Ciao Lidia,
i “giardini poveri” sono realmente il mio principale interesse, anche se io li chiamo giardini sentimentali e in questa macrocategoria metto anche balconi, ballatoi, finestre (e anche gli orti comunali di certi pensionati).
Com’è vero il paragone che fai con gli animali da cortile, e quest’idea salvifica della necessarietà della bellezza e della cura.
A ben guardare, si trovano un po’ dappertutto, portatori di una cultura non mediata da modelli imposti dall’esterno. E quando questi modelli ci sono, com’è quasi inevitabile, vengono però rielaborati in maniera personale, culturale e sempre creativa. Qualcuno un giorno scriverà un’ode a questi testimoni silenziosi e discreti di una resistenza profondamente umana all’appiattimento e all’incuria. Grazie che ne hai parlato, i “giardini poveri” sono la mia ispirazione e fonte continua di idee, e naturalmente di gioia.
Ripensavo ai giardini poveri e a mia nonna. E’ da lei che mi deriva quel tipo di estetica, ed è fondamentalmente a partire da una nostalgia un po’ pascoliana (un po’ primitivistica?) che nasce questa definizione di giardini sentimentali.
Da un lato, giardini che mi sembra nascano da un sentimento “puro”, (magari purgato da ogni sentimentalismo) piuttosto che da razionalità o da vanità, da concetti di decoro borghese. Mi sembra nascano da una vicinanza con la natura delle cose. Dall’altro, giardini come testi poetici da interpretare e che quindi, al di là delle intenzioni dei loro autori, rilasciano un significato in cui, per me, il sentimento è composto di ricordo, poesia, infanzia, casa (qualsiasi essa sia) , ordine imperfetto e calore. Ogni sera d’inverno guardo la mia vicina di casa -vecchina di campagna in un ballatoio milanese- coprire di teli di plastica i suoi sedum, fino al mattino. E non tanto perché ci è “affezionata”, secondo strani antropomorfismi ansiosi urbani, ma perché è così che dev’essere, e farebbe lo stesso, ora che me l’hai fatto pensare, con i conigli nelle loro gabbie e con i pulcini.
"Quando guardiamo il cielo di notte ci soffermiamo ad ammirare le stelle a caso senza seguire uno schema.. lasciamo che la nostra fantasia si perda in questo immenso soffitto brulicante di luci... una stella grande.. qualcuna piccola.. un'altra azzurra ed una rossa! Luci lontane che forse ora non esistono neanche più.. eppure sono lì le guardiamo ogni sera quando le nuvole ce lo permettono.. luci che continuano a brillare .. a vivere.. che continuano a farci sognare! Questo BLOG vuole essere uno spazio semplice, senza pretese, uno spazio dove antichi sorrisi e sguardi continuano a brillare come stelle... semplicemente continuano a vivere nell'immenso cielo della rete." (Domenico Nardozza)
poveri ma belli,nella loro rustica semplicità
Finalmente Giardini poveri. Sono commosso.
Io incazzata
Povera e incazzata? Accidenti un periodo coi fiocchi per la produzione artistica. Approfitta!
Poveri E belli. Io credo. La povertà non esclude la bellezza, anzi, a volte la esalta
Secondo me un punto forte è che non sono riproducibili. E’ un punto di formidabile unicità.
Ciao Lidia,
i “giardini poveri” sono realmente il mio principale interesse, anche se io li chiamo giardini sentimentali e in questa macrocategoria metto anche balconi, ballatoi, finestre (e anche gli orti comunali di certi pensionati).
Com’è vero il paragone che fai con gli animali da cortile, e quest’idea salvifica della necessarietà della bellezza e della cura.
A ben guardare, si trovano un po’ dappertutto, portatori di una cultura non mediata da modelli imposti dall’esterno. E quando questi modelli ci sono, com’è quasi inevitabile, vengono però rielaborati in maniera personale, culturale e sempre creativa. Qualcuno un giorno scriverà un’ode a questi testimoni silenziosi e discreti di una resistenza profondamente umana all’appiattimento e all’incuria. Grazie che ne hai parlato, i “giardini poveri” sono la mia ispirazione e fonte continua di idee, e naturalmente di gioia.
Ripensavo ai giardini poveri e a mia nonna. E’ da lei che mi deriva quel tipo di estetica, ed è fondamentalmente a partire da una nostalgia un po’ pascoliana (un po’ primitivistica?) che nasce questa definizione di giardini sentimentali.
Da un lato, giardini che mi sembra nascano da un sentimento “puro”, (magari purgato da ogni sentimentalismo) piuttosto che da razionalità o da vanità, da concetti di decoro borghese. Mi sembra nascano da una vicinanza con la natura delle cose. Dall’altro, giardini come testi poetici da interpretare e che quindi, al di là delle intenzioni dei loro autori, rilasciano un significato in cui, per me, il sentimento è composto di ricordo, poesia, infanzia, casa (qualsiasi essa sia) , ordine imperfetto e calore. Ogni sera d’inverno guardo la mia vicina di casa -vecchina di campagna in un ballatoio milanese- coprire di teli di plastica i suoi sedum, fino al mattino. E non tanto perché ci è “affezionata”, secondo strani antropomorfismi ansiosi urbani, ma perché è così che dev’essere, e farebbe lo stesso, ora che me l’hai fatto pensare, con i conigli nelle loro gabbie e con i pulcini.
Bellezza non riproducibile
Incredibile, il mitico Leo è venuto a lasciarmi un commento. Urka!