Non vista, con felpato passo di volpe, Lidia fotografa la signora delle Sbarre che stende i panni



Sbarre

Inserito originariamente da Lidia Zitara

Il rosa delicato dell’inverno mediterraneo



lychnis aloysius lilius

Inserito originariamente da Lidia Zitara

La reputazione certe volte è un peso

E’ fresca la notizia che hanno beatificato Wojtyla. Ieri al tg ci hanno fatto vedere molte immagini del Papa coi bambini o in giro per il mondo. Due mi hanno colpita: Wojtila non voleva mettersi in nessuna maniera una ghirlanda hawaiana che gli porgeva una suora nera.
E non se l’è messa. No.

Sapendo -ovviamente- di essere inquadrato dalle telecamere, Wojtila, con un provvidenziale schiaffetto sulla mano, ha messo al suo posto una bimba che teneva in braccio e che si stava ficcando le dita nel naso.

Santo sì, ma attento all’etichetta!

Astratto romagnolo



Gianni ravenna

Inserito originariamente da Lidia Zitara

Bella madonnara



Bella madonnara

Inserito originariamente da Lidia Zitara

La corazzata Potemkin e Star Trek uniti in un’eterna ghirlanda brillante

Star Trek è una cagata pazzesca !

Inabile al lavoro



Bagnara Calabra (8)

Inserito originariamente da Lidia Zitara

No comment

Nel bel mezzo di un gelido inverno, “Rose d’autunno” di Enza Torrenti

Rose d'autunno, di Enza Torrenti, La Campanella Edizioni
I desideri sono desideri: quando li si prova sembrano unici e personalissimi, fino a scoprire che c’è un mucchio di persone che desidera esattamente le stesse cose: una casetta in campagna, un viaggio per un’isola sconosciuta, un pic-nic sul prato. Ci si sente molto stupidi, infine, a desiderare le stesse cose degli altri, è come venire a scoprire di non essere poi tanto speciali e insostituibili. Uno dei miei desideri di sempre –di certo condiviso dalla maggior parte di noi- è un autentico Natale vittoriano, con l’albero ben addobbato con palline e lumini, i bambini che giocano nella nursery, il gatto acciambellato davanti al fuoco, i giacinti forzati nella credenza del salotto, tè, biscotti, il punch caldo, qualcuno che suona una carola al pianoforte.
Il Natale arriva, ma poi delude sempre, gli auguri di pace e felicità si sprecano, ma il nuovo anno raramente ci porta buone notizie. L’inverno, poi, per noi mediterranei che viviamo in zona climatica quasi subtropicale, non ha quelle piacevolezze estetiche come la neve che imbianca le colline (ma non tanto da impedire la circolazione del traffico), il ghiaccio che forma stalattiti sulle grondaie (ma senza causare danni all’impianto di scolo), il vento che inviti a rimanere in casa davanti al camino (ma non tanto forte da far rientrare il fumo all’interno della canna, trasformando il salotto in una camera per l’affumicatura delle provole).

Uno dei miei desideri è un inverno con la neve e con piante tipiche della stagione. Non so se –a tal proposito- si potrebbe scegliere meglio delle rose da bacca. Le bacche delle rose fanno venire in mente i delicatissimi acquerelli di Marjiolein Bastin, soprattutto quando un uccellino ci si posa sopra per beccarle. Le bacche delle rose sono buone per farci la marmellata e gli sciroppi, e tante di quelle cose che stanno attorno al mondo del giardino e gravitano nella sfera della domesticità, del mondo familiare e di una volta, del tempo delle stufe a legna e dei dolcetti fritti in padella. Si possono portare in casa, recise, e mettere in un vaso di terracotta smaltata, sulla credenza della cucina, magari in compagnia di un rametto di mandorlo, di un fiore randagio.
Per ottenere le bacche, ovviamente, non va fatta l’ultima rimonda dopo la fioritura autunnale, ma va lasciata maturare la capsula dei semi. Le varietà più adatte sono le specie selvatiche, ma anche molte varietà ibride hanno bellissimi mazzetti di bacche che durano buona parte dell’inverno.
In provincia di Padova c’è un ottimo e famoso vivaio che delle rose da bacca ha fatto uno dei suoi punti di forza La Campanella

via Campanella 3, 35030 Cervarese S. Croce (PD)
Tel. 049 9910905 – Fax 049 9913042 – info@vivaiolacampanella.com

Una delle molte composizioni di rose autunnali realizzate da Enza Torrenti e illustrate nel volume

Il vivaio, molto noto in Italia, ha fatto un passo importante diventando anche casa editrice. Il primo libro pubblicato è quello di Enza Torrenti, Rose d’autunno. Fra notazioni botaniche e citazioni d’autore. Un volume di cui si sentiva davvero la mancanza, e di cui non se ne avrebbe mai abbastanza, che si legge e si rilegge in cerca di informazioni, dettagli, suggestioni, per capire se quella rosa che cerchiamo è la “nostra” rosa. I libri sulle rose non mancano in Italia, ma hanno il difetto di essere a)traduzioni da testi inglesi che necessariamente per questioni climatiche, non possono dare informazioni del tutto valide anche per l’Italia, b) libri spesso fotografici, tesi a sottolineare la bellezza e la suggestione del fiore piuttosto che le sue caratteristiche di coltivazione.
Questo volume, non grande ma nemmeno riduttivo, colma almeno in parte questa grave lacuna, descrivendo rosai che fioriscono in autunno. Esistono infatti rose ad unica fioritura primaverile, rosai a fioritura rada ma quasi continua, e rose che hanno una doppia fioritura, in primavera e in estate. E’ di quelle che fioriscono dopo la grande arsura dell’estate, principalmente rose orientali, che questo libro parla. Rose dal grande fascino, con colori spesso mutevoli e cangianti, che hanno delle forme così squisite che si prestano magnificamente ad essere osservate alla luce tenera e dorata del sole autunnale.
Questo libro è come quel dono di Natale che non avete mai ricevuto, quella carezza sognata, quella dolcezza per sè di cui non possiamo fare a meno, e che ci rende intensamente leggeri eppur dolorosi alcuni momenti del quotidiano.
La rosa, solo la rosa, creatura femminea vellutata e sensuale, che in sè riunisce castità e carnalità, è capace di rimandare entrambi gli opposti: la felicità e l’immensa desolazione del pensiero che questa felicità un giorno non esisterà più.
Voglio essere romantica, perché no, terribilmente romantica, perchè questo è un libro che seppur non indulgendo a smancerie e poetismi, fa diventare romantici, fa sognare.

Vincenzo Rubino detto Quaglione



vincenzo rubino detto quaglione

Inserito originariamente da Lidia Zitara

Dean Moriarty

Le parole che abolirei

Negli ultimi mesi ho maturato un’avversione verso alcune parole, frasi, espressioni o modi di dire che ritrovo periodicamente negli articoli di giornale, soprattutto in quelli che riguardano moda, arredamento, design e quindi anche giardini.
Non che non abbia mai nutrito una sorta di insana passione per la purezza linguistica, e anche se non ho le competenze necessarie per essere una feticista della parola, diciamo che lo sono in maniera intuitiva ( anche se l’intuito in queste cose non è sufficiente).

Oltre a non piacermi i titoletti coi giochini di parole (tipo “rotta di collusione”, “Milano conciata per le feste”, “orto? col cavolo!”) che ormai hanno veramente stancato e hanno l’originalità dei messaggini standard dei gestori telefonici, ci sono alcune parole inflazionatissime (anche “inflazionato” è un termine inflazionato, ma meno di prima: il nostro Silvio ha per fortuna cancellato l’inflazione facendo un paio di giochetti con l’aritmetica) e alcuni modi di dire che ormai non si possono più sentire.

Usatissimi dai giornalisti di media qualità (qualche volta li ho dovuti usare anche io, perchè peggio dei giornalisti ci sono solo gli avvocati dei mafiosi), sono non meno spesso usati anche dagli accademici, che forse li hanno acquisiti dai produttori delle nuove parole (i giornalisti, appunto) e si sono infiltrati ovunque ci sia un livello medio di scrittura, il che comprende la stragrande maggioranza della produzione culturale contemporanea, cartacea o virtuale.

Il primo modo di dire che mi fa venire il raccapriccio, e che gli architetti usano come una pioggia continua è: dialogano. Le colline e la sobria architettura dell’edificio dialogano in un paesaggio che sembra scolpito nella Natura. Tanto per dire. Oppure sembrano dialogare. La sobria architettura e lo scultoreo paesaggio collinare sembrano dialogare in una dialettica armoniosa.
Ma che te devi da dialoga’?

Secondi, a pari merito: sfondo, fondale, teatro, cornice, spazio scenico.
Queste sono delle vere bestie assassine. Ammazzano qualsiasi descrizione, ma delle volte se ne deve fare ricorso perchè non c’è alternativa. Cornice, in particolare, è ormai evitata come la peste, è un termine che usano solo quelli che non leggono articoli. Nella splendida cornice è poi il trionfo del Kitsch linguistico e ormai si trova solo in qualche comunicato stampa redatto da commercialisti che fanno un secondo lavoro per arrotondare.
Il suggestivo scenario è un po’ meno da torcibudella, ma certo che è pesante. Questo purtroppo credo di averlo usato anche io.
Come alternative hai poco, ambientazione (una parola lunga, pesante, che suona male), spazio (generico, fastidioso) e i famigerati spazio scenico, teatro vegetale e altre amenità a buon mercato.

Terzo: delizioso. Delizioso è diventato un aggettivo troppo usato, mette in ghingheri l’articolo, lo fa sembrare un cicisbeo puzzolente di orina e profumo da donna. E sì che Voltaire ne diede, nell’Enciclopedia, una descrizione appropriatissima.
Delizioso scenario diventa poi una canzonetta alla Arbore, una presa in giro, una “ma ce sei o ce fai?”

Quarto: protagonista. Questo è un aggettivo che io ho usato un paio di volte nel mio libro quando però ancora non era così diffuso. Quando ricapito su quelle frasi vorrei accartocciare la pagina. Se mi faranno la seconda ristampa chiederò un emendamento al protagonismo delle piante. Protagonista mi infastidisce anche perchè è sintomatico di questa società che mette l’individualismo cieco al di sopra di ogni solidarietà umana, che ci vuole tutti belli e palestrati, grandifratellizzati, griffati, capaci di tenere gli altri “al loro posto”, prima con rossetto e minigonne, poi strepiti, urla e schiaffi in tv, poi coltellate e menzogne in tribunale.

Quinto: texture. Non dovrei avere in antipatia questo termine che è caro a tanta parte del design industriale italiano degli anni migliori. Eppure mi dà fastidio. Meglio tessitura, trama, portamento, aspetto del fogliame. E’ un termine che però i giornali di moda tendono a utilizzare in maniera insopportabilmente abbondante e a volte impropriamente. Non è da abolire ma da rivederne l’uso.

Sesto: sinfonia. Anche questo l’ho usato ed è un termine praticamente insostituibile. Però sta diventando troppo diffuso. Il cielo era una sinfonia di azzurri che dialogavano col suggestivo scenario della splendida cornice del teatro naturale del delizioso paesaggio.

E buonanotte popolo.