Ragazzo di città, ragazzo di campagna

Stamane mi è capitato di fare una riflessione sulla ponderale mancanza di conoscenza, soprattutto da parte dei trentenni, su tutto ciò che riguarda la vita naturale, sia di foglie, d’acqua , di roccia e in generale di tutto quello che cammina o striscia sulla terra, essi compresi.
I ragazzi che oggi hanno circa trent’anni, nati nei terribili anni ’80, sono la prima generazione cresciuta davvero in casa, con solo diletto che la televisione e i videogame. Sono gli autentici figli del piccolo schermo, non hanno l’idea del gioco per strada, delle “rughe”, ma solo delle volatili compagnie, vissute tra automobili e motorini, piazze e locali.
Ragazzi di città, come anche quelli nati dopo di loro, che fanno i pic nic virtuali con City Ville.

Poi leggevo qualche rigo di un libro sulle erbacce, riportava un passo di una lettera di un soldato inglese schierato sul fronte della Somme, durante la Seconda Guerra Mondiale. Il campo di battaglia ospitava una messe di papaveri, colorati di tristi presagi. Le erbe spontanee, tipiche della Gran Bretagna, venivano portate vicino alle trincee e il bordo veniva fatto con i calcinacci o residui metallici.

Sono passati sessanta e più anni, è vero, ma come si spiega il folle attaccamento della mia generazione all’anima della natura, rispetto alle giovani, giovanissime generazioni che non la conoscono più o la considerano un’entità astratta come in Avatar o un argomento da conoscere per essere trendy?

I ragazzi di campagna sanno ancora guardare negli occhi la natura, mentre i ragazzi di città non più. Sessant’anni fa eravamo un po’ tutti “ragazzi di campagna”.

Il tempo passa troppo in fretta per me. Eppure è troppo poco quello che la modernità ci porta. La nostra fase adolescenziale ci porterà alla maturità o all’annichilamento?