Glicine, cipresso, palma

Glicine, cipresso, palma, cipresso, glicine

Il glicine. Il glicine ha forse il monopolio di queste settimane. Profumo, colore, vigoria, tutto contribuisce a farne il re della metà di aprile.
Il più delle volte è un rampicante contenuto lungo la ringhiera di una villetta (immaginamoci le potature annuali per limitarne la crescita, i fastidi dei vicini, i borbottii dei passanti). E’ sinonimo di eleganza, raffinatezza, capacità colturali, di lustro sociale. E’ insomma utilizzata dalla società borghese per definire il suo status.
A volte è utilizzato come una graziosa mantovana per ornare balconi e tettoie.
mantovana

Oppure per fare da ghirlanda fiorita al parapetto dei balconi-bene.
Ghirlanda

Mi viene in mente Hermann Hesse e la descrizione dell’Araucaria, che considerava pianta borghese per eccellenza. Il cedro, l’Araucaria, il glicine, la Washingtonia, la Phoenix, la Cycas e il loro seguito di palmizi assortiti, sono tutte piante che nel contesto delle periferie urbane delle province italiane, hanno finito per adornare le case di quel tipo di borghese che descriveva Dostoevskij in L’Idiota, quando parlava del generale Ivolguin, o George Eliot in Middlemarch.

Glicine del benzinaio

Questo è un glicine non potato e lasciato libero di correre sugli alberi, che è quello che il glicine dovrebbe fare. Qui sono cipressi, i cipressi del benzinaio, che con il loro fogliame scuro rendono in qualche modo lugubre il colore del glicine.
Foto di gruppo con palma
La palma c’è, ma in questo caso smorza la tetraggine del fogliame del cipresso. Sembra stare lì per pura combinazione, senza nessun atto di premeditata orticoltura.
Libero finalmente
Il glicine corre finalmente libero di esprimere tutta la sua vocazione. Dato che abbiamo tanti cipressi nei cimiteri, perchè non piantarci al piede qualche glicine? O semplicemente, perchè non lo piantiamo lì dove può essere piantato, senza costringerlo con potature in spazi angusti, come se fosse un rampicante da niente, piccolo come una clematis, docile come un pisello odoroso?
Ci ostiniamo a volerlo avere a tutti i costi, perché è bello, perchè è terribilmente romantico, perchè anche gli altri ce l’hanno, per non essere da meno.
Dovremmo pensarci due volte prima di piantare un glicine in giardino, capire dove andrà a finire e se saremo costretti a tagliarlo alla base il giorno che l’ENEL ci dirà che dà fastidio durante le operazioni di manutenzione ai cavi della corrente. Vogliamo avere una trina color malva sul cancello d’entrata? Bene, dovremo stare attenti che non se lo divori.
E vissero per sempre felici e contenti

Una cortina di alberi o un’alta siepe, non necessariamente privata, ma perchè no, anche comunale, sono un supporto ideale per un glicine, che potrà cessare di essere quel barboncino tosato e con la coda a pouf, e tornare ad essere l’animale selvaggio che è.
Cazzo, lasciate battere il cuore del glicine.

Tre cose comuni-non comuni

In questo periodo c’è molto in giro da vedere e da annusare. C’è un mondo di fiori in esplosione, ma le cose che mi colpiscono dritte dritte al cuore sono tre: il verde scintillante delle nuove foglie di tiglio, il piccolo profumo del nasturzio e quello del legno di cipresso bruciato.

Il tiglio viene regolarmente capitozzato, ma i capitozzatori si spingono raramente nelle periferie del paesone che è Siderno, per cui alcuni esemplari stanno gettando adesso, mentre altri hanno già una chioma ben formata. Quel verde è uno stato di grazia: è un verde verde, allegro, giovane, come poteva essere il verde creato da Yavanna Kementàri alle origini di Arda.

Tropaeolum 'Milkmaid'
Il profumo del nasturzio non è noto quanto dovrebbe. Sa di miele con quel tanto di pepato che non lo rende svenevole e intossicante. E’ bello in giardino, dove però si perde un po’, ma è soprattutto bello in casa, vicino al telefono. Così, mentre si deve chiacchierare di cose inutili con i parenti, si annusa un po’ di nasturzio, e ci si sente trasportare via in un mondo di api, coccinelle, forfecchie e altri insetti.

Il terzo, il legno di cipresso bruciato. Nessuno brucia più i detriti, li gettano vicino alla spazzatura oppure i più civili chiamano il potatore e il camioncino, pagando lo smaltimento in discarica.
Altri li bruciano in giardino. Ho raramente qualcosa in contrario: è una pratica contadina rispettabile che garantisce l’eliminazione dei rifiuti quando non è possibile fare altrimenti. Se non viene bruciata gomma, e se non c’è vento e il fumo non si disperde nelle vicinanze, spesso si sentono buoni profumi di legna bruciata.
I nostri vicini bruciano le potature dei cipressi e nell’aria si spande un meraviglioso profumo d’incenso. Ci si sente rinascere e si aprono i polmoni. Allora non ti stupisci più di come questi aromi venissero usati come disinfettanti durante le pestilenze.

Non ce n’è: non ce ne vuole

Sono esausta, demoralizzata, profondamente infelice e la speranza mi abbandona ogni minuto di più.
In un vecchio post, scrissi che “non manco di nulla”. Mi va bene qualsiasi tipo di giardino perchè, di qualunque tipo sia, anche quello schiera con la processione di petunie e gerani, mi dice qualcosa di chi ce l’ha. Che poi con questo qualcosa io sia d’accordo o meno, è piuttosto irrilevante.

Ma qui si va oltre.
Un episodio banale, di quelli che ogni giorno di questi tempi abbiamo sotto gli occhi: il taglio delle alberature comunali.
Platani, oleandri, tigli, lecci, ippocastani, robinie, ailanthus, melia…siamo abituati a vederli tagliare, ma il pittosforo no.
Quella è stata una coltellata alla schiena.
Il pittosforo adulto, ramificato, chissà quanti di voi non sanno neanche com’è, perchè viene utilizzato come siepe.
Nel corso di decine e decine di anni, il pittosforo raggiunge un’altezza media, anche di diversi metri, e può arrivare al terrazzino di una casa ad un piano. I rami sono morbidamente formati, come usciti dalle mani di un sapiente bonsaista. L’albero è aperto, con la chioma compatta, ed invita al disegno.
Luogo: una stradina secondaria di Siderno, dove non ti aspetti mai che passeranno a tagliare gli alberi. Proprio davanti ad una casa di quelle vecchie, che danno un volto ad un paese che ne ha disperato bisogno.

“Non manco di nulla” inizia a cedere. La mia guida nel giardinaggio è sempre stata un vecchio adagio campano “Non ce n’è: non ce ne vuole”.
Ogni città ha un suo volto. Persino quelle come Firenze o Bologna in cui i giardini sono nascosti. Un volto che può essere ammirevole o infelice. Ho sempre trovato piacere nell’osservazione di questi volti, ma oggi desidero la bellezza.
Che volto ha la mia città?

Rami in alto o vi spariamo!

Potature, capitozzature, scalve: atti di inciviltà e incompetenza?
In realtà solo mezzi di contrattazione politica

Perché, perché, perché? PERCHÉ ogni tot anni, in un periodo variabile da febbraio ad aprile, le amministrazioni comunali capitozzano le piante? Il malcostume, una volta tanto, non è solo della Calabria, ma è felicemente detenuto da tutta l’Italia. In altri paesi, come la Germania o la Svezia, il taglio di un singolo ramo deve essere giustificato ed eseguito secondo le dovute norme tecniche.
Da noi, invece, ogni due o tre anni, nel periodo che va dalla fine dei rigori invernali fino ai primi caldi estivi, le amministrazioni comunali iniziano a scalvare le alberature comunali riducendole a dei relitti focomelici. Chi ne ha di più parte presto, chi ne ha di meno, come i piccoli comuni calabresi, si decide verso aprile, quando ormai il caldo è forte e la pianta stenta a rivegetare.
Ogni tanto qualcuno si lamenta, parte con uno “gne gne gne” piuttosto improduttivo in difesa delle piante e degli alberi come “creature”, come “esseri viventi”, facendo magari un paragone con i bonsai, i piedini di giglio giapponesi, le orecchie dei Dobermann e le code dei barboncini.
Non bisogna erigere la pianta a feticcio, a simbolo di una purezza perduta, di una vitalità naturale e incontaminata. In Italia sembrano esistere due polarità opposte in tal senso: la signora che si incatena all’albero perché non venga abbattuto e il vecchietto che va in comune a protestare perché l’albero gli fa ombra sul davanzale.

Allora, signori, iniziamo a ragionare e cercare di capirci qualcosa: rispettare le piante è un fatto di civiltà, di educazione e segno di un livello superiore di coscienza civica, esattamente come lo è non lasciare le cacche dei cani sul marciapiedi o non gettare mozziconi di sigarette per strada.
Lasciamo stare l’albero inteso e il suo fascino selvaggio alla Walt Whitman (o Avatar, se preferite), parliamo dell’unica cosa che possa sinceramente interessare una pubblica amministrazione: parliamo di quanto l’albero può dare a noi, in termini di comodità, vivibilità e ritorno economico.
Cari sindaci e care sindachesse, sappiamo benissimo che dietro le potature periodiche ci sono begli appalti che sono importante merce di scambio politico (perlomeno da noi, il mercato del floroviavaismo, non meno che quello del mattone, è in buona parte controllato dalla mafia. La stessa asta dei fiori ad Aaslmer in Olanda serve a coprire il riciclaggio di danaro sporco, il traffico di armi e di “diamanti insanguinati”). Ma vi ricordiamo volentieri che i trafficucci non vanno in disaccordo con un’apparente civiltà, che tra l’altro terrebbe la cittadinanza in uno stato di quiescente sopore, più prona di fronte a eventuali “manipolazioni”.
Gli atti di inciviltà che si sono in queste settimane presentati a Reggio Calabria e nel comune di Locri, tanto per fare due nomi, sono di quel tipo scioccante che ha il potere di far ribellare la popolazione che non è ancora del tutto bovina.
Vi torna comodo? Non sarebbe più proficuo effettuare delle potature meno devastanti? Sarebbe meglio per voi, meglio per noi, e meglio per gli alberi.
Affidando i lavori di potatura in mano a degli esperti, non a dei semplici impiegati alle dipendenze del comune che non sanno distinguere un fico da una fichessa, vi garantiamo che risparmiereste perfino, anche se sappiamo che non è questo il punto, anzi, tutto l’opposto.
Vi diciamo una cosa: i vostri giochetti di amicizie e comparaggi potete farceli anche sotto il naso, ma per favore, evitateci lo squallore di alberi fatti diventare tronconi. Un caso lampante è quello di Locri, che ha ridotto il viale di tigli di via Matteotti a dei pali della luce confitti nel terreno. Sono così tristi da menarti nel cuore, da farti venire in mente cose tristissime e deprimenti, come le poesie di Quasimodo, la guerra, le Foibe.
Proprio nei giorni in cui Locri inaugura il suo Urban Center, che dovrebbe essere strumento di condivisione e apertura, il Comune di Locri ha lasciato inascoltati gli appelli e le rimostranze dei cittadini e delle associazioni ambientaliste che hanno mesi fa protestato per il nuovo progetto di riqualificazione e riassetto della Villetta antistante il municipio. Con decisione autocratica si è messo mani alla villetta tagliando e sventrando: per ora poco male, a parte un vetusto esemplare di Araucaria che forse avrebbe potuto essere recuperato.
La mia opinione l’ho già detta a suo tempo: la villetta era “overpiantata”, sovraffollata e tutt’altro che attraente. C’erano davvero molti modi per migliorarne l’aspetto, tra cui anche la rimozione di alcuni esemplari poco interessanti (come le perfide thuie) e di pini che si davano reciprocamente fastidio. Il cantiere è recinto per cui non è possibile accedervi, ma dall’esterno si vedono bene delle potature mal eseguite evidentemente da personale non qualificato. Un grosso problema è infatti la mancanza assoluta di qualsiasi nozione di base da parte del personale che annualmente pota gli alberi.
Spesso si tratta di ditte che sbandierano attestati e certificazioni di qualità, vivaisti, “esperti” del settore. Questo la dice lunga su quanto bassa sia la nostra cultura non solo per quanto riguarda le piante, ma per tutto il mondo naturale, sia esso di carne, di foglia, di pietra o d’acqua. Piuttosto che fare potature così scorrette da un punto di vista agronomico e florovivaistico, sarebbe stato più opportuno rimuovere gli esemplari (un pino in più o in meno non ci cambia la vita, ma un pino tutto storto sì).
Ma –amici miei- state a sentire, ché il bello deve ancora arrivare: in uno spazio grande come un fazzoletto, il nuovo progetto per la villetta di Locri propone un giardino all’italiana, dimostrando così che chi ha avuto cotale bizzarra idea non conosce affatto la storia del giardino e non ha la più pallida nozione di paesaggismo urbano.
Per le malattie siamo sempre pronti a rivolgerci a luminari e baroni di ospedali di Roma o Milano, mentre per queste pratiche che hanno una ricaduta permanente sul territorio, sulla nostra immagine e sulla sua spendibilità in Italia e all’estero, ci affidiamo “alla ditta la Qualunque”, purché prometta, porti, ricambi, infili.
A questa negligenza massima dobbiamo le scalve periodiche degli alberi, i progetti di riqualificazione che imbruttiscono, la totale inosservanza delle più elementari norme orticole nella cura del verde pubblico.
Per carità, signori, non vi stiamo chiedendo di farci il Viaduc des Arts come a Parigi, ma questa torreggiante negligenza è ormai diventata inaccettabile anche in un territorio come la Locride, che la Comunità Europea denomina “obiettivo1”, cioè quelle che ancora si devono equiparare alle altre. Insomma, le ripetenti, le bocciate.
Lo stesso discorso si può fare per il disastro compiuto ai danni dei Ficus (pumila, retusa, ormai chi li riconosce più: non c’è rimasta neanche una foglia) di Piazza Italia a Reggio Calabria. Il paragone con un ammalato di focomelia è fin troppo facile per la sua oscena verosimiglianza.
Perché poi piantare alberi a tutti i costi? E tutti così vicini, stretti stretti come galline in una batteria? Chiaro poi che sarà necessario potarli. La corretta distanza è di circa 10-20 metri, a seconda dell’albero, e per carità, cancelliamoci dalla testa quest’assurdo ideale anglo-francese di piazza alberata a tutti i costi! Le piazze più belle d’Italia non hanno alberi: cosa sarebbe Piazza Navona con un filare di tigli?
E Piazza del Campo a Siena con un bel platano nel mezzo? La moda del viale e della piazza alberata nasce in epoca relativamente recente, dopo il rifacimento di Parigi da parte dell’architetto Haussmann e delle località balneari come Bath in Inghilterra da parte dei due John Wood (padre e figlio) che idearono i famosi crescent e circle e da John Nash che costruì il Regent’s Park a Londra: entrambi modelli per l’attuale stile dell’arredo urbano (che più che stile, bisognerebbe chiamare “mancanza di stile”).
Ma parliamo di spazi diversi, di epoche diverse, di fenomeni artistici diversi e soprattutto di culture diverse. Qui da noi la cultura dell’albero è nel giardino privato, la piazza deve essere lasciata alla comunità per incontrarsi e discutere, confrontarsi. L’ozio è nel proprio domicilio, non nello spazio pubblico. E’ una dimensione fortemente latina della vita pubblica, in cui all’otium era riservata la campagna, al negotium la città.

E’ la cultura inglese del genere “pittoresco” , nata in epoca illuminista, che ha portato il parco nelle grandi città, e di conseguenza, nei secoli successivi, ha affollato le nostre piccole piazzette comunali di alberi e alberelli. Non c’è una vera ragione per la presenza di questi alberi, si è semplicemente seguita la moda che lo stile dell’epoca imponeva. Alla fine siamo costretti a dirlo: questi alberi, mal piantati, sovraffollati, con le radici costipate in piccole buche dei marciapiedi, sofferenti, moribondi, mal potati…ebbene, sarebbe il caso di levarli proprio. Così non li vogliamo, e le amministrazioni non hanno il diritto di propinarceli.
Se è vero che il trattamento riservato al verde comunale evidenzia in maniera molto puntuale il livello culturale di una città, le conclusioni sono facilmente deducibili anche al più cieco degli osservatori. Gli alberi stanno lì, con “le mani in alto”, in fila come briganti in attesa di essere fucilati.

Dategli allora il colpo di grazia, ma risparmiateci la vista di quest’orrore!

Dall’Istituto agrario di Cesena: 6 buone ragioni per non capitozzare un albero

1) Deficit di sostanze nutritive: la potatura corretta rimuove non più di 1/4 – 1/3 della chioma, per non interferire con la facoltà dell’apparato fogliare di produrre sostanze nutritive. La capitozzatura, invece, elimina una porzione di chioma tale da sconvolgere l’assetto generale di un albero ben sviluppato, interrompendo temporaneamente la facoltà di produrre sostanze nutritive e determinando una “crisi energetica”.

2) Shock: la chioma di un albero è paragonabile ad un ombrello parasole capace di schermare le parti dell’albero dall’azione diretta dei raggi solari. Con l’eliminazione improvvisa di questo schermo, il tessuto della corteccia è fortemente esposto alle scottature solari.

3) Insetti e malattie: i grossi mozziconi presenti in un albero capitozzato cicatrizzano con difficoltà ed in tempi lunghi. La posizione apicale di queste ferite e le loro notevoli dimensioni ostacolano il buon funzionamento del sistema naturale di difesa, pertanto i mozziconi residui sono facilmente attaccabili da insetti e parassiti.

4) Indebolimento dei rami: nel migliore dei casi, il legno nuovo è molto più debole di quello vecchio.

5) Ricrescita accelerata: lo scopo di una capitozzatura è il controllo della crescita in verticale di una pianta. Spesso però si ottiene l’effetto opposto: infatti i ricacci successivi sono nettamente più numerosi e veloci di quelli che si svilupperebbero normalmente, tanto da riportare in breve tempo l’albero alla grandezza precedente, con l’aggravante di una chioma più disordinata e meno sana.

6) Risultato estetico sgradevole: un albero capitozzato diventa come “sfigurato”. Perfino in caso di buona reazione e di crescita non potrà mai recuperare bellezza e conformazione naturale della specie di appartenenza. Pertanto il paesaggio e la comunità sono privati di un aspetto estetico di valore.

“Dove sei?” Etica medica del telefonino

Sono infuriata, stanchissima, spaventata a morte e indignata dal più profondo dei miei sensi di essere umano.

L’etica medica prevede normalmente che il malato sia rispettato nella sua fisicità e nella sua moralità. Questo accade sempre di meno, ed è una cosa gravissima, indice di rapporti sociali sempre più selvatici.
Il buon medico rispetterà sempre la nudità del paziente o le sue difficoltà fisiche o fisiologiche. Il buon medico non offenderà mai l’intelligenza del suo paziente, anche quando questa non è eguale alla sua, il buon medico lascerà da parte i suoi problemi per meditare su quelli del suo paziente.

Il buon medico dovrebbe spegnere il telefonino.

Oggi ho visto cose che Roy Betty non avrebbe mai potuto immaginare, cose che sono all’ordine della quotidianità, e non credo solo nella famigerata Calabria.
A parte uno studio medico pieno di scalini e con porte strette che manco quelle del Paradiso, un medico, UN PRIMARIO, che passa un quarto d’ora al telefonino a cazzeggiare (sì, ripeto, cazzeggiare) con un suo “caro, caro amico” , un “avvocato tributarista di fine livello, tra i più quotati di Cosenza” (…ma vaffa), con un paziente steso su un lettino, mezzo nudo, morto di freddo, impaurito, innervosito, mortificato nel corpo già dalla malattia, a subire questo supplemento di Golgota a causa di uno che va a farsi la campagna elettorale tra i suoi amici medici.
Volgare farabutto, ladro di polli, abigeatore.
Il PRIMARIO, intanto, manovrava lo strumento col gomito, più o meno come io cerco di aprire la porta di casa mia quando tengo le buste della spesa, la posta e gli ossi dei cani in mano.
Sì, proprio, schiacciava i pulsanti col gomito mentre col telefonino nell’altra mano se la rideva dottamente dicendo frasi del tipo “Eh, ma da quando sono andato in pensione siamo troppo distanti, sei sempre nel mio cuore, per te farei questo ed altro…”
Ho il voltastomaco. Sono personalmente offesa e terribilmente incazzata.

Dove sono questi valori?
Consapevole dell’ importanza e della solennità dell’ atto che compio e dell’ impegno che assumo, giuro: di esercitare la medicina in libertà e indipendenza di giudizio e di comportamento; di perseguire come scopi esclusivi la difesa della vita, la tutela della salute fisica e psichica dell’ uomo e il sollievo della sofferenza, cui ispirerò con responsabilità e costante impegno scientifico, culturale e sociale, ogni mio atto professionale; di non compiere mai atti idonei a provocare deliberatamente la morte di un paziente; di attenermi alla mia attività ai principi etici della solidarietà umana, contro i quali, nel rispetto della vita e della persona, non utilizzerò mai le mie conoscenze; di prestare la mia opera con diligenza, perizia, e prudenza secondo scienza e coscienza ed osservando le norme deontologiche che regolano l’esercizio della medicina e quelle giuridiche che non risultino in contrasto con gli scopi della mia professione; di affidare la mia reputazione esclusivamente alla mia capacità professionale ed alle mie doti morali; di evitare, anche al di fuori dell’ esercizio professionale, ogni atto e comportamento che possano ledere il prestigio e la dignità della professione. Di rispettare i colleghi anche in caso di contrasto di opinioni; di curare tutti i miei pazienti con eguale scrupolo e impegno indipendentemente dai sentimenti che essi mi ispirano e prescindendo da ogni differenza di razza, religione, nazionalità condizione sociale e ideologia politica; di prestare assistenza d’ urgenza a qualsiasi infermo che ne abbisogni e di mettermi, in caso di pubblica calamità a disposizione dell’Autorità competente; di rispettare e facilitare in ogni caso il diritto del malato alla libera scelta del suo medico, tenuto conto che il rapporto tra medico e paziente è fondato sulla fiducia e in ogni caso sul reciproco rispetto; di osservare il segreto su tutto ciò che mi è confidato, che vedo o che ho veduto, inteso o intuito nell’ esercizio della mia professione o in ragione del mio stato; di astenermi dall’ “accanimento” diagnostico e terapeutico.

DOVE , DOVE SONO?

Per fare un tavolo ci vuole il legno…

Dice la canzoncina: “Per fare un tavolo ci vuole il legno, per fare il legno ci vuole l’albero”.
Bene, anche per fare un giardino ci vuole un albero, e che non sia un albero qualunque.
Il giardiniere, quello di un certo livello, quello che si distingue dalla massa, si riconosce subito da che alberi usa.
Perché poi l’albero? Ma è semplice, perché l’albero è molto grande, occupa più spazio,il suo posizionamento corretto implica una pianificazione attenta e consapevole, una scelta adeguata dell’esemplare, (che non sia né troppo grande né troppo minuto), il suo sviluppo elegante chiarisce che siamo di fronte ad un giardiniere-osservatore costante, che conosce i metodi di potatura corretti, che lascia mano libera alla natura senza sfociare nell’anarchia, che sa amministrare la wilderness con sapienza e abilità, che ci pensa sopra due volte prima di potare o meno la farnia ;P .

Un giardiniere così è uno che non solo conosce le piante da fiore, che sono piccole creature “traslocabili” rispetto ad un albero, ma tratta le piante da giardino più difficili, più imprevedibili, più faticose da imbrigliare con i tagli, più complesse da salvaguardare dagli agenti atmosferici, dai parassiti, dalle avversità in genere e -non ultime- da leggi comunali poco opportune e spesse volte scritte da burocrati dell’epoca paleozotica.

Un giardiniere raffinato scarterà per prime le Thuja e i cipressi, aborrirà il cipresso di Lawson, e se non abita in zone veramente rigide, in linea generale non sceglierà mai una conifera, piuttosto un albero da frutto.
Al Sud un bellissimo albero che è facile vedere nei giardini, arrivatoci di certo non per merito dei proprietari, è la Radermachera sinica,

Je suis, je suis, je suis...

un albero di una raffinatezza inenarrabile, con grandi fiori bianchi che compaiono in età adulta. Per la sua lentezza nel crescere e la sua delicatezza, la Radermachera è diventata tipica pianta da interni, regalata con la coccarda rossa in occasione di compleanni e feste familiari. Poi, dopo anni, ci si accorge che sta benissimo anche fuori e la si pianta in un angoletto, “tanto morirà il prossimo inverno”. Invece no, e la grazia soavissima della Radermachera si trova spesso faccia a faccia con anonimi condomini e orribili villette bifamiliari in cemento armato. Tale è la lieve bellezza dell’albero, che persino gli scempi caseggiati contemporanei ne risultano alleggeriti.

Un albero molto di moda dove gli inverni sono rigidi è l’acero, con le sue sfavillanti colorazioni autunnali.

Acer shirasawanum 'Aureum', tratto da un sito che sicuramente s'incazza se sa che gli ho fregato la foto

Ho sempre avuto un grande affetto per gli aceri, per il loro essere alberi che rimandano ad un immaginario ipernutrito da cliché televisivi di una vita “country”, comoda, ricca di tutte le gioie della famiglia e del relax della campagna, una vita traboccante di sciroppo d’acero e di frittelline dolci, torta di mele e crumble di prugne. Ma l’ormai pedissequo favore collectible riservato a quest’albero me lo rende meno familiare, meno attraente e sempre meno desiderabile. Tanto più che non posso permettermelo, perché qui fa troppo caldo. Come disse la volpe: l’uva è acerba.
He loves pancakes!

Altrettanto amato dell’acero, ma molto meno diffuso e collezionato, è il Liquidambar (altro gioiello prezioso negato a chi vive al caldo).

Gloria d'autunno

Un albero che andrebbe invece cancellato dai giardini è il Prunus serrulata ‘Amanogawa’, che quando è fiorito sembra una sorta di opera concettuale postdadaista. E’ molto diffuso da noi, dove i Prunus non da frutto sono quasi sconosciuti, quindi figuriamoci altrove.

Altolà, chivalà, parola d'ordine!

Un albero di cui diremo senz’altro che il suo proprietario ha un gusto non comune è lo Styrax japonicus, sempre più diffuso ed apprezzato tra chi vuole distinguersi. Trovargli una buona collocazione non è affatto facile, perché è un albero che ama un’ombra umida e un terreno piuttosto acido. Non è molto grande e non vuole vento freddo sul dorso, ma ha una disposizione naturalmente elegante dei rami e un portamento aperto, oltre che una fioritura bianca spettacolare. E’ una creatura da bordo acquatico, o da boschetto umido, insomma, un albero che chiede un certo tipo di ambientazione che 1) uno si ritrova naturalmente a casa sua, per pura combinazione 2) o che per ricostruirla occorrono mezzi e tempo che possiede solo chi ha un largo patrimonio da alienare in beni superflui come il giardino.

Buttatevi per terra e chiedete pietà

Il giardino di Mimmo Caino

La casa del mare di Mimmo Caino
Anche Mimmo Caino, come tutti coloro che abitano a ridosso della ferrovia, aveva un giardino. Un giardino in quella stretta fascia di terra libera che separa la casa dai binari, una sottile striscia rubata alla sabbia, coltivata con dedizione ed ordine meticoloso.
La saggia e operosa indole contadina della nostra gente non permette che neanche un metro di terra vada sprecato, e queste coltivazioni distribuite lungo tutto il tratto della nostra costa sono diventate una costante, una sorta di paesaggio aggiunto a quello naturale.
In genere vi si piantano ortaggi, fave in inverno, pomodori e melanzane in estate. Basilico, peperoncini piccanti, salvia o rosmarino: tutte cose che hanno un piede nel giardino e l’altro in cucina. Molte persone tengono anche dei fiori in questi angusti spazi, solitamente si tratta di rose, ma talvolta si incontrano grandi rampicanti, come bignonie, glicine, bouganvilee. Se poi si ha un po’ di spazio in più ci si tiene anche un piccolo albero di limoni, di fichi o di nespole.
Ad animare i giardini e i piccoli orti della ferrovia non è la necessità di risparmiare sull’acquisto di frutta e verdura, anche perché in spazi così ristretti è impossibile provvedere adeguatamente al fabbisogno di una famiglia. Si tratta di qualcosa che sta dentro di noi, in quella parte buona del cuore umano: il desiderio di fare, di non oziare, di essere operosi. Il piacere delle cose fatte con le proprie mani, di mangiare il frutto del proprio lavoro, e l’avversione per lo spreco di terra, ancorché di limitata estensione.
Mimmo Caino aveva scelto delle piante grasse per il suo giardino lungo la ferrovia: le aveva scelte con cura, nei toni delicati del grigio e del verde argentato che armonizzano così bene con il colore della sabbia, e le aveva piantate in ordine, incasellate ognuna nel proprio spazio, delimitato da pietre piatte levigate dal mare. Contro il muro aveva sistemato altre piante più grandi, ma anche delle zucchine, per non smentire la qualità “ortiva” delle coltivazioni ferroviarie. Più oltre, sulla spiaggia, delle agavi variegate.
Aloe arborescens

Mimmo Caino se n’è andato mentre faceva quello che aveva più caro: il lavoro. Cosa accadrà al suo giardino? Chi lo curerà? Chi toglierà le erbacce che inevitabilmente cresceranno tra i sassi e nella sabbia? Il lavoro di Mimmo era per tutti noi, non solo per se stesso, e l’augurio che mi faccio –e penso di poter parlare per tutta la cittadinanza- è che tutto ciò non venga dimenticato, che venga rispettato e che non vada sprecato, ma anzi, che venga valorizzato come dovrebbe.
Tiffany's

P.S. 4/2/2010. Mimmo Caino è morto, la sua Casa del Mare è stata venduta. Pare che non fosse stato un buon padre e che la sua famiglia non ne volesse preservare il ricordo.
In questo caso sarebbe toccato al Comune di Siderno acquisire la sua proprietà perchè non fosse dimenticata.
Ora la Casa del Mare è una delle tante casette sulla spiaggia, tinta di color giallo paglia, con il tavolo di plastica e l’ombrellone sul balcone.

Sedotti e abbandonati

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“Riqualificare” la villetta di Locri

Quando i politici non sanno che fare, allora “riqualificano” qualcosa. Come se andassero a cercare il Santo Graal.
In queste settimane c’è un certo dibattito sulla futura “riqualificazione” (termine torbido, inconcludente, doppiogiochista) della villetta antistante il Municipio di Locri.
Dovete sapere che il Municipio stesso è stato “riqualificato” ed ora sembra una torta glassata alla maracuja. Sempre meglio di quello di Siderno, che dopo essere stato passato sotto “riqualificazione”,sembra una torta ai frutti di bosco.
Insomma, davanti al comune c’è questa villetta, dove tutti gli studenti, da cinquant’anni a questa parte sono andati a sbaciucchiarsi dopo aver salato la scuola.
E’ una villetta molto brutta. Cionondimeno è la più bella del circondario. Questo vi dice qualcosa?
E’ sovraffollata di piante perlopiù insignificanti, come pini, pittosfori, melangoli, acacie, bossi, lantanas, oleandri. Io non ci ho mai passeggiato con grande piacere, ma almeno ci ho potuto passeggiare. I viali, infatti, sono un po’ a zigozago e per le nostre povere risorse è diventata, senza averne velleità, una sorta di “stroll garden”.
Le piante poi, furono regalate all’amministrazione dalla comunità locrese, ecco perchè sono piuttosto varie e scompagnate, overpiantate.

Villetta di Locri lato Nord
Villetta di Locri lato Nord

La Villetta di Locri ha ormai acquisito una sua dignità storica. Non ha bisogno di riqualificazione, se non l’eliminazione delle thuie, che effettivamente disturbano, e di di un paio di pini che si danno fastidio tra loro. Le altre piante possono essere espiantate e ripiantate altrove, qualora ce ne fosse bisogno.

Adesso cosa succede? Che un progettino mal scritto, di dubbia credibilità, propone la creazione di un giardino all’italiana, con siepi di bosso, parterre e vasche centrali.
Insomma, come se il fazzolettino di terra davanti al municipio fosse Vaux-le-Vicomte.

Che si può dire senza sembrare banali e queruli? Nulla se non che tanto il comune farà quel che ha deciso di fare senza che l’opinione pubblica possa fiatare. Nient’altro che dire che se si doveva dar da mangiare alla solita comunella dei mafiosi ammanicati con le istituzioni, si sarebbe potuto scegliere un posto dove gli alberi NON ci fossero.

Poi parlano male di noi. A me viene in mente che un motivo forse c’è.

Villetta di Locri, lato Sud
Villetta di Locri, lato Sud