Eccesso di forma

Nel suo bel volume The garden as an art, Mara Miller tenta la definizione di giardino.
A chi sostiene che il giardino non sia una forma d’arte pienamente riconoscibile, direi di dare un’occhiata al vocabolario. Termini complessi hanno definizioni più brevi. la parola “Giardino”, almeno in quelli italiani, è lunga venti righe in un dizionario d’uso. In quello che ho aperto davanti a me, adesso (un Devoto-Oli con la rilegatura strappata), nel punto in cui è aperto, solo la parola “giallo” ha più righe.
Quando una cosa richiede venti righe di dizionario per essere definita, non dev’essere la più elementare del mondo.
Porzione di terreno coltivata a piante ornamentali e da fiore e adibita a luogo di ricreazione e passeggio nelle immediate adiacenze della casa (g. privato), oppure all’interno o alla periferia di un centro abitato (g. pubblico), ecc. Importante nella descrizione il fatto che il giardino sia definito nel suo perimetro. Il Devoto-Oli dice che il termine deriva dal francone gardo : “luogo chiuso”.

Una delle prime obiezioni di Mara Miller è “piece of ground”, appezzamento di terreno. Alcuni giardini non hanno nulla a che vedere col il terreno. Ad esempio una comune terrazza di città.
Neanche la definizione del perimetro è una costante, sebbene si sappia ormai -e venga citato in tutte le salse- che il termine “paradiso” viene dal persiano pairidaeza, che significa “luogo chiuso”.
Neanche la coltivazione di piante ornamentali o da fiore è un elemento imprescindibile dei giardini. Molti giardini moderni non hanno neanche un filo d’erba (come quello di Ken Smith presentato nel mio messaggio Avant gardners? . Ed inoltre quelle che noi oggi chiamiamo “piante ornamentali” erano sconosciute quando nacquero i giardini, ed erano in coltivazione per lo più quelli che chiamiamo “ortaggi” o “verdure” o “frutti” ( i giardini erano irregimentati alla produttività).

Allora? Cosa fa di un giardino un giardino?
Secondo Mara Miller queste sono le tre caratteristiche distintive di tutti i giardini:
1)l’inclusione di almeno un elemento naturale: pietra, roccia, acqua, erba, terra, fiori, ecc. Qualcosa che sia in apparenza un giardino ma fatto di materiali artificiali è un giardino solo in senso metaforico.
2)Cosa dibattuta: l’esposizione al cielo aperto, eccezion fatta per le orangerie e per le serre. Giardini che esistono al chiuso totale sono molto rari. Secondo Mara Miller si tratta di estremi che sono solo imitazioni.
3) E qui vi voglio: i giardini hanno un “eccesso di forma”, più di quanto sia necessario per necessità logistiche. Un eccesso di forma che è un significante, e un significato, sia estetico che sensuale, che spirituale o emozionale. Eccesso non significa “più” (più decorato, più complesso), ma solo che più decisioni, più pianificazione, considerazioni, misure e forse studio, sono stati necessari. ma è proprio quest’eccesso di forma ad essere il termine invariabile se non l’elemento caratteristico dell’opera d’arte. Qualunque cosa mostri quest’eccesso di forma è un’opera d’arte (anche se ciò non significa che sia un’opera d’arte bella e di successo).

Avant Gardeners?

E’ uscito da poco il volume Avant Gardeners della famosa casa editrice italiana 22Publishing che ha pubblicato i libri di Gilles Clément e altri volumi sul paesaggio, l’arte e la sociologia (a proposito, ringrazio Marco Tatarella per le segnalazioni e per l’omaggio ricevuto).

E’ un volume a cui va certamente prestata una grande attenzione, non foss’altro per il prestigio della casa editrice.
Ci sono raccolte un centinaio di opere di un gruppo di progettisti chiamato “Avant Gardners”, cioè, insomma, circa su per giù, “giardinieri d’avanguardia”.
Il bello di questi libri è che se anche non condividi alcune cose, perlomeno ti fanno riflettere.

Guardate questa foto di un progetto di Claude Cormier:
Claude Cormier

Il richiamo alla Pop Art è esplicito e dichiarato.
Ma perchè solo la Pop Art? perchè non altre correnti storiche, come, ad esempio, il rococò? Forse, con un richiamo al Pop, al Visual, sembra di essere molto moderni, ma è roba di 60 anni fa, signori.
Tra 60 e 160 che differenza c’è? Non c’è nessun merito, a mio avviso.

Prendiamo questo progetto di Ken Smith per il tetto del MoMa:
Tetto del MoMa

E’ un giardino fatto di materiali inerti, come vetri rotti, pezzi di marmo, polveri colorate, materiale di recupero. Non c’è nessun elemento naturale, ma anzi cose poco costose, perchè il tetto è inaccessibile e nessuno avrebbe pagato molto per i materiali di un giardino dove nessuno sarebbe mai entrato.
Devo confessare che sono molto dubbiosa: un giardino in cui non puoi entrare…beh, non saprei.
L’architettura e l’architettura dei giardini condividono un elemento fondamentale, direi quasi ontologico, cioè il fatto che contengono i nostri corpi.
“Gardens are for people” dice qualcuno. Questo giardino è certamente fatto per la gente, tutto è fatto per la gente, se vogliamo essere puri linguisti. E’ fatto per essere osservato dall’alto, con l’elicottero, ma quanti potranno permetterselo?
“Gardens are for people” e bisognerebbe aggiungere “gratis et amore Dei”.

Molto di più mi piace il Diana Memorial, di Kathryn Gustafson:
Diana Memorial

Mi spiace non potere mettere la bella immagine ricevuta con il pdf inviatomi da Marco Tatarella, in cui lungo quel percorso d’acqua c’erano alcune persone con i piedi a mollo.

L’avanguardia del giardinaggio è secondo me non nelle scelte più bizzarre di colori, o nell’utilizzo di materiali “impropri”, o nella stravagante sistemazione delle piante.
E’ nella artistica ed emozionante disposizione di tutti gli elementi propri del giardino, in modo che questi possano essere goduti dalle persone nel modo che meglio rappresenta le più elevate qualità dell’Uomo, e che consenta un accrescimento se non culturale, almeno emozionale.