Tag: giornalismo

Per il direttore della Gazzetta di Massa e Carrara esiste la parità di genere: che vada a fare una gita dentro i centri anti-violenza così si accorge della differenza….

Per il direttore della Gazzetta di Massa e Carrara esiste la parità di genere: che vada a fare una gita dentro i centri anti-violenza così si accorge della differenza…..

La norma sulla rettifica ancora in piedi

Leggo sulla rete e cito da Byoblu:
http://www.byoblu.com/post/2012/10/25/ABBIAMO-MENO-DI-24-ORE.aspx

«Tutte le “testate giornalistiche diffuse per via telematica” – definizione tanto ambigua da abbracciare l’intero universo dell’informazione online o nessuno dei prodotti editoriali telematici – saranno obbligate a procedere alla pubblicazione delle rettifiche ricevute da chi assuma di essere stato ingiustamente offeso o che i fatti narrati sul suo conto non siano veritieri.

In caso di mancata pubblicazione della rettifica entro quarantotto ore, si incapperà in una sanzione pecuniaria elevata fino a 25 mila euro ma, prima di allora, si correrà il rischio di essere ripetutamente trascinati in Tribunale ingolfando la giustizia e facendo lievitare i costi per difendere il proprio diritto a fare libera informazione.

Proprio mentre la Cassazione prova a mettere un punto all’annosa questione dell’applicabilità della vecchia legge sulla stampa all’informazione online, escludendola, il Senato, la riapre stabilendo esattamente il contrario: la legge scritta per stampati e manifesti murari si applica anche ad Internet.

Ce ne sarebbe abbastanza per definire anacronistica e liberticida la disposizione appena approvata dalla Commissione Giustizia del Senato ma non basta.

La portata censorea di questa norma è nulla rispetto a quella di un’altra disposizione contenuta nello stesso provvedimento appena licenziato dal Senato: l’art. 3, infatti, stabilisce che “fermo restando il diritto di ottenere la rettifica o l’aggiornamento delle informazioni contenute nell’articolo ritenuto lesivo dei propri diritti, l’interessato può chiedere ai siti internet e ai motori di ricerca l’eliminazione dei contenuti diffamatori o dei dati personali trattati in violazione della presente legge”.

E’ una delle disposizioni di legge più ambigue ed insidiose contro la Rete che abbia sin qui visto la luce perché è scritta male e può significare tutto o niente.

Una previsione inutile se la si leggesse nel senso che chiunque può chiedere ciò che vuole a chi vuole, senza, tuttavia, che il destinatario della richiesta sia tenuto ad accoglierla.

Una previsione liberticida se, invece – come appare verosimile – finirà con l’essere interpretata, specie da blogger e non addetti alle cose del diritto, nel senso che, a fronte della richiesta, sussiste un obbligo di rimozione.

In questo caso, infatti, assisteremo ad una progressiva cancellazione dell’informazione libera e scomoda online, giacché, pur di sottrarsi alle conseguenze della violazione della norma o, almeno, non trovarsi trascinati in tribunale, blogger, gestori di forum di discussione, piccoli editori e motori di ricerca, finiranno con l’assecondare ogni richiesta di rimozione.

Sarebbe la fine della Rete che conosciamo e la definitiva prevaricazione della voce del più forte sul più debole.
Esattamente il contrario di ciò di cui avremmo un disperato bisogno in un Paese come il nostro che vive, da anni, il problema della mancanza di informazione libera: una norma che punisca chiunque provi a censurare, imbavagliare o mettere a tacere un blogger o chiunque faccia informazione.

Domani il testo approda all’assemblea di Palazzo Madama per la discussione ed il voto definitivo: ci sono meno di 24 ore per salvare quell’informazione online che, ovunque nel mondo, sta dando prova di rappresentare la più efficace alleata di ogni società democratica contro i soprusi e le angherie di ogni regime palese od occulto».

Ringraziamo quindi tutta la Commissione, in particolare il senatore Filippo Berselli (PdL: berselli_f – chiocciola – posta.senato.it oppure on.filippo.berselli – chiocciola – studioberselli.com) e la senatrice Silvia Della Monica (Pd: dellamonica_s – chiocciola – posta.senato.it).

Sono ovviamente indirizzi mail pubblici, presenti nelle pagine ufficiali sul sito del Senato.

Per leggere ancora:
http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/10/24/senato-vuole-chiudere-internet/391519/
http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/2012/10/24/la-vendetta-della-politica-sulla-rete/

Le parole che abolirei

Negli ultimi mesi ho maturato un’avversione verso alcune parole, frasi, espressioni o modi di dire che ritrovo periodicamente negli articoli di giornale, soprattutto in quelli che riguardano moda, arredamento, design e quindi anche giardini.
Non che non abbia mai nutrito una sorta di insana passione per la purezza linguistica, e anche se non ho le competenze necessarie per essere una feticista della parola, diciamo che lo sono in maniera intuitiva ( anche se l’intuito in queste cose non è sufficiente).

Oltre a non piacermi i titoletti coi giochini di parole (tipo “rotta di collusione”, “Milano conciata per le feste”, “orto? col cavolo!”) che ormai hanno veramente stancato e hanno l’originalità dei messaggini standard dei gestori telefonici, ci sono alcune parole inflazionatissime (anche “inflazionato” è un termine inflazionato, ma meno di prima: il nostro Silvio ha per fortuna cancellato l’inflazione facendo un paio di giochetti con l’aritmetica) e alcuni modi di dire che ormai non si possono più sentire.

Usatissimi dai giornalisti di media qualità (qualche volta li ho dovuti usare anche io, perchè peggio dei giornalisti ci sono solo gli avvocati dei mafiosi), sono non meno spesso usati anche dagli accademici, che forse li hanno acquisiti dai produttori delle nuove parole (i giornalisti, appunto) e si sono infiltrati ovunque ci sia un livello medio di scrittura, il che comprende la stragrande maggioranza della produzione culturale contemporanea, cartacea o virtuale.

Il primo modo di dire che mi fa venire il raccapriccio, e che gli architetti usano come una pioggia continua è: dialogano. Le colline e la sobria architettura dell’edificio dialogano in un paesaggio che sembra scolpito nella Natura. Tanto per dire. Oppure sembrano dialogare. La sobria architettura e lo scultoreo paesaggio collinare sembrano dialogare in una dialettica armoniosa.
Ma che te devi da dialoga’?

Secondi, a pari merito: sfondo, fondale, teatro, cornice, spazio scenico.
Queste sono delle vere bestie assassine. Ammazzano qualsiasi descrizione, ma delle volte se ne deve fare ricorso perchè non c’è alternativa. Cornice, in particolare, è ormai evitata come la peste, è un termine che usano solo quelli che non leggono articoli. Nella splendida cornice è poi il trionfo del Kitsch linguistico e ormai si trova solo in qualche comunicato stampa redatto da commercialisti che fanno un secondo lavoro per arrotondare.
Il suggestivo scenario è un po’ meno da torcibudella, ma certo che è pesante. Questo purtroppo credo di averlo usato anche io.
Come alternative hai poco, ambientazione (una parola lunga, pesante, che suona male), spazio (generico, fastidioso) e i famigerati spazio scenico, teatro vegetale e altre amenità a buon mercato.

Terzo: delizioso. Delizioso è diventato un aggettivo troppo usato, mette in ghingheri l’articolo, lo fa sembrare un cicisbeo puzzolente di orina e profumo da donna. E sì che Voltaire ne diede, nell’Enciclopedia, una descrizione appropriatissima.
Delizioso scenario diventa poi una canzonetta alla Arbore, una presa in giro, una “ma ce sei o ce fai?”

Quarto: protagonista. Questo è un aggettivo che io ho usato un paio di volte nel mio libro quando però ancora non era così diffuso. Quando ricapito su quelle frasi vorrei accartocciare la pagina. Se mi faranno la seconda ristampa chiederò un emendamento al protagonismo delle piante. Protagonista mi infastidisce anche perchè è sintomatico di questa società che mette l’individualismo cieco al di sopra di ogni solidarietà umana, che ci vuole tutti belli e palestrati, grandifratellizzati, griffati, capaci di tenere gli altri “al loro posto”, prima con rossetto e minigonne, poi strepiti, urla e schiaffi in tv, poi coltellate e menzogne in tribunale.

Quinto: texture. Non dovrei avere in antipatia questo termine che è caro a tanta parte del design industriale italiano degli anni migliori. Eppure mi dà fastidio. Meglio tessitura, trama, portamento, aspetto del fogliame. E’ un termine che però i giornali di moda tendono a utilizzare in maniera insopportabilmente abbondante e a volte impropriamente. Non è da abolire ma da rivederne l’uso.

Sesto: sinfonia. Anche questo l’ho usato ed è un termine praticamente insostituibile. Però sta diventando troppo diffuso. Il cielo era una sinfonia di azzurri che dialogavano col suggestivo scenario della splendida cornice del teatro naturale del delizioso paesaggio.

E buonanotte popolo.