Arte=dolore. Sottotitolo: “Il linguaggio della notte”

Ursula K. Le Guin
Qualcuno su questi schermi ebbe a dire che la mia domanda sul perchè l’arte scaturisca spesso dal dolore era una menata o qualcosa del genere.
Voglio calorosamente ringraziare la signora Ursula K. Le Guin per avere risposto a questa (ed altre) di quelle che tanti chiamano “menate”, sperando che sveglino le loro menti dal torpore soporoso della quiescenza dell’accettazione acritica.

Più lontano si va dentro di sè, più vicino si arriva all’altro. […]Il dolore, la più solitaria delle esperienze, fa nascere la partecipazione, l’amore: il ponte tra l’io e l’altro, il mezzo della comunione [qualcuno direbbe della comunicazione, n.d.c.]. Lo stesso accade con l’arte. L’artista si spinge più profondamente dentro di sè, ed un viaggio doloroso, è l’artista che più ci tocca nell’intimo, che più ci parla in modo chiaro. […]Non troverò un archetipo vivente nella mia libreria o nell’apparecchio televisivo . Lo troverò soltanto in me stessa: in quel nucleo di individualità che si trova nella comune oscurità.

23 pensieri riguardo “Arte=dolore. Sottotitolo: “Il linguaggio della notte”

  1. Sì, anche a me. Sempre più spesso l’arte provoca dolore… o come chiameresti tu quella sensazione di quando ti aggiri attraverso un’esposizione di spazzatura contemporanea che qualcuno ha contestualizzato con la speranza prima o poi di essere notato e magari scelto per curare qualche Biennale… dolore? Sì, dolore credo possa andare bene. Sarà per quello che si dice “curare” una mostra o una biennale? E il pubblico chi lo cura poi?

  2. allora, una mostra a firenze in piazza della signoria, mica steccoli, espone lo scultore x (si dice il peccato ma non il peccatore) frotte di personaggi interessatissimi, seriosi, mani ripiegate a sostenere il mento e occhi socchiusi, e una bella coppia di ragazzi che sghignazzava spensierata gironzolando mano nella mano, ed ho pensato finalmente il re è nudo.

  3. Che dire di più? …da qualche parte ancora mi riecheggiava un po’ quella dell’archetipo nella libreria, ma ci ha pensato stefania… la libreria è sempre la soluzione di tutto 😉

  4. Per quello che ne so, la creatività (arte?) è il risultato di una lunga introspezione, che potrebbe anche essere dolorosa, un pò come quando vai in analisi. Ci sono stati artisti folli, tristi, incazzosi, miti, ingordi, felicissimi, tranquilli, goduriosissimi, antipatici, estremamente simpatici, amanti del denaro, poverissimi, matti da manicomio, etc.
    Alcuni durante la loro vita sono stati molto apprezzati, altri derisi o addirittura odiati. Anche quella fola: ai posteri l’ardua sentenza… ma!
    L’artista rappresenta il suo tempo ed è anche successo (spesso) che quello che fa scandalo e orrore oggi, venga capito e apprezzato domani. Certo, poi c’è il mercato dell’arte, ma quello fa parte di un’altra storia. Uffa!

  5. Io ho detto che l’affermazione “l’arte nasce sempre e soltanto dal dolore” è superficiale e ingenua. E sono disposto a ripeterlo in eterno: non è assolutamente vero che l’arte nasce sempre e solo da dolore.
    Ed ora dico che una cosa è affermare “sempre e solo”, una cosa è affermare “spesso”. Perchè “spesso” è condivisibilissimo, “sempre e solo” proprio no. Tutto qua.

      1. Anzi no, mi correggo. Nessun’opera d’arte può nascese se non da una infelicità, che nel più “pacato” dei casi si manifesta con una posizione critica di dissenso nei confronti della società e delle tecniche di produzione artistica. Ci ho riflettuto per anni, quindi questa affermazione non nasce da ingeniutà, come sostiene Louis, ma da fruttuosa ponderazione dell’argomento.

      2. Precisazione: ma a che ti riferisci? Al luogo comune che se una persona è triste è perchè è più sensibile e intelligente? Quelle sono cazzate, E SONO DISPOSTA A RIPETERLO IN ETERNO. Il dolore non di manifesta univocamente con la tristezza, e pensare questo è superficiale ed ingenuo.
        Adesso, se hai fegato, vieni a rispondermi, dall’Inghilterra o da dovunque ti trovi.

        1. “Nessun’opera d’arte può nascese se non da una infelicità, che nel più “pacato” dei casi si manifesta con una posizione critica di dissenso nei confronti della società e delle tecniche di produzione artistica.”
          Esistono molte opere artistiche che non sono affatto critiche nei confronti della società a loro contemporanea ma che, anzi, sono in perfetto accordo con essa.
          Esprimo solo un’opposizione verso la posizione assoluta della sua affermazione che, in quanto assoluta, è un estremismo che non può che portare prima o poi all’errore.
          Parole come “sempre”, “assolutamente tutto” o simili nella storia umana sono difficilissime da usare. Il che è la nostra essenza: siamo sempre in grado di essere diversi e nelle nostre affermazioni il beneficio del dubbio, lo spazio per la diversità, è bene lasciarlo.

  6. Stamattina, spalando merda, riflettevo sulla tua osservazione. Allora, visto che sei un pragmatico e un tecnicista, vorresti farmi il favore di indicarmi un’opera d’arte che sia scaturita dall’allegria, o dall’indifferenza, o dalla noia, o dalla gratitudine, o dal senso di pace, o da qualsiasi emozione POSITIVA o INDIFFERENTE che esiste?

  7. …forse qualcosa del pop art? A parte che comunque l’arte del mainstream ormai esce sempre più spesso a tavolino. Che dire dell’inglese dei brillantini e della formalina?

  8. Condivido il fatto che non sia un per forza sempre e solo così. Ad ogni modo anche un grande scrittore, Marcel Proust, affermava che nella felicità l’uomo è florido, ma è nel dolore che l’uomo scopre i suoi talenti più grandi. E noi donne soprattutto (purtroppo) siamo particolarmente sensili al “bello e dannato” sia nelle opere d’arte che nelle persone che nelle cose che ci circondano. Pensiamo per dire al fascino che ancora oggi suscita il dannatissimo Alain Delon… e per chi non l’avesse visto, si goda il film “la prima notte di quiete”

    1. Vabbè! Io aspettavo che rispondesse mister Louis, invece voi ci avete dato dentro! Allora la Maja desnuda, il quadretto di Courbet, detto “La fica in prima linea”, tutta la serie di Picasso anziano con il priapo e la ninfa, certi quadretti(?) di Matisse, per esempio la danza e poi tutti i suoi giochini con il collage, Renoir, De Chirico se l’è spassata per bene, Morandi invece era di una noia mortale, Boccioni se l’è goduta alla grande fino a quando è caduto da cavallo e ci è rimasto. Mozart, Verdi, Rossini, Monteverdi, neanche Goethe se la passava così male, e via via. Leggendo la biografia di certi artisti, scrittori, musicisti ho avuto anche l’impressione che non fossero molto diversi dagli impiegati di banca. Diciamo che anche noi, almeno io, che non sono un’artista, abbiamo avuto i nostri momentacci e neanche molto rari.

      1. A Luci’, tu ti confondi tra artisti e opere d’arte. Quand’è che inizieremo a capire che il cosiddetto psicologismo artistico (di matrice crociana, se non era morto motu proprio l’avrei voluto uccidere io) non c’entra una beneamatissima con l’oggetto estetico?
        Se non c’è questo accordo di base parlate tra di voi, io mi limito ad alzare gli occhi al cielo.

  9. Che l’opera d’arte non c’entri nulla con l’artista mi lascia un po’ perplessa, ci dovrei riflettere sopra ma non credo di poterla condividere. Se l’arte nasce dal dolore dell’artista allora come fa a non c’entrarci con l’artista? E come la mettiamo con lo stile personale? Gli influssi ambientali ed epocali? Che l’opera d’arte sia una cosa a sè stante, quasi autogenerata per puro caso da una mano umana non mi convince.
    Per quanto riguarda l’arte spazzatura, mi capita a volte di vedere oggetti tutt’altro che artisitci, ma capita anche che se mi spiegano il messaggio che vogliono trasmettere, posso cambiare idea. Tutto sta nel capire.

  10. cioè il dolore sarebbe una conditio sine qua non? mi rifiuto di pensarlo, e perchè poi? non so le nature morte fiamminghe…..il rinascimento le madonne del trecento, folon, la scultura greca, quenau, insomma, sto facendo un gran minestrone lo ammetto, comunque tante sono le cose che non mi trasmettono questo senso di disperazione, anzi talvolta vedo ammiccare l’artista furbetto e felice.
    poi dovremmo metterci d’accordo sui vocaboli “arte” e “dolore”.
    quale dolore? perchè l’arte prospera nei tempi economicamente e socialmente felici? perchè non sentiamo parlare di artisti ruandesi? perchè la firenze del ‘400 ha sfornato più che tutto il mondo nei secoli successivi? (eddai, un pò di campanilismo…..)
    riguardo poi alle sensazioni, sono sensazioni, non possono essere protocollate la risposta a certi impulsi è dentro di te, non può dipendere da spiegazioni almeno non a breve termine.
    sono come le ridicole e oziose divagazioni sui colori, questo sta con quello ma non quest’altro, non sono cose che si studiano a tavolino e se si studiano a tavolino e basta non saranno mai tue prima poi ti farai cogliere in castagna. un certo gusto, certe percezioni, le hai dentro e sono il frutto del tuo corredo genetico sommato alla miriade di esperienze (fra cui lo studio indubbiamente) alle tue spalle, il tutto ben rimescolato e digerito.
    come al solito sono andata sproloquiando fuori tema.

  11. Ho letto le vostre risposte che mi hanno francamente confuso e alcune fuorviato di parecchio. Forse non sono io in grado di comprendere alcune obiezioni, ma in ogni caso mi sembra che questo post sia veramente frammentario e vorrei riportarvi un po’ d’ordine.

    Cerchiamo di parlare con il linguaggio della filosofia, affinato da secoli, e non con quello del senso comune, che spesso si ferma alla superficie.

    Non confondiamo l’opera con il suo autore, nè l’opera con i sentimenti che desta. Nè -io credo- la psicologia è un metro per comprendere “le opere”.

    Gli stessi artisti, alle domande tipiche dei giornalisti sulla vita privata dicono spesso: “leggete le mie poesie/guardate i miei quadri/ascoltate la mia musica (ecc.): è tutto lì”. L’opera può essere valutata disgiuntamente dal suo autore, e messa in rapporto con le altre opere. Che Picasso soffrisse di daltonismo e vedesse tutto rosa e blu è irrilevante (è una fanfaluca, lo dico per chi dovesse leggere distrattamente) e che Leopardi fosse un depresso cronico, semmai lo è stato, è ininfluente.

    L’opera parla, e dice tutto di sè (a chi sa leggerla) e di chi l’ha fatta. L’opera preme come un feto sul ventre della madre, o meglio, preme come fosse un cancro da espellere.

    L’opera nasce per un bisogno: il bisogno è quello di liberarsene. Liberarsene e farla vedere agli altri.

    Esistono forme d’arte “ludiche” come Calder o Munari, ma il gioco dell’adulto-se mi è permesso- nasconde dentro di sè una forma di enigmaticità e serietà.

    A dimostrazione che il “sospetto” che l’arte e la creatività nascono dal dolore -.e che quindi la riflessione è tutt’altro che ingenua, è stata persino messa a punto una parola per definire questo stato: Schwermut, utilizzata da Shelling, il quale non era certo un ingenuo, per definire la “pesantezza dell’animo umano”. La Schwermut è anche creativa. E’ una sorta di vortice disarticolato e tutt’altro che dritto (si può davvero “pensare in maniera retta, come disse Kant?mi sia consentito il gioco di parole) al margine del quale l’artista, il creativo, il visionario, il profeta, si situa ai margini per cogliere le sfumature del pensiero volontario.

    Per essere precisi Shelling scrisse in “Ricerche filosofiche sull’essenza della libertà umana” che il velo di tristezza ricopre tutta l’umanità, e che solo nell’individuo c’è vita (creatività, arte, se non deduco male), e che questo fondamento di oscurità è il fondo su cui riposa ogni nostra conoscenza.
    all’interno di questo fondo oscuro si situano consapevolezza e conoscenza (e l’arte può nascere solo da una forte consapevolezza, sia del tipo classico-Michelangelo, Leonardo, sia del tipo contemporaneo – Gaudì, George Gershwin), è su questo fondo oscuro che posa ogni processo mentale dell’uomo.

    Ora: questo è il mio pensiero, è la mia opinione, e pertanto discutibile. Ma non accetto, da nessuno autentico figlio di Albione e o volpacchiotto con un falso nikname, che sia definita “ingenua”.

  12. Secondo me sarebbe utile distinguere anche tra i secoli in cui queste opere sono state prodotte. Affermare che Il Cinquecento sia stato felice per cui le opere sono felici è sbagliato,basti pensare alle guerre, le persecuzioni religiose e le epidemie, tuttavia penso che il Novecento sia stato un secolo particolare da questo punto di vista, sia per le due guerre mondiali,l’atomica che per i media permettono di sapere quali disgrazie avvengono in tutto il mondo in tempo reale.
    Questo per dire che l’arte=dolore si potrebbe applicare specialmente da questo periodo in poi, forse perchè la vita assume ritmi via via più dis-umani o perchè i dolori del mondo vengono amplificati nella mente di tutti, creando una specie di sottofondo angoscioso. Basti pensare ai Tg che tutti quanti guardiamo per essere “informati..

    1. Questa è una puntualizzazione interessante e su cui ci sarebbe davvero da discutere.
      Tuttavia ritengo che anche artisti come Bruegel, o Filippo Lippi, tanto per dirne due “quieti” soffrissero di quel disagio, che nella mente dell’artista diventa dolore, nel vedere un mondo che non è come tu lo sogni. Che sia un sogno delicato e popolare, come quello di persone che pattinano su un lago ghiacciato, o un sogno visionario di un angelo che viene a dire ad una donna che presto aspetterà un figlio.
      Certo l’arte nei secoli è molto differente, acuta l’osservazione di Milli che nel Novecento questo binomi possa essere più vero.

      1. Grazie, Lidia. certo che volere vedere del dolore nell’Annunciazione degli Uffizi di Filippo Lippi è difficile, a meno che uno non abbia una fobia per gli angeli….
        L’annunciazione di Lorenzo Lotto da questo punto di vista è molto più movimentato, sembra che ci sia del vero parapiglia. Piuttosto si potrebbe notare dell’inquietudine e della sofferenza di vivere ( che è simile ma non è propriamente dolore ) nelle opere del figlio Filippino.

        1. Devo ribadire che l’opera d’arte non deve necessariamente far scaturire inquietudine o sofferenza di vivere, questo è il suo “ciclo finale”.
          E’ il suo ciclo iniziale che a me interessa e -credo fermamente-derivi da una sofferenza del pensiero. Che poi essa si volga a produrre opere “allegre” è irrilevante.

  13. Quote Loubeard: Esistono molte opere artistiche che non sono affatto critiche nei confronti della società a loro contemporanea ma che, anzi, sono in perfetto accordo con essa.
    Potrebbe, il gentile signore, farmene un paio di esempi? Ho mezzo sospetto che ciò che il gentile signore indicherebbe non verrebbe chiamato arte di grande pregio.
    Sentitamente e complimentosamente la ringrazio anche per la sua adamantina risolutezza nel non voler comprendere il filo del discorso, esattamente come lei dice che io non voglia dare margine al dubbio.

    sappia, il gentile signore, che a volte si deve estremizzare una posizione culturale per ottenere un risultato. Se il gentile signore praticasse l’ambiente culturale italiano forse ne sarebbe a conoscenza. per sua foruna veleggia in mari più aperti e condiscendenti come quelli della terra di Re Artù.

    Mi scappello e mi inchino a qualunque altro nobile intervento di cui il gentile signore vorrà farmi oggetto.

    1. Interessante il tuo commento, Lidia. Ma se un ‘ opera produce allegria o altre sensazioni che non sono dolore come facciamo noi a capire la sofferenza che c’è dietro? Nell’opera di Lippi ( che a me piace molto) potrei vedere al massimo una sofferenza d’amore che il pittore provava per la modella ( per la cronaca: Il frate Filippo Lippi si innamorò della suora che gli faceva da modella e fuggirono insieme), ma senza conoscere la storia che c’era dietro non ho percepito manco quella.
      Infine affermi che è irrilevante che l’arte derivi da una sofferenza di pensiero e che malgrado questo possa produrre opere allegre. Altro che irrilevante, sarebbe interessante capirne di più, non credi?

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