “si può fare” o “non si può fare”, e annullano il ragionamento. Così, vedo
tantissima ansia in chi si approccia alle piante per la prima volta oggi, c’è una terribile paura
di sbagliare. Bisogna anche fidarsi di sé stessi, osservare e farsi guidare. Al contrario, il
giardinaggio deve essere un’esperienza piacevole dove mettersi in gioco, che ci riconcilia con
la natura ma anche con noi stessi».

UN ESEMPIO DI GIARDINAGGIO INTELLIGENTE?
«Piantare gli arbusti e le piante perenni in autunno. La scelta del terzo weekend di settembre
per ospitare ogni anno la manifestazione non è casuale. Tradizionalmente, Horti Aperti si tiene
nel weekend che segna il passaggio verso l’equinozio d’autunno, la stagione che secondo gli
esperti, oggi, è quella più propensa per piantare e per avviare un progetto verde, riducendo il
lavoro e ottimizzando i risultati. Gli autunni sono miti e lunghi e gli inverni non sono freddissimi
e permettono alle piante di affrancarsi e diventare indipendenti entro la primavera. Al
contrario, per una pianta acquistata a fine primavera, è una vera sfida affrontare le estati di
questi anni se non le si garantiscono cure davvero assidue. Un altro esempio: partire da piante
giovani coltivate all’aria e non in serra, che attecchiscono molto meglio, si adattano facilmente
al luogo e costano anche di meno».


QUAL È IL PUBBLICO CHE SI AVVICINA AL GIARDINAGGIO OGGI?
«I risultati di un sondaggio GfK Sinottica diffuso nel settembre scorso rivelano che il 64% degli
italiani si dedica alla cura del verde, anche in balcone, e si tratta di un pubblico
intergenerazionale. C’è un grande ritorno del “fare manuale” come esercizio di benessere e c’è
una voglia di disconnessione dagli schermi che avvicina i nuovi green-lover alle piante. Non è
una questione di hobby – cioè non serve un modo per intrattenersi – è questione di soddisfare
il nostro bisogno di contatto con la natura. I giardini, i balconi e i parchi, nell’epoca in cui il 70%
dell’umanità abita in città, sono diventati il nostro luogo di incontro con la natura. Ma sono
anche un rifugio per la natura stessa.
Il giardinaggio è uno stile di vita e si rispecchia in ogni aspetto del nostro vivere, perché è un
esercizio di relazioni, di pazienza, di creatività e di empatia. Per i ragazzi più giovani, il
giardinaggio è anche una forma di attivismo, vissuto come atto di resistenza e come supporto
concreto alla natura. Chi viene a Horti Aperti, viene per scoprire l’ultimo geranio resistente alle
malattie così come per ascoltare le conferenze del professor Stefano Mancuso».


QUALI SONO LE NOVITÀ NEL PALINSESTO DI CONFERENZE, INCONTRI E LABORATORI DI
HORTI APERTI?

«Con orgoglio posso dire che palinsesto di appuntamenti 2026 è triplicato: c’è il consueto
programma di incontri e conferenze con i grandi nomi della cultura nel campo del verde, della
divulgazione e dell’ambiente; c’è una nuova area Orto da Coltivare, con i workshop pratici su
aromatiche, orto, frutteto e anche balcone e giardino curati da esperti della divulgazione che
sono prima di tutto agricoltori e coltivatori diretti; inoltre, avremo le esperienze pratiche come
i laboratori per adulti e bambini e le visite guidate. Il neurobiologo vegetale Stefano Mancuso,
che “apre” la manifestazione il sabato mattina, fin dalla prima edizione, interverrà sul punto di
incontro tra arte e scienza, attraverso il racconto della sua esperienza di partecipazione a
diverse Biennali d’arte e dei suoi monotipi botanici: opere concepite per generare conoscenza

nei confronti di esseri viventi che siamo abituati a considerare “meno evoluti” proprio
attraverso la bellezza. La domenica mattina, la conduttrice e divulgatrice Licia Colò, che
incarna i valori di Horti Aperti e che ha accettato di esserne la Madrina, parlerà del suo
rapporto con le piante. In quell’occasione, terremo a battesimo la nuova Rosa ‘Licia Colò’,
ottenuta da un’ibridatrice bresciana che coltiva soltanto con metodi naturali. L’architetto
Andreas Kipar parlerà del capitale naturale e del concetto di città Nature Positive, mentre gli
architetti Cristiana Favretto e Antonio Girardi, con il loro intervento PaeSaggio, illustreranno
l’approccio di PNAT Project Nature alla progettazione di giardini indoor e outdoor pensati
come ecosistemi. E ancora, lo scrittore Tiziano Fratus, presentando l’ultimo suo libro, Il
Passero Buddhista. Meditazioni selvatiche, aprirà al pubblico la riflessione su un approccio
laico alla spiritualità, guidato dallo stare nella Natura. Monica Pais, medico veterinario,
fondatrice di Effetto Palla Onlus, con Le piante “sì”, le piante “no” e altre storie parlerà di giardini
accoglienti per cani e gatti, nel rispetto della biodiversità selvatica. E ancora, nell’area Orto da
Coltivare, parleremo di difesa naturale dell’orto, del frutteto, del suolo e delle aromatiche con
Beatrice Bisaglia, Matteo Cereda, Pietro Isolan, Gian Marco Mapelli, Francesca della
Giovampaola, Filippo Bellantoni, Maura Rizzo. Sono confermati anche i Question Time, gli
incontri con i vivaisti che rispondono alle domande del pubblico. Tra le novità, l’esperienza di
Ecotuning condotta dalla facilitatrice Roberta Spoleto, un laboratorio di ecopsicologia per
riconnettersi con la Natura».


NELL’ERA IN CUI OGNI INFORMAZIONE È ACCESSIBILE DA CASA E LE PIANTE VENGONO
RECAPITATE CON UN CLIC, PERCHÉ VALE LA PENA DI VISITARE UNA MOSTRA-MERCATO
DI FIORI?

«Prenderci del tempo per fare una cosa bella e interessante, ci fa stare bene e – diciamolo –
spendere bene il nostro tempo è anche etico. Non è al 100% vero che ogni informazione sia
davvero accessibile, perché i mezzi e i tempi moderni non incoraggiano l’approfondimento, si
tende a rimanere in superficie: il sapere è sì più accessibile, ma di fatto non lo raggiungiamo.
Inoltre, i cinque sensi progettati dall’evoluzione per farci scoprire il mondo possono regalarci
una esperienza immersiva soltanto dal vivo. E poi c’è il piacere della scoperta: vedere la pianta
nella sua interezza e nelle sue proporzioni, in un contesto reale, non è come sceglierla
basandosi soltanto su una foto. Una mostra di piante e fiori come la nostra è l’interpretazione
più contemporanea e democratica delle wunderkammer del Rinascimento e del Barocco: una
galleria di meraviglie sorprendenti per appassionati e non. Questo spettacolo della
conoscenza genera stupore e curiosità, con il vantaggio che le meraviglie in mostra possono
essere acquistate a un prezzo equo. Gli espositori di Horti Aperti sono tutti coltivatori diretti,
non rivenditori».


A HORTI APERTI ARRIVANO VIVAISTI SPECIALIZZATI DA TUTTA ITALIA?

«Arrivano prevalentemente dal Nord Italia, con un bagaglio di storie incredibili. La
manifestazione tiene insieme un mondo di “eroi” che con il loro sapere custodiscono la
biodiversità orticola e le conoscenze più approfondite. Horti Aperti ha costruito una comunità
di persone e idee, portandola in una città dalla lunghissima storia, dove è stato fondato il
primo Orto Botanico della Lombardia, nel Collegio di merito più antico. Supportare questa
comunità di produttori significa permettere alle persone di acquistare piante sane coltivate
nel nostro clima senza lunghi trasporti e senza i “doping” che rendono i fiori più appariscenti
ma anche più fragili. Chi ci conosce già lo sa. Agli altri, dico che siamo un piccolo ecosistema
sensoriale e culturale dove prendersi il tempo per ascoltare, scoprire, annusare, toccare,
imparare. E anche per fare tante domande, perché i nostri espositori sono enciclopedie
viventi!».

Un paniere di frutta dedicato al Bel Sesso dall’Autore della Botanica e del Linguaggio de’ fiori – a cura di Simona Verrazzo , Bardi Edizioni 2021

In copertina la riproduzione di una cromolitografia dipinta a mano da Vittore Ranieri

Il piccolo libro Un paniere di frutta dedicato al Bel Sesso, a cura di Simona Verrazzo, non poteva trovare periodo migliore dell’autunno 2021 per vedere la luce. Un autunno che ha riportato i fiori alle fiere orticole, che ha visto il pubblico affamato di eventi culturali, libri, film. Il Salone del Libro molto accorsato, e la ripresa delle attività legate al mondo delle piante, dei fiori e del giardino, oltre che dei libri.

Inoltre nell’immaginario di ognuno di noi, l’autunno è da sempre legato al mondo della frutta. Forse perché anche il lavoro nei campi aumenta, dopo la vendemmia, la raccolta delle olive fino alla semina del grano.

Il volumetto è l’ideale proseguio della Botanica de’ fiori dedicata al Bel Sesso, ed è stato pubblicato da Bardi, una casa editrice legata all’Accademia dei Lincei, in una edizione graziosa e molto curata, con carta avoriata e un’illustrazione di copertina delicatamente acquerellata: una cromolitografia colorata a mano. Nell’introduzione di Simona Verrazzo e nella nota di Giulia Caneva, vengono spiegate le vicende editoriali del disegno e del libro, una copia del quale è custodita nella collezione di Cornelius J. Hauck, nell’Ohio.

Il libro è stato scritto nel 1830 dal poligrafo Giuseppe Compagnoni. La ristampa di opere antiche è un fenomeno editoriale raro in Italia, perciò non si può mai lodare a sufficienza editori e curatorƏ di questo tipo di interesse che può essere visto come marginale o poco attrattivo per un pubblico vasto e a volte distratto.

In realtà mi sorprendo del fatto che anche chi non ha interessi prettamente bibliofili o collezionistici non acquisti più spesso opere come questa, che sono in genere destinate aƏ conoscitorƏ.

La verità è che le ristampe sono “come una scatola di cioccolatini: non puoi mai sapere quello che ti capita”, o meglio, quello che c’è dentro, il ripieno, il gusto, e cosa ti diranno che non ti aspetti. Già, perché chi compra questo libro, non lo fa certo perché abbia bisogno di un trattato di frutticoltura, ma per diversissime ragioni. Scoprire quali erano, in determinate zone d’Italia, in un determinato periodo, le colture da frutta commerciale più diffuse, quali erano considerate le più pregiate, quali e quante varietà erano disponibili e che usi se ne facevano, anche non alimentari. Credenze, aneddoti, richiami storici, ma anche parole, suoni, fonemi, lettere come la “j” che rivelano un certo vezzo francese. Non da poco lo studio sullo stile: che parole, che termini, erano allora considerati all’epoca adatti alle donne, e qual era il modo migliore di porgere a un pubblico curioso ma inesperto un argomento scientifico fino ad allora precluso?

Tutto questo è di grande interesse e non posso non dire che personalmente ritengo moltissimi piccoli libri una sorta di TARDIS: dentro sono più grandi!

Un volume diretto esclusivamente al pubblico femminile, tanto da avere questo richiamo nel titolo, fa luce su elementi sociali e culturali dell’epoca, sulla posizione delle donne nella società, sul livello di istruzione della classe agiata, che poteva permettersi l’acquisto di piccola strumentazione scientifica. In particolare la scelta dello stile e delle parole è di grande interesse. Nel precedente volume sulla botanica dei fiori, Compagnoni non usa eufemismi o giri di parole (che sono più frquenti oggi, a dire il vero), né adotta un linguaggio scientifico tout court, essendo il volume divulgativo. Tiene sapientemente un registro a metà tra l’anneddotico e lo scientifico, senza diventare stucchevole o dottrinale.

In questo successivo volume dedicato alla frutta, Compagnoni mantiene lo stesso tipo di registro, ma si avverte una minore scioltezza nel trattare l’argomento, non già dovuta a pruderie o altro (il pubblico di Compagnoni e dell’Editore Sonzogno sembra essere ben delineato come colto e non impressionabile), ma per una visibile limitatezza geografica delle conoscenze orticole.

Il poligrafo milanese si dimostra figlio della sua epoca e del suo luogo, riunendo sotto una generica denominazione alcuni frutti tra di loro diversi soprattutto per uso alimentare, come le ciliegie, le marasche, le visciole, le amarene e i frutti dell’Amelanchier (e forse del Prunus virginiana, non è chiaro). Altre imprecisioni sono diffuse un po’ in tutto il libro, ma senza pregiudicarne la validità. Appaiono invece più interessanti gli inserimenti di aneddoti e vicende, più o meno realistiche, utili a lanciare frecciate politiche. Se il ’48 non era lontano, è anche vero che il Neoclassico aleggiava ancora nelle pagine dell’epoca, e le citazioni del mondo ellenico e latino sono numerosissime.

Si nota anche una certa resistenza a citare il Meridione d’Italia e la sua felicità climatica che gli ha sempre consentito una abbondantissima produzione di frutta. Solo in occasione della trattazione delle arance, peraltro descritte in modo un po’ anonimo, si parla di Calabria e Sicilia, che all’epoca producevano tante arance e agrumi da rendere il Regno delle Due Sicilie uno dei maggiori esportatori d’Europa. Il Regno non viene mai nominato, né la dinastia dei Borbone. Rimangono fuori dalla trattazione mandarini, limoni, il bergamotto. Non vengono citate le produzioni di ciliegie pugliesi, né viene fatta menzione del noto fatto che la maggior parte dei vini del Nord erano prodotti da uve meridionali. Norman Douglas ha lasciato ampia e godibile testimonianza della attività di compravendita dei mercanti milanesi nelle Calabrie.

Mi sembra di poter avanzare l’ipotesi che Compagnoni abbia avuto istruzioni editoriali un po’ prescrittive che probabilmente ne hanno limitato l’esuberanza. In questo senso questo libro è totalmente speculare a quello di Gaetano Zoccali, I giardini del Sole, edito anche questo nel 2021, ma a gennaio.

Et enfin, quante cose in questo piccolo TARDIS dalla forma di libro! Io posso considerare che ci sia in quest’anno di incertezza un interesse per la frutta e per le coltivazioni autogestite, un interesse che non è dettato solo da previdenza, ma da un sincero desiderio di avere un raccolto, di cibo, di idee, un raccolto di proposte volte a un progresso culturale, sociale, umano, verso una elevazione dello spirito.

Natale Torre-I giardini del sole, di Gaetano Zoccali, Officina Naturalis 2021

Ero piccolina quando vidi per la prima volta Anastasia con Ingrid Bergman.

Avrò avuto circa dieci anni: quell’età in cui alcune cose ci sembrano inspiegabili finché non arrivano mamma o papà a dirci perché e percome, e dopo appaiono perfino scontate.

Mi rimase impresso il passaggio in cui Ingrid Bergman raccontava di una giovane suora che al manicomio le portava qualcosa di delizioso da mangiare: “Un’arancia o dell’uva”.

Come poteva un’arancia essere mai un “regalo”, una “delizia”? Un’arancia, nella mia testa di bambina, era un umile frutto che allagava le nostre campagne invernali di color arancione e riempiva gli alberi fino a farli scoppiare.

“Come sarebbe che le portava un’arancia in regalo, papà?”.

Devo dire che mio padre, forse preso dal film, forse dal viso dolce e severo di Ingrid Bergman, non iniziò una delle sue solite tiritere che partivano dalla caduta dell’Impero Romano d’Oriente e finivano a Emilio Sereni e al capitalismo marxista. Mi disse semplicemente: “Loro non le hanno, l’albero di arance non cresce al freddo. Un’arancia era considerata un dono prezioso. Non ne parliamo un limone, sarebbe stato un regalo da regina!”.

Fu forse la prima nozione di climatologia della mia vita.

Ritrovai, dopo decenni, la descrizione della preziosità degli agrumi nel libro di Kazimiera Alberti L’anima della Calabria, nel quale i limoni diventano quasi frutto magico: il limone che curava tutti i malanni, che disifettava, che proteggeva case e bambini, che si trasformava in essenza divina, in stille benedette dagli dei.

La stessa atmosfera di meraviglia e di infantile stupore si respira nel libro di Gaetano Zoccali (presentazioni non necessarie) I giardini del Sole, recentemente edito da Officina Naturalis. Un libro che nasce da una conversazione con Natale Torre sui frutti esotici acclimatabili in Italia. Non parliamo di agrumi, quindi, di limoni o mandarini particolari, se non occasionalmente, ma di quella che abbiamo sempre chiamato “frutta esotica”, con un termine che includeva e impastava tutto in modo improprio, come il packaging di un brick di bevande con noci di cocco, ananas, soia e carote.

Oltre a fiori e piante ornamentali da clima caldo, il discorso con Torre si sposta velocemente sulla frutta: guava, pomo dei caffri, lichi, passiflora, avocado, mango, annona, papaya, banani, carambola, pitaya, macadamia, pecan, white e black sapote, e innumerevoli altri.

Solo a nominarli il cervello inizia a mulinare in divagazioni poetiche e pensieri di mondi esotici in cui cibi deliziosi si spiccano delle fronde degli alberi o addirittura piovono dal cielo. Ad ogni passaggio del libro, si può dire a ogni riga, si rimane sorpresi, affascinati, trascinati, verso un mondo ricco, opulento, carico di profumi e di squisitezze da far concorrenza all’idea di un paradiso in terra, in cui basta allungare la mano e raccogliere un frutto dal sapore delizioso. La mente scivola senza freni in un vortice di pensieri apparentemente incoerenti, sovrappone volti e storie raccontate da romanzi e film, da saggi su grandi navigatori e cacciatori di piante, traccia su planisferi immaginari rotte ideali per congiungere una pianta all’altra, srotola date e rincorre a spron battuto la sequenza dei nomi botanici, che sembrano custodire tutte queste vicende, pur senza narrarle.

Un nome, da solo, può contenere infinite storie.

Il volto del capitano Blight, quello di Mel Gibson, i riccioli bruni di Lord Banks, i suoi soldi, le sue doti amatorie, lo scolo, la febbre gialla, il fiore di protea in copertina sul libro La confraternita dei giardinieri, la guerra dell’oppio, Gian Lupo Osti che si inerpica sulle montagne della Cina, i romanzi di Conrad, Indiana Jones, i miei avocado tanto odiati dai vicini, arrivati qui in Calabria grazie al narcotraffico.

Tutto questo e altro ancora si attorciglia in testa nel passaggio da occhi a cervello, e la lettura diventa trascinante, costellata da personalissimi ricordi. Ogni pagina sarà sorprendente sia per la quantità di informazioni, sia per le implicazioni che queste comportano.

“Un libro difficile” lo descrive Zoccali. Sì, soprattutto per un certo tipo di pubblico, quello poco avvezzo alle piante subtropicali acclimatate. Se nella testa di chi pratica giardinaggio in clima caldo, al Sud, si forma immediatamente una mappa della “posizione” di dove si potrebbe coltivare questo o quello, è esattamente l’opposto per il pubblico standard dei libri di giardinaggio, molto più nordico e milanocentrico.

Senza contare la numerosa fascia media di lettori e lettrici, per la quale la maggior parte di queste piante sono delle perfette sconosciute. Non in molti pensano che ciò che si trova sui banchi dell’ortofrutta al supermarket o nell’INCI dei prodotti cosmetici, si possa coltivare anche nel proprio Paese. Eppure l’esperienza del kiwi qualcosa dovrebbe avercela insegnata, ed è su questo punto che batte Natale Torre: la coltivazione di frutta esotica da reddito in Italia. Più stazioni d’acclimatazione, più a Nord possibile, in modo da saggiare la resistenza delle piante. Frutti che oggi paghiamo a due euro al pezzo potrebbero veder scendere il loro prezzo fino a essere non proprio economici, ma almeno più abbordabili. Questo arricchirebbe non solo le tavole e la cucina, ma soprattutto le tasche di molti piccoli e medi coltivatori, aziende di trasformazione, conservazione, distribuzione e in generale tutto il comparto alimentare-frutticolo, sia fresco che conservato, sia di piccola produzione che di grande distribuzione.

In questo la visione di Natale Torre è molto precisa e poco incline a favoleggiamenti di zecchini d’oro e campi dei miracoli, ed è perfettamente raccolta dalla penna di Zoccali, che lavora di ascia, martello e cesello per far emergere la personalità dinamica di Torre, senza lasciarsi prendere in un tornado cognitivo, lasciando intatto l’enorme patrimonio informativo contenuto nel libro.

Si parte dal vivaio di Torre, ormai gestito dai figli, e dal suo giardino privato, per il quale si prova quella sorta di “invidia rassegnata” di chi può solo godere della descrizione. Il viaggio si conclude all’Orto Botanico di Palermo. Il giardino privato di Torre conta moltissime piante acclimatate, una rotazione di frutta esotica e “tradizionale” tale da consentire raccolti quotidiani: piante da fiore e da frutto di diversi decenni che testimoniano la sua pionieristica capacità di coltivazione ma soprattutto la sua lungimiranza nell’intravedere nella frutticoltura d’acclimatazione una consistente possibilità economica per il Meridione.

Molte di queste piante sono usate non solo a scopo alimentare, ma anche cosmetico, farmacopeico, in profumeria, altre potrebbero esserlo come biomassa combustibile. La ricchezza del mondo delle piante delle zone calde del globo è tanto vasta da lasciare senza fiato.

Tra i molti libri letti sulle qualità delle piante questo mi ha lasciato dei segni profondi, e lo confesso, ora come ora è difficile che un libro di giardini o di piante m’impressioni più di un catalogo BonPrix, perché oggi i libri sul giardino o sulle piante sono non solo insopportabilmente lagnosi, tristemente privi di ironia, ma perché sono ormai divenuti diaristici e banalotti.

Per me, qui l’esperienza di lettura è diventata l’opposto: c’è così tanto in questo pur piccolo libro che si potrebbe discutere del contenuto per mesi, e la lettura di ogni singola pagina ha corrisposto a una serie di coltellate in pancia.

Coltellate in pancia? Perché?

Primo: mai in un libro sulle piante o i giardini ho letto tante volte la parola “Calabria”. Sapete, è un po’ come questa storia dei neri negli Stati Uniti: se parli di me in un film, seppure come “minoranza”, mi identifico nel personaggio tal dei tali, e pagherò l’abbonamento a Disney+ per poter vedere la serie televisiva. Se invece non parli di me, vedrò la serie piratata da torrent oppure non la vedrò affatto.

La Calabria non compare quasi mai nei libri di giardinaggio italiano, e di certo con colpa, se non con dolo.

Due: perché questo libro non parla solo di piante, di come si coltivano e di quanto sono belle e ammalianti. Né parla delle vecchie storie sulle piante, di anneddotica o di come furono scoperte e messe in coltivazione.

Questo libro parla del FUTURO delle piante, o almeno di uno dei futuri possibili. E assieme a questo, anche di uno dei possibili futuri della Calabria.

Sì, Natale Torre ha un vivaio in Sicilia, non in Calabria. A Messina. Messina-Reggio è quasi una conurbazione geografica, sebbene ci siano sempre state rivalità tra le due città. Moltissime zone della Sicilia sono climaticamente apparentabili e vicine ad alcune della Calabria, specie a quella dove vivo io, tra Riace e Melito, dove le Plumeria hanno forma arborea e la Pachira aquatica vive bene anche nella sala d’attesa del mio veterinario, senza un filo di riscaldamento neanche nelle notti invernali.

Per chi ha una naturale familiarità con le piante citate nel libro (anche solo per il fatto di ipotizzarne l’acquisto o di essersi informati tramite amici che vivono in climi analoghi, su resistenza e necessità idrica), non è quindi affatto difficile, anzi, persino implicito, immaginare a occhi aperti le piante descritte, collocate con una certa precisione geografica, magari in sostituzione di colture abbondanti come gli agrumi, ma non più redditizie.

Un “possibile futuro orticolo” per la Calabria che significherebbe se non la fine dell’immiserimento verso il quale viaggia la mia regione, almeno una barriera d’argine piuttosto alta. Ne verrebbe fuori un romanzo di fanta-orticoltura. Eh sì, perché la verità che in pochi ammettono, pur conoscendola benissimo, è che alla Calabria non verrebbe mai consentito di crearsi una minima stabilità economica. Nulla verrebbe e verrà mai concesso alla Calabria, nulla che non sia all’interno di una pianificazione molto precisa sulla finanza nazionale.

La nostra terra ha uno scopo: essere povera per consentire ad altre regioni di essere ricche, e questa povertà forzosa ci viene imposta con uno degli strumenti sociali e finanziari più potenti che lo Stato Italiano utilizza e manovra: la mafia.

A noi la povertà, a noi la sorte di essere nati in catene, a noi il marchio, a noi l’onta. E di più: a noi rimane l’impossibilità di una vita dignitosa nella nostra stessa terra. Dilaniata, fatta a pezzi, sbranata dalla nazione da cui è posseduta per tributare forza-lavoro, criptosalariato, bacino di acquisto e offrire dimora mediatica alla mano che è strumento di tutto ciò, a esclusivo beneficio delle regioni dominanti, che godono della loro ricchezza come se realmente fosse meritata e non semplice risultato algebrico di sottrazione.

Ed è più che ovvio che ogni calabrese raziocinante si senta coltellate in pancia leggendo questo libro.

Gli altri sogneranno invece il paradiso in terra.

Per favore, siatene grati.