Un corpo deludente

Raramente capita che mi soffermi sulle innumerevoli stupidaggini che si scrivono su Facebook sulla disparità dei sessi, ma qualche giorno fa mi è capitato questo:
corpo deludente_oscurato
Mi è sembrata una perfetta rappresentazione di come venga percepito il corpo femminile dagli uomini, e talvolta anche dalle donne.
Non voglio tediarvi in questa lunga estate calda perciò mi chiedo (vi chiedo): come può un corpo essere deludente?
Un corpo qualsiasi, intendo.
Come può la corporeità, la matericità la fisicità di una persona essere deludente? Questo, tra i mille aggettivi usati per definire i corpi delle donne, a me non sembra pertinente. Come in quei bugiardini -avete presente?- di farmaci o integratori, degli antiparassitari per gatti, in cui, da qualche parte, tra indicazioni e posologia, trovi scritto: “non pertinente”. Nel senso che quella cosa lì non si applica al farmaco. Come se io vendessi una crema solare e mi chiedessero “che taglia è?”. Non ha una taglia, semmai una quantità.
Un corpo femminile può deludere un maschio, perché il corpo femminile è oggetto di critica estetica, la stessa critica che non sappiamo applicare alle opere d’arte, ai film, ai libri, ai giardini, ma siamo bravissimi a esercitare sul mondo della corporeità femminile, producendo una quantità tale di aggettivi e definizioni che se la metà fosse applicata al giardino, ci sarebbe una valanga di neologismi.
Ma i corpi degli esseri umani, sic sunt, non possono essere oggetto di critica estetica, perché l’estetica sottindende una volontà artistica, e i nostri corpi non sono frutto di una volontà artistica, ma del caso e delle condizioni in cui viviamo. Così come la Natura naturans non accetta il parametro “deludente”, il corpo umano, in quanto esso stesso Natura naturans, lo rigetta. Anche per tale regione la “body art” e tutte le performance che hanno posto il corpo umano come fulcro dell’opera, hanno suscitato e continuano a suscitare continue critiche e polemiche.

I poeti, per solito, hanno familiari queste cose. Credo che il nostro amico “in itinere” abbia molta strada da percorrere prima di raggiungere una saggezza tale da consentirgli di avvicinarsi davvero alla Poesia.

Rosario Assunto , Judith Levine e il giardino per i cani

Se è vero, come sostiene Rosario Assunto, che il giardino è l’ordinamento spaziale in cui l’Uomo deposita il suo rapporto con la natura, creandone infine una struttura, devo desumere che in questi anni il mio rapporto con la Natura è molto cambiato.
Da che consideravo la natura la migliore amica e contemporaneamente la peggior nemica del giardiniere, oggi la considero solo come una sorella con cui viaggiare insieme per un tratto della vita.
Mi disinteresso di lei, lei si disinteressa di me. Mi limito ad osservarla, a volte ad incoraggiarla con un po’ d’acqua, ma in un anno credo di aver comprato sì e no quattro piante. Due margherite, una rosa ed una verbena. E di tutte e quattro mi sono pentita.
Io non compro, direbbe Judith Levine (e ringrazio Francesca Schirò Zambrano per l’avermelo regalato, una delle mie migliori letture). Non mi interessa più l’acquisto. Una forte componente deriva dal fatto che per me un acquisto dedicato al giardino è diventato un lusso, e che tutte le mie risorse sono concentrate sulla stirpe animale che vive con me. Non desidero trovarmi da Priola con diecimila euro da spendere, credo che allora avrei i conati di vomito. Stavo male ieri nel supermarket, davvero male. Davanti alle distese di succhi di frutta e al bancone dei surgelati per poco non svenivo. Mi vedevo come uno zombi che infilava la monetina nel carrello.
Mi sento così davanti ai cataloghi illustrati. Solo quando riesco ad astrarmi perfettamente, posso immaginare le rose in un giardino non mio, e a goderne finalmente.
Non desidero possedere, ma solo osservare.

Se potessi, farei un giardino per i cani. Assunto mi ucciderebbe. Detestava i cani nei giardini, figuriamoci i giardini per i cani. Li avrebbe trovati semplicemente senza senso.
Farei una zona bella ombrosa, con un bell’albero dal fogliame rado e mobile, come un albicocco. Magari un tiglio o una robinia. Oppure un sempreverde, una quercia, un olivo, un carrubo. Non le magnolie, i Ficus, la Melia o i pini. Un angolo con la terra sempre smossa dove fare fosse e sdraiarsi d’estate. Un acciottolato o un piastrellato per prendere il sole in inverno, un bunker di sabbia dove rotolarsi e seppellire ossa, e delle piante che li attraggano, sulle quali sdraiarsi. Nasturzi e Tulbaghia gli piacciono davvero tanto, forse perchè le foglie hanno un sapore pungente e scacciano i parassiti.
Sulle lavande invece si grattano, ed amano anche le spine più grosse dei cacti a candelabro.
Se la fortuna mi assisterà vorrei fargli una piscinetta bassa, coi gradini, facile da pulire e da cambiargli l’acqua. E una fontana dove abbeverarsi con acqua in movimento continuo.
Direi che il mio rapporto con la natura, in questi anni, invece di cristallizzarsi in un ordinamento spaziale formale o formativo (Pareyson), come il giardino, è diventato riflessione sulle altre forme di vita senzienti, assolutizzate (ontologizzate e teleologizzate) nel cane e nel gatto.
Una gran sfiga per un giardiniere.