Non ce n’è: non ce ne vuole

Sono esausta, demoralizzata, profondamente infelice e la speranza mi abbandona ogni minuto di più.
In un vecchio post, scrissi che “non manco di nulla”. Mi va bene qualsiasi tipo di giardino perchè, di qualunque tipo sia, anche quello schiera con la processione di petunie e gerani, mi dice qualcosa di chi ce l’ha. Che poi con questo qualcosa io sia d’accordo o meno, è piuttosto irrilevante.

Ma qui si va oltre.
Un episodio banale, di quelli che ogni giorno di questi tempi abbiamo sotto gli occhi: il taglio delle alberature comunali.
Platani, oleandri, tigli, lecci, ippocastani, robinie, ailanthus, melia…siamo abituati a vederli tagliare, ma il pittosforo no.
Quella è stata una coltellata alla schiena.
Il pittosforo adulto, ramificato, chissà quanti di voi non sanno neanche com’è, perchè viene utilizzato come siepe.
Nel corso di decine e decine di anni, il pittosforo raggiunge un’altezza media, anche di diversi metri, e può arrivare al terrazzino di una casa ad un piano. I rami sono morbidamente formati, come usciti dalle mani di un sapiente bonsaista. L’albero è aperto, con la chioma compatta, ed invita al disegno.
Luogo: una stradina secondaria di Siderno, dove non ti aspetti mai che passeranno a tagliare gli alberi. Proprio davanti ad una casa di quelle vecchie, che danno un volto ad un paese che ne ha disperato bisogno.

“Non manco di nulla” inizia a cedere. La mia guida nel giardinaggio è sempre stata un vecchio adagio campano “Non ce n’è: non ce ne vuole”.
Ogni città ha un suo volto. Persino quelle come Firenze o Bologna in cui i giardini sono nascosti. Un volto che può essere ammirevole o infelice. Ho sempre trovato piacere nell’osservazione di questi volti, ma oggi desidero la bellezza.
Che volto ha la mia città?

Rami in alto o vi spariamo!

Potature, capitozzature, scalve: atti di inciviltà e incompetenza?
In realtà solo mezzi di contrattazione politica

Perché, perché, perché? PERCHÉ ogni tot anni, in un periodo variabile da febbraio ad aprile, le amministrazioni comunali capitozzano le piante? Il malcostume, una volta tanto, non è solo della Calabria, ma è felicemente detenuto da tutta l’Italia. In altri paesi, come la Germania o la Svezia, il taglio di un singolo ramo deve essere giustificato ed eseguito secondo le dovute norme tecniche.
Da noi, invece, ogni due o tre anni, nel periodo che va dalla fine dei rigori invernali fino ai primi caldi estivi, le amministrazioni comunali iniziano a scalvare le alberature comunali riducendole a dei relitti focomelici. Chi ne ha di più parte presto, chi ne ha di meno, come i piccoli comuni calabresi, si decide verso aprile, quando ormai il caldo è forte e la pianta stenta a rivegetare.
Ogni tanto qualcuno si lamenta, parte con uno “gne gne gne” piuttosto improduttivo in difesa delle piante e degli alberi come “creature”, come “esseri viventi”, facendo magari un paragone con i bonsai, i piedini di giglio giapponesi, le orecchie dei Dobermann e le code dei barboncini.
Non bisogna erigere la pianta a feticcio, a simbolo di una purezza perduta, di una vitalità naturale e incontaminata. In Italia sembrano esistere due polarità opposte in tal senso: la signora che si incatena all’albero perché non venga abbattuto e il vecchietto che va in comune a protestare perché l’albero gli fa ombra sul davanzale.

Allora, signori, iniziamo a ragionare e cercare di capirci qualcosa: rispettare le piante è un fatto di civiltà, di educazione e segno di un livello superiore di coscienza civica, esattamente come lo è non lasciare le cacche dei cani sul marciapiedi o non gettare mozziconi di sigarette per strada.
Lasciamo stare l’albero inteso e il suo fascino selvaggio alla Walt Whitman (o Avatar, se preferite), parliamo dell’unica cosa che possa sinceramente interessare una pubblica amministrazione: parliamo di quanto l’albero può dare a noi, in termini di comodità, vivibilità e ritorno economico.
Cari sindaci e care sindachesse, sappiamo benissimo che dietro le potature periodiche ci sono begli appalti che sono importante merce di scambio politico (perlomeno da noi, il mercato del floroviavaismo, non meno che quello del mattone, è in buona parte controllato dalla mafia. La stessa asta dei fiori ad Aaslmer in Olanda serve a coprire il riciclaggio di danaro sporco, il traffico di armi e di “diamanti insanguinati”). Ma vi ricordiamo volentieri che i trafficucci non vanno in disaccordo con un’apparente civiltà, che tra l’altro terrebbe la cittadinanza in uno stato di quiescente sopore, più prona di fronte a eventuali “manipolazioni”.
Gli atti di inciviltà che si sono in queste settimane presentati a Reggio Calabria e nel comune di Locri, tanto per fare due nomi, sono di quel tipo scioccante che ha il potere di far ribellare la popolazione che non è ancora del tutto bovina.
Vi torna comodo? Non sarebbe più proficuo effettuare delle potature meno devastanti? Sarebbe meglio per voi, meglio per noi, e meglio per gli alberi.
Affidando i lavori di potatura in mano a degli esperti, non a dei semplici impiegati alle dipendenze del comune che non sanno distinguere un fico da una fichessa, vi garantiamo che risparmiereste perfino, anche se sappiamo che non è questo il punto, anzi, tutto l’opposto.
Vi diciamo una cosa: i vostri giochetti di amicizie e comparaggi potete farceli anche sotto il naso, ma per favore, evitateci lo squallore di alberi fatti diventare tronconi. Un caso lampante è quello di Locri, che ha ridotto il viale di tigli di via Matteotti a dei pali della luce confitti nel terreno. Sono così tristi da menarti nel cuore, da farti venire in mente cose tristissime e deprimenti, come le poesie di Quasimodo, la guerra, le Foibe.
Proprio nei giorni in cui Locri inaugura il suo Urban Center, che dovrebbe essere strumento di condivisione e apertura, il Comune di Locri ha lasciato inascoltati gli appelli e le rimostranze dei cittadini e delle associazioni ambientaliste che hanno mesi fa protestato per il nuovo progetto di riqualificazione e riassetto della Villetta antistante il municipio. Con decisione autocratica si è messo mani alla villetta tagliando e sventrando: per ora poco male, a parte un vetusto esemplare di Araucaria che forse avrebbe potuto essere recuperato.
La mia opinione l’ho già detta a suo tempo: la villetta era “overpiantata”, sovraffollata e tutt’altro che attraente. C’erano davvero molti modi per migliorarne l’aspetto, tra cui anche la rimozione di alcuni esemplari poco interessanti (come le perfide thuie) e di pini che si davano reciprocamente fastidio. Il cantiere è recinto per cui non è possibile accedervi, ma dall’esterno si vedono bene delle potature mal eseguite evidentemente da personale non qualificato. Un grosso problema è infatti la mancanza assoluta di qualsiasi nozione di base da parte del personale che annualmente pota gli alberi.
Spesso si tratta di ditte che sbandierano attestati e certificazioni di qualità, vivaisti, “esperti” del settore. Questo la dice lunga su quanto bassa sia la nostra cultura non solo per quanto riguarda le piante, ma per tutto il mondo naturale, sia esso di carne, di foglia, di pietra o d’acqua. Piuttosto che fare potature così scorrette da un punto di vista agronomico e florovivaistico, sarebbe stato più opportuno rimuovere gli esemplari (un pino in più o in meno non ci cambia la vita, ma un pino tutto storto sì).
Ma –amici miei- state a sentire, ché il bello deve ancora arrivare: in uno spazio grande come un fazzoletto, il nuovo progetto per la villetta di Locri propone un giardino all’italiana, dimostrando così che chi ha avuto cotale bizzarra idea non conosce affatto la storia del giardino e non ha la più pallida nozione di paesaggismo urbano.
Per le malattie siamo sempre pronti a rivolgerci a luminari e baroni di ospedali di Roma o Milano, mentre per queste pratiche che hanno una ricaduta permanente sul territorio, sulla nostra immagine e sulla sua spendibilità in Italia e all’estero, ci affidiamo “alla ditta la Qualunque”, purché prometta, porti, ricambi, infili.
A questa negligenza massima dobbiamo le scalve periodiche degli alberi, i progetti di riqualificazione che imbruttiscono, la totale inosservanza delle più elementari norme orticole nella cura del verde pubblico.
Per carità, signori, non vi stiamo chiedendo di farci il Viaduc des Arts come a Parigi, ma questa torreggiante negligenza è ormai diventata inaccettabile anche in un territorio come la Locride, che la Comunità Europea denomina “obiettivo1”, cioè quelle che ancora si devono equiparare alle altre. Insomma, le ripetenti, le bocciate.
Lo stesso discorso si può fare per il disastro compiuto ai danni dei Ficus (pumila, retusa, ormai chi li riconosce più: non c’è rimasta neanche una foglia) di Piazza Italia a Reggio Calabria. Il paragone con un ammalato di focomelia è fin troppo facile per la sua oscena verosimiglianza.
Perché poi piantare alberi a tutti i costi? E tutti così vicini, stretti stretti come galline in una batteria? Chiaro poi che sarà necessario potarli. La corretta distanza è di circa 10-20 metri, a seconda dell’albero, e per carità, cancelliamoci dalla testa quest’assurdo ideale anglo-francese di piazza alberata a tutti i costi! Le piazze più belle d’Italia non hanno alberi: cosa sarebbe Piazza Navona con un filare di tigli?
E Piazza del Campo a Siena con un bel platano nel mezzo? La moda del viale e della piazza alberata nasce in epoca relativamente recente, dopo il rifacimento di Parigi da parte dell’architetto Haussmann e delle località balneari come Bath in Inghilterra da parte dei due John Wood (padre e figlio) che idearono i famosi crescent e circle e da John Nash che costruì il Regent’s Park a Londra: entrambi modelli per l’attuale stile dell’arredo urbano (che più che stile, bisognerebbe chiamare “mancanza di stile”).
Ma parliamo di spazi diversi, di epoche diverse, di fenomeni artistici diversi e soprattutto di culture diverse. Qui da noi la cultura dell’albero è nel giardino privato, la piazza deve essere lasciata alla comunità per incontrarsi e discutere, confrontarsi. L’ozio è nel proprio domicilio, non nello spazio pubblico. E’ una dimensione fortemente latina della vita pubblica, in cui all’otium era riservata la campagna, al negotium la città.

E’ la cultura inglese del genere “pittoresco” , nata in epoca illuminista, che ha portato il parco nelle grandi città, e di conseguenza, nei secoli successivi, ha affollato le nostre piccole piazzette comunali di alberi e alberelli. Non c’è una vera ragione per la presenza di questi alberi, si è semplicemente seguita la moda che lo stile dell’epoca imponeva. Alla fine siamo costretti a dirlo: questi alberi, mal piantati, sovraffollati, con le radici costipate in piccole buche dei marciapiedi, sofferenti, moribondi, mal potati…ebbene, sarebbe il caso di levarli proprio. Così non li vogliamo, e le amministrazioni non hanno il diritto di propinarceli.
Se è vero che il trattamento riservato al verde comunale evidenzia in maniera molto puntuale il livello culturale di una città, le conclusioni sono facilmente deducibili anche al più cieco degli osservatori. Gli alberi stanno lì, con “le mani in alto”, in fila come briganti in attesa di essere fucilati.

Dategli allora il colpo di grazia, ma risparmiateci la vista di quest’orrore!

Dall’Istituto agrario di Cesena: 6 buone ragioni per non capitozzare un albero

1) Deficit di sostanze nutritive: la potatura corretta rimuove non più di 1/4 – 1/3 della chioma, per non interferire con la facoltà dell’apparato fogliare di produrre sostanze nutritive. La capitozzatura, invece, elimina una porzione di chioma tale da sconvolgere l’assetto generale di un albero ben sviluppato, interrompendo temporaneamente la facoltà di produrre sostanze nutritive e determinando una “crisi energetica”.

2) Shock: la chioma di un albero è paragonabile ad un ombrello parasole capace di schermare le parti dell’albero dall’azione diretta dei raggi solari. Con l’eliminazione improvvisa di questo schermo, il tessuto della corteccia è fortemente esposto alle scottature solari.

3) Insetti e malattie: i grossi mozziconi presenti in un albero capitozzato cicatrizzano con difficoltà ed in tempi lunghi. La posizione apicale di queste ferite e le loro notevoli dimensioni ostacolano il buon funzionamento del sistema naturale di difesa, pertanto i mozziconi residui sono facilmente attaccabili da insetti e parassiti.

4) Indebolimento dei rami: nel migliore dei casi, il legno nuovo è molto più debole di quello vecchio.

5) Ricrescita accelerata: lo scopo di una capitozzatura è il controllo della crescita in verticale di una pianta. Spesso però si ottiene l’effetto opposto: infatti i ricacci successivi sono nettamente più numerosi e veloci di quelli che si svilupperebbero normalmente, tanto da riportare in breve tempo l’albero alla grandezza precedente, con l’aggravante di una chioma più disordinata e meno sana.

6) Risultato estetico sgradevole: un albero capitozzato diventa come “sfigurato”. Perfino in caso di buona reazione e di crescita non potrà mai recuperare bellezza e conformazione naturale della specie di appartenenza. Pertanto il paesaggio e la comunità sono privati di un aspetto estetico di valore.