Viaggio in Inghilterra

strada di campagna inghilterraInghilterra, rorida e fresca. Profumata e tenera. Bocciolo di rosa, carnicina, verde e azzurro opaco.

Grigio in duecentocinquantasei sfumature. Dal bianco lattiginoso del cielo mattutino al cenerino smeraldato dei prati in inverno, coperti di brina ghiaccia che stride sotto i passi. Ocra grigiastro quello della pietra del Cotswold, più bluastro quella di York. Continua a leggere

Il nuovo-vecchio bosone, l’industria della scienza e della religione

Odio l’appellativo Particella di Dio. Se fossi Dio me ne sentirei profondamente offesa.
Questa mattina, il 4 luglio, il giorno della Festa d’Indipendenza degli Stati Uniti, il mondo riceve l’annuncio che è stato trovato, dopo quarant’anni, il bosone di Higgs, la particella che spiegherebbe il perchè della massa delle altre particelle subatomiche.
A dire il vero è roba un po’ anzianotta: il signor Higgs, presente oggi all’annuncio dato dal CERN, non si reggeva in piedi e sembrava vecchio come un attore di Hollywood truccato da spirito del male.
Insomma, chi segue queste cose non è che non sa la questione della forza elettrodebole, della Grande Unificazione e del problema della gravitazione.
Confesso di aver seguito con grande scetticismo le pubblicazioni di questi ultimi anni che indicavano questo particolare tipo di bosone (non esiste solo quello di Higgs!) come “la particella di Dio”.
Perchè mai?
Perchè una particella dovrebbe essere di Dio e tutte le altre no? E’ una semplice questione di logica: o Dio esiste, oppure no. Tertium non datrur.
Quindi -strettamente per quello che riguarda noi- o ha creato tutte le particelle, anche le grosse molecole della cacca e della puzza, oppure non ne ha creato un bel niente.

Stavolta la notizia che aspettavamo da una cinquantina d’anni sembra vera: pare che il bosone trovato sia proprio quello teorizzato da Higgs (e da altri scienziati, che però non sono famosi come lui). Insomma, non una farloccata come quella dei neutrini superluminali, per i quali ancora non ho capito chi si sia mangiato i soldi (speriamo che almeno una parte sia finita nelle tasche dei giovani ricercatori).

Ma quest’industria della religione è quanto di più disgustoso ci si possa immaginare. Il mio massimo rispetto per tutti i religiosi del mondo, ma non per le loro religioni, buone solo per riscaldarsi davanti al caminetto le notti invernali. Fiabe del focolare, bibbie, tanakh, corani, babbi natale, upanishad e altre amene storielle della buona notte. Per me sono molto più vere le storie di Fedro e di La Fontaine.
In particolare la chiesa cattolica brilla in disonestà intellettuale, appropriandosi, con il suo super-potere economico, delle altrui culture, usi, costumi, per traviarli e portare adepti a questo culto infame e delinquenziale.
Non gli sono bastati i culti pre-ellenici, pagani, solari, lunari, presenti in Europa prima del Cristianesimo (culto di cui il cattolicesimo è la negazione vivente). Durante l’arco di tutta la storia europea la chiesa ha sempre fatto sua la scienza, o appropriandosene o negandola. Ma all’epoca eravamo dei rudi imbecilli, ora siamo in grado di discernere, anche se lo specchietto delle allodole di una vita ultraterrena è un abbaglio troppo forte a cui resistere per molte, troppe persone, anche stimabili e sagge.
Nel pieno stile neocapitalista, la chiesa è una fagocita di idee e non mi stupirei di sapere che abbia finanziato queste recenti scoperte per poi poter manovrare le notizie dall’interno. Ha fatto una vera industria di successo del suo ideologismo da quattro soldi.

E così oggi è stata trovata la particella di dio.
Adesso sul palcosenico del piccolo schermo vogliamo lui, vogliamo Dio. Se lo meriterà un applausino, per aver sopportato per tanti secoli le coglionate dei preti sul suo conto, no? E adesso, poveretto, gli toccano anche quelle degli degli scienziati venduti alla chiesa e al suo sistema di potere. Un doppio applauso per il signor Dio, onnipresente, onniscente, onnivedente!
Clap clap!

Il fiore, immagine simbologia e società

Desidero ringraziare la signora Sandra Santolini che ha promosso e curato l’intero progetto, l’ente che l’ha finanziato e la città di Forlì per l’ospitalità. Un ringraziamento a parte per i miei amici della zona romagnola, che mi accolgono sempre affettuosamente e mi fanno sempre sentire a casa mia.

Introduzione

Borchardt, nel suo Il giardiniere appassionato dice senza parafrasare che applicare ai fiori una simbologia rallenta enormemente il loro percorso verso l’essere. Questo è vero se ci limitiamo a banalità come “le rose gialle significano gelosia”, “le violette timidezza”, “la pervinca ricordo”, ecc, fino a comporre una sorta di smorfia napoletana dei fiori.
Ma bisogna sapere vedere oltre questo schermo opaco: nella storia dell’uomo, infatti, i fiori hanno per secoli rivestito valore simbolico. La domanda che dobbiamo porci non è “che cosa significhino”, ma “perché significano?”. Sempre stando a Borchardt, che analizza l’argomento con grande sensibilità e profondità di pensiero, il fiore è semplicemente simbolo di se stesso: di una vita che rivive, forse non domani e forse non il prossimo mese, ma di certo la prossima stagione, e la prossima ancora, indipendentemente dal nostro volere o dal nostro capriccio, indipendentemente anche dalla nostra esistenza.
E’ dunque il fiore non un simbolo carnale, come spesso si sente dire anche piuttosto a sproposito, ma un simbolo vitalistico dell’esistenza umana, dei nostri struggimenti e delle nostre passioni, una autoaffermazione di se stesso, e quindi di noi stessi.
Oltre a questo simbolismo apparentemente così elementare ma difficile da individuare se non dopo una attenta riflessione, c’è attorno al fiore una immensa stratificazione culturale e sociale.
La mostra intitolata semplicemente “Fiori” che si è tenuta a Forlì dal 24 gennaio e si è conclusa il 20 giugno 2010 ne è un perfetto esempio.
Abbiamo un arco temporale da percorrere, che comprende circa due secoli in cui si sono succeduti tre movimenti artistici e culturali: il Barocco, il Neoclassicismo-Illuminismo, il Romanticismo.

Fiori come simbolo
Se in periodi anteriori, agli albori della civiltà, la simbologia dei fiori, delle erbe, degli alberi, era associata a racconti mitologici o cosmogonici, e più tardi a quella che viene chiamata dottrina delle signature che curava il male con il simile (ad esempio una pianta a fiori gialli guarirà dai problemi di bile, una che produce latte aiuterà le madri che allattano, ecc), nel periodo successivo alla scoperta delle Americhe l’umanità si avviava, grazie anche ai progressi scientifici emergenti e all’incipiente dominio borghese, a battezzare una nuova forma di simbologia, cioè quella culturale.
In molti dipinti o sculture, affreschi e decorazioni, i fiori diventavano quindi dei simboli ben precisi, tali che attraverso la loro presenza o la loro assenza, il pittore o il committente voleva enunciare in maniera non verbale un concetto molto specifico.
Vedremo più avanti degli esempi.

Copia colorata di una incisione del 'De Florum Cultura' di G.B. Ferrari. Come si vede nella dicitura, il fiore era battezzato 'indicum' per via delle sua provenienza dalle Indie Occidentali

Partiamo dalla scoperta dei fiori americani , un momento di rottura non solo nella storia, ma anche della storia dei fiori.
Osservando le cose dal nostro punto di vista, fino alla scoperta delle Americhe gli unici fiori conosciuti erano quelli dell’Europa, dell’areale del mediterraneo e dell’Impero Turco, oltre a qualche pianta importata dall’estremo oriente in tempi molto antichi.
Attratti dalle ricchezze del nuovo mondo gli Europei colonizzarono l’America a prezzo di enormi atrocità nei confronti dei nativi, per impossessarsi delle loro terre e delle loro ricchezze territoriali e naturali, quindi anche dei fiori. Il mercato dei fiori era infatti sempre stato molto vivace in Europa, e si può parlare dell’esistenza dei vivai già dall’epoca dei Romani. Introdurre nuovi fiori era sempre un affare vantaggioso.
Fu dal 1620 in poi che gli Inglesi iniziarono una colonizzazione massiccia dell’America del Nord, portandosi dietro tutto l’armamentario di erbe officinali che conoscevano. Era demandato alla donna, custode della casa, di curare l’orto produttivo e officinale, tanto che il sapere botanico si trasmetteva più di madre in figlia che non di padre in figlio.

Giardino in stile cottage

Alle erbe officinali europee si affiancarono quindi le piante da fiore native delle Americhe, girasole, calceolaria, bella di notte, zinnie, tagete, tropeoli, petunie, verbene, aster, oltre che le dalie.
Queste piante furono regolarmente inviate in Europa, dove erano considerate esotiche e di moda, oggetto di collezionismo, simbolo di ricchezza e potere. Pian piano però vennero naturalmente sostituite da altre scoperte, come quelle che venivano dall’Africa, dall’Australia o dal più lontano Oriente.
Ebbero però un momento di gloria durante la seconda metà dell’Ottocento, durante la quale la moda vittoriana li riportò in auge quali simbolo del potere nazionale (in quel momento l’Inghilterra era l’Impero Britannico) e della tenacia e dell’intraprendenza dei suoi pionieri, che seppero addomesticare una natura selvaggia.
Vennero quindi piantate nei cottage garden, nei giardini di campagna come piante comuni, autoctone, senza considerarne la storia avventurosa. Anche da noi piante come il geranio (proveniente dal Sudafrica) o il girasole (Sudamerica) sono considerate nostrane, addirittura i girasoli sono divenuti un simbolo in Toscana (anche i Guascogna se ne piantano molti per via della produzione dell’olio) e i gerani della Liguria. Le petunie ormai sono diventate internazional-popolari e sono cosmopolìte.

Nessuna pianta come il girasole passò dal simboleggiare il potere temporale ad una simbologia del tutto opposta, cioè quella della semplice ruralità e della campagna. Oggi è considerato una pianta country, adatta per jardin-potager, molto regalata tra fidanzatini


Oggi queste piante sono quindi divenute simbolo, in verità un po’ forzato, di una felice condizione agreste passata e a cui spesso si auspica un ritorno.

Questo era il genere di illustrazioni che circolava prima dell'arrivo della Passiflora in Europa. Il noto botanico Parkinson si dimostrò molto scettico riguardo alla simbologia cattolica contenuta nel fiore della passiflora

Un’altra pianta proveniente dalle Americhe su cui si è molto fantasticato è la Passiflora, in cui vi erano ravvisati i simboli della Passione di Cristo, dunque il nome. La pianta fu descritta da Nicolas Monardes col nome generico di maracot sul finire del 1500 ma arrivò in Europa molto più tardi, nel 1620, dove fu portata a Roma, a Palazzo Farnese. Lo stilo era il palo della fustigazione, lo stigma i tre chiodi, i filamenti della corolla la corona di spine, i dieci petali e sepali i dieci discepoli presenti alla crocifissione.
“Tutto vero come il mare brucia” scrisse il noto botanico Parkinson.

Illustrazione di Parkinson nel suo erbario 'Paradisus Terrestris'. La rosa centifolia è quella in alto a destra

Ma il fiore che più di altri è riuscito ad incarnare molti simboli differenti, dalla vanità alla santità, dalla pace alla guerra, dalla robustezza all’evanescenza, è la rosa.
La rosa è sempre stata conosciuta, amata e coltivata in tutto l’areale del mediterraneo, ma c’è una classe particolare di rose, le Centifolia, che per il loro aspetto globoso e ricco di petali attrassero la fantasia dei pittori fiamminghi. Non si conosce l’origine delle Centifolia, che spesso vengono definite cabbage-roses. Nel 1620 (anno in cui abbiamo visto approdò in Italia la Passiflora e in America il vascello Mayflower), veniva introdotta in Francia una nuova varietà di rosa Centifolia, la ‘Quatre Saisons’, che aveva una fioritura ripetuta. Mazzi impossibili con rose, tulipani, peonie ed altri innumerevoli fiori, divennero di gran moda presso la ricca borghesia protestante olandese. Un po’ come noi compriamo quadri per il salotto, i ricchi borghesi acquistavano tele in cui le rose e altri fiori erano una sorta di bizzarro trionfo della natura e in cui era presente una sorta di simbolismo occulto. Erano i cosiddetti “quadri di stanza” in cui non c’era l’ ispirazione mistica che aveva guidato l’arte religiosa (cattolica) dei secoli precedenti. Anzi, a volte esistevano elementi paganeggianti occultati da una esteriorità cristiana. Non vi erano illustrati dei sentimenti amorosi, non si evocavano i donatori o il lusso del loro domicilio (il più delle volte si percepiva appena il contenitore). Erano dunque degli oggetti d’arte così intesi, apprezzati dai loro committenti per la loro bellezza, per esteriorizzare la loro conoscenza botanica e per dare sfoggio di eleganza nelle loro abitazioni.

Jacob van Walscappelle, fiori in un vaso di pietra

La simbologia della rosa è molto antica e legata al culto della Grande Madre Celeste. La stessa espressione Sub rosa indica che si trasmette un informazione nel più grande segreto.

Quidquid sub rosa fatur
Repetitio nulla sequatur.
Sint vera vel fincta
Sub rosa tacita dicta

E’ un detto del 1400, periodo in cui si soleva attaccare un mazzo di rose al soffitto delle locande o avvolgerne i boccali, per garantire che le notizie raccontate non fossero propalate.
La rosa è spesso associata a Cristo, se rossa, se bianca invece alla Madonna, come d’altra parte anche il giglio; quelle gialle ai Magi (che portarono l’oro) e quelle rosate al Bambin Gesù.
La sua struttura concentrica ha evocato anche l’idea della ruota, del tempo che scorre, dell’eterno ciclo vita-morte, e non a caso l’oculo a raggiera nelle facciate delle cattedrali si chiama rosone. Le rose erano consacrate ad Iside, e per secoli simboleggiarono l’ermetismo (per il loro nascondere il centro, tipico delle rose antiche), l’amore sacro e l’amor profano.
Nel 1615 si sviluppò in Europa un movimento ermetico detto “Rosacrucianesimo”. E’ probabile che la nascita fu dovuta ad un fraintendimento, infatti l’autore anonimo del volume Riforma generale e universale che diede inizio a questo movimento voleva prendere in giro gli esoteristi, che invece credettero a tutti i contenuti bizzarri del libro. Su quest’onda fu pubblicato un altro testo, Le nozze chimiche che narrava dell’iniziazione a sette esoteriche non ben precisate da parte di un giovane cavaliere chiamato Rosacroce. La Massoneria in seguito si impadronì dei simboli rosacruciani, e il termine rosacroce oggi indica semplicemente un grado di iniziazione massonica.

L'Annunciazione dipinta da Dante Gabriele Rossetti. la modella era sua sorella

Il giglio è , tra tutti fiori senza dubbio quello che -dopo la rosa- è più carico di simbologia antichissima, arrivataci fino ad oggi. E’ simbolo non solo virginale ma anche di molti santi, tra tutti Sant’Antonio da Padova, ma anche di altri venti tra santi e sante. Era simbolo di fecondità per la sua capacità di riprodursi e per via della sua natura ctonia, quindi consacrata alle divinità femminili preelleniche, ma anche perché i sei petali simboleggiavano i sei raggi del sole, quindi simbolo di fecondità. Tra le altre cose è stemma araldico della monarchia francese, anche se alla base di questo stemma c’è un errore: il giglio a cui ci si riferiva era una sorta di arma a forma di lancia con due uncini: una specie di stemma araldico già disegnato.

Luigi XIV

In realtà il giglio di Francia è un iris. Pare che il primo ad adottarlo fosse Luigi VII (siamo nel 1100) perché in una battaglia vittoriosa vide degli iris, così il fiore fu battezzato Fleur-de-Louis. In seguito il nome venne storpiato in Fleur-de-Lys, fiore di giglio. Si tratterebbe quindi di una metamorfosi fonetica.
Anche Firenze, d’altra parte, prese a suo stemma il giglio, che in realtà era un Iris, fatto confermato dal nome comune del fiore chiamato “giglio di Firenze”, che botanicamente è un Iris florentina.

Tulipani

Nel Seicento un’altra pianta famosissima fu il tulipano, che fu la pianta non alimentare o medica più importante della storia. Fu un vero e proprio fenomeno di new economy ante litteram, poiché non era necessario dimostrare di possedere fisicamente i bulbi. La passione per i tulipani univa i ricchi ai poveri, in molti vendevano i loro possedimenti per acquistare anche solo un bulbo e poi rivenderlo a prezzo maggiorato.

Jan Bruegel il Giovane, satira della tulipomania 1600

Ma a noi qui interessa solo il tulipano nero. Oramai esistono molte varietà scure dall’aspetto quasi nero, ma allora il tulipano nero era il sogno degli ibridatori. Un anziano signore olandese, che viveva tutto solo, riuscì ad ibridarne uno per puro caso. Gli furono fatte numerose offerte ma egli rifiutò per presentarlo ad Haarlem, dove si riuniva la società di ibridatori di tulipani, la quale gli offrì 1500 fiorini. Una volta ottenutolo gettarono la pianta in terra e la distrussero.
“Perché?”, chiese l’anziano signore.
“Perché anche la nostra società ha ottenuto e riprodotto il tulipano nero –gli spiegarono- e la tua creazione toglie l’unicità alla nostra, ecco perché può esistere un solo tulipano nero”.
Qui un fiore diventa simbolo della gelosia tra ibridatori e del collezionismo più miope ed egoista. Tratti che sarebbero ancora ben vivi tra gli ibridatori moderni se non fosse che le nuove tecnologie rendono disponibile alle persone una grande e varia offerta.
Il Tulipano nero è anche un romanzo di Alexandre Dumas figlio, in cui si racconta una vicenda ambientata in Olanda alla metà del Seicento e della rivalità tra due ibridatori.
Il libro è però di epoca più tarda, del 1850, periodo in cui i tulipani erano ancora amati ma non così in auge come due secoli prima, scritto per tenere impegnato nella lettura un pubblico amante delle avventure e poco incline all’approfondimento. In quest’ultimo caso Il tulipano nero potrebbe assurgere a simbolo letterario e culturale, cioè di quella cospicua parte della letteratura d’intrattenimento che ha preso il via durante il Romanticismo e che oggi rappresenta la quasi totalità del prodotto internazionale.

Il Settecento fu un’epoca molto strana per quanto riguarda le piante: c’era forte contrasto tra la povertà dei molti e la ricchezza dei pochi, inoltre nacque in quel periodo il giardino paesaggistico inglese che non amava molto la vivacità cromatica dei fiori.

Madame de Pompadur

Sotto Luigi XV (1710-1774) nacque a corte la moda dei femme fleurs i fiori delle favorite, allora le varie Pompadour, Montespan, Mme du Barry, lanciavano mode che si succedevano con grande velocità. Si preferiva ora il gelsomino, ora la rosa. Alla corte di Francia fu molto apprezzato anche il bergamotto poiché con il suo penetrante profumo riusciva a coprire anche gli odori più sgradevoli che purtroppo erano diffusissimi a Versailles per via della carenza delle strutture igieniche.
Ma i fiori che hanno legato il loro fascino a questo secolo sono senza dubbio le violette e le camelie. Le violette, che nel linguaggio dei fiori significano modestia, erano curiosamente usate dalle giovani donne come mazzolino per le serate di gala. Erano già molto conosciute ed appezzate durante l’ancien régime, che aveva nutrito per loro quasi una sorta di mania. Si racconta che un gentiluomo, durante il periodo rococo (1720) dedicasse l’intera sua vita alla coltivazione di violette per poter offrire ad un’attrice di cui era innamorato, un mazzolino ogni sera per trent’anni. Quest’attrice poteva quindi farsi un infuso di violette ogni sera.
Goethe ne portava sempre dei semi in tasca per contribuire alla bellezza del mondo.
GiuseppinaA cavallo tra il Settecento e l’Ottocento le violette divennero simbolo della casata dei Bonaparte, Napoleone stesso apprezzava questi fiori per via della passione che per essi nutriva Giuseppina, che le fece ricamare sul suo abito di nozze, e le amava tanto da circondarsene. Si può dire che tutta la vita di Giuseppina fu scandita dalla sua passione per le violette. Napoleone stesso promise (e mantenne) di tornare dal suo esilio dall’Elba quando “le violette sarebbero state nuovamente in fiore”, inoltre aveva un medaglione con dentro alcune violette raccolte dalla tomba di Giuseppina. “Le père Violette” o “Caporal Violette” erano una sorta di parola d’ordine per i bonapartisti. Quando poi Napoleone divorziò e sposò Maria Luisa d’Asburgo, questa ne fece subito uno dei suoi simboli, tanto che alcune delle viole più belle portano il suo nome.

L'Imperatrice Eugenia circondata dalle sue dame. Le violette si trovano in mazzi e nelle acconciature delle dame, e il viola è un colore molto amato

Le violette furono bandite durante il periodo rivoluzionario e ritornarono però velocemente di moda con la restaurazione e la moglie di Napoleone III, Eugenia Montijo. Quando Napoleone III morì in Inghilterra, masse di violette furono spedite oltremanica.
Il viola era un colore di gran moda, tanto che si parla di un’era del mauve.
Le camelie furono un’altra pianta importantissima nel Settecento, non solo per via della loro bellezza, ma perché da esse si ottiene il tè. Fino al 1792 le camelie erano conosciute solo come pianta da infuso. Anzi, pare che siano approdate nel continente europeo perché i Cinesi –a cui gli Inglesi avevano chiesto delle piante di tè per poterle coltivare- gli rifilassero delle camelie da fiore anziché da foglia. Erano piante tanto sconosciute agli europei che furono trattate come delicate e quindi messe in serra, dove ovviamente morivano. Pare che un gentiluomo collezionista, Lord Petre (1738), morisse di crepacuore dopo la perdita di una pianta di camelia. Le prime camelie furono acclimatate in Italia nel 1760 a Caserta portate dalla potente famiglia dei Borbone di Napoli.
Le camelie sono anche simbolo di una certa sensualità femminile, questa simbologia nasce dal famoso romanzo di Alexandre Dumas Padre La signora delle camelie che per 25 giorni al mese si appuntava al petto una camelia bianca, e per gli altri cinque una camelia rossa. Margherite Gautier era ammalata di tubercolosi, che in quel periodo (siamo nel 1848) era come dire “di moda” presso un certo tipo di letteratura che voleva eroine belle e dannate. Tra l’altro la camelia ben si addiceva a Marguerite perché in Giappone (da dove viene la varietà da fiore) simboleggia la caducità della vita per il fatto che il fiore, una volta aperto, non sfiorisce ma cade.
Il romanzo funse da palinsesto per la Traviata di Verdi, la cui protagonista però si chiama però Violetta Valery.

La Traviata

Frutti di Maclura pomifera

C’è un’altra pianta di cui tengo molto a parlare, ed è la Maclura pomifera, un arbusto oriundo dell’America del nord. Si tratta non di un albero da fiore, ma da frutto: un frutto a dire il vero piuttosto inutile. Gli stessi indiani Osage coniarono il detto “inutile come una palla di siepe”. La Maclura ha una storia intrigante, che troviamo ben spiegata nel superbo libro Prateria di William Least Heat-Moon. Durante la colonizzazione del west, nella prateria, era impossibile tenere separate le mandrie dai campi, poiché non c’erano alberi per fare le recinzioni. Fu dall’idea di un vivaista che si diffuse l’uso di questa pianta come recinzione per i campi. La Maclura veniva piantata in reticoli perfettamente ortogonali che l’ideale massonico-neoplatonico di Jefferson (1743-1826) aveva concepito. La gente era tanto abituata a queste siepi perfettamente squadrate che costruiva le case in asse e disponeva anche il letto simmetricamente. Per cui quando il Kansas va a dormire, dice Least Heat-Moon, lo fa ancora in direzione nord-sud o est-ovest.
Questo è quanto scrive l’autore:

la Maclura era l’incarnazione vivente della suddivisione territoriale della nuova civiltà americana: un elemento essenziale come la costituzione per il governo, o come una pattuglia di polizia per un quartiere, una cosa che definisce, delimita e impone il rispetto della legge

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Se nel Seicento la caccia alle piante era un’attività collaterale di esploratori e nel Settecento quella di amatori entusiasti, fu nell’Ottocento che si affermò la figura del “plant hunter” , il cacciatore di piante, generalmente un botanico professionista con doti di illustratore. Associazioni prestigiose come quella di Kew stipendiavano esperti perché passassero mesi ed anni in mare alla scoperta di nuove terre e nuove piante, meglio se utili o medicinali, ma anche quelle da fiore erano enormemente apprezzate per il loro valore economico.
I trasporti più veloci e la diffusione di magazinese riviste per giardinieri, favorirono il ricambio sempre più veloce delle mode.
L’Ottocento fu non a torto chiamato “secolo dei fiori”. I nobili e l’alta borghesia che viveva more nobilium andava assolutamente pazza per i fiori, al punto di dipingerli sulle carte da parati, sui tendaggi, ricamarli sulle stoffe, appuntarli nelle acconciature, sui vestiti, sulle gonne, sui cappelli e sul decolletè.

Boldini dipinse la società agiata di fine Ottocento, ritraendola in momenti quotidiani o di relax. Per il suo modo di lavorare affettato fu coniato il termine 'boldinismo'


Nell’Ottocento si diffuse anche il cosiddetto linguaggio dei fiori, che era stato introdotto già a metà Settecento da una nobildonna inglese moglie dell’ambasciatore a Costantinopoli. In realtà il selam era un messaggio non composto solo da fiori, ma anche da oggetti ed altri elementi, ma in Europa la moda del selam ebbe come oggetto solo i fiori e le piante. Uno dei testi più importanti è Il linguaggio dei fiori di Charlotte de Latour, probabilmente uno pseudonimo. Il libro ebbe una storia editoriale molto complessa e non si sa bene chi l’abbia scritto.
Le dame dell’epoca vivevano in una società agiata e un po’ fatua e per impiegare il loro tempo si divertivano a mandarsi complessi messaggi floreali e a comporre sciarade. L’educazione di una dama comprendeva lezioni di pittura botanica all’acquerello perché potessero comprendere la bellezza e la grazia. Abbiamo tutti presente la Emma di Jane Austen che era completamente immersa in una atmosfera romantica fatta di pic-nic e pensieri d’amore.
Niente evoca meglio il periodo ottocentesco come la rocambolesca vicenda della Victoria amazonica, una sorta di grandissima ninfea che vive in Sudamerica.
La Victoria era conosciuta sin dal 1801, ma in tutto il continente europeo c’era solo un fiore conservato sotto spirito. Dovette arrivare il 1837, anno in cui la giovane regina Vittoria era appena salita al trono diciottenne, e fu chiamata Victoria regia in suo onore. I giardini di Kew dove c’era la sede della società botanica inglese, e quelli di Chatsworth se la contendevano, ma il capo giardiniere di Chatsworth, Joseph Paxton riuscì a farla prosperare e fiorire per primo, ed ottenne così l’incarico di costruire la grande serra vetrata del Crystal Palace per l’Esposizione Internazionale del 1851. Anche qui c’è una competizione per arrivare primi nel mondo dell’orticoltura, una competizione tra scienziati e tra artisti. Ma c’è anche un desiderio di consacrare, attraverso la celebrazione di un fiore, la gloria politica dell’impero inglese, che a quell’epoca era molto potente grazie ai suoi possedimenti in India.
Dietro alla fama della Victoria venne poi la moda delle ninfee e dei loti. A fine secolo nessuna sala da bagno rispettabile poteva fare a meno di un decoro con ninfee. In buona sostanza la ninfea fu l’equivalente del melograno per il Cinquecento e delle rose per il periodo rococo.

Victoria amazonica


Un’altra pianta di cui voglio parlare come simbolo di uno stile del giardino che si affermò in epoca romantica, è la Calceolaria. La Calceolaria è forse tra le piante più brutte che ci siano, e all’epoca ebbe una sorta di doppia vita. Da un lato divenne un fiore da fiorista, cioè da ibridatore, e ne furono creati esemplari con venature e screziature sempre più appariscenti. Dall’altro invece ha rappresentato un modo borghese e poco colto di fare del giardinaggio. Non so se qualcuno di voi ha mai letto Il giardino di Elizabeth di Elizabeth von Arnim, alla quale non era concesso, per la sua posizione nobiliare di praticare del giardinaggio (in questo senso le classi povere erano molto più libere). Tutto era messo nelle mani del suo giardiniere, quando lei gli chiese di fare un giardino giallo, lui le fece una striscia di sole calceolarie gialle. Insomma, la calceolaria è stata una pianta molto usata per parterre geometrici di ispirazione italiana e per lo stile cosiddetto gardenesque o per il jardin fleuriste francese.
gardenesque style da Vulgare net

Fiori di ciliegio in una stampa giapponese

L’ultimo fiore che prendiamo in considerazione in questa dissertazione è il fiore di ciliegio, che in Giappone chiamano “sakura”. Mi sembra importante concludere con un fiore proveniente dal Giappone perché alla fine dell’Ottocento il Giappone fu una inesauribile fonte di ispirazioni artistiche e di nuove soluzioni formali. Gli impressionisti stessi non hanno taciuto il loro debito nei confronti dell’arte dell’Ukio-e.
Il ciliegio era conosciuto in Europa sin dal I secolo avanti Cristo portatovi pare da Lucullo da Kerasunte nel Ponto (odierna zona nordorientale della Turchia), donde il nome kerasos e il nome volgare “ceraso”.
In Europa è stato un albero importante nelle cerimonie del periodo tra Natale e la Befana (Albania), bruciandolo e poi fecondando la vigna con le ceneri, e in Francia era utilizzato nel periodo di Calendimaggio come simbolo di amore. In Giappone, che ha una cultura estremamente stratificata e complessa, c’è tutta una ritualità legata al fiore del ciliegio che simboleggia la perfezione assoluta, ma anche l’impermanenza della bellezza e la transitorietà dello stato di perfezione. Inoltre il fiore rosso, per la sua evidente connotazione cromatica, simboleggia il samurai. Quando tra aprile e maggio fioriscono in Giappone i fiori di ciliegio, i giapponesi si riversano nelle località dove sono piantati questi alberi (Prunus serrulata, non Prunus avium), tra cui spiccano le falde del monte Yoshino, non distante dalla vecchia capitale Kyoto, e fanno dei pic-nic sotto gli alberi. Gli uffici chiudono, fanno festa anche i sararimen e le hana office, le impiegate. Spesso i gitanti si lasciano andare e abusano di sakè, facendo chiasso. Già un poeta del Seicento si lamentava della maleducazione dei gitanti, oggi si beve coca cola e si mangiano hamburger.

Hanami

Le stampe giapponesi influenzarono tutta l’arte successiva e primariamente il Liberty, in cui il fiore diventa il principale motivo decorativo, tanto che viene detto “periodo del Floreale”.

Il giglio come elemento decorativo. Mucha

La soglia, dal simbolo alla società

Questa relazione nasce da un incontro con il circolo di giardinaggio “Il Mignolo Verde” di Cesena, la cui presidente, Gabriella Assirelli, mi ha chiesto di poter tenere una lezione su un tema libero.
Non so esattamente cosa mi abbia indotta a scegliere quest’argomento, semplicemente mi è entrato in testa.
Visto che i giardini, per definizione, sono luoghi chiusi e che quindi una soglia è sempre necessaria, pensavo di trovare una vasta documentazione in proposito. Andando ad approfondire mi sono invece resa conto che lo studio su una qualità così importante di tutti i giardini è completamente assente dalla letteratura specializzata, in Italia e all’estero.
Quanto illustrato in questa relazione è pertanto frutto delle mie deduzioni e del mio personale modo di vedere l’argomento e il giardinaggio in generale.

Pur non essendo incline al misticismo e all’esoterismo in giardino, il tema della soglia reca con sé un valore profondamente simbolico (che –attenzione- non vuol dire “esoterico”, “misticheggiante”). Il giardino stesso è una struttura simbolica, in cui l’Uomo, in quanto razza intelligente e pensante, deposita la propria concezione del suo rapporto con la natura, o meglio, utilizzando un vocabolario filosofico, la sua concezione del rapporto tra la natura naturans, cioè la natura libera, incontaminata dalle mani umane, e la natura naturata, cioè la natura più o meno manipolata dall’uomo. In buona sostanza stiamo parlando del rapporto millenario e che spesso ricorre nelle discussioni attorno al giardinaggio, tra natura ed artificio.
Il simbolismo contenuto in questo tema, verrà tuttavia analizzato e discusso non già da un punto di vista psicologico, il che sarebbe del tutto improduttivo e piuttosto noioso, ma strettamente scientifico, quindi storico, estetico, architettonico.

Il giardino è –abbiamo detto- uno spazio chiuso. Il suo stesso nome, come sappiamo, deriva dal franco “gard” che vuol dire “orto, spazio chiuso, delimitato” (in gotico garda, “chiusura”). I Greci tradussero in “paradeisos” la parola persiana “pairidaeza” che voleva non già indicare il Paradiso, ma il giardino privato del principe.
Uno spazio chiuso necessita dunque di un’entrata, ed è su questo concetto, analizzato dal punto di vista storico e sociologico, che ci soffermeremo.
La soglia ha dunque un valore simbolico, di passaggio, da un mondo ad un altro, nel caso dei “paradisi” persiani o delle oasi egizie, o ancora degli orti monastici, dal mondo della natura, selvaggio e inospitale, al mondo del giardino, accogliente, riparato, ordinato, ricco se non addirittura lussureggiante.

Una barriera, un recinto, una perimetrazione, servono non solo a separare ciò che sta dentro da ciò che sta fuori, ma anche viceversa, allontanare ciò che sta fuori da ciò che è dentro.
Ciò che valeva anticamente per gli ambienti fisici (ad esempio per il giardino egizio, dividere il l’oasi umida dal caldo arido del deserto), vale ancor di più e con implicazioni diverse al giorno d’oggi. Attraverso un recinto si segnala agli altri qual è il limite del proprio territorio, nel quale non si può entrare se non previa autorizzazione. E’ una marcatura, molto simile a quella che compiono gli animali della savana e i felini di casa. Far entrare qualcuno nel proprio giardino, ed ancora di più, accoglierlo in casa propria, significa includerlo nel gruppo delle persone ammesse alla frequentazione domestica, familiare, cioè di quel gruppo di persone che condivide con noi i nostri principi, le nostre abitudini di vita, i nostri gusti. Il mancato riconoscimento di questi simboli o di queste abitudini rituali (ad esempio non calpestare il prato, non gettare le cicche nei vasi, non permettere ai cani di calpestare le aiuole), definisce una persona come un “outsider” cioè un violatore, una persona non ammessa alla condivisione dello spazio.
La soglia, in quanto luogo dall’appartenenza non perfettamente definita, diventa un “meeting point”, un punto di incontro, un luogo dove far sostare gli estranei, scoraggiare gli outsider, di passaggio per gli iniziati.
Non per nulla, ci avrete fatto caso, la parte più interessante delle conversazioni, le confidenze più audaci, delle romantiche dichiarazioni sentimentali, avvengono sulle soglie delle case, sui pianerottoli, davanti alla porta dell’ascensore, in quanto le regole che determinano inclusione ed esclusione da un gruppo sono meno rigide.

Piccolo giardinetto di città

La transizione può essere più o meno rapida, come un inciampo in un giardino nel centro cittadino (o come in una moon gate cinese), o graduale, come un avvicinarsi lento e costante attraverso un lungo viale d’entrata e una larga cancellata, come nelle ville barocche francesi.
Prima di ogni cosa bisogna distinguere il concetto di soglia da quello di confine. Il confine può essere solo attraversato, la soglia invece è un punto che non serve solo a dividere due spazi, ma anche a collegarli, e quindi in cui è dato non solo passare, ma sostare.
Da un punto di vista tecnico-architettonico, la soglia può essere un punto di continuità con l’ambiente successivo, di metamorfosi, o di rottura. La soglia porta dunque con sé la simbologia del rinnovamento, della morte e della rinascita. E’ becchino e levatrice insieme. E’ immagine di un eterno presente, in cui passato e futuro si annullano. Sulla soglia è dato sostare un istante, ma in questo istante si riassumono tutti gli istanti possibili. La soglia quindi è un luogo-non-luogo (attenzione a non confonderla con i “non luoghi” di Marc Augè), una “no Man’s land”, “terra di nessuno” o meglio “a-topos”, per usare una terminologia specialistica. Spazio e tempo si costituiscono così monadologicamente in una unità precisa, in un punto nel tempo (Zeit-Punkt). Nel momento in cui attraversiamo una soglia, siamo abitatori dello spazio-tempo, luogo privilegiato della filosofia. Possiamo volgerci indiscriminatamente al passato o al futuro, tornando indietro o andando avanti, muovendoci alla ricerca di un oggetto filosofico da sempre velato, cioè la verità.

Giano Bifronte raffigurato su una moneta

La soglia in latino era denominata “ianua”, dal nome della divinità Giano, il più antico dei maggiori dei italici e romani, una divinità tra le più venerate a quel tempo, anche se forse meno noto ai moderni. Giano era considerato il “dio degli dei”, era invocato prima degli altri in ogni rito o sacrificio, e il suo sacerdote il più importante. Era il dio di ogni inizio, delle partenze e dei ritorni, a lui erano consacrati tutti i passaggi, i crocicchi e gli archi con due o più porte. Le porte del suo tempio erano aperte in tempo di guerra (per aspettare il ritorno dei combattenti) e chiuse in tempo di pace. In onore a Giano venne dato il suo nome al mese che apriva l’anno civile, gennaio.

Non solo i Romani, ma anche altri popoli avevano delle divinità delle soglie, o meglio dei “guardiani delle entrate” , questo a testimoniare l’alto valore simbolico della soglia. Ad esempio le sfingi in Egitto, o dragoni e varie altre creature nell’Est.
Pensiamo alla coppia di sfingi che “sorvegliano” l’incrocio tra l’asse centrale di Villa d’Este e il viale delle Cento Fontane.

Le due sfingi all’incrocio del viale centrale con quello delle Cento Fontane o Cento Cannelle. Lungo il viale, opera di Pirro Logorio, si vedono bene i bassorilievi con scene tratte dalle 'Metamorfosi' di Ovidio


Una coppia di sfingi si trova anche all’ingresso di Villa Torrigiani a Firenze e a quello di Villa il Pavone presso Siena. Se ne trovano due anche all’accesso del vialone di passeggio del parco delle Cascine a Firenze.
I portali delle grandi cattedrali cattoliche gotiche ne sono l’espressione più rappresentativa nel mondo occidentale.
Molte di queste creature hanno una doppia natura, come sfingi, centauri, grifoni (metà leoni, metà aquile) o satiri, unicorni, per sottolineare il passaggio dal mondo naturale (animale) a quello umano. In epoca moderna le statue sono state spesso sostituite con elementi vegetali, come bossi topiati in sagome animali, oppure alberi grandi o particolari (come gli agrumi a Versailles, che erano coltivati in vaso e richiedevano di svernare al chiuso e che pertanto si prestavano particolarmente alla coltivazione in vasi decorativi).

Topiaria: uccelli al giardino di Hidcote Manor, di Lawrence Johnston. Parterre nel giardino delle Fucsie, in primavera è stipato di Scilla sibirica

La variante più comune del punto di soglia è un semplice arco di congiunzione tra due spazi distinti. L’arco può anche essere isolato e non accompagnato da un muro divisorio, come accade per gli archi di trionfo, e proprio in questi casi la sua funzione simbolica è molto accentuata. Molto spesso agli archi si accompagnano i guardiani della soglia in forma di statue o di alberi, in vaso o meno, o di sempreverdi topiati.

La variante più elaborata della soglia è il labirinto. Il labirinto non è una creazione esclusivamente occidentale, ma si ritrova in tutte le culture del mondo, dalle tavolette di Babilonia, ai muri di Pompei, ai circoli spiraliformi dei Celti (i cui disegni ornamentali ispirarono una sorta di variazione giardinesca del labirinto: il knot garden di epoca Tudor).
In alcune culture il labirinto è considerato un sistema per allontanare e sviare gli spiriti maligni, in altre come un viaggio iniziatici.

Sarah nel labirinto, nel film 'Labyrinth' di Jim Henson

Esistono due tipi di labirinto: quello che gli inglesi chiamano “maze” e i tedeschi “irrgarten”, che è pieno di false aperture e vicoli ciechi, e il labirinto vero e proprio, che ha una sola strada tortuosa.
Il labirinto più famoso della storia è quello di Cnosso a Creta, in cui Teseo uccise il Minotauro e si salvò con il filo di Arianna. Attualmente tra i più famosi c’è il labirinto di Hampton Court, datato 1690, in cui peraltro si perdono i protagonisti di “Tre uomini in barca” di Jerome K. Jerome.
Il labirinto medievale spesso si modifica e diventa circolare, secondo il modello dell’Isola di Citera dell’Hypnerotomachia Poliphyli, il volume presumibilmente scritto da un tal Francesco Colonna (non si sa se un frate domenicano o il Principe romano, signore di Palestrina), che influenzò enormemente il gusto dell’epoca.

Villa Lante

Il labirinto diventa l’isola al centro di un lago, anche piccolo, e le curve del labirinto si stilizzano e si geometrizzano sempre di più, fino a diventare dei semplici viali d’accesso, come ad esempio nel giardino di Boboli o a Bagnaia.

Fontana di Oceano a Boboli, Firenze

I labirinti furono poi soppiantati nel Settecento dai Parnasi, che erano dei rilievi, naturali o artificiali, da cui cogliere una vista d’insieme, come per raccogliere in un solo sguardo tutto il mondo, tutti gli oggetti di conoscenza.

Ponte giapponese (Portland, Oregon)

In un tipo particolare di soglia, il ponte, la caratteristica del passaggio e della transizione sono più evidenziate. Il ponte, per la sua natura spaziale di strumento di attraversamento e transizione, è ancor di più “no Man’s land”, “terra di nessuno”, è un luogo in cui solitamente si transita velocemente (anche per paura dell’altezza) come per timore di rimanere intrappolati in un mondo senza tempo. Sul ponte infatti il tempo sembra sospendersi e annullarsi, probabilmente per il fatto che è una struttura sospesa anche nello spazio. Non è un caso che nei racconti popolari di fate è più frequente che avvengano eventi insoliti e misteriosi su ponti.

Khashan (Iran), Amerian House, epoca recente, 19esimo secolo

Ciò accade anche per il Talar persiano, un arco con un estradosso particolarmente profondo, una sorta di architettura intermedia tra un semplice arco e un portico, in buona sostanza un’entrata coperta, una soglia dilatata. Nella tradizione islamica, infatti, il “talar” è il punto in cui l’anima si muove tra l’edificio il giardino, e in cui il giardino rappresenta lo spirito, e l’edificio il corpo. Non per nulla il “talar” è usato anche come monumento funerario.

Moon Gate

Simile al talar è un tipo particolare di apertura, il moon gate cinese. Si tratta di una finestra circolare in un muro, attraverso cui è possibile osservare un altro giardino, e a volte anche entravi.

Moon gate in un giardino paesaggistico inglese

La moda cinese che furoreggiava nel Settecento, portò delle piccole moon gate anche nei muri dei grandi parchi signorili, dove attualmente rimangono. Se ne trova ancor oggi l’eredità nei giardini di campagna.

Andiamo avanti nel nostro excursus storico e giungiamo al Medioevo. Il giardino medievale signorile, simile a quello descritto da Boccaccio nell’introduzione alla terza giornata del Decamerone, era solitamente diviso in molte sezioni regolari, a loro volta divise in quattro quadranti da due viali ortogonali, di chiara discendenza indostana (il sistema si chiamava chahar bagh). Molto spesso c’erano muri che separavano le diverse zone del giardino, anche per garantire una certa intimità ai suoi frequentatori, che spesso si appartavano tra i cespugli o si riunivano in allegre e disinibite combriccole.

Miniatura contenuta nel manuale di astronomia 'De Sphaera' attribuito a Gregorio e Lorenzo Dati. Il giardino diventa luogo appartato per il piacere terreno

Ecco che già, in ambiente borghese, “la soglia” perde la sua connotazione mistica e diventa invece un sistema di regolazione sociale. Il sistema compartimentale medievale e rinascimentale, influenzò molto fortemente il giardino “a stanze” della fine dell’Ottocento, come ad esempio quello di Sissinghurst Castle.

Litografia di un volume di Repton, 1816

Una struttura che non è esattamente una soglia, in quanto non può essere attraversata se non scavalcandola, è la balaustra, che funge sia da divisione tra due luoghi destinati a scopi diversi, sia da collegamento ottico tra gli stessi.
A partire dal periodo in cui si cominciarono ad usare luoghi di culto specifici per la liturgia cristiana, la struttura delle chiese, fino all’anno Mille, si mantenne sul modello del tempio ebraico: dopo la porta di ingresso c’era un atrio chiamato “atrium”; una parete o una balaustra segnava la fine dell’atrio e apriva l’accesso alla navata centrale chiamata battisterio, oltre la quale, dopo un’altra balaustra od una ringhiera, iniziava l’area dell’altare, chiamata presbiterio.

Atrio della chiesa conventuale di Maria Laach. Il 'paradiso' era l’ingresso coperto che aveva il medesimo scopo del cortile colonnato e che in più offriva diritto d’asilo

Nell’atrio, che era poi un cortile colonnato, si raccoglievano i catecumeni che lì attendevano di essere battezzati. Da notare che quest’atrio veniva chiamato “paradiso” e dava diritto d’asilo.
Ancora oggi nelle grandi chiese o nelle vecchie chiesette l’altare è separato dal corpo centrale della navata da una balaustra.
La balaustra prende il suo nome e la sua forma dal “balaustio”, la capsula dei frutti del melograno, in quanto simbolo di fertilità, rinascita e abbondanza.
La simbologia del melograno è piuttosto complessa e risale al culto di Dioniso, dal cui sangue si dice che nascesse il melograno (in realtà si dice la stessa cosa di altri fiori con altri dei, ad esempio dell’Adonis o dell’anemone con il sangue di Adone, e delle violette con quello di Attis). Dioniso condivide in effetti con queste divinità un’origine antichissima, asiatica, e rappresenta la morte e la rinascita della vegetazione. Dal mito di Dioniso e di Adone sono stati ricavati alcuni dei riti cristiani che celebriamo ancora oggi, come quello dell’eucarestia. Ricordiamo che le divinità della vegetazione, che –come Dioniso o Proserpina- secondo i miti passavano sotto terra una parte dell’anno, erano solitamente considerate non solo divinità della vegetazione, ma anche dei morti, della nascita e della resurrezione.

La Cascata dell'Universo nel Giardino della Speculazione Cosmica in Scozia. La dimensione temporale è qui molto accentuata: ad un gradino corrispondono ere geologiche. Da notare che l'inizio della scala è immerso in uno specchio d'acqua scura, poichè i primi tre minuti del Cosmo (finchè non si formò l'atomo di idrogeno) non sono noti all'uomo

Un altro tipo di soglia simile al ponte è la scala, che però anziché condurre da un luogo all’altro in orizzontale, lo fa in verticale. La scala è un luogo che come il ponte, viene percorso rapidamente, anche se meno rispetto a quest’ultimo, anzi non è raro fermarvisi, soprattutto ai pianerottoli, per osservare il panorama o per riprendere fiato se la si fa in salita, o per chiacchierare.

Panoramica di villa Garzoni, foto su cortesia di Lidia Monti

Un giardino che racchiude in sé molti di questi elementi è quello di Villa Garzoni a Collodi, in provincia di Lucca. In molti l’hanno visitato e trovato poco interessante e maltenuto, mal restaurato e con un biglietto d’ingresso costoso.
L’edificio risale al 1300, mentre il giardino prese corpo in diversi periodi nei secoli successivi. La parte che tutti conosciamo è quella più importante, costituita da terrazze digradanti sul fianco di un colle, costruite da Ottaviano Diodati per Romano Garzoni nel 1700.
Due statue sorvegliano l’ingresso: una è Pan, simbolo vitalistico della forza generatrice della natura, dall’altra Venere, che, oltre ad essere dea dell’amore sensuale era anche protettrice dei giardini, soprattutto nella sua qualità di Venus Julia.
Ai lati del sentiero che sale ci sono invece Apollo e Dafne, che rimandano alla trasformazione, e sul primo terrazzamento della rampa per salire sulla collina ci sono le statue delle quattro stagioni, che significano invece immutabilità e cambiamento, ciclo vitale ripetuto.
C’è un labirinto topiato, anche se non è più evidentemente nelle sue condizioni originarie. C’è un ponte in pietra che sovrasta il labirinto, per cui è possibile osservare chiunque cerchi di attraversarlo. Ci sono anche dei sorprendenti giochi d’acqua che bagnano ospiti e visitatori.
Sulla balaustra c’è una serie di figure di scimmie, che ricordano come l’arte dell’uomo sia uno scimmiottare l’opera divina. Ma il contrasto più evidente si trova nella divisione tra luci e ombre create dalla distinzione tra le terrazze e i boschi sul fianco del colle. Creare una divisione tra luce ed ombra era un intento dichiaratamente espresso dal Diodati. La scala ad esempio, è luminosa e gloriosa, ma immediatamente dopo si stagliano fitte delle macchie di allori e oleandri, creando l’impressione di un groviglio minaccioso. Non è un caso che proprio nel punto in cui il bosco inizia la scala sia fiancheggiata dalle statue di due satiri, a rappresentare l’ “hybris”, figure intermedie, mescolanza tra mondo della natura e quello dell’uomo, che vogliono in buona sostanza simboleggiare il contatto, il confronto, il rapporto sempre variabile, stratificato e complesso, tra la natura selvaggia e indomita e il giardino coltivato.

Un altro tipo di soglia dilatata, simile al ponte, è il tunnel, che a differenza del primo, invece di essere sospeso, passa sotto terra.

Désert de Retz apparteneva a François de Monville. Fu fatto costruire a partire dal 1774 in una boscaglia selvaggia vicino a Marly, il luogo si chiamava Rètz, ma non si sa bene perché, è passato alla storia con il nome di Désert de Retz. De Monville era un componente di spicco della Massoneria, ed è del tutto plausibile che abbia voluto inserire nelle architetture riuniste del suo giardino, degli elementi simbolici, come l’entrata a forma di grotta al giardino, che doveva essere vissuto come un percorso iniziatici riservato agli affiliati o alle persone con cui si avevano interessi intellettuali e politici affini. L’apertura era sorvegliata da figure di satiri che reggevano delle torce, come anche nel giardino di Villa Garzoni, la piramide rimandava alla simbologia egizia, dei cui rituali la massoneria aveva fatto letteralmente man bassa

Il tunnel e le grotte sotterranee sono state usate sin dall’antichità come luoghi magici, in cui compiere riti propiziatori o iniziatici. I misteri Eleusini o Mitrei, connessi con la rappresentazione simbolica del ciclo stagionale e quindi della morte e della resurrezione, si svolgevano infatti in antri naturali.
Il Parco di Pratolino è ricchissimo di grotte e antri dove si svolgevano riti filosofici e misterici. Le grotte e i tunnel furono poi ripresi in epoca illuminista per rappresentare un viaggio iniziatico dalle tenebre dell’ignoranza alla luce della conoscenza.
Un tunnel “moderno” molto famoso è quello di Twickenham, il giardino di Alexander Pope, che tanta parte ebbe nella definizione dei canoni di gusto del giardino paesaggistico inglese . Oltre al tunnel sotterraneo, Pope dispose un tempio decorato con conchiglie (sul tipo delle “rocailles”) e un obelisco dedicato alla memoria della madre, posto vicino ad un cipresso (simbolo di morte nell’antichità).
Il giardino paesaggistico inglese, per la sua matrice intellettuale e illuminista, si prestava particolarmente all’inserimento di elementi simbolici come rovine, obelischi, statue, edifici e costruzioni varie.
La moda del “ruinismo egizio” prese velocemente piede dopo la missione napoleonica in Egitto, i ritrovamenti di tombe faraoniche e la traduzione della Stele di Rosetta da parte di Champollion.

Il potere simbolico di certe architetture viene così meno, diventando merce di scambio sociale, di inclusione o esclusione dalla cerchia di persone dotate di “gusto” (nel 1700 quando si voleva veramente insultare una persona, si diceva che era “priva di gusto”) quindi di inclusione o esclusione dalle élite sociali.

Un altro tunnel, o meglio, corridoio sotterraneo è quello a Wörlitz, il più importante conseguimento estetico del giardino inglese paesaggistico in terra tedesca. Come altri in periodo settecentesco, il giardino, voluto dal principe Franz von Anhalt-Dessau, è di chiara ispirazione massonica (un altro giardino massonico è quello del Marchese di Montesquiou a Mauperthuis). Il corridoio conduce ad una grotta, come anche a Twickenham, in cui ci sono varie iscrizioni e urne funerarie. Ricordiamoci che i cimiteri sono nati nel periodo in cui il ruinismo e la moda del giardino paesaggistico erano al loro acme.
Il giardino di Wörlitz è ricco di passaggi e corridoi, molti dei quali sotterranei. Alcuni conducono all’aria aperta, in luoghi che devono ispirare pia reverenza e solenne isolamento, secondo il modello di Enea, allora in voga, altri più cupi e mistici. Ad esempio esiste una sorta di cella, le cui pareti sono fatte di nuda roccia (la viva roccia non lisciata per i massoni significava la natura naturans, l’elemento grezzo), ombreggiata da alberi, in cui si aprono due porte. Una si apre sulla destra e può essere paragonata al sentiero che prendono coloro che mancano di cultura, mentre sulla sinistra si apre un sentiero inziatico riservato agli adepti e agli acculturati (cioè, possiamo dire per gli “outsider” e per gli “insider”, coloro che si vogliono tenere a distanza e coloro che si vogliono tenere vicini). L’atmosfera del percorso riservato agli adepti è quasi magica e sospesa, un sinuoso snodarsi tra luci intense e ombre fitte (la luce della cultura, dell’Illuminismo, l’oscurità dell’ignoranza). Vi sono tempietti e sacrari. Il tempio di Eolo, ad esempio, è una grotta dalle cui finestre si possono vedere in distanza campi, prati e boschetti, oltre agli argini del fiume Elba, su cui sorge anche un Pantheon. Quando l’Elba esce dagli argini, si riempiono alcune vallecole e raggiunge i piedi della statua di Nettuno, che sembra così uscire dalle acque del mare. Il progetto iniziale prevedeva anche delle arpe eoliche, cioè degli strumenti a corda, che mossi dal vento, producevano una melodia. Tuttavia, probabilmente per ragioni economiche, non furono mai installate.
Worlitz appare quindi un viaggio misterico alla scoperta della conoscenza, vissuto attraverso la complessa stratificazione del simbolismo massone, influenzato dalla ritualità e dal misticismo egizio (a Worlitz sono presenti statue di Osiride, Iside, Oro e Anubi) .
A proposito di cimiteri, nel giardino di Worliz il principe Franz volle costruire per la figlia morta, una “copia” dell’isola dei pioppi di Ermenonville in cui era sepolto Rousseau (che sono sempre stati pioppi, anche ad Ermenonville, mai cipressi).

In epoca più recente, nel periodo Romantico, si riscoprivano in Inghilterra il primitivismo, il giardino Tudor e medievalismo, quest’ultimo attraverso l’attività di William Morris e dell’Arts & Crafts e del movimento Preraffaelita.
Il giardino claustrale, tipicamente conformato ad hortus conclusus, era solitamente separato dagli altri spazi (pomarium, viridarium) tramite muri e porte. Il giardino a “stanze” è costruito su quel modello, ma le divisioni e le soglie sono più che altro costruite con due scopi: il primo è prettamente orticolo. Avere molti muri rivolti a sud permetteva di coltivare piante un po’ più delicate, inoltre il muro o la siepe scura sono lo sfondo ideale per il bordo erbaceo misto che è l’elemento centrale attorno cui ruotano le altre componenti del giardino. Il secondo è che archi, porte, cancelli, in questo tipo di giardini sono punti di vista privilegiati creati su misura dello spettatore-visitatore nei confronti di una proscenio-giardino. Lo spettatore-visitatore attende in questi punti di poter salire anch’egli sulla scena, e di diventare parte della rappresentazione teatrale. E’ da questi punti che si gode del miglior artifizio prospettico, ed allontanandosi da tali punti, la vista spesso peggiora sensibilmente, come già accadeva, su scala ancor più grande, nelle fastose ville barocche francesi, conformate come veri e propri scenari teatrali all’aperto.

Passiamo ai tempi moderni, in cui nessuno di noi ha le possibilità dei grandi principi illuminati e possiede un piccolo giardino di poche centinaia di metri quadri.

Cancelletto con clematis di un cottage garden inglese

Analizziamo un tipo di giardino particolare, il giardino di facciata, il front garden americano ed inglese, cioè la parte più immediatamente visibile al visitatore dello spazio che circonda l’edificio.
Qui da noi il giardino di facciata non è sentito il maniera particolare, mentre per quanto riguarda gli Stati Uniti e la Gran Bretagna è praticamente un must, interi libri sono scritti su questo argomento, ed altri si continuano a scrivere.
In Gran Bretagna e negli Stati Uniti, a differenza dei paesi mediterranei e continentali, il giardino vero e proprio si trova sul retro (il famoso “back yard”), mentre sul davanti c’è più spesso una sottile striscia di terra delimitata da una cancellata oppure lasciata libera. E’ proprio a questa striscia di terra che viene attribuito il compito di accogliere il visitatore, stupire il passante, anticipare il giardino sul retro, definire lo stile di vita e le aspirazioni di una famiglia.
Del “front garden” degli Stati Uniti abbiamo un’idea abbastanza precisa attraverso film e telefilm: è in buona sostanza un semplice prato con o senza staccionata e privacy minima. E’ soprattutto sulle villette a schiera dei paesi di provincia, dove tutte le case e tutti i front garden sono uguali, che dobbiamo riflettere. Uniformarsi al gusto e alla prassi comune è l’espressione della volontà di non voler essere esclusi o additati come degli “outsider”, di voler essere considerati come persone che seguono la morale comune, che non hanno idee strampalate nella testa, che non praticano –insomma- nessun tipo di pensiero fantasioso, e men che mai eterodosso o eversivo. Si desidera essere anonimi, invisibili, assolutamente calati nelle regole sociali comuni, medie. Quello che da noi diremmo “piccolo-borghesi”.
Dall’altra parte, il front garden ricco e variegato (quello di cui parla la vasta letteratura a cui abbiamo accennato), esplicita la volontà di escludersi dal vasto gruppo della massa generica e indistinta della piccola e media borghesia, e di inserirsi nel gruppo delle persone che accudiscono alla natura, che desiderano dare di se stesse l’idea di persone che amano la fantasia, l’arte, l’eclettismo, l’estroversione (come per ogni giardino, a volte riuscendoci, altre volte no).
Quando il front garden diventa specchio fedele e maniacale dello psicologismo personale, luogo ove si consuma il quotidiano feticismo del sé, allora dietro è facile indovinarvi la presenza di un uomo-custodia (definizione di Walter Benjamin) prototipo del borghese che vive nel suo intérieur , un ambiente felpato ricco delle sue tracce, in cui la casa e il giardino diventano monumento all’individuo, inteso come singolo essere della specie, non come unicità dell’umanità.

A questo punto ci avviciniamo alla nostra conclusione, che riguarda il tema della soglia osservato da un punto di vista sociologico.
Le scelte estetiche sono compiute più che altro per esclusione e presa di distanza da ciò che non si riconosce come bello/valido/accettabile/opportuno rispetto alla propria individualità e al proprio gruppo sociale. Una presa di distanza che sia percepibile da tutti, sia da coloro che sono compresi entro il proprio gruppo sociale (da cui si vuol “distinguersi”), ma soprattutto dagli esponenti del gruppo sociale al quale si vorrebbe appartenere, di modo che essi possano classificarci come “consanguinei, affini”.

Le preferenze, insomma, diventano espressione pratica di una differenza necessaria.
La differenza tra gli stili di vita è certamente una delle barriere più solide nella vita sociale. L’omogamia lo conferma.
Il gusto si configura dunque come un’attitudine ad appropriarsi, simbolicamente o materialmente, di beni o pratiche socialmente classificanti. Alcune pratiche, dice Pierre Bourdieu nel suo La distinzione. Critica sociale del gusto, permettono di esplicitare compiutamente le differenze sociali in modo tanto perfetto, complesso e raffinato, dei più sofisticati mezzi espressivi delle arti legittime.
Il gusto dunque cos’è in ultima analisi? Un sistema di classificazione sociale, attraverso il quale noi classifichiamo gli altri e noi stessi, anticipando la classificazione altrui.
Kant sosteneva che il giudizio era uno strumento conoscitivo, ma secondo Bourdieu non c’è più nulla di così distante dalla conoscenza di questo gioco sociale che diventa un’euristica di movimenti, azioni e pensieri, una seconda pelle oscura cucitaci addosso.

Bibliografia essenziale:
ASSOCIAZIONE CENTRO GUIDE TURISMO Il parco di Pratolino, Cadmo
PIERRE BOURDIEU La distinzione. Critica sociale del gusto, Il Mulino
MARIA TERESA COSTA Il carattere distruttivo. Walter Benjamin e il pensiero della soglia, Quodlibet
GUIDO GIUBBINI, Worlitz, in “Rosanova” n°10, ottobre 2007
MARIE LUISE GOTHEIN Storia dell’Arte dei giardini, Olschki
GORDON HAYWARD The Welcoming garden, Gibbs Smith Publishers
PENELOPE HOBHOUSE In search of paradise, Frances Lincoln – Plants in garden history, Pavillion
NICOLA ED EMANUELA KETZULESCO Giardini misterici, Silva editore
PAOLA MARESCA Giardini, mode e architetture insoliteGiardini simbolici e piante magicheGiardini incantati,boschi sacri e architetture magiche , Pontecorboli
CHRISTOPHER MCINTOSH Gardens of the Gods. Myth, magic and meaning
ALESSANDRA PAGLIANO La scena svelata.Architettura, prospettiva e spazio scenico, Libreria Internazionale Cortina di Padova
RHS Piccoli Giardini, Idealibri
MARY RILEY SMITH The Front garden, Houghton Mifflin
DON VANDERVORT Curb Appeal, Sunset Books
MATTEO E VIRGILIO VERCELLONI L’invenzione del giardino occidentale, Jaca Book
VIRGILIO VERCELLONI Atlante storico dell’idea di giardino europeo, Jaca Book
HAZEL WHITE Paths and Walkways, Garden Design Books
FRED WHITSEY The garden at Hidcote, Frances Lincoln
MARIELLA ZOPPI Storia del giardino europeo, Laterza