Le parole che abolirei

Negli ultimi mesi ho maturato un’avversione verso alcune parole, frasi, espressioni o modi di dire che ritrovo periodicamente negli articoli di giornale, soprattutto in quelli che riguardano moda, arredamento, design e quindi anche giardini.
Non che non abbia mai nutrito una sorta di insana passione per la purezza linguistica, e anche se non ho le competenze necessarie per essere una feticista della parola, diciamo che lo sono in maniera intuitiva ( anche se l’intuito in queste cose non è sufficiente).

Oltre a non piacermi i titoletti coi giochini di parole (tipo “rotta di collusione”, “Milano conciata per le feste”, “orto? col cavolo!”) che ormai hanno veramente stancato e hanno l’originalità dei messaggini standard dei gestori telefonici, ci sono alcune parole inflazionatissime (anche “inflazionato” è un termine inflazionato, ma meno di prima: il nostro Silvio ha per fortuna cancellato l’inflazione facendo un paio di giochetti con l’aritmetica) e alcuni modi di dire che ormai non si possono più sentire.

Usatissimi dai giornalisti di media qualità (qualche volta li ho dovuti usare anche io, perchè peggio dei giornalisti ci sono solo gli avvocati dei mafiosi), sono non meno spesso usati anche dagli accademici, che forse li hanno acquisiti dai produttori delle nuove parole (i giornalisti, appunto) e si sono infiltrati ovunque ci sia un livello medio di scrittura, il che comprende la stragrande maggioranza della produzione culturale contemporanea, cartacea o virtuale.

Il primo modo di dire che mi fa venire il raccapriccio, e che gli architetti usano come una pioggia continua è: dialogano. Le colline e la sobria architettura dell’edificio dialogano in un paesaggio che sembra scolpito nella Natura. Tanto per dire. Oppure sembrano dialogare. La sobria architettura e lo scultoreo paesaggio collinare sembrano dialogare in una dialettica armoniosa.
Ma che te devi da dialoga’?

Secondi, a pari merito: sfondo, fondale, teatro, cornice, spazio scenico.
Queste sono delle vere bestie assassine. Ammazzano qualsiasi descrizione, ma delle volte se ne deve fare ricorso perchè non c’è alternativa. Cornice, in particolare, è ormai evitata come la peste, è un termine che usano solo quelli che non leggono articoli. Nella splendida cornice è poi il trionfo del Kitsch linguistico e ormai si trova solo in qualche comunicato stampa redatto da commercialisti che fanno un secondo lavoro per arrotondare.
Il suggestivo scenario è un po’ meno da torcibudella, ma certo che è pesante. Questo purtroppo credo di averlo usato anche io.
Come alternative hai poco, ambientazione (una parola lunga, pesante, che suona male), spazio (generico, fastidioso) e i famigerati spazio scenico, teatro vegetale e altre amenità a buon mercato.

Terzo: delizioso. Delizioso è diventato un aggettivo troppo usato, mette in ghingheri l’articolo, lo fa sembrare un cicisbeo puzzolente di orina e profumo da donna. E sì che Voltaire ne diede, nell’Enciclopedia, una descrizione appropriatissima.
Delizioso scenario diventa poi una canzonetta alla Arbore, una presa in giro, una “ma ce sei o ce fai?”

Quarto: protagonista. Questo è un aggettivo che io ho usato un paio di volte nel mio libro quando però ancora non era così diffuso. Quando ricapito su quelle frasi vorrei accartocciare la pagina. Se mi faranno la seconda ristampa chiederò un emendamento al protagonismo delle piante. Protagonista mi infastidisce anche perchè è sintomatico di questa società che mette l’individualismo cieco al di sopra di ogni solidarietà umana, che ci vuole tutti belli e palestrati, grandifratellizzati, griffati, capaci di tenere gli altri “al loro posto”, prima con rossetto e minigonne, poi strepiti, urla e schiaffi in tv, poi coltellate e menzogne in tribunale.

Quinto: texture. Non dovrei avere in antipatia questo termine che è caro a tanta parte del design industriale italiano degli anni migliori. Eppure mi dà fastidio. Meglio tessitura, trama, portamento, aspetto del fogliame. E’ un termine che però i giornali di moda tendono a utilizzare in maniera insopportabilmente abbondante e a volte impropriamente. Non è da abolire ma da rivederne l’uso.

Sesto: sinfonia. Anche questo l’ho usato ed è un termine praticamente insostituibile. Però sta diventando troppo diffuso. Il cielo era una sinfonia di azzurri che dialogavano col suggestivo scenario della splendida cornice del teatro naturale del delizioso paesaggio.

E buonanotte popolo.

56 pensieri su “Le parole che abolirei

    • Cioè secondo te sono stata troppo “buona”? O sono stata buonista? In questo caso perchè? Sinceramente non mi capita tutti i giorni che mi si dica e ne sono sorpresa…

      • noooooo, scusami, non mi sono spiegata. Volevo dire che “buonismo” e` una di quelle parole che mi irritano un po`.
        Sono tornata a vivere in Italia da poco, dopo lunghissima assenza, e ho notato questa “nuova” parola, mai sentita prima, che improvvisamente sento molto spesso. 🙂

    • maddai, “l’orto col cavolo” ormai è un classico! Non è un caso che Fiori&Foglie sia il blog del TgCom, perchè è proprio tipico di quel tipo di mentalità redazionale fare questi giochetti, come anche del Venerdì, dell’Espresso, e un sacco di altre testate, compreso il settimanale locale la Riviera per il quale ho dovuto lavorare per anni e per il quale di questi titolini ne ho dovuti inventare un bel po’.
      Mo’ non pensare che ogni cosa è ritagliata su di te. E comunque il lavoro è lavoro. Ti pare che a me mi pagano per quel che scrivo? Se mi esce un libro gratis ogni morte di papa da un editore che lo vuole recensito è anche troppo.
      Insomma, tu fai il tuo lavoro e lo fai anche bene, per carità. Non è il genere di giornalismo che apprezzo, ma in tempi di parva pecunia come questi non si guarda in faccia a nessuno.

      • Non è solo questo, però. Da quello che scrivi si evince che si usano questi titoli sui media per qualche strano motivo. Invece la cosa è estremamente facile da capire: si usano questi titoli e queste espressioni perché, che ti piaccia oppure no, sono quelli che attirano l’attenzione della maggior parte delle persone. Forse non la tua, ma quella di molti molti molti altri sì. E visto che chi scrive sui media, scrive per questi molti, allora si usano le espressioni che si adattano alla maggioranza del pubblico. E non trattandosi di pubblico inglese (quindi già predisposto alla curiosità verde) devono essere titoli che giocano, che divertono, che si prestano ad una lettura di svago, non a quella di uno “specialista”. Ti assicuro, non è per niente facile fare titoli così, comprimendo in poche battute abbastanza per divertire, per intrigare, per stuzzicare ma anche per spiegare ciò di cui parli nel pezzo, considerata poi la “volatilità” del lettore web. Non sempre vengono perfetti e ci vuole parecchio tempo per imparare, ma svolgono funzione per cui sono nati, per il contesto a cui appartengono. Non per altri contesti e non per un altro pubblico.

        • No, Daniela, non è così , ma tutto in un altro modo. Sarebbe molto meno “brutto” e soprattutto meno pericoloso se le cose stessero come spieghi.

          Rimanendo un momento nell’ambito giornalistico stricto sensu la verità (già peraltro ben studiata, conosciuta ed articolata da importante e vasta letteratura scientifica) è che certe espressioni, concetti, usi verbali, modi di dire, contrazioni, uso delle sigle, parafrasi, giochi linguistici ecc, siano uno dei moltissimi mezzi DA SEMPRE usati dalle forme di potere organizzate per propagandare un’idea, in genere un ideologismo politico e sociale.
          A noi sembra che le cose vadano così solo nella nostra epoca, ma in realtà questo sistema si ripete sempre, solo che oggi è mooolto più veloce per via della rapidità con cui possiamo comunicare e per via dell’alto grado di alfabetizzazione.
          Ovviamente ogni epoca ha le sue varianti e i suoi aspetti peculiari.

          Vividi exloit seguiti da immediata obsolescenza. E’ ciò che il sistema comanda oggi.

          Quindi tutti i produttori di modi di comunicare sono alla ricerca di nuove parole, nuovi input da fornire alla “gente”. Da qui nascono (anche) i titolini parafrasanti. Oggi ne ho sentito uno davvero spassoso: “Milano mette in moto la Befana”, perchè c’è stata una sfilata di motoamatori a scopo di beneficenza. Ma ce ne sono altri, davvero entusiasmanti, come “Mezzogiorno di cuoco”, che vide la luce in occasione delle prime sfide tra cuochi condotte da Antonella Clerici all’ora di mezzogiorno.

          Lo so che sono difficili da inventare, ho lavorato dieci anni in una redazione di giornale, so cosa si significa doversi sdilinquire il cervello su una sciocchezza.
          Te ne fornisco uno mio “Mostra Resti di luce lampi di genio” per una mostra di lampade ottenute con materiali riciclati.

          Tuttavia sarebbe miope da parte di chi lavora in questo settore dichiarare che “questo è quello che piace”.
          Non è quello che piace, ma ciò che è stato costruito perchè piaccia.
          Chi ci lavora lo sa, o perlomeno dovrebbe saperlo. Perciò dissi che peggio dei giornalisti ci sono (forse) gli avvocati dei mafiosi.

          In poche parole qual è l’agognato risultato di tutte queste strategie (che ormai non sono più neanche occulte, occultate o occultabili)? Ottenere una forma minima di autonomia di pensiero, di identità, di originalità. L’appiattimento totale della cultura verso una sola forma di pensiero (che recentemente è stata ribattezzata “pensiero unico”). La creazione non di pensatori, ma di esecutori.

          Per chi lavora stipendiatamente nel settore delle comunicazioni alcune modalità di veicolare l’informazione sono ormai un obbligo, tacito o esplicito. Lo so per diretta esperienza. Diventa difficile lavorare se non si vuole fare parte del ciclo di produzione del pensiero unico, ma se ne pagano le conseguenze. Anche questo so per esperienza diretta. A volte sono conseguenze leggere (il taglio di una frase, il rimaneggiamento del pezzo, la cancellazione di brani interi), a volte sono più pesanti.

          In effetti non avere un padrone ha i suoi pregi, anche se significa non avere stipendio. Ma mi rendo conto che anche il versus della medaglia, il convincersi o lasciarsi convincere che ciò che si fa lo si fa per altri scopi che non quelli reali, è un modo di vivere confortevole.

      • Lidia, in parte è anche vero quello che dici, ma alla fine della filiera il meccanismo è più semplice e brutale, assai meno dominato da una strategia occulta -che inevce c’è nella filosofia generale di un media. Ma c’è anche il fatto, per esempio, che la carta stampata, che secondo me certi versi resta secondo me un modello dominante rispetto agli usi linguistici, ha fatto una certa fatica ad adeguarsi a una cultura dell’informazione in cui l’immagine ha un grande potere. Per farti un esempio: più di vent’anni fa -un’ernormità di tempo- ho lavorato nella redazione di moda di uns ettinale di grande tiratura. Le didascalie dei servizi di moda venivano decise dai grafici secondo un modello a distico -in cui il numero di battute variava di volta in volta: sicché ogni dida era composta, poniamo, da sette righe alternate da 12 e nove ebattute (spazi compresi). La regola era che nella didascalia dovevano essere dette cose che none rano evidenti nella foto, crediti inclusi. Un incubo o un’arte? Macché. Questione d’orecchio. Dopo un po’ si faceva senza contare, senza guardare, come a comporre filastrocche. Oggi molti quotidiani, per esempio Repubblica, usano titoli grafici: cioè pochissime battute in cui la parte più evidente è composta da due-tre parole, una manciata di battute. Dar senso a questo cercando di non tradire il testo si traduce abbastanza forzatamente in giochi di parole, quelli che grazie a meccanismi retorici, metafore, metonimie, allitterazioni, sono capaci di produrre nel lettore un’interpretazione più articolata senza tanti stimoli.
        Il meccanismo è molto sofisticato, il risultato letterario spesso più misero… ma anche più semplice di quanto non presupponga la tua teroai del complotto.

        • Sì, grazie delle delucidazioni.
          Chiunque abbia lavorato in un giornale e toccato Quark-X-Press anche per un paio di giorni conosce questi meccanismi, di cui almeno tu sei perfettamente autocosciente. La tua spiegazione del lavoro del giornalista è un motivo in più per non lasciarsi convincere che certe strutturazioni linguistiche siano “ciò che alla gente piace” .

          “la teoria del complotto” è solo una bella illusione per amanti di sceneggiature di film d’azione. Qui parliamo di miseria reale.

        • riguardo ai settimanali, la cosa che mi irrita di più è vedere che quelli rivolti a una classe culturalmente più bassa , non faccio nomi ma ci arrivate lo stesso, in prima pagina hanno titoli enormi e grandi foto mentre quelli più intellettuali e chic, hanno titoli piccoli, a volte quasi inesistenti.
          Evidentemente i primi pensano che i loro lettori siano orbi ….se fossi operaia mi arrabbierei.

  1. Aaaaaah, ecco, Anna Maria….mi ero preoccupata!
    buonismo ormai è entrata di peso nel nostro linguaggio comune, ci si è fatta l’abitudine. E’ stata coniata, pensa, quando Prodi era presidente del consiglio, non so se hai seguito le alterne vicende italiane di quel periodo (a proposito, ma dove sei stata, e soprattutto perchè sei ritornata? io non so se sarei ritornata in Italia se fossi stata all’estero molto a lungo). Prodi era chiamato anche “il Mortadella” per la sua ciocciottosa “bontà”.
    “Buonismo” come parola non mi irrita più di tanto, quello che mi irrita è il buonismo esso stesso, come d’altra parte anche l’esasperato cinismo.
    Però non è una parola che entra di peso negli articoli di moda, design, giardini. Comunque è vero, è una parola pesante. Anche sdoganamento mi dà il nistagmo.

  2. Lidia ma non sono le parole a darti i nervi, è che sono usate fuori contesto e questo non ti piace ( nemmeno a me ) Palcoscenico, scenario, sono termini teatrali, metterli in altro ambito non funzionano, non sono adatti.
    Stasera sono stanca,stanca di seguire scie di morte,delle parole male usate non mi importa granchè.
    Quella che detesto visceralmente è performance attaccata a donne che si tingono i capelli. .Attimino è in pole position da anni,buonismo è un neologismo cazzutissimo, sdoganamento no, esiste dai tempi delle dogane appunto,vuol dire far passare no?
    L’orto del cavolo è orribile,veramente brutta questa combinata di due innocenti parolette, orto e cavolo…da smadonnarci per ore, vero?

  3. E che ne dici di un “simpatico” attrezzo? Carinissimo, invece, è così disgustoso, che lo uso addirittura assolutizzato…carinissimissimo. Stupendo, vero?
    Bello l’articolo su giardino antico e buone anche le foto.

  4. solo ora vedo che qualcosa è cambiato in questo tuo blog; c’è un giallino uovino nei commenti, e un verdino asilo anni ’60 come sfondo.Per quel che vale la mia opinione,posso per piacere chiederti di rivedere queste scelte?
    buona notte, e se non mi cazzii ti dico tvb.
    @ lucilla, il “simpatico attrezzo”lo metterei in un posto carinissimo ai più ma non posso dirlo senza rischiare e ho già dato..

  5. Comunque le parole “sinestetiche” cioè mutuate da una disciplina all’altra, sono dei veri classici del pensiero scritto. Non mi arrabbio quando qualcuno usa dei termini presi da altri contesti, in più c’è una forte somiglianza tra il teatro e il giardino (vedi la mia vecchia discussione su “tutti i giardini sono Disneyland?”. E’ l’uso che si fa di questi termini, molto artificioso,proprio da rivista mensile, che mi disturba.
    Evitarli è difficilissimo, credetemi, ma bisogna pur provarci.

    e poi sì, attimino è tragico. Dall’attimino si è arrivati anche al secondino.
    Conversazione realmente accaduta:
    Aspetti che controllo, mi dia un secondino
    Ah, guardi, le do anche un terzino

        • Sinceramente non me ne preoccupo. Se mi pare che la tal parola ci stia, bene, se può dare l’ulcera di rimbalzo per non voluto riferimento, pazienza.
          E’ come se mi privassi di una certa pianta per non incorrere nel “pericolo” di sembrare questo o quello. Storia vecchia, adessome ne frego, e pace all’anima di chi legge.

    • Io l’ho scritto quando mi hanno chiesto i famosi comunicati stampa e non sapevo che cavolo metterci, ma ogni volta che mi torna sotto gli occhi sento un lieve fastidio alla bocca dello stomaco.

    • Io invece trovo l’uso di certe associazioni di parole estremamente indicativo, e ci faccio sempre caso. E’ il mio lavoro, dopotutto. Inoltre mi dà molto fastidio l’imitazione che a volte si configura come plagio di giovani scrittori (o scrittori inesperti). Non so se sia stato gaetano Zoccali ad inventarsi questo “dialogo” tra questo e quello, ma è certo che ormai lo usano un po’ tutti. Una parola logora o abusata può rovinare un articolo, se è possibile meglio non farne uso. E questo non per paura del “pericolo” di sembrare questo o quello se si usa questa o quella parola, ma perchè certe parole, abusate, strinate, rendono realmente brutto un articolo.
      Non si tratta di ulcera di ritorno, ma di responsabilità professionale, pensiero attivo, crescita delle proprie capacità sia logiche che espressive.

  6. cosa si adagia sulle dolci colline? A me viene in mente solo Gulliver ( non il supermercato,che quello al massimo è spalmato in periferia ).
    Lidia sono andata a vedere “fiori e foglie”stavo cercando come comportarmi con 3 piantini di schumbergera che han finito la fioritura e che mi sembrano soffrire per il caldo che ho in cucina; non sono brava con le piante in vaso,e conosco pochissimo le succulente,insomma che faccio le bagno? nebulizzo? Vado a vedere , c’è giusto un post sull’argomento lo leggo e ne so quanto prima anzi meno: non amano l’acqua, sono piante tropicali.Bene e allora?bagno o nebulizzo? Da” cliente volatile del web”davanti a cose così mi trasformo immediatamente in” cliente volatile veloce” Le confezioni accattivanti e furbe che avvolgono il vuoto servono solo a far perdere tempo.
    Jude leggere una rivista di moda è differente,le dida delle foto le leggi in automatico,ma la pagina più consultata ( e più rubata dalle signore che aspettano il medico o il parrucchiere ) è quella degli indirizzi dei negozi dove comperare le cose che son piaciute,cioè quello che realmente serve,l’informazione nuda e cruda.
    Lidia ” resti di luce ,lampi di genio” lo trovo bello,attinente , molto elegante e onesto.
    Non rileggo,scusate errori assortiti, di battitura grammaticali lessicali…
    ciao

    • IL GIARDINO !!! Spalmato sulle dolci colline… (decisamente più bello), incorniciato da boschi incontaminati…

  7. Un’altra parola che eliminerei è “piantumare”. Sapevo anche l’origine dello sgorbio, ma adesso non me la ricordo.

    • ‘piantumare’ è un termine considerato proibito da chi si occupa di verde (altra parola di cui si abusa) in campo professionale, il termine corretto è ‘mettere a dimora’; altra bestialità è la parola ‘essenza’ laddove si dovrebbe usare ‘specie’.
      Queste due parole, tra molte altre, sono considerate una sorta di discriminante tra gli addetti ai lavori, e, in questo caso, non importa se il destinatario della comunicazione sia un pubblico di appassionati, professionisti oppure la massa in genere; la terminologia deve essere corretta sempre, lo stile linguistico, invece, per quanto possibile, secondo il mio punto di vista, si deve modellare sul destinatario: se la comunicazione non raggiunge il suo scopo è inutile, non trovate?

      • Oh, ma l’uso di “essenza” mi piace assai… è una perfetta discriminante per individuare senza ombra di dubbio chi si picca si conoscere e sapere e invece….

  8. urca, Elisabetta, e io che l’ho usato varie volte il ‘piantumare’, perchè ‘mettere a dimora’ è un po’ troppo perfettino e poco pratico.
    E ‘omaggino’ ? ormai non lo si sente più per fortuna, ma era davvero inascoltabile.
    Anni fa un uomo mi fece un regalo, un ‘omaggino’ appunto; da quel preciso istante l’ho trovato molto meno attraente

  9. Il giardino spalmato su dolci colline mi ricorda tanto un giardino-nutella!
    Sono contenta che anche voi detestiate la parola essenza usato per le specie ….

  10. E certi titoli di libri?
    le mie orchidee
    Il mini-libro dei fiori recisi
    Il grande libro del terrazzo</B
    Fiori tutto l’anno
    I bonsai per negati
    e altre amenità

    Per non parlare dei Cube Books

  11. Il termine “essenza” è un termine merceologico e indica un albero o un arbusto coltivato. Per questo mi sono un pò meravigliata quando Maurizio dice che è un termine discriminatorio. Io l’ho sentito usare da persone la cui cultura botanica non è da mettere in discussione, ma in un particolare contesto, tipo “le essenze di un vivaio”.

    • Sì, be’, c’è il noto “Le essenze di Lea”. Tuttavia credo che almeno per qualche anno eviterò questa associazione di parole che a me, indipendentemente dalla sua validità scientifica, non è mai piaciuta e a cui ricorro solo quando sono alla disperazione più nera.

    • “essenza” è un termine che non esiste né nella cultura giardinistica, né in quella vivaistica. Si parla di “essenze” in riferimento a un legname derivante da una tale specie arborea.
      O si parla di essenze, come ovvio plurale di essenza —> composto odoroso estratto da questo o quello, e via su questa scia (odorosa).

      In questo senso, quando un sedicente paesaggista -esempio- dice di aver usato “questa o quella essenza” in un tal progetto, non fa altro che evidenziare la sua presunzione di conoscenza, per la sola volontà di usare un termine che vuole alludere ad una precisione di nomenclatura (e quindi al “possesso” della relativa materia) e invece dichiara solo il pressapochismo di chi la usa a sproposito.

    • A me fanno venire in mente gli olii essenziali. Che bello, un giardino di boccettine profumatissime!
      A parte gli scherzi, usare la parola essenza mi sembra scorretto. E’ vero che si usa in senso filosofico, però mi sembra un atteggiamento di chi se la vuole un po’ tirare.

  12. A me dà molto fastidio il fine anno, il fine mese, il fine pasto
    Sembra che un’espressione odiata dagli italiani sia e quant’altro

      • Oddio, che pensieri! Mi servirebbe una car-can, una “caramella cancellin”, quelle che inventò Archimede Pitagorico e che Paperino voleva prendersi per dimenticare i debiti…stendiamo una trapunta pietosa.

  13. Beh… ad essere sinceri, quando ero un po’ meno talebana il termine ‘essenza’ l’ho usato anche io, a seconda del contesto, soprattutto in ambito non professionale, e anche quando ero una neofita lo usavo spesso, lo vedevo e sentivo usare anche da persone che godevano della mia stima illimitata e non credevo fosse così tragicamente sbagliato.

    A riguardo del termine ‘piantumare’ , invece, ricordo comici deterrenti a opera del presidente della Società di Arboricoltura Italiana, utili a disincentivarne l’uso.

    ‘Quant’altro’ secondo me è obsoleta più che irritante..

  14. Volevo precisare che stavo riflettendo su questo articolo da mesi, e che gli appunti di parole logore li ho presi per lo più l’anno scorso, tra estate e autunno. Molte da allora se ne potrebbero aggiungere. In effetti un vocabolario critico (ed una cultura critica) manca completamente in Italia anche per quello che concerne la dimensione artistica del giardino. In realtà molti sono un’autocritica, poichè anche li ho usati spesso. Spero però di non averne abusato

  15. La parola che non solo mi fa schifo ma fi fa arrabbiare ogni volta che la sento e’ : soldini
    la odio
    i soldi so’ soldi, costano fatica, sudore , lacrime, tempo sottratto ai figli, mariti, amici, amanti, se stessi; per i soldi facciamo cose che non ci piacciono, a volte veniamo meno ai nostri principi, subiamo ingiustizie, angherie, ci palpano il culo se facciamo le cameriere, e via dicendo….e allora come si fa a chiamarli “soldini” , ancora ancora “soldoni”

    • “soldini”, ora come ora, infastidisce anche me, o per lo meno, mi ricorda qualcosa di sgradevole. Avevo delle…be’…”amiche” che avevano una sorta di vocabolario tutto loro, in questo e nel modo di imbrogliare erano molto originali. Chiamavano i “soldini” “solgini”, che poi abbreviato veniva “gini”.
      Dicevano: “mi mancano i gini” per non dire “soldi”. Anche a me mancavano gini in quel periodo, e tanti me ne sono mancati dopo, ma non facevo tutte quelle manfrine.
      “Soldini” mi è diventato ancora più inviso (del tutto per ragioni personali) perchè durante la malattia di mio padre durata due anni e mezzo, abbiamo accumulato una tale quantità di debiti che per noi è praticamente incolmabile. Abbiamo dovuto chiedere aiuto ad amici e parenti. Sono stati momenti molto duri a cui nella mia vita ho sempre sperato di non dover arrivare (legge del contrappasso).
      Ogni tanto degli amici molto stretti, per informarsi delle nostre condizioni chiedevano come stavamo a “soldini”, per minimizzare l’imbarazzo da ambo le parti.
      Capirai, Rita, e con te parlo col cuore, che questa parola mi fa venire i crampi allo stomaco.

  16. E ancora questi: dopo (tanto ormai è già finito) il sexygate di Silvio Arcore-hardcore e dopo l’approvazione della legge sulla tracciabilità della carne suina Alimentare, Watson.

  17. Purtroppo non ho mai il tempo che vorrei per lasciarti tutti i commenti che vorrei (perdona la ripetizione), ma di tanto in tanto mi lascio indurre in tentazione, come adesso: non c’è alcun motivo di usare texture quando esiste in italiano il corrispondente perfetto tessitura. Un termine che tutti capiscono perfettamente sia per iscritto e ancor più a voce. Per mia inclinazione e seguendo le orme spagnole e francesi (fino a meno di un secolo fa anche la lingua italiana si comportava così) adopero quasi esclusivamente parole italiane, quando esistono (e quasi sempre esistono) o italianizzate. All’inizio usavo bordo per l’inglese ‘border’, poi ho accettato bordura, sulle orme di Lorenzo Ciarlo e Guido Giubbini (Rosae e Rosanova, di nicchia, anche se così non dovrebbe essere per degli appassionati del giardinare… e domani ordinerò Tristissimi giardini) e ora mi viene del tutto naturale, soprattutto perché bordo può significare anche ‘orlo’ di un’aiola.
    Un invito estendo a tutti gli amanti della nostra lingua: evitare il più possibile termini inglesi, anche quando vengono al labbro prima di quelli italiani. Pensandoci due secondi di più, si trovano. Scansione e scansionare, per esempio, al posto di scannerizzazione e scannerizzare, e sono infinitamente più eleganti!
    Tra i pochissimi intraducibili plantsman e plantswoman, con cui la lingua inglese si prende la sua rivincita nei miei confronti: del genere ‘giardiniera’ io sono la specie piantomane, parola orrenda e per fortuna inesistente.

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