Falò, bracieri e camini (su Houzz)

Il fuoco era già acceso a metà spiaggia, ardente e profumato di ciocchi di cipresso e pigne. Sprigionava quel buon odore dei pini in estate.
Siediti! Sedetevi! Sediamoci!
Non c’era molto da mangiare, ma tutto buono, fatto in casa: insalata di pomodori, melanzane ripiene, alici marinate e pesce arrostito lì per lì. E poi pane casareccio tagliato in fette sottili.
Gli amici di Cenzino erano affabili, cortesi e simpatici.
Uno di loro, un cinemaniaco svitato, non faceva altro che citare frasi di film (mi preoccupava il fatto che molte le conoscessi
anche io).
Cenzino sedeva vicino a me e ogni tanto mi chiedeva: “Vuoi bere? Ti va un po’ di questo, un po’ di quello?”. Mi puliva il pesce, mi serviva i piatti pieni e me li toglieva quando erano vuoti.
Mi sentivo sorprendentemente bene.
Chiacchieravo senza difficoltà, ridacchiavo e ascoltare era piacevole. Gli amici di Cenzino parlavano di molte cose, della
vita in paese, del lavoro, della disoccupazione, delle belle ragazze, di libri, di musica, di film.

La vera Pina

Ieri ho incontrato Pina. La mia Pina. La signora Pina della Piccola Estate.
Era quella vera.
Nella sala d’attesa di fronte ad una porta chiusa dell’Ospedale di Locri.
L’ho salutata. Era da molto che non la vedevo, e ogni volta mi chiedo cosa direbbe se sapesse di essere finita in un romanzo di una sua concittadina. Un romanzo piccolo, modesto, ma -credetemi- anche una cosa così piccola per molta gente ha un enorme significato.
Di certo non si sarebbe riconosciuta: la mia Pina conserva di lei alcuni tratti, ma “la scatola” è quella di un’altra persona, che pure ha dato il suo contributo. Eppoi ci sono le invenzioni che tutti quelli che scrivono ci mettono sempre.
Non sembrava invecchiata da quando “era Pina”, con una giacca di lana pesante, di buona fattura, color verde oliva a quadrati piccoli, marroni, che da lontano la rendeva cangiante. I capelli a posto, castano chiaro, senza ricrescita, e con una piega invidiabile. Una gonna grigia taglia 40 e delle scarpe con un bel tacchetto. Pina, la ventenne che è in te io la vedo.
I denti. I denti di Pina. Di quella Pina, quella vera, insomma. Che denti! Come gettati alla rinfusa nella bocca: una cavità nera, profonda, pericolosa come un gorgo.
Magra, ossuta, il volto incavato, gli occhi fuori dalle orbite. Gridava al telefono come fosse impazzita: chiedeva un ricovero urgente per il nipote.

Mi ha chiesto un passaggio. Avrei voluto darglielo con tutto il cuore, non foss’altro per aver rubato dei pezzi di lei in un frankenstein letterario. Ma davvero non m’era possibile. Ma lei non demordeva, chiedeva con insistenza, al telefono raccontava tutte le sue peripezie per raggiungere l’ospedale, e si lamentava perché non sapeva come tornare, dicendo: “Forse qualcuno s’impietosisce e mi dà un passaggio”. Mi ha mostrato un piede così rosso e marrone che credevo sarebbe caduto da solo.
Mi ha raccontato del suo fegato, e di una vite di qualche metallo particolare per la chirurgia ossea, che le hanno piantato non so dove, perché non la stavo neanche a sentire.

Infine sono andata via, neanche chiedendomi quante probabilità avesse di trovare un passaggio.

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La polvere di fata

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Tutti sanno che la polvere di fata rende magiche le cose. Polvere di fata per animare piatti e spugne per lavare la casa, polvere di fata per volare, polvere di fata per trasformare un giardino abbandonato in un orto di delizie.
La polvere di fata è meno rara di quanto si creda. In genere si trova in determinati ricordi, su alcune persone, su certi oggetti.
La storia ricorda alcune fate che -essendone naturalmente dotate- hanno portato la polvere di fata tra i babbani.
Martina Navratilova, John McEnroe, Mark Knopfler, Alexander Calder, George Gershwin e molti altri sono fate che hanno deciso di vivere tra gli umani, coltivandone le arti. Anche gli asinelli, i fiori, le papere, le sorgive, la lana, sono fate.

Insomma, con tutte queste fate in giro, viene a succedere che un po’ di polvere di fata circola nell’aria che respiriamo: per la precisione sono due granelli per 10 metri cubi. Avreste detto di meno, eh?
Ogni tanto uno di questi granelli si deposita su un babbano. E siccome la polvere di fata attrae magneticamente gli umani, anche un solo granello finito tra i capelli (o dietro le orecchie, per chi i capelli non li ha), ha effetti sorprendenti, trasformando l’umano o l’umana in un soggetto conteso, apprezzato, ammirato, quasi adorato. Il soggetto stesso ne beneficia, migliorando le sue qualità: più forte, più veloce, più seducente, più interessante, più eloquente.

In genere coloro che hanno più polvere di fata sono quelli che chiamiamo “amici”.
La polvere di fata li rende adorabili.
Il loro modo di vedere le cose è naturalmente più giusto del tuo, perché loro hanno la polvere. Sei tu che sbagli. E quando ti dicono “No no no nonononnonono”, oppure ti correggono, tu ti metti nel tuo cantuccio di normale babbano medio, pensando “Quanto sono fortunata ad avere un amico/amica come te, che mi corregge quando sbaglio!”, e i tuoi occhi si riempiono di stelline sbrilluccicanti.
Finché la polvere di fata abita gli amici, tutto quello che dicono è vangelo. Il loro consiglio è semplicemente quello che si deve fare, e basta. perché se non lo fai il tuo amico o la tua amica ti punirà privandoti del suo affetto.

Non metteresti mai in dubbio la parola di un amico, non penseresti mai che sta prendendo una cantonata, o che ti sta deliberatamente mentendo, che ti ha sempre nascosto qualosa, e soprattutto, non ti passerebbe mai e poi mai per la testa l’idea che possa per un solo secondo della sua vita non averti amato e stimato quanto tu hai amato e stimato lui o lei.
Non penseresti mai che è in malafede, che ti sta deliberatamente danneggiando, mentendo. Che insomma, il tuo amico è in realtà è una bietola e che la polvere di fata -dotata di una sua intelligenza- su di lui non ci si sarebbe mai andata a posare.

E arriva che ti accorgi la polvere di fata non c’entra niente, che era un semplice sentimento umano: amicizia incondizionata.

Ci sono poche parole per definire quella sensazione di aver perso un pezzo dei tuoi ricordi buoni, come un una libbra di polmone tagliato via e annerito dal cancro.
Credetemi.
Rimane la salda consapevolezza che se si ha dato col cuore, si ha dato bene, e che il dare è sempre un prendere simultaneo.

Da un’amicizia non vai mai via a mani vuote.

LEGEND, David Bennent, 1985, (c)Universal Pictures

LEGEND, David Bennent, 1985, (c)Universal Pictures