“Giardiniere per diletto” recensito da “Giardinaggio Sentimentale”

Giulia_CapotortoPubblico con orgoglio il link della recensione di Giulia Capotorto su Giardinaggio Sentimentale, dicendo che di più non avrei osato sperare. Mi sembra che, dopo le critiche negative, le incomprensioni e le piccole e grandi avversioni che questo libro ha suscitato, le acque si siano calmate.

Il perchè è semplice: ormai il gusto è cambiato.
Ciò di cui parla Giardiniere per diletto è storia, e nessuno si sente più tirato in ballo o “offeso“.

Anche per questo motivo sento che mi preme dentro un “Novissimo giardiniere per diletto, riveduto e corretto”, che mi balla in testa, mi balla in testa.

Guerra fresca (l’estate del nostro rancore)

“Gli italiani[1] non amano gli alberi” è il titolo di un articolo di Severgnini sull’arboreità (scusate, ma scrivere “sul verde” mi avrebbe prodotto un attacco di gastrite). È di qualche anno fa e non ricordo su quale testata comparve, ma penso che sia ancora facilmente reperibile sulla rete. È sicuramente vero che gli italiani[2] non amano gli alberi, e ne potrei fornire diretta testimonianza, ma quello che è più che certo è che ne amano moltissimo l’ombra.

Specie quando è estate.
Specie quando devono parcheggiare.

Dopo aver tutto l’anno, ripeto, tutto l’anno, attuato strategie più o meno diplomatiche, che passano dal biglietto da visita di un giardiniere ad un’offerta di aiuto nel trovare una persona “in gamba, che vi farà un bel lavoretto senza spenderci troppo”, a minacce, a reprimende e litigate per strada, il vicino, in estate trova finalmente una olimpica pace al suo odio per i rami che sporgono.

Perché sotto può piazzarci la macchina.

Avendo una delle poche case -anzi, ora che ci penso, la sola casa- che faccia un po’ d’ombra sull’asfalto anche in estate, tutti i vicini si fiondano a parcheggiarci sotto, occupando tutto il perimetro utile. Ognuno ha un suo stile: c’è chi lo fa con la grazia di una ballerina, occupando più spazio del giusto, e uscendo dall’auto come una modella. C’è chi lo fa in maniera arrogante, piazzando la propria auto esattamente il cancello di casa nostra, costringendoci a fare chilometri per portare le buste della spesa e le bottiglie d’acqua. C’è chi lo fa da “imbucato”: trova mezzo spazio libero e ci si infila di prua, con una ruota sul marciapiede, lasciando la prora dell’auto in mezzo alla strada. C’è ancora chi lo fa al risparmio, riuscendo ad infilare la macchina in spazi angusti, al millimetro, accanto ad altre macchine, laddove sarebbe sembrato impensabile. Ovviamente questo provocherà qualche disagio alla macchina precedente e a quella successiva, che probabilmente non riusciranno a disincastrarsi, ma ciò non conta: anche lui ha avuto il suo spazio a fresco dell’ombra.

Alcuni vicini arrivano da strade limitrofe per parcheggiarci sotto il muso: è una sorta di guerra fredda a chi si accaparra il posto migliore.
Naturalmente io e i miei siamo costretti a parcheggiare sotto casa dei nostri vicini: una scatola di cemento armato con forse un balcone, in pieno sole.

A dire il vero non mi ero mai resa conto che la mia piccola casa potesse avere questa forma di attrattiva e questa “speciale” qualità: quella di attirare i cacciatori d’ombra.
Ma solo d’estate: nelle altre stagioni è tutto un “signora, le more cadono per terra, signora si scivola”, “guardate che dovete tagliare le rose perché non sono ad altezza regolamentare”, “signora qui è l’ENEL, il glicine che cresce nel vostro giardino potrebbe arrampicarsi sul filo e strapparlo”.
E dunque cosa si fa?  Si costruisce una casa, se ne stabilisce un perimetro in tutte e tre le dimensioni spaziali, larghezza, altezza e profondità,  e tutto quello che esubera viene tagliato? In questo modo avremmo dei meravigliosi villini con la vegetazione scolpita a filo come se si trattasse di un muro verticale di Patric Blanc. Bello per uno scenario di fantascienza.

Nessuna concessione  -non dico al disordine – ma alla vita. Siamo così abituati a controllare la natura che pensiamo che essa possa, anzi debba, svilupparsi secondo i limiti, le regole, i canoni, e le limitazioni che noi le imponiamo. L’assoluta ignoranza del “vicino” e delle amministrazioni comunali in materia di natura e biologia, non contempla perimetri un po’ più disordinati, alberi fatti crescere con le chiome in libertà, tappeti erbosi fioriti, sinonimo non di trascuratezza e sporcizia ma di eco-diversità, biodiversità, vita, o come volete chiamarla. I bordi delle strade devono essere puliti fino a scoprire il color paglia delle erbe morte, ma a chi vuoi che diano fastidio un po’ di fiorellini lungo il bordo stradale?

L’assessore all’ambiente, con tono perentorio, sostiene che “le erbacce vanno tolte”, anche quando queste siano patrimonio di ricchezza e promessa di vita in futuro. Le cose che “fanno bene” (guarda tu, come fosse una medicina) alla popolazione sono i parchi gioco zeppi di pubblicità, i premi “miss questo o miss quello”, i lidi lungo le spiagge, i dancing, i ristoranti, i pub, le birrerie, le feste paesane, le sagre, le feste patronali, le discoteche,  i locali notturni e le feste rionali. Non di certo la sanità pubblica, una viabilità che sia meno che orrorifica, la preservazione del nostro poco, pochissimo patrimonio arboreo  e di quello floreale, ormai volgente alla gariga anche i luoghi meno ruderali.

I margheritoni, la violacciocca delle spiagge, i loti, la veccia bianca e le graminacee spontanee, di una delicatezza eterea e di un colore verde limetta, soffici come piume d’angelo, che dall’inverno a metà estate rendono aggraziata una miserevole pista ciclabile cittadina, e che sono il piccolo popolo residuo della vasta comunità della flora psammofila delle nostre spiagge, devono essere senza pietà eliminate, in modo da dare l’idea di pulizia e di ordine.

La stessa che chiede il “vicino” durante l’inverno, quando nella sua macchina non fa caldo.

Non si tratta di due o tre margherite o di un paio di alberi finiti sotto la motosega. Si tratta di qualcosa di ben più pericoloso e deleterio: l’incapacità di vedere la bellezza, e la bellezza della vita, laddove si presenta, e la mancanza di intelligenza di preservarla e curarla come il più grande tesoro che possediamo.


[1] Su questo sito non troverete la parola “italiani” scritta con la maiuscola

[2] Vedi nota 1

Una tomba per le lucciole

luccioleIeri abbiamo visto una lucciola.
La vediamo per pochi giorni l’anno, uno, due, a volte tre.
Sin da quando le lucciole sono sparite dalle città e dalle campagne, questa è rimasta nel nostro giardino. Non so se sia sempre la stessa, ma penso di sì. E ho idea che sia un signore, un signore di mezz’età (quale sarà mai la mezza età per una lucciola?) , con una valigetta e un completo grigio un po’ impolverato, troppo grande e sformato.
Probabilmente viene in quei pochi giorni, guarda tu, vicini alla festa di San Giovanni, per qualche affare con le Fate. Nella valigetta ci sarà qualcosa destinato a loro, oppure a Gnomi, Folletti, Picchiettanti.

Le Fate hanno un vasto giro di amicizie.

Spero che il Signor Lucciola torni ogni anno per molti anni ancora.
Si acquatta nella zona più umida del giardino, dove il tubo ha una perdita e l’acqua spruzza intorno, bagnando tutto. In quel punto ho seminato aquilegie, nicotiane e violette.

Le lucciole erano “fuori dal giro” già quando io ero piccola, negli Ottanta. Il loro habitat massacrato dai diserbanti, dagli incendi, dalla cementificazione, dalla copertura dei torrentelli e dei corsi d’acqua, loro stesse falcidiate dagli insetticidi chimici per l’agricoltura e il giardinaggio, e per ultima piaga, la siccità.

Ne ricordo un gruppo, fluttuante come pulviscolo in una lama di luce, in un grosso incavo di un vecchio ulivo. E poi un ricordo anteriore, sbiadito, che non so più collocare né disegnare nella mia mente.
Posso mettere insieme un paio di immagini ferme, ma non riesco a farle girare come un film: una discesa erbosa in un giorno caldo, ombreggiata da alte querce, con una fontana di pietra e un asino legato a qualcosa, un albero, un palo. Una camera rosa. Un campo di rape. Una stufa, una cassapanca.
E questo è tutto. Ho dimenticato tra quale e quale fotogramma fossero le lucciole, se tra la camera rosa e le querce, o il campo di rape e la stufa.

Sembro l’unica a rimpiangerle: certo, non sono sparite ovunque, e dove vivono numerose ci si sente fortunati, in quanto considerate “insetti indicatori della qualità dell’aria”. Chissà cosa ne penserebbe il Signor Lucciola.
Non c’è nessuno che si preoccupi più delle lucciole, le garden-archi-star ci tengono a farci sapere che le panchine sono state messe in un certo modo per poter garantire la visuale di questo o quel punto focale, o che gli onopordi se ne vadano a spasso a metter radici dove più gli aggrada, o che i muri possano avere tutte le sfumature del verde.

Ma niente lucciole. Nessuno progetta dei giardini per le lucciole, o anche per le lucciole.
Eppure mi chiedo se esiste un insetto più incline alla magia e alla poesia, di cui il giardino dovrebbe essere permeato. Le lucciole esistono solo nelle fiabe e nei racconti per bambini.

Seita e Setsuko ne sono letteralmente circondati nel loro rifugio nelle campagne attorno a Kobe, incendiata dagli americani. Il campi, il riso, l’umeboshi aspro e salato, la pianura aperta e sventrata da bombe e incendi. Riparati in una grotta per sfuggire alla distruzione, l’uno sostegno dell’altra, vivranno per mesi accanto ad un rivo d’acqua, coltivando angurie, rubando cavoli ai contadini, e patendo la fame. Moriranno uno dopo l’altra, avvolti dalle lucciole. Dopo la guerra e l’incendio, Kobe torna ad essere splendida e lussureggiante come prima; delle ragazze eleganti, tutte trilli e gridolini, esclameranno “Non è cambiato niente!”. Forse non si sono accorte che le lucciole iniziavano a sparire già da allora.

Grey diceva: “Il mare era blu? Non ci credo”. E James Cole: “Mi piace il vostro secolo, avete le rane”.

Chi racconterà delle lucciole? Nessuna profezia sulle lucciole, come per le api. Alle lucciole occorre solo una tomba.

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‘Aloha’ – Boerner- USA 1949

Progenitori: ‘Mércédes Gallart’ x ‘New Dawn’
Dimensione: fiore 9 cm
Profumo: intenso, fruttato e dolce
Molto rifierente
Dimensioni: 3m/2m
Rusticità: Zona 5

Molti sostengono che ‘Aloha’ è la migliore tra tutte le rose rampicanti. I fiori si aprono lentamente da boccioli che hanno forma simile a quella degli ibridi di tea, e che non sembrano avere il gran numero di petali che mostrano quando sono completamente aperti. L’aspetto globale dei fiori è rosa intenso, ma la loro colorazione è in realtà più complessa: i petali interni sono rossi e e appassendo sbiadiscono verso un cremisi pallido con un accenno di salmone o terracotta, mentre i petali esterni all’inizio sono rosa scuro e appassendo diventano di una tonalità rosa chiaro. Tutti i petali hanno il margine pallido, con il retro e la base più scuri che danno un effetto quasi bicolore. L’acqua sgocciola bene dai petali e l’umido non li fa appallottolare. I fiori sbocciano in mazzetti, occasionalmente solitari, e durano a lungo recisi. La pianta ha foglie molto lucide, che sono color bronzo scuro da giovani e verde scuro in seguito, ma sono sempre spesse e cuoiose. Fiorisce liberamente e ha una buona rifiorenza; può essere coltivata come rampicante.

Charles e Brigid Quest-Ritson, Grande Enciclopedia delle rose -The Royal Horticoltural Society-DeAgostini

I miss you Mimma

Aspetto Cittanova Floreale come l’acqua nel deserto, non tanto per le piante, quanto per poter parlare di giardini e del mondo dei giardinieri. Domenica 1 è stata una giornata indimenticabile (in senso negativo). Sicuramente una delle giornate più significative della mia vita.
Sono uscita di casa con pochi spiccioli, nella speranza di un po’ di brodo caldo per l’anima, la speranza di ritagliarmi uno spazio per me, in cui poter essere me stessa.
Più che l’idea consolatoria di portarmi a casa qualche creatura di selvaggia o domestica bellezza, cercavo Mimma Pallavicini.
Quando mi hanno detto che non c’era per “un problema” mi è subito venuta in mente la celebre frase di Senna “I miss you, Alain”.
In effetti quel che volevo da Cittanova Floreale quest’anno sarebbe stato monopolizzare Mimma per lamentarmi sullo stato della cultura giardinicola attuale.
Forse volevo vedere quante volte sarei riuscita a ripetere “che schifo, che schifo”. Mi immaginavo abbandonata su una panchina, seduta con Mimma, a ripetere “che schifo, che schifo”.
I giardini di oggi fanno schifo, ma veramente. I libri tutti da buttare, anche i miei. L’establishment diventato sempre più aggressivo, prescrittivo. La fotografia che sta sbranando il giardino. L’aridità, la falsità, l’ottusità, la pubblicità.

Che schifo, che schifo. L’orrore, l’orrore.

I miss you, Mimma.
Forse avresti trovato qualcosa da dirmi. Peccato che non c’eri.