Un viaggio nell’oscurità

REDHORN GATE BARBARA STRACHEY

E’ ufficiale: domani la compagnia dell’Anello entrerà a Moria dopo il fallimento al Cancello Cornorosso.
Dall’illustrazione del libro I viaggi di Frodo, di Barbara Strachey, si evince chiaramente che attrorno al 10, 11, e 12 di Gennaio, i nostri cercarono di atrraversare le Montagne nebbiose da sopra. Il 12, secondo Strachey, tornarono indietro per ridiscendere il fianco occidentale fino ad arrivare più vicino possibile al Cancello di Moria (la decisione fu di Gandalf, non di Frodo, come visto nel film).
Nonostante questo subirono un attacco dei lupi prima di raggiungere il sentiero più agevole lasciato del fiume Sirannon ormai prosciugato (cosa che sorprese molto la compagnia).

Il 13 si trovavano prorpio di fronte al Cancello costruito dai Nani, un portale dalla forma rozza e pesante, su cui erano incise dellerune elfiche visibili solo alla luce della luna, l’Ithildin.
In genere tutte le edizioni della Compagnia dell’anello riportano l’illustrazione che ne fece Tolkien all’epoca e lo stesso film la ripropone in maniera fedele.
Tolkien raccontò che fu molto difficile farla non tanto per la complessità delle scritte o delle linee, ma perchè la casa editrice gli chiese una copia in negativo per effettuare poi la conversione in positivo, per cui Tolkien dovette annerire tutte le parti che nell’illustrazione sono bianche, cioè la maggior parte del foglio, facendo la massima attenzione a non coprire le rune (non c’era il correttore, all’epoca).

Una delle più belle illustrazioni che ricordo di questo passaggio, oltre quelle fatte da Tolkien, è una di Alan Lee nel suo periodo d’oro, in cui la necessita di verosimiglianza degli anni Novanta non lasciava posto all’infantile disegno di Tolkien, e il cancello è raffigurato come una semplice parete piatta.

I cancelli di Moria
I cancelli di Moria

particolare del gruppo
particolare del gruppo

In questo dettaglio ci si rende perfettamente come Alan Lee, lavorando su carta d’acquerello (presumibilmente Arches o Canson) di dimensioni non enormi, riesca comunque a dare una dettagliata particolarità dei personaggi: Gandalf che indaga con la mano in cerca di indizi, Aragorn attento e di guardia, Legolas e Boromir intenti ad osservare Gandalf, e così Gimli, poco visibile e seminascosto tra Frodo e Sam,preoccupato per il pony Bill. Infine i due giovani hobbit Merry e Pipino, come sempre distratti e intenti a confabulare.

L’iscrizione sui portali è questa: Le Porte di Durin, Signore di Moria. Dite, amici, ed entrate. Io, Narvi, le feci. Celebrimor dell’Agrifogliere tracciò questi segni.

La soluzione dell’enigma iscritto sui portali è semplice: basta dire “amico” (mellon) per poter entrare. Un tempo in cui nani ed elfi non erano così sospettosi tra loro.
La frase intera pronunciata da Gandalf per aprire il portale è:

Annon edhellen, edro hi ammen!
Fennas nogothrim, lasto beth lammen!

Questo è il commento di Strachey alla cronologia degli episodi.

CANCELLO CORNOROSSO

Nazifascista, oppiomane, guerrafondaio, sorpresa nell’uovo di pasqua, santo e scrittore di favole per bambini

Da sinistra a destra Orcrist, Sting, Glamdring
Da sinistra a destra Orcrist, Sting, Glamdring
Dopo l’uscita al cinema dell’Hobbit, speravo di avere materiale per una recensione da postare sul blog. Ma non sono riuscita a trovare che pochi appigli per dire qualcosa di già detto e ho lasciato perdere.
Così ne ho cercate in rete, sperando che qualche blog, magari semisconosciuto,  in coda alle classifiche, dicesse qualcosa di intelligente.
Forse non ho cercato abbastanza, ma l’essere un’anima tolkieniana mi fa sentire il dovere di dire qualcosa io: soprattutto di mandare a cagare i blog che hanno scritto interi poemi sugli aspetti tecnici della riprese in trepernoveventisette, quelli che hanno scritto che Lo Hobbit è “una fiaba” o “una favola per bambini” ( augurandogli crampi e violenta dissenteria) e gli altri che hanno incensato il film dicendo : “Dopotutto, Il signore degli anelli è irripetibile”.

Be’, anche Mrs. Dalloway è irripetibile, ma non per questo Virginia Woolf non scrisse Le onde.

 

Tolkien nella sua vita da “famoso” ne ha subite tante di traslazioni del suo pensiero, di critiche che l’hanno fatto fluttuare dal nazifascismo alla cristologia, accuse di essere aduso alle sostanze stupefacenti per inventarsi tutte quelle robe lì; dopo il ciclo di flebo del dottor Jackson i suoi personaggi sono diventati figurine Panini e sorprese dell’uovo di pasqua, e “tesssoro” un intercale comune, e in ultimo, con questa ulteriore dose di Ringer con bicarbonato (per la digestione), è diventato “uno scrittore di favole per bambini”.

Lego-Il-signore-degli-Anelli-Videogame

 

Trascurando la non ovvia differenza, anche se meno consistente nel sud mediterraneo, tra “favola” e “fiaba”, Lo Hobbit non è né l’una né l’altra. Spiacente per chi lo crede, spiacente per chi l’ha scritto, oltremodo spiacente per chi l’ha letto e continua a crederlo.

 

Molti recensori si sono soffermati proprio su quest’aspetto: “è meno maturo del Signore degli Anelli”, “si capisce che il target è meno adulto”, “se non l’avete letto a otto anni non vi entusiasmerà”, “dopotutto si capisce che nasce dai racconti per i suoi figli”. Ecc. ecc.

 

Ma che vogliono, mi chiedo a questo punto, i ragazzi (e con questo termine abbraccio dai nativi digitali fino ai quarantenni) al cinema quando vanno a vedere un fantasy? Draghi sgozzati, orchi bavosi, lupi mannari che dilaniano gli avversari, orde di barbari che calano su cittadelle fortificate, teste mozzate, villaggi dati a fuoco, donne stuprate, effettacci speciali con milioni di comparse digitali tutte identiche, muscolature alla Boris Vallejo, vampiri e vampire, magari con un buon contorno se non proprio di tette e culi, almeno di begli occhietti e belle labbruzze da immaginare di baciare con la lingua(leggi: Lyv Tyler e Cate Blanchett)?

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orchetti

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Devo dedurre che se non ci sono guerre, città messe a ferro e fuoco, omicidi, sangue grondante un po’ ovunque, ampia varietà di mostri urlanti, un film fantasy “è una favola per bambini” ? Cribbio, ma l’avete mai visto The princess bride? E It? It, nonostante i mostri e il sangue È una favola.
No, dico, li avete letti Il Visconte dimezzato, Il Cavaliere inesistente  e il Barone rampante? E immagino che, visto che sua moglie era solo una casalinga e non una diva su youporn o una vampira ninfomane, anche Marcovaldo sia “una roba per bambini”. E via, dentro alle fiabe per bambini anche le Interviste impossibili di Calvino, i romanzi di Mark Twain e di London.

E avanti così, perché di questo passo Jane Austen e Virginia Woolf diventeranno “letteratura rosa” e Moby Dick e Lord Jim  “romanzi marinareschi”.

D’altra parte di che mi lamento: alla Hoepli di Milano il giardinaggio sta sotto “casa e tempo libero”, esattamente come su Amazon e IBS.

 

Sarò antiquata, ma “per bambini” erano le fiabe di Gianni Rodari, I Quindici, erano i giochi di parole e gli indovinelli da fare in classe, i libri da colorare.

“Per bambini” significa “destinato ad un pubblico che deve crescere”. Mentre devi essere ben cresciuto per leggere Lo Hobbit.

 

Lo Hobbit non nasce, come pensano i blogger col naso all’insù, dalle Lettere di Babbo Natale o da Mr. Bliss o da vari ammennicoli essenziali che Tolkien disegnava per i suoi figli. Nasce casualmente, perlomeno così ci tramanda la critica, dall’invenzione estemporanea del nome “hobbit”. Ciò condusse Tolkien a fare ciò che faceva sempre, sin da quando era marconista sulla Somme: a creare una lingua, una geografia e una storia per un popolo inventato. Nacquero così “la Contea” e la sua geografia, e la stessa Contea fu inquadrata nel più vasto territorio della Terra di Mezzo e delle sue dinamiche.

 

Io lessi felicemente per la prima volta Lo Hobbit nei lontani anni Ottanta, non trovandolo affatto una fiaba. E mi chiedo se chi lo definisce tale ha mai letto i vasto corpus di fiabe europee pubblicate credo nei Novanta dalla Oscar Mondadori, piccoli tesori per noi studenti, allora resi finalmente accessibili a prezzi modesti.  Mi chiedo se abbiano letto i testi di Norma Lorre Goodrich, o il Mabinogion, o Chrétien de Troyes.

I Nibelunghi, il Voluspä, l’Edda in prosa, l’Edda poetica, la Saga di Ragnarr, Beowulf, Sir Galvano e il Cavaliere Verde.
MA CHI HA VISTO QUESTO FILM, LO SA O NO COS’È L’ARAZZO DI BAYEUX?

bayeux arazzo

 

Ragazzi, è da questo che viene Lo Hobbit, non dai disegni dei francobolli finti per i sui figli!

Se l’idea di scrivere un romanzo per i suoi bambini può certamente essere esistita nella mente di Tolkien, questa non si materializzò con Lo Hobbit.  È innegabile che il pubblico infantile ne fu affascinato, ma noi non rimaniamo affascinati anche da 20.000 leghe sotto i mari ? Eppure non è una fiaba. È un gran romanzo, e come tutti i gran romanzi, se si è apprezzato da piccoli, si continuerà ad apprezzarlo da grandi.

Tolkien scrisse sempre per i suoi figli. Anzi, riuscì a completare Il Signore degli Anelli, dopo un lungo momento di blocco creativo (Pipino e Gandalf che corrono verso Minas Tirith su Ombromanto), grazie al supporto che gli dava il figlio Christopher, all’epoca aviere al fronte, a cui spediva i capitoli e da cui li riceveva annotati e corretti.
 

Nello Hobbit, nel suo linguaggio, nella definizione dei personaggi, ci sono delle evidenti ricerche di ricreare quell’atmosfera grottesca e popolaresca dei Racconti di Canterbury. Tutto questo è stato raccolto da regista come un invito ad usare battute e motti di spirito (a dire il vero poco divertenti) e portare sopra le righe ogni personaggio (senza però riuscire nel compito più arduo: differenziare i nani, che nel romanzo hanno una caratterizzazione molto evidente).

Ciò che distingue fondamentalmente Lo Hobbit dal Signore degli Anelli, per il lettore, è proprio qui. Nello Hobbit ogni personaggio ha un suo perché e una sua motivazione d’essere, la sua resa come personaggio è dinamica, sferica, completa. Non confonderesti mai Kili con Dori, o Bombur con Gloin.  Mente Il Signore degli anelli, per necessità, vede un appiattimento caratteriale dei personaggi fino a renderli oggetti narrativi funzionali alla trama (e qui i preti ci sono andati a nozze).

Lo Hobbit è, anche senza Il Signore degli Anelli, un’opera compiuta (e a detta di molti, ben più compiuta del suo seguito) che vive in maniera del tutto autonoma e racconta di vicende che hanno una loro indipendenza estetica dal contesto del corpus tolkieniano.

Per quello che riguarda me posso dire che è un libro decisamente più riuscito del Signore degli Anelli, sia per l’originalità che per la freschezza stilistica.
 

Da ultimo, ma giusto per darvi qualche informazione extra, i blogger più attenti hanno detto che per allungare il Ringer fino a portarlo a tre litri, uno l’anno ogni natale,  l’infermiere Jackson ha attinto a piene mani dalle Appendici del Signore degli Anelli.

Non è del tutto esatto. La maggior parte delle informazioni infilate in bolo nel Ringer non si trovano affatto nelle Appendici, ma nel volume Racconti Incompiuti, nella fattispecie a partire da pagina 425 e segg. La cerca di Erebor, una vera miniera di informazioni su tanti “retroscena” che non ci saremmo mai aspettati.

E' qui che s'è andato ad infilare Peter Jackson
E’ qui che s’è andato ad infilare Peter Jackson

 

Suicidatemi per favore
Suicidatemi per favore

Buon compleanno, Professore

tolkien_nu_promoEccomi qui, al solito, il 3 di gennaio, per fare gli auguri di buon compleanno a J.R.R. Tolkien, autore semisconosciuto ai miei tempi, oggi oggetto del merchandising più frizzante e autore-culto in questa e in numerose altre galassie.

Strano, devo dire, che nessuno dei miliardi e miliardi, e miliardi, e miliardi, di fan del Professore si sia ricordato che l’anno scorso ricorreva il centoventesimo anniversario della sua nascita. Avrei immaginato che la concomitante uscita nelle sale del primo episodio della nuova Jackson-trilogia dello “Hobbit” sarebbe stata colta come lieta accoppiata giornalistica per propagandare ancora di più questa flebo filmica da parte del dottor Jackson.

Mah, possibile si rifacciano quest’anno che è il quarantennale della morte.
Misteri della Pubblicità.

Quest’anno mi va di pensare quasi ad una rubrica dedicata al viaggio dei personaggi durante le vicende del Signore degli Anelli.
Avrei dovuto iniziare il 23 settembre, il giorno della partenza di Frodo da Casa Baggins, ma ho più volte citato questa data nel blog (se ricercate questa data nel blog, troverete numerosi post).
Ma visto che c’è un compleanno da festeggiare…dov’erano, più o meno, i nostri amici il 3 gennaio?

Ebbene, dopo aver passato il Natale a Rivendell ed essere da lì partiti il 26 dicembre, ripercorrendo in parte i loro passi, si sono diretti verso sud (“L’Anello va a sud”) lungo il versante occidentale delle Montagne Nebbiose.

Su questo sito ho trovato una illustrazione molto schematica delle Montagne Nebbiose:

Schema delle Montagne Nebbiose (dovete cercare Redhorn Gate)
Schema delle Montagne Nebbiose (dovete cercare Redhorn Gate)

Molto più raffinata e studiata la mappa realizzata da Barbara Strachey in I viaggi di Frodo, testo ormai introvabile e di cui la casa editrice ha perso i diritti.

l'anello va a sud_i viaggi  di frodo

Il commento dell’autrice:
i viaggi di frodo_montagne nebbiose

Ai primi di Gennaio ancora la Compagnia stava viaggiando ai piedi delle Montagne, su un terrendo freddo, duro e accidentato, laddove, molto tempo prima si stendeva l’Agrifogliere, un terriorio ricco di vegetazione e acqua. L’Agrifogliere era popolato da Elfi ed è qui che furono forgiati i tre anelli elfici. Le versioni su come/dove fu forgiato -e da chi- l’Unico Anello, sono diverse e le lascio agli studiosi.

A partire dall’8 di gennaio la Compagnia inizia a salire verso il Passo Cornorosso (“Redhorn Gate” nella mappa), ma l’inverno e Saruman impedirono loro di arrivarci, e superare le Montagne Nebbiose da su, costringendoli ad attraversarle da dentro, cioè dalle Miniere di Moria.

“Il Caradhras li aveva sconfitti”, così scrive Tolkien.

John Howe, uno dei più grandi illustratori di Tolkien, rappresenta la scena in un disegno che è stato sicuramente fonte di ispirazione per il dottor Jackson, tanto che la clip video che segue lo ricalca in tutto e per tutto.

John Howe, approaching the Caradhras
John Howe, approaching the Caradhras

23 settembre

Concluso il primo torneo amatoriale di Dungeons&Dragons organizzato dall’associazione “Dungeons Players” di Siderno

La sessione del 28 luglio, giorno della premiazione. Le schede di valutazione e gli attestati di partecipazione
Si è concluso sabato 28 luglio il primo torneo amatoriale di Dungeons and Dragons, il noto gioco di ruolo fantasy.
Il torneo, una assoluta novità per la zona locridea, è stato organizzato dall’ Associazione non ufficiale “Dungeons Players” (di cui trovate anche la pagina su Facebook) e si è tenuto nel Salottino Rosso della Libreria Calliope-Mondadori.
Le sessioni di gioco sono state tre, ciascuna della durata di un’ora, con un gruppo di quattro giocatori per tavolo e con la rotazione dei master e delle avventure.

I vincitori sono:
Sandro Guglielmelli al primo posto, con 67 punti,
Matteo Tallarida al secondo posto, con 62 punti,
Anna Tommasini al terzo posto, con 61 punti per spareggio con Marco Arpaia, sempre 61 punti, scivolato al quarto posto.
Al quinto, si è classificata Giuseppina Campanella, con 60 punti.

Il primo classificato, Sandro Guglielmelli, vincitore di un manuale di Pathfinder

Il secondo classificato, giovanissimo, Matteo Tallarida, vincitore di gadget per la scenografia
Anna Tommasini, classificata terza, vincitrice di un set di miniature di Pathfinder

Tutti i partecipanti hanno ricevuto un attestato di partecipazione con il punteggio conseguito.

I primi tre premi

I master che hanno inventato le avventure e arbitrato il gioco sono stati Matteo Castiglioni, Thierry Schlapfer e Antonio Strangio. Il supervisore è stato Andrea Grollino.
I giocatori hanno giudicato Antonio Strangio il miglior master del torneo.

Il master Thierry Schlapfer che si gode un massaggio dopo una notte insonne

Il master Matteo Castiglioni, un affabulatore
Antonio Strangio con la sua sigaretta elettronica. Giudicato dai giocatori il miglior master

Senza dubbio un evento minore per chi non ha affatto idea di cosa siano i giochi di ruolo o per chi predilige i convegni sulla storia antica, ma per la città di Siderno si tratta di un evento inatteso e quasi straordinario. A parte il suo valore intrinseco, il fatto che anche nicchie culturali trovino spazio, oggi e qui, è un positivo e forte segno così forte di risveglio e di desiderio di rinascita da non poter trattenere un fremito di entusiasmo.

Da sinistra: Antonio Strangio e Andrea Grollino (con la maglia nera e la scritta ‘Stark Industries’), ideatori della Associazione non ufficiale ‘Dungeons Players’. Grollino ha effettuato anche la supervisione del torneo.
Dungeons and Dragons (letteralmente “cunicoli sotterranei e grandi draghi alati”), normalmente abbreviato in D&D, è il capostipite dei giochi di ruolo ed è conosciuto e tradotto in tutto il mondo. In Italia è arrivato intorno agli anni Ottanta, epoca a cui si fa risalire la “prima generazione di giocatori”. Molto spesso erano i fratelli maggiori che frequentavano università del centro-nord, dove il gioco era molto affermato e numerose erano le sale e i club dove poter giocare, a portare ad amici e parenti i manuali, i quali venivano fotocopiati e distribuiti. All’ epoca le regole erano molto semplici, non elaborate come la versione 3.5 utilizzata nel torneo amatoriale dell’ Associazione, per ora non ufficiale, “Dungeons Players”, e molti di noi ricordano ancora la famosa “scatola rossa” contenente il set base (alcuni hanno fotocopiato i manuali e li hanno colorati con Caran d’ache, Tombow e Pantone, ma questa è un’altra storia…).

Consulting Detective, un board game basato sulle avventure di Sherlock Holmes
Nel corso degli anni, D&D e i giochi di ruolo si sono sempre più affermati e diversificati (ad esempio esistono il gioco di ruolo di Sherlock Holmes, di Cthulhu, di Buck Rogers, ecc.) anche se quelli a sfondo fantasy hanno sempre avuto l’ostilità da parte delle organizzazioni religiose poiché contengono al loro interno elementi come magia, incantesimi, arti stregonesche, animali inesistenti o fatati, somiglianti a bestie sataniche, e –cosa più importante- un intero pantheon di divinità che non hanno nulla a che fare con nessun culto religioso esistente, ma del tutto credibili in un mondo “spada e magia” .

Tra gli anni Ottanta e i Novanta ci furono anche dei casi di cronaca nera in cui  fu tirato in ballo il gioco di Dungeons and Dragons. Negli USA, un giovane studente, Dallas Egbert, sparì misteriosamente e se ne attribuì la causa al suo giocare a D&D. In Italia nel ’96 si suicidò un giovane appassionato di Magic, l’adunanza (un gioco di carte collezionabili -erroneamente definito “gioco di ruolo”). Il pubblico ministero diede la colpa al gioco, ma la Cassazione rigettò la formulazione.

Mazes and Monsters, il film tratto dal volume ‘Era solo un gioco’ di Rona Jaffe
La controversa fama di questo gioco lo ha portato numerose volte al cinema, nella letteratura, o nei fumetti. Dall’infelice episodio di Egbert furono tratti un romanzo (Era solo un gioco, Rona Jaffe, Mondadori 1987)e un film, interpretato da un giovanissimo Tom Hanks. Altri film per la tv mostravano assassini che uccidevano secondo le regole di D&D.
Famiglia Cristiana ripubblicò un fumetto della manichea Chick Publications, che stigmatizzava gay, musulmani, ebrei, ecc., in cui una ragazza cadeva in preda alle arti stregonesche attraverso il gioco, per poi riconvertirsi grazie alla bontà divina.

Tutti questi aneddoti per i fan sono letteratura e cinema, anche divertente, ma quel che è certo è che la cultura occidentale (europea) contemporanea non riesce a convivere con alcuni prodotti della fantasia, come stregonerie e incantesimi, se è vero che lo stesso Papa Benedetto Sedicesimo si è scagliato contro la saga di Harry Potter con toni molto duri.

È evidente che solo gli sciocchi possono pensare che i giocatori si facciano coinvolgere tanto dai personaggi da agire come tali nel mondo “reale” (virgolette obbligatorie). Neanche il più consumato attore del metodo Stanislavskij vi riuscirebbe!

http://prontoallaresa.blogspot.it/2009/05/giulio-perche-ti-flagelli-mi-rilasso.html
La pura verità è  giochi di ruolo differiscono dai giochi “socialmente accettabili” poiché implicano una grande capacità di impegno nello studio delle regole, dei manuali, dei principi fondanti l’universo o il tema portante, poiché è obbligatoria una grande capacità di espressione, sia verbale che scritta, una forte naturalezza recitativa e d’improvvisazione, una altissima componente di cultura generale, scientifica, storica, geografica, geologica e molto altro.

In poche parole, non si tratta di capire se il tre di coppe vince sull’asso di bastoni, ma si studiare montagne di pagine e di avere originalità, fantasia, intelligenza attiva e molte conoscenze di base. Questo fa dei giochi di ruolo delle attività per “nerd” o “geek”, termini made in USA che hanno un polivalente ventaglio dispregiativo. In Italia diremmo “secchioni”. Ma questo termine taglia via di netto tutta la componente di causticità, originalità, bizzarria, fantasia e inventiva dei giocatori.

In questo senso i giochi di ruolo “sono pericolosi” perché inducono al confronto e alla riflessione, alla negazione della supina accettazione delle condizioni sociali, ad elaborazioni personali, alla logica aristotelica dell’azione-reazione, al rispetto del diverso e alla coesione di gruppo.

http://www.imizael.it/canto/?m=20090302
Scomodi, dunque, per chi tiene alla propria poltrona o al proprio status. Perché questi giochi fanno ragionare e fanno socializzare attorno ad un tavolo, a recuperare “vecchi strumenti” come matite, gomme, temperini, fermacarte, carta millimetrata, righelli. L’interazione con gli altri è forte, tanto che i giocatori di uno stesso gruppo diventano spesso i migliori amici della vita. Gli stessi meccanismi del gioco favoriscono sodalizi duraturi, gioco di squadra, sostegno reciproco, responsabilizzazione.

Ma se da un lato è forte il carattere di socializzazione, dall’altro è purtroppo limitato alle cerchie di giocatori che per loro natura non possono essere numerose. È molto difficile per un neofita inserirsi in un gruppo di giocatori maturi, e se questo può essere solo un problema di tempo in città universitarie, a forte presenza di giovani e con spazi dedicati al gioco e all’aggregazione, non si può certo dire lo stesso nelle cittadine di provincia, specie se con un forte ritardo culturale.

Nella Locride non ci sono strutture pubbliche dove i giovani possano riunirsi liberamente per giocare (o leggere, o ascoltare musica, vedere film, ecc.), pertanto molte persone desiderose di imparare a giocare o di migliorare i loro personaggi, rimangono escluse per via della mancanza di luoghi di riunione. Le pubbliche amministrazioni non tengono in debito conto questa necessità della popolazione, soprattutto giovanile, e non è raro che eventi e manifestazioni culturali si svolgano in luoghi privati. Ma Siderno non può continuare ad affidarsi ai privati per la gestione degli eventi culturali. Rimangono da capire le sorti e lo stato d’essere del palazzetto della cultura, ancora non finito, che potrebbe dare corpo a molte aspettative di chi ama vivere la vita culturale.

L’auspicio è che la neonata Associazione “Dungeons Players” sappia trovare un modo per portare molti giovani a giocare a Dungeons and Dragons e porsi come guida per chi conosce il gioco ma ha poche nozioni o non ha compagni.

L’augurio è dunque che D&D venga giocato bene e da molti, e che non venga considerato né un gioco elitario e di nicchia per pochi eletti né, all’opposto, un surrogato dei riti satanici.

Dunque che i dadi siano favorevoli a tutti!

Di seguito un’intervista di Nicoletta Nesci agli organizzatori del torneo, Strangio e Grollino.

La misteriosa cuffia di Arwen

E va bene, non ho le prove.
Le ho distrutte.
Un bel po’ di tempo fa.

Non chiedetemi come mi è ritornata in mente questa cosa: dipenderà dalle fasi lunari o dalla mia memoria puntigliosa e carognosissima.

Sarò breve: quando in Italia arrivò MERP, ancora in inglese, reperibile solo in negozi specializzati in giochi di ruolo, noi nerds giocodiruolari ci affannammo a fotocopiarcelo e mandare le regole a memoria come le declinazioni latine.
Purtroppo ho perso le mie copie, come anche quelle di D&D, i dadi, le schede dei giocatori, e ho dimenticato tutte le regole.

Ma non ho dimenticato l’orribile qualità dei disegni di MERP. In particolare la scheda di Arwen era illuminante.
Nella sua prima apparizione, a Rivendell, al tavolo dei convitati, Tolkien dice di Arwen che indossava una cuffia.
I disegnatori di MERP le misero addosso una cuffia vera, tipo quella della nonna di Cappuccetto Rosso, per capirci.
Questo è il massimo che sono riuscita a trovare in rete:

Arwen’s bonnet

Purtroppo non rende l’idea della devastante cretinaggine del disegnatore. Ha letto “cuffia” e ha disegnato una cuffia, cioè questa:
questa è una cuffia da notte! intelligenza aliena! neanche esisteva nel mondo descritto da Tolkien!

Poteva anche metterle una cuffia di questo tipo:
o questa:

Io all’epoca ero fresca fresca di Diploma di Illustrazione, e con pazienza giobbesca ho cancellato con la gomma-matita e la lametta da barba, quel copricapo inopportuno, disegnando al suo posto una cuffietta medievale intrecciata.
Ecco, questa è un’idea più precisa di che cuffietta aveva in testa Arwen.

Mia Sara, Legend di Ridley Scott, un altro che si è venduto al sistema

Quella è la cuffia giusta, accidenti. Sono arrabbiatissima con quella cuffia da notte. Quell’idiota di disegnatore ha sbagliato, e metà dei lettori di Tolkien pensa che Arwen avesse una cuffia da notte quando cenava!
E’ una cosa che il mondo deve risapere, esattamente come il fatto che l’Enterprise non va a dilitio ma a materia/antimateria (nella fattispecie deuterio/antideuterio).

Non potete sapere il nervoso che mi fanno, queste cose!

Il centoventennale di Tolkien

120 anni dalla nascita di John Ronald Reuel Tolkien. Auguri, professore!

Disegni di Alan Lee, composizione grafica mia

There is an inn, a merry old inn
beneath an old grey hill,
And there they brew a beer so brown
That the Man in the Moon himself came down
one night to drink his fill.

The ostler has a tipsy cat
that plays a five-stringed fiddle;
And up and down he runs his bow,
Now squeaking high, now purring low,
now sawing in the middle.

The landlord keeps a little dog
that is mighty fond of jokes;
When there’s good cheer among the guests,
He cocks an ear at all the jests
and laughs until he chokes.

They also keep a hornéd cow
as proud as any queen;
But music turns her head like ale,
And makes her wave her tufted tail
and dance upon the green.

And O! the rows of silver dishes
and the store of silver spoons!
For Sunday there’s a special pair,
And these they polish up with care
on Saturday afternoons.

The Man in the Moon was drinking deep,
and the cat began to wail;
A dish and a spoon on the table danced,
The cow in the garden madly pranced,
and the little dog chased his tail.

The Man in the Moon took another mug,
and rolled beneath his chair;
And there he dozed and dreamed of ale,
Till in the sky the stars were pale,
and dawn was in the air.

Then the ostler said to his tipsy cat:
“The white horses of the Moon,
They neigh and champ their silver bits;
But their master’s been and drowned his wits,
and the Sun’ll be rising soon!”

So the cat on his fiddle played hey-diddle-diddle,
a jig that would wake the dead:
He squeaked and sawed and quickened the tune,
While the landlord shook the Man in the Moon:
“It’s after three!” he said.

They rolled the Man slowly up the hill
and bundled him into the Moon,
While his horses galloped up in rear,
And the cow came capering like a deer,
and a dish ran up with the spoon.

Now quicker the fiddle went deedle-dum-diddle;
the dog began to roar,
The cow and the horses stood on their heads;
The guests all bounded from their beds
and danced upon the floor.

With a ping and a pang the fiddle-strings broke!
the cow jumped over the Moon,
And the little dog laughed to see such fun,
And the Saturday dish went off at a run
with the silver Sunday spoon.

The round Moon rolled behind the hill,
as the Sun raised up her head.
She hardly believed her fiery eyes;
For though it was day, to her suprise
they all went back to bed.

Buon compleanno, Professore

Il Silmarillion
Ainulindalë, la Musica degli Ainur

Esisteva Eru, l’Uno, che in Arda è chiamato Ilùvatar; ed egli creò per primi gli Ainur, i Santi, rampolli del suo pensiero, ed essi erano con lui prima che ogni altro fosse creato. Ed egli parlò loro,proponendo temi musicali; ed essi cantarono al suo cospetto, ed egli ne fu lieto. A lungo cantarono soltanto uno alla volta, o solo pochi insieme, mentre gli altri stavano ad ascoltare; che ciascuno di essi penetrava soltanto quella parte della mente di Ilùvatar da cui proveniva, e crescevano lentamente nella comprensione dei loro fratelli. Ma già solo ascoltando pervenivano a una comprensione più profonda, e s’accrescevano l’unisono e l’armonia.

E accadde che Ilùvatar convocò tutti gli Ainur ed espose loro un possente tema, svelando cose più grandi e più magnifiche di quante ne avesse fino a quel momento rivelate; e la gloria dell’inizio e lo splendore della conclusione lasciarono stupiti gli Ainur, sì che si inchinarono davanti a Ilùvatar e stettero in silenzio.

Allora Ilùvatar disse: «Del tema che vi ho esposto, io voglio che voi adesso facciate, in congiunta armonia, una Grande Musica. E poiché vi ho accesi della Fiamma Imperitura, voi esibirete i vostri poteri nell’adornare il tema stesso, ciascuno con i propri pensieri e artifici, dove lo desideri. Io invece siederò in ascolto, contento del tatto che tramite vostro una grande bellezza sia ridesta in canto ».

Allora la voce degli Ainur, quasi con arpe e liuti, e flauti e trombe, e viole e organi, quasi con innumerevoli cori che cantassero con parole, prese a plasmare il tema di Ilùvatar in una grande musica; e si levò un suono di melodie infinitamente avvicendantisi, conteste in armonia, che trascendevano l’udibile in profondità e altezza, e i luoghi della dimora di Ilùvatar ne erano riempiti a traboccarne, e la musica e l’eco della musica si spandevano nel Vuoto, ed esso non era vacuo. Mai prima gli Ainur avevano prodotto una musica simile, benché sia stato detto che una ancora più grande sarà fatta al cospetto di Ilùvatar dai cori degli Ainur e dei Figli di Ilùvatar dopo la fine dei giorni. Allora i temi di Ilùvatar saranno eseguiti alla perfezione, assumendo Essere nel momento stesso in cui saranno emessi, che tutti allora avranno compreso appieno quale sia il suo intento nella singola parte, e ciascuno conoscerà la comprensione di ognuno, e Ilùvatar conferirà ai loro pensieri il fuoco segreto, poiché sarà assai compiaciuto.
Ora però Ilùvatar sedeva ad ascoltare, e a lungo gli parve che andasse bene, perché nella musica non erano pecche.

Ma, col progredire del tema, nel cuore di Melkor sorse l’idea di inserire trovate frutto della propria immaginazione, che non erano in accordo con il tema di Ilùvatar, ed egli con ciò intendeva accrescere la potenza e la gloria della parte assegnatagli. A Melkor tra gli Ainur erano state concesse le massime doti di potenza e conoscenza, ed egli partecipava di tutti i doni dei suoi fratelli.
Spesso se n’era andato da solo nei luoghi vuoti alla ricerca della Fiamma Imperitura, poiché grande era in lui il desiderio di porre in Essere cose sue proprie, e gli sembrava che Ilùvatar non tenesse da conto il Vuoto, e la vacuità di questo gli riusciva intollerabile. Ma il Fuoco non l’aveva trovato, poiché esso è con Ilùvatar. Standosene solo, aveva però preso a concepire pensieri suoi propri, diversi da quelli dei suoi fratelli. Alcuni di questi pensieri li contessè ora nella sua musica, e attorno a lui subito fu discordanza, e molti che vicino a lui cantavano si scoraggiarono, il loro pensiero fu deviato, la loro musica si fece incerta; altri però presero a intonare la propria a quella di Melkor, anziché al pensiero che avevano avuto all’inizio. Allora la dissonanza di Melkor si diffuse vieppiù, e le melodie che prima s’erano udite naufragarono in un mare di suoni turbolenti. Ma Ilùvatar continuò a sedere in ascolto, finché parve che attorno al suo trono infuriasse una tempesta come di nere acque che si muovessero
guerra a vicenda, in un’ira senza fine e implacabile. Poi Ilùvatar si alzò, e gli Ainur si avvidero che sorrideva; e Ilùvatar levò la mano sinistra, e un nuovo tema si iniziò frammezzo alla tempesta, simile e tuttavia dissimile dal precedente, e acquistò potenza e assunse nuova bellezza. Ma la dissonanza di Melkor aumentò in fragore, con esso contendendo, e ancora una volta s’ebbe una guerra di suoni più violenta della prima, finché molti degli Ainur ne restarono costernati e più non cantarono, e Melkor ebbe il sopravvento. Allora Ilùvatar tornò a levarsi, e gli Ainur s’avvidero che la sua espressione era severa; e Ilùvatar alzò la mano destra, ed ecco, un nuovo tema si levò di tra lo scompiglio, ed era dissimile dagli altri. Poiché sembrò dapprima morbido e dolce, una semplice increspatura di suoni lievi in delicate melodie; ma era impossibile soverchiarlo, e assunse potenza e profondità. E sembrò alla fine che vi fossero due musiche che procedevano contemporaneamente di fronte al seggio di Ilùvatar, ed erano affatto diverse. L’una era profonda e ampia e bella, epperò lenta e impregnata di un’incommensurabile tristezza, onde soprattutto ricavava bellezza. L’altra aveva ora acquisito una coerenza sua propria; ma era fragorosa, e vana, e ripetuta all’infinito; e aveva scarsa armonia, ma piuttosto un clamoroso unisono come di molte trombe che emettessero poche note. Ed essa tentava di sovrastare l’altra musica con la violenza della propria voce, ma si aveva l’impressione che le sue note anche le più trionfanti fossero sussunte da quella e integrate nella sua propria, solenne struttura.

Nel bel mezzo di questa contesa, mentre le aule di Ilùvatar oscillavano e un tremore si diffondeva nei silenzi ancora immoti, Ilùvatar si alzò una terza volta, e il suo volto era terribile a vedersi. Ed egli levò entrambe le mani e con un unico accordo, più profondo dell’Abisso, più alto del Firmamento, penetrante come la luce dell’occhio di Ilùvatar, la Musica cessò.

Centodiciottesimo compleanno

Auguri, Professore

Foxglove: guanti per volpe

Foxy Lady!J.R.R. Tolkien ebbe una fitta corrispondenza con il suo secondo figlio, Christopher, che attualmente è curatore dell’ intero corpus del padre.
Fu attraverso la corrispondenza con il figlio durante il suo servizio come aviatore che Tolkien trovò l’ispirazione per andare avanti con Il Signore degli Anelli, dopo l’interruzione al punto in cui Gandalf e Pipino corrono verso Minas Tirith.
In una di queste lettere, Tolkien, professore di lingua inglese e di filologia, autore del Dizionario Oxford e di vari saggi di linguistica e mitologia, trovò anche l’agio per dire due parole ai giardinieri.
In una lettera a Christopher Tolkien (24 dicembre 1994 -FS70) Tolkien nota che il figlio ha scritto Harebell e poi corretto in Hairbell. Secondo Tolkien (è chiaro, dice) il nome antico è harebell (un nome di animale, come spesso sono i nomi di fiori in Inghilterra), e con questo nome -continua Tolkien- ci si riferiva al giacinto e non alla campanula (Endymion non-scripta). Bluebell non è così antico come harebell e venne coniato per la campanula (difatti le bluebell scozzesi sono le campanelle e non i giacinti). In Inghilterra (ma non in Scozia e nelle zone in cui i dialetti sono rimasti per lo più integri) il nome harebell cambiò in bluebell ad opera di “[…]botanici ignoranti (di etimologia) e pasticcioni di epoche recenti, sul tipo di quelli che trasformarono folk’s glove in foxglove!, e che ci hanno allontanato dalla retta strada. Quanto a quest’ultima parola l’unica parte dubbia è glove, non fox. Foxes glofa esiste anche in anglosassone, ma anche nella forma clofa: nei vecchi erbari sembra applicata abbastanza sconsideratamente a piante con foglie grandi e larghe , per esempio a burdock (bardana), chiamata anche foxes clife, clifwirt*=foxglove.
*Dato che clifan=fenditura, stecco, è chiaro che foxes clife e clifewyrt originariamente=burdock,bardana. Clofa è probabilmente un errore per glofa “.

Un po’ complesso, forse, ma in buona sostanza significa che la digitale ha delle foglie brutte, larghe e ispide. E non si potrebbe dire altrimenti.