Glossario giardibolario

Da oltre un anno rifletto sulla povertà della terminologia italiana associata al giardino.
E’ un dato su cui riflettere.
Facciamo l’esempio dei colori: più sfumature di una stessa tinta si riesce a nominare, più complesso sarà il nostro uso dei colori (è una teoria di due antropologi, Brent Berlin e Paul Kay).
Se questo è vero ciò significa che la nostra conoscenza e consapevolezza del giardino è molto scarsa. Stat rosa pristine nomine, nomina nuda tenemus, ma qui abbiamo la rosa e non sappiamo come chiamarla, e quindi la chiamiamo con un altro nome.

Mi viene in mente che gli inglesi non fanno troppa distinzione grammaticale tra la crema e la panna.
Tanto è ricca la lingua italiana per quel che riguarda la cucina, tanto è povera per quel che riguarda il giardino.

Da più parti, dopo il mio articolo sui meadow mi giunge voce che avrei dovuto utilizzare termini italiani.
A parte che Google non è ancora pronto ad indicizzare neologismi giardinicoli, continuo a dire che in quel caso sia stato più proprio utilizzare termini provenienti dalla cultura di cui i meadow fanno parte.

Tuttavia ci sono molte parole che richiederebbero definizioni migliori, l’arricchimento di sinonimi e omologhi, la precisazione del significato, o del tutto una traduzione da lingue estere (principalmente l’inglese).
Visto che mi è stato proposto con tanta enfasi, lancio un post per così dire “aperto” in cui tentare di risciacquare i panni in Arno (o nel Tevere, o nel Po, o nel Crati, a seconda delle regioni).

Vi avverto che non è una cosa facile. le difficoltà sono soprattutto due: la precisione della definizione e il dover ricorrere ad altre lingue (greco soprattutto, ma anche latino, parole straniere, composte, ecc. ). Inoltre è importante la bellezza del termine.
D’Annunzio era un mago in queste cose.

Dunque io partirei da tre blocchi (il primo è il più complicato, ma anche il terzo non scherza). Primo blocco:

mondo vegetale
area verde
spazio verde
il verde
verde pubblico
verde ornamentale
mondo verde

Questo tirare in ballo il verde mi dà l’orticaria. Soprattutto perchè in certe “aree verdi” l’unico verde è quello della vernice dei tubi delle altalene per bambini.
Inoltre le parole “spazio” e “area” sono fredde, glaciali, burocratitismi buoni per studentelli di architettura. Il giardino non deve essere uno spazio, un’area, che significa una mera estensione superficiale, ma un LUOGO.
Allora luogoverde (tutt’attaccato) come sinonimo di giardino forse ha un senso.
Sempre ricorrendo al greco, e considerando le radici che ha la parola “giardino”, come spazio chiuso, ho coniato il termine ermegeo, cioè “porzione di terra delimitata”. Come vedete qui il verde non c’entra affatto, dato che non è obbligatorio che ci sia del verde in giardino, e neanche che ci siano fiori o piante (giardino giapponese docet).
Rimangono da definire parole diverse per gli altri concetti scritti sopra.

Secondo blocco:

Plantswoman
Plantsman

giardiniera
giardiniere

Partiamo da “giardiniera”. La voce esiste sul dizionario, direi che è il caso di usarla più spesso, come d’altronde si sta già facendo, nonostante la sua odiosa sinonimia con le verdure sottaceto.
per “plantsman” e “plantswoman” il discorso è più complesso, ed è più focalizzato sulle piante che non sul giardino stesso. Ho pensato piant’uomo e piant’uoma (scelta questa dettata da motivi di pronunciabilità).
Ma confesso che su questi ho una forte perplessità.
Ci sarebbero i termini possibili giardinaio e giardinaia, ma sono più diretti al giardino, non alle piante.

Terzo blocco:

pianta

La parola “pianta” non ha alcun sinonimo preciso. tanto che si deve parlare di “essenze da giardino”. Fiori? Ma se la pianta in questione non fa fiori (o li fa ma sono insignificanti)?

Mancano anche:
-il verbo per definire l’atto di praticare il giardinaggio (noi stiamo usando da anni giardinare e credo nessuno ci perseguiterà).
-l’aggettivo che indica qualcosa che riguarda i giardini. Non ve ne siete accorti, ma stiamo usando spesso delle parole che sono di mio vecchissimo conio, giardinicolo e giardinesco, che iniziai ad usare su G.it e da lì si diffusero. Scusate se mi prendo questo merito. Si tratta però di parole un po’ buffe, suscettibili di miglioramenti.

Inoltre ho coniato il termine kepopoiesi, che distingue la pratica hobbistica del giardinaggio (rispettabilissima) dall’arte di creare un giardino.

per quanto riguarda i sinonimi di “meadow”, sono la parte più facile e più divertente, alcuni esempi:

fiorerboso
erbondoso
erbandante
fiorerbo
camperbo

37 pensieri su “Glossario giardibolario

  1. Sono non d’accordo, di più! Sono anni che leggendo i libri inglesi mi monta il nervoso per la povertà della terminologia relativa al giardino e al giardinaggio nella lingua italiana.
    Credo che cercare di arricchire il nostro linguaggio di giardiniere appassionate meriti lo sforzo. Daltronde tanti neologismi e anglicismi esasperati ed inutili sono tollerati nel linguaggio comune per cui credo che potremo aggiungerne qualcuno di utile e pertinente all’argomento specifico.

  2. Lidia sei una forza della natura! Purtroppo non conosco il latino, ahimè, però se potrò darti un’idea lo farò volentieri.
    Una domanda: si possono inserire neologismi tra le voci di Wikipedia?
    (quando sarà il momento giusto, ovvio)

    • Beh, se un neologismo entra a far parte dei dizionari, credo che Wikipedia non faccia difficoltà. Più difficile potrebbe essere se si tratta di un neologismo di nicchie poco attrattive dal punto di vista commerciale. ad esempio credo che se impalcassi una voce con “giardinare” credo la eliminerebbero.

  3. ho cercato ispirazione nel mio buon vecchio dizionario di latino (perdonami Milli, ma è lì la radice della nostra lingua), però ho trovato solo due voci che mi suonano bene: ‘hortensis’ che potrebbe sostituire giardinicolo o giardinesco (naturalmente sarebbe ‘hortense/i’) e ‘viridarium’ come sinonimo di giardino e si potrebbe usare così com’è. D’altronde gli inglesi usano dire ‘stadium’ e lo declinano pure correttamente al plurale ‘stadia’.
    Però mi fa un po’ ridere: domenica prossima vado su nel mio viridarium nel bosco a dare una passata di rame alle rose…

    • C’è anche verziere e -non cadete morti fiorfrondo (da una poesia mi pare di Petrarca).
      Ortense in effetti esiste anche se considerato raro. Molto specifico, però (ad esempio Petroselinum hortense), e nell’immaginario collettivo riferibile solo agli orti, non ai giardini.
      Esiste anche viridario, definito come “giardino del peristilio nella casa romana”.
      Sono però arcaismi che non mi convincono, ci vuole qualcosa di semplice ed esplicativo.

  4. ALT! Fermi tutti..pensiamoci a freddo .Hortensis viridarium..ma anche camperbo, sono termini tremendi
    Non c’è nessun motivo di avere fretta
    Scrivi cose magnifiche e comprensibili persino da me, te ne sono molto grata.
    ciao Lidia

    • sì viridarium è un po’ troppo chic, (però è bellissimo).
      Invece hortense mi sembra una gran bella parola, scorrevole, semplice: facciamo due chiacchiere hortensi? (da non confondere con le ortensie. Ma chi ha interessi hortensi non commetterebbe mai un errore così banale: le chiamerebbe Hydrangeee!)

  5. uè Ale, sarai mica leghista?
    No dai, sarebbe simpatico ma anche più difficile; te l’immagini insegnare a un siciliano la corretta pronuncia del dialetto romagnolo?
    Forse invece è il caso di cominciare dalle cose più semplici e pratiche, così non ci perdiamo d’animo. Per es. meadows lo aboliamo subito e votiamo tra ‘prato fiorito’ e ‘prato rustico’, va bene?
    Io quasi quasi voto ‘prato fiorito’

    • meglio prato alto, perchè in effetti definisce quel che è. Cioè un insieme di erbacee (graminacee ed altre) tenuto più alto ed ondoso del comune prato all’inglese, che può essere fiorito o meno (quindi “prato fiorito” non va bene).
      “Prato rustico” assolutamente da escludere, per via del significato gergale della parola “rustico” e dell’etimologia. I “meadow” infatti non sono un ecosistema della campagna, ma delle praterie. Quindi sbagliato anche etimologicamente e biologicamente.
      A quel punto, se si vuole indicare un insieme di graminacee da campagna, meglio e più proprio usare la parola campo

  6. Sì, in effetti il latino è utile, ma come dire, un po’ morto!!
    Dovremmo cercare termini che entrino nel linguaggio di tutti, se diciamo viridarium, la metà pensa a qualcosa per soli uomini!
    ( ma se coinvolgessimo anche la CdG non potremmo avere più contributi o sto dicendo qualcosa di sconveniente?)

  7. da un po’ di tempo la CdG è diventata noiosissima, ogni argomento interessante si esaurisce subito e infatti a me sembra molto più morta del latino (che non muore mai, Milli ! e aiuta molto a capire il significato delle cose).
    Però si potrebbe provare.

    • Scusa, ma perchè non steppa a graminacee?
      Leggendo il tuo articolo e sapendo che abiti nella zona litoranea del versante basso-ionico della Calabria, dovrebbe venirti almeno in mente tale termine (dato che nella tua zona è la consociazione vegetale di gran lunga più diffusa, insieme ai residui di macchia mediterranea).
      Perchè non utilizzare una terminologia più specificatamente botanica?

      • Ciao Marco, in effetti la steppa a graminacee è -dopo il cemento armato- la forma di paesaggio più diffusa nella mia zona. E’ largamente distribuita in tutto il territorio, dal litorale (Ammophila, Briza, Lagurus) all’interno (Stipa, avena, Hordeum, dasypyrum) insieme alla gariga a ginestre e a euforbia (queste soprattutto sulle colline) per via degli incendi annuali appiccati dagli allevatori.
        Steppa a graminacee però è una consociazione strettamente naturale, mentre un meadow è artificiale.
        …però è una definizione che mi piace…steppoprato potrebbe essere un’idea!

  8. alùr, il latino va bene, ma non usiamo solo quello, intendevo dire questo!
    Poi, nella CdG ci sono comunque persone valide, che non aspettano altro che una discussione divertente ( ma l’unione non fa la forza?)
    Si potrebbe fare un sondaggio e , con tante persone , ricavare un’idea più vasta delle preferenze
    Poi è solo un’idea, non voglio mica costringere nessuno….

    prato fiorito mi piace, prato-sfalcio, prato spontaneo?
    P.S se dici “filler” alle signore bene, quelle pensano al chirurgo estetico, ah ah!

  9. Giovanni lo chiama erbazzun il prato alto, e le invasive ( che per lui è tutto quello che non è vite ) le chiama “spine”.
    Giovanni di mestiere” contadina” da 65 anni.
    Il filler anche a me evoca visi rifatti,le grasses hanno una pericolosa vicinanza con le grasse , semprevivi e cacti vari..meadows ,credevo fosse il nome di una di beautiful, e busch non era quello che si è mezzo ammazzato con un salatino?.
    I termini presi dal libro “Praterie” appartengono alle praterie appunto.
    Qualcuno ha scritto qualcosa di simile su Langhe? sul tavoliere delle puglie? sulla pianura padana? ( padania?) mi pare di no.

    • Mario Rigoni Stern, Ferdinando Camon, Davide Lajolo, Cesare Pavese, Beppe Fenoglio, Carlo Levi, Rocco Scotellaro, Carlo Sgorlon, Nuto Revelli, Giovanni Verga e l’elenco non finisce qua

  10. @ Trem: ma allora che aspetti a tirare fuori da questi autori qualche termine? Sono sicura che l’elenco non finisce qua,l’età regala privilegi,no?

  11. “Prato alto” va benissimo, ma allora perché non “prato basso” per il “pratino” che rischia di diventare “pretino”?

  12. Vabbè, siamo nel pieno della discussione, ma secondo me non attacca. Finché usiamo 2 parole per descrivere 1 cosa siamo distanti dalla soluzione. L’inglese o l’americano ci fregano subito. Eh si, perché loro sono bravi ad usare 1 parola. Lidia, ma meadow come nasce? Per essere vincenti dovremmo coniare una parola singola.
    Sentite cosa diciamo quà, quando incontriamo un bel prato-alto-erba-fiorito (4 parole): Guarda che bel prà, ed è pure più corta di meadow. Tiè.

  13. Fuori onda:
    Invoco lo spirito di Ippolito Pizzetti, che metteva tutti sotto il suo cappello di paglia. Giardiniere da carta lui, quando parlava e quando scriveva si stava zitti ad ascoltare. Il Pizzetti nazionale. E ora che non c’è, si rischia la guerra civile del giardinaggio. E ci sono un sacco di vecchi e mezzi vecchi, che passano il loro tempo a raccontare se stessi, a lodare se stessi. Probabilmente logori dall’egoismo che li ha portati fin qua tra le mille difficoltà del giardinaggio italiano. E non sanno vedere i giovani, le idee nuove. Leggendo “Il giardiniere appassionato” di Rudolf Borchardt, si impara che il giardino dei fiori non è nato contro il giardino umanistico, di derivazione sacro-romanica, ma è nato dal vento del nuovo, dal vento dell’oriente che soffiava in europa, dal vento delle indie che soffiava dalle americhe. Aria fresca, aria nuova, aria giovane. Vecchi e mezzi vecchi, guardatevi dentro, e se proprio non riuscite, fatevi da parte.

  14. Non vorrei fare la maestrina dalla penna rossa, che poi Trem dice che ho voglia di litigare, ma vorrei ricordarvi la lezione di Ferdinand De Saussure (linguista, ma forse non è un caso che fosse imparentato con una schiera di naturalisti, geologi, alpinisti ed entomologi), che dice che la lingua è una cosa viva, come tale fortemente condizionata dall’uso e dalle condizioni sociali. Per farla spiccia, De Saussure spiega che le lingue non si possono costruire a tavolino: che nello stesso modo in cui non si può imporre l’utilizzo di parole desuete o impedire il cambiamento di significato (p. es. C***o! che è diventato un’esclamazione e non semplicemente parola per il indicare il membro maschile), non si possono creare forzosamente neologismi. Se gli esquimesi hanno 23 parole per indicare la neve e gli indiani d’America non hanno un termine per indicare il colore arancione, ci sono precise ragioni ambientali e sociali, e va digerito.
    Perciò la mancanza di termini adeguati in italiano per indicare un sacco di situazioni relative al giardinaggio (e non solo) ha ben altre radici, che tutti possiamo immaginare.
    E’ pur vero che il termine “giardinare” coniato da Lidia ha preso piede nel tempo e in una piccola cerchia, e magari si farà strada, ma temo che il glossario giardibolario rischi di essere solo un -divertente- esercizio di stile.

    P.s. A proposito di giardinare, a me viene sempre da recitare “giardinare pallido e assorto presso un rovente muro d’orto”… Con buona pace di Montale, è un’idea del giardinare che mi piace molto!

    • I tuoi commenti sono sempre interessanti, Jude, anche se qualche volta sono terribilmente scomodi. Quindi -perlomeno io- non ti attribuisco la parte della maestrina con la piuma sul cappello.

      Quello che dici ha molto di vero, ma già l’esistenza stessa di questa discussione testimonia una maturità della lingua che è pronta ad evolversi ma non trova spazi. E’ una situazione che i linguisti -mi dicono- chiamano di penuria nominis.

      Preciso che giardinare non l’ho coniato io, ma credo sia un’invenzione di Mariangela Barbiero e del suo gruppo di Trieste. Ma già vedi com’è entrato nel gergo? “Giardinare pallido e assorto” (a me dà le scosse, ma già il fatto che venga in mente…).

      Che ho messo in circolo io sono due parole giardinicolo; e giardinesco, anche questa ampiamente usate. Come vedi, se la parola c’è si usa.

      Tuttavia la prima parte della tua riflessione apre un’altra questione. Non è obbligatoria una traduzione. Molte parole italiane sono entrate in linguaggi gergali di altre nazioni. Ad esempio, mi si faceva notare ieri, che nessun inglese direbbe very strong per dire fortissimo o happy but not too much per dire allegro non troppo.
      Giusto per rimanere nell’ambito culinario tanto caro agli italici, sarebbe come voler tradurre “pizza” o “frittata”.
      Nè d’altra parte a nessuno di noi viene in mente di tadurre parole come swing o cool jazz.
      Questo campanilismo esiste nel giardinaggio perchè, essendo un’arte “nuova” (o meglio, riscoperta), è molto suscettibile di individuare una classe sociale, quindi molto usata per discriminare, distinguersi.
      Ho intitolato uno dei capitoli del mio libro “beati i poveri di spirito perchè loro è il giardino dei cieli”; ebbene, con questo non intendevo fare miei atteggiamenti populisti (come una signora molto “in” mi ha scritto), nè predicare una visione evangelica della vita, dato che sono agnostica. La povertà di spirito è un atteggiamento aperto nei confronti della vita, che mette al suo centro non già la distinzione, l’emarginazione o l’esclusione (artistica e sociale), ma l’apertura, la solidarietà e la comprensione.

      Può darsi che il mio rimanga solo un bell’esercizio di stile, ma tu dimentichi una cosa, che io produco per l’avvenire, per il futuro. So già che non sarò mai riconosciuta nel mio tempo, ma penso che quando sarò vecchia o morta qualcuno leggerà quel che ho scritto e lo userà.
      Non è superbia o vanità, ma speranza e coscienza: l’artista è sempre cosciente e responsabile di ciò che fa, altrimenti non è un artista.

  15. concordo con Lidia: non è necessario tradurre ogni lemma, si rischia il ridicolo o la riesumazione di un’autarchia linguistica che ci riporta a tempi pericolosamente simili ai nostri.
    E non è neppure necessario tradurre alla lettera; per es planstman non può traslare in ‘uomo-pianta’, mi farebbe venire in mente le Metamorfosi di Ovidio e la povera ninfa del Canova tramutata in albero!
    Però su meadow, filler, background, grasses, cold e warm season e anche su qualcos’altro possiamo provarci.
    Magari adesso, con ‘sto caldo, non è il momento migliore…

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