Antico vaso cinese

Imprinting
E’ capitato ad un mio amico pittore di subire una sorta di terzo grado artistico da parte di una mercante d’arte (è per questo che ho pubblicato il post Qui mi tocca rifare gli esami del primo anno). Mi sono chiesta cosa avrei detto e fatto al suo posto. Mi sono chiesta quale sarebbe l’opera d’arte che mi piacerebbe fare. La risposta -per quel che mi riguarda- è abbastanza semplice.
Vado da Sotheby’s con qualche decina di migliaia di euro e compro un vaso cinese antico, bellissimo, decorato, raffinatissimo, unico. Con carta d’identità, certificato, pedigree, tutto.
Affitto un enorme capannone e lo tingo tutto di bianco.
Ci porto il vaso cinese.
Chiamo la televisione, registi, i fotografi, i critici d’arte, giornalisti, ecc.
All’ora precisa precedentemente determinata, prendo il vaso cinese e lo butto violentemente per terra, frantumandolo.
Poi con una paletta e uno scopino prendo tutti i pezzi e li metto in una teca di vetro, immersi in una resina polimerica trasparentissima.
Poi ci appiccico i pedigree del vaso cinese e la ricevuta di Sotheby’s.

Cos’ho prodotto?
Indubbiamente il vaso cinese antico, unico e bellissimo, era un’opera d’arte (o di artigianato, per chi tiene a queste distinzioni). Ma ora che è in frantumi, calati in una resina che li immobilizza lo è ancora? Cosa dà al vaso cinese il suo statuto di arte?

E se io ho prodotto un’opera d’arte, quale esattamente è? La teca in vetro contenente l’opera d’arte precedentemente distrutta, i cocci di vaso, l’atto di rompere il vaso, la foto che ritrae il gesto, il filmato prodotto, il ricordo del gesto impresso nella memoria della gente, o tutte queste cose assieme?
O le domande che da ciò derivano?

Proposta: un vaso cinese è sacrificabile. Pensiamo alla stessa cosa con qualcosa di più serio, diciamo, La Gioconda.