Il paradiso disabitato

Sandra Vinciguerra è senza dubbio una delle persone che hanno influenzato il mio modo di pensare attorno al giardino.

Una volta andai a La Mortella, che lei dirige, a vedere il giardino per la nuova mappa che sarebbe stata pubblicata sul pieghevole d’accoglienza.
In quell’occasione fui colta da un vero e proprio attacco di odeporofobia. Per arrivare sull’isola mi caricai di farmaci contro il mal di mare, tanto che in traghetto mi appisolai, e la sera caddi come “corpo morto cade”, in un sonno incosciente.

Era quasi autunno o giù di lì, ricordo che era fiorita una protea. Pioviccicava.
Rimasi neanche due giorni: avevo una depressione stellare.
Una sera mi gettai su una delle panchine proprio sotto la casa. Il giardino era stato chiuso quel giorno. Avevo visto gli irrigatori partire la mattina prestissimo, e il compressore girare tra le piante.
Buttata come un sacco bagnato su quella panchina, avevo davanti a me uno dei giardini più belli al mondo.
Mi sentivo male, male in un modo che non so descrivere. Come se la vita mi fosse stata prosciugata via, risucchiata dal corpo. Male come chiamarsi la morte.
La bellezza che si stendeva davanti a me non mi rincuorava, anzi, se possibile, mi toglieva speranza. Il sole moriva, allagando la fontana grande di tonalità grigio rosate, pian piano i colori si perdevano in un verde scuro indefinito, che solo la coda dell’occhio riusciva a percepire. Ho fissato lo sguardo su una sfinge coperta d’edera, e credo d’aver pianto a dirotto, o solo piagnucolato. Non ricordo bene.

Ho ripensato spesso a quel momento, e non mi sento in debito nei miei confronti. Non essere stata capace di essere felice nella bellezza non lo sento come una colpa.

Se ripenso a quel momento, adesso, che riesco ad incasellare meglio le mie emozioni, non posso non legarlo a questa foto, che tengo da circa cinque anni, in attesa di pubblicarla nel post giusto. Il post giusto è arrivato.
0531ParisVersailes2

Vi chiederete perchè. Seguite il mio filo logico, se non vi piace fatene un gomitolino da dare al gatto.

Ricordo con molta vivacità quel che mi disse Sandra, proprio durante quella visita: creare un giardino pubblico o condiviso è un modo totalmente differente di pensare al giardino. Eravamo alla Sala Thai, guardavamo la valle. Mi ricordo i suoi stivaloni.
Mi accorgo di aver sempre pensato al giardino in termini di comunità e partecipazione. Ringrazio di non aver mai avuto acqua a sufficienza per fare un giardino di panna montata che piace tanto oggi.

I paradisi hanno bisogno dello spirito di chi li abita.
Credo che Rosario Assunto mi ammazzerebbe, se non fosse lui stesso già morto, ma per me non c’è differenza tra le dame di corte che passeggiano a Versailles e le ragazze con i golf legati alla vita.
Versailles deve essere “transitata”. Col modo tutto inglese di suddividere i giardini, potremmo dire che ha una vocazione da pista pedonale/carrabile (sì, avete letto bene). Ieri carravano dame in crinolina, oggi carrano turisti.
Ma una Versailles vuota, e più che vuota voglio dire “svuotata”, perde il suo senso.

Non lo perde, invece, la Mortella, perchè vive di vita propria. Ecco perchè la bellezza mi ha fatto male, lì dalla panchina, perchè non potevo commuovere quel giardino col mio umore. Gli uccellini gridavano le loro gazzarre nel cielo che mano a mano si scolorava.
Io avrei potuto non esserci. E forse, non c’ero davvero.

Giardini rocciosi

09/01/08
Giardini rocciosi
Filed under: Giardinaggio e natura
Posted by: Lidia @ 4:09 pm

Avviso: il tema è trattato solo da un punto di vista sociologico ed estetico: per una trattazione orticolturale leggere l’articolo Come costruire un vero giardino roccioso

I giardino roccioso è forse quell’elemento del giardino da cui con più facilità si possono dedurre il carattere e l’educazione di un giardiniere, la sfera sociale alla quale appartiene, il suo livello culturale (e orticolturale).
I rocciosi sono molto diffusi, hanno visto il loro acme proprio in questi recentissimi anni, anche se hanno perso un po’ di passo in favore dei laghetti.
Se ne vedono spesso nelle villette a schiera, nei cosiddetti quartieri pavillonaire, quelli “ad alto rischio nanetto”. Spesso ne fanno bella mostra le villone di primari ed ingegneri, mentre non mancano mai nei centri commerciali e nei grandi vivai o garden centre.
Ecco quello della “Gru”, il centro commerciale del mio paese, Siderno.
La Gru centro commerciale, Siderno
Lo squallore colpisce dritto al petto: una povera iucca, fallici cactini pelosi, sassi da deserto lunare, ghiaietto cimiteriale. Sullo sfondo un paesaggio cittadino da suicidio.

Il giardino roccioso comunque rimane una dimostrazione di status sociale ed economico. La gente vi elencherà tutte le sue piante, raccontandovi dettagliatamente come ne è entrata in possesso, e da quanti anni ce le ha, perché l’età -per un cactus- significa “soldi-soldi-soldi-soldi”.
Difatti quelli che vedete in foto sono piuttosto giovani. Mi chiedo quanto ci abbia mangiato sopra il vivaio che l’ha allestito.
Più piante ci sono, più vecchie sono, più il possessore del giardino roccioso si sentirà autorizzato a guardarvi dall’alto verso il basso, sentendosi molto “in”.
Non importa che il suo giardino roccioso sia una sorta di scempio estetico, l’importante è che ci sia, comunque sia, poiché “vale”.
Anche le villette più piccole cercano di non farne a meno, magari accatastando i sassi contro il muro perimetrale, dando al tutto un’aria da piramidina egizia in miniatura.
I sassi poi sono da mettersi le mani nei capelli. Non conosco le rocce, non so quindi dire che sorta di pietra si tratti, solo che è molto leggera e che i suoi pregi si fermano qui. Le usano gli acquaristi per dare agio ai pesci di nascondersi nei fori e negli incavi. E’ brutta anche negli acquari, dove ha comunque un senso ed una utilità, ma quando si vede nelle vetrine dei parrucchieri, con veli di tulle, bombolette di lacca spray, retine per pescatori, borsette e foulard, raggiunge la vetta della bruttezza. Quando è composta in questo modo diventa talmente brutta da commuovermi.

Il giardino roccioso con i cactus è un’invenzione recente, perché i veri rocciosi, quelli “originali”, si usavano per coltivare le piante di montagna, come potete vedere in questa foto scattata dai miei amici Lukus e Mex.
Giardino roccioso alpino, Lukus e Mex

Però si usa la roccia locale, mica i sassi da acquario!
Dove c’è poca acqua, nelle regioni mediterranee, i giardinieri si sono invece lanciati su piante a bassa richiesta d’acqua: guardate questo scorcio del giardino La Mortella ad Ischia

Piazzale del museo alla Mortella

E…ooops! Non c’è neanche un cactus!

Se volete coltivare i cactus, fatelo alla “vecchia maniera”: in vasi separati. Oppure, se avete un giardino in Marocco o in Egitto, su un declivio di sabbia rossastra, e lasciate i sassi da acquario ai parrucchieri, che è meglio.