I miss you Mimma

Aspetto Cittanova Floreale come l’acqua nel deserto, non tanto per le piante, quanto per poter parlare di giardini e del mondo dei giardinieri. Domenica 1 è stata una giornata indimenticabile (in senso negativo). Sicuramente una delle giornate più significative della mia vita.
Sono uscita di casa con pochi spiccioli, nella speranza di un po’ di brodo caldo per l’anima, la speranza di ritagliarmi uno spazio per me, in cui poter essere me stessa.
Più che l’idea consolatoria di portarmi a casa qualche creatura di selvaggia o domestica bellezza, cercavo Mimma Pallavicini.
Quando mi hanno detto che non c’era per “un problema” mi è subito venuta in mente la celebre frase di Senna “I miss you, Alain”.
In effetti quel che volevo da Cittanova Floreale quest’anno sarebbe stato monopolizzare Mimma per lamentarmi sullo stato della cultura giardinicola attuale.
Forse volevo vedere quante volte sarei riuscita a ripetere “che schifo, che schifo”. Mi immaginavo abbandonata su una panchina, seduta con Mimma, a ripetere “che schifo, che schifo”.
I giardini di oggi fanno schifo, ma veramente. I libri tutti da buttare, anche i miei. L’establishment diventato sempre più aggressivo, prescrittivo. La fotografia che sta sbranando il giardino. L’aridità, la falsità, l’ottusità, la pubblicità.

Che schifo, che schifo. L’orrore, l’orrore.

I miss you, Mimma.
Forse avresti trovato qualcosa da dirmi. Peccato che non c’eri.

7 pensieri su “I miss you Mimma

  1. Lo stesso motivo per cui sono andata a Lucca per Verde Mura ma tutto mi è sembrato bello e niente mi ha fatto schifo, conversando con Mimma

  2. Ragazzi, mi fate sentire la mamma cattiva che è andata dal parrucchiere per farsi bella invece di dare retta ai suoi bambini, aiutarli a crescere e consolarli delle brutture del mondo, ma non è così: ho i capelli in massimo disordine, come le idee. Il fatto è che la mia età sta diventando quella di una nonna, sento il tempo che mi manca per realizzare quelle due o tre cose che vorrei e la schiena che fa il resto. Ma soprattutto, sento che sono in crisi con il mondo nel quale ho fortemente creduto. Dunque la crisi non la vivete solo voi, che siete più giovani e freschi (anche nelle idee, nella capacità di relazionarvi con i social network, nel rimettervi in pista dopo una batosta). Ma non mi sento di dire “Che schifo, che schifo!”, o almeno non più di tanto. Dall’alto della mia età so per certo che non c’era nulla, solo il deserto, sino agli anni Ottanta. Dunque non si può pretendere in una generazione di avere tutto. Abbiamo qualcosa di consolidato e bello, qualcosa di orribile, qualcosa di passibile di migliorare a breve, qualcosa che finirà nel cestino della spazzatura di un’epoca (per esempio l’editoria così come la intendiamo oggi, ma ci vorrà ancora qualche anno per capire la direzione da prendere per la trasmissione scritta del sapere).
    Dice e ripete Alessandro: “Resistere!”. E’ vero, lo dico a tutti anch’io, convinta che parte dei nostri attuali malumori giardinicoli, e non solo quelli, siano dovuti a quest’apoca di recessione così prepotente nei portafogli come nelle relazioni umane, così ingenerosa circa le possibilità di espressione e di valorizzazione di ciò che siamo o vogliamo diventare. Sono sicura che solo se resistiamo noi del “giardinaggio pensante” possiamo sperare nel futuro del giardinaggio e nella crescita di coscienza naturalistico-orticola e ambientale, di educazione al bello degli italiani, scomposto gregge di pecoroni che sino all’altro giorno si è lasciato dire dal politico imperante, a cui per questo avrebbero dovuto dare i domiciliari già allora, di aumentare i consumi per favorire la ripresa. Io invece credo che sarà la decrescita a favorire la nostra crescita. Per ora ci sto provando nel mio piccolo, da ieri (andate a vedere che cosa ho scritto sul mio blog mimmapallavicini.wordpress.com/2014/06/11/la-sssifraga-ha-sempre-ragione/). Perché in una società in cui cambiano i valori, i tempi di risposta, le richieste del mercato, le esigenze della popolazione, anche i giardinieri pensanti devono cambiare atteggiamento nei confronti della propria passione che per alcuni, come nel mio caso, coincide con la propria professione.
    Non piangete, ragazzi, ma state all’erta: qualcosa cambierà, grazie a noi e non certo al popolo schiamazzante e pressapochista di facebook o a quello silenzioso che si tiene tutto dentro quasi vergognandosene.
    I miss you Lidia, Marcella, Alessandro, Milli, ma so che ci siete e questo mi consola.

    • Ohi, Mimma, mi spiace sapere che i tuoi problemi di salute non sono risolti. la resistenza (priviamo il termine di qualsiasi connotazione storico-politica), ha comunque bisogno di supporto, occasionalmente. Stavolta lo cercavo in te, perchè hai sempre una visione chiara, positiva delle cose, anche se molto diversa dalla mia. Più che una mamma consolatoria, avrei avuto bisogno, quel giorno, di una sorella di battaglia. E poi di opinioni differenti dalla mia, perchè altrimenti non si va da nessuna parte, perchè le cose se non le vedi da ogni punto di vista, non le vedi proprio, e non puoi scegliere il tuo.
      Ecco, mi piacerebbe sapere che cosa intendi, esattamente, col dire che il “giardinaggio” pensante deve cambiare il suo atteggiamento nei confronti della propria passione /professione.

  3. Lo scorso anno Mimma, quando l’hai intervistata, ha parlato di “avere a cuore la bellezza”. E’ da un po’ che sto riflettendo su questo e trovo qua e là diversi spunti in questa direzione, come il libro di Paul Dirac (premio Nobel per la fisica nel 1933) intitolato “La bellezza come metodo”. Ieri poi in un anfratto del forum della CdG ho letto che la bellezza e l’ordine sono necessità primarie, e ho dovuto leggere questa frase (non so più chi l’abbia scritta) alcune volte prima di coglierne la portata.
    Cosa sia esattamente la bellezza non l’ho ancora capito, però mi sembra di capire abbastanza bene quando qualcosa è brutto (un oggetto, un concetto, un atteggiamento).
    Che la ricerca della bellezza sia non dico la chiave, ma una delle chiavi, con cui cercare una soluzione allo “schifo”?
    Mi piace anche ricordare quello che dice Italo Calvino nelle “Città invisibili”: “L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più.
    Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.”

  4. Non credo che qui siamo in un’inferno (sarebbe ingeneroso affermarlo, quando abbiamo da nutrirci tutti i giorni, in tutti i sensi), ma in un purgatorio sì di certo, un purgatorio delle idee, dello sviluppo, dei valori. Io ho rispolverato una mia vecchia idea di sfoltire (less is more) e, a forza di sottrarre, arrivo alle cose che mi sembra contino nella direzione che mi interessa, traendone una gratificazione che non riesco più a trovare diversamente. Per esempio. Offro la merenda ai bambini che incontro e gli faccio mangiare pane e marmellata per contare le piante. Imparo ogni volt un sacco, i bambini anche, senza aver bisogno di una maestra. Sto pensando a quante cose così posso fare per resistere e intanto non lasciare cadere un discorso che mi sta a cuore e non ripetermi con vecchi moduli che non funzionano più. Sto tentando di superare quanto so di quel che so e ricominciare su altre basi.
    Anche perché ho la vocazione alle avanguardie e quando si tratta di raccogliere i frutti io mi sono già annoiata e altrove a sperimentare altro. Cara sorella di battaglia, solo questo.

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