I boccioli di lillà (la promessa, la svolta, il prestigio)

Era un’estate torrida, asciutta.
Andammo alla fiumara dell’Amendolea a vedere antiche rovine. Tra le vecchie e nobili pietre, disincastrate dalla loro posizione da tellurici eventi e bradisismi, i fiori e le piante della gariga: cardaccioni, verbaschi, malva, scabiosa, centranthus rosso, convolvoli e una cotica di erbe, verdi, grigie e marroncine, difficili da catalogare senza un manuale. Sul fondo del vallone, a cercar acqua, oleandri rosa e rossi come un rivo di colore appena spremuto dal tubetto.
In alto, sulla rocca, c’era una apiacea insolita, neanche il dr. Porcelli era riuscito nell’identificazione. Sfiorita, le infiorescenze parevano ventagli color biscotto, grandi, da farti venire l’acquolina in bocca. Mi riempii le tasche di semi e li buttai in giardino.

Ma non è lei l’apiacea che è nata. È lo Smyrnium olusatrum, i cui semi ho raccolto un po’ ovunque, ai bordi delle strade. Lo Smyrnium è una pianta molto meno chic di quella della fiumara Amendolea, non è necessario percorrere salite spezzagambe, sul ciglio del dirupo, pregando la madonna, dio e tutti i santi di non cadere di sotto, basta fermare l’auto se si avvista. Freccia a destra e parcheggio. Nessuna acrobazia. Che banalità, Smyrnium.

Il primo vero verde di prima primavera è il suo. Quello e il bianco di una comune spirea basterebbero a saziare i miei occhi, tanto che vorrei tutto si fermasse lì: il verde acido dello Smyrnium e il bianco a coriandoli della spirea. Quando i cani ci passano sotto e ne escono coperti di petali bianchi, come delle spose, io non posso chiedere di più
Non oltre, vi prego!

Il verde pubescente delle nuove foglie mi acceca, la massa di boccioli sulle rose attende come una cupola di proiettili pronti all’innesco. Alcune rose vanno così in fretta che da un giorno all’altro il verde scrigno del bocciolo si apre, mostrando una forma quasi cubica, con la base di un rosso che sembra sangue uscito dalla bocca di un gatto ammazzato.
Fermatevi, pazze! Non sapete cosa c’è dopo? C’è la banalità del fiore aperto, che dio, può essere il più bello del mondo, ma non è più una promessa, non è più il sogno, non è più il desiderio. È quando tutto finisce, il momento di freddo che prende il corpo e lo irrigidisce. È l’obbligo di pensare: “Che bello, è bellissimo, è superlativo: tanti mesi di attesa ricompensati da quest’unico fiore”. Mentre tu pensi solo che dovrebbe piacerti e non capisci perché, sì ti piace, corpo se ti piace, ma ti piaceva più prima. Molto di più. Preferivi il bocciolo con i petali quasi invisibili, e la base ovoidale, tonda, gonfia, appena toccata di scarlatto.
Se tutto rimanesse così: una promessa di un bel domani. Come nel film The prestige, le tre fasi della magia: la promessa, la svolta, il prestigio.

Il prestigio sono le carnose foglie del sedum già richiuse su sé stesse per evitare la traspirazione, quelle grandi, enormi dell’acanto flosce come bollite, pronte per giganteschi falafel.
La lavanda apre le sue spighe grigie, lasciando intravedere un viola lillacino destinato a diventare un marrone cianotico dopo la sfioritura e fino alla potatura. I fiori di lillà sbocciano, rosa, rosini, banalotti. La pianta sta lì e io non la tolgo: è tanto bella, quando è carica grappoli piccoli e verdi, con quelle sue foglioline fini, a forma di cuore, che ti viene voglia di avere quindici anni, staccarle e metterle nel diario di scuola. Poi tutto si guasta con la fioritura, così dozzinale, poi. Il lillà, una varietà comune trovata per santo miracolo al mercato, inizia la fioritura con un rosa edematoso, malato, tendente al grigio. Poi i fiorellini, pur graziosi, si aprono e diventano del colore che dà il nome alla pianta.
La spirea ha perso tutte le sue bellezze, i petali bianchi sono diventati di quel tipico color marrone delle cose vegetali morte o sfiorite. Lo Smyrnium è andato: ormai sta formando le capsule dei semi. È già tutto vecchio.
Il glicine ha sparato le sue cartucce e ora mette nuovo fogliame, come se potesse riscattarsi di essere sfiorito.

Il prestigio.

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6 pensieri su “I boccioli di lillà (la promessa, la svolta, il prestigio)

  1. Mi è piaciuto, ma per un giardiniere mooolto dilettante sarebbe interessante avere i nomi scritti sulle fotografie. Si è vero, i boccioli, ma anche la fioritura piena è uno spettacolo per gli occhi. Certo la vecchiaia, la morte non sono belle neanche per il giardino, solo che lì sai che tutto ricomincerà! comunque grazie.

  2. Dall’alto verso il basso: fiore rosa Convolvolus althaeoides – apiacea secca, lo sapevo ma mo’ non lo so più, speriamo passi qualcuno che lo sappia e ce lo dica.
    Arbusti rosa nel vallone: Nerium oleander
    Foto della macchia: fiori gialli Verbascum sp. – fiori rosa scuro Centranthus ruber, fiori bianchi Daucus carota – piccoli fiori color malva sulla sinistra Scabiosa sp. Si riconoscono le macchie verdi di fogliame fino del finocchio selvatico e alcuni cardi.
    Apiacea sconosciuta
    Smyrnium olusatrum (corinoli comune)
    Boccioli di Rosa ‘Laure Davoust’
    Spiraea nipponica
    Syringa vulgaris cv.
    Wisteria sinensis cv.

  3. Povero lillà, cosi banalizzato. Ma non merita un po’ di considerazione almeno per il profumo? Uno di quei profumi antichi, che pare ci siano da sempre e che inevitabilmente fanno riemergere ricordi d’infanzia.

    • Il lillà non è una pianta che ama molto i climi marittimi, qui non è mai stato diffuso, perciò non ha quell’aura di profumo antico. Tra l’altro il mio deve essere più schifoso degli altri perché profuma poco e male, non funziona, insomma, è rotto. Di lillà io so solo le saponette e i bagnoschiuma, non ci voglio pensare che mi viene da dare la testa al muro

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