Odi et amo, quare id faciam, Rhyncospermum requiris. Nescio


Sta bene ovunque, troppo ovunque.
In vaso? Lui va.
Pergolato di dieci metri? Ve lo copre.
Tutore a forma di cane con potatura a barboncino? Non fa una piega.
Troppo sole, troppa ombra, troppo caldo, troppo freddo? Qualcosa la fa comunque, e quando il rincospermo fa “qualcosa”, spara profumo come un lanciafiamme a pieno carico, e questo è colpire basso.

Mi si taglia il cuore, perché il rincospermo è ubiquo, usato a casaccio e malamente, la sua bellezza svilita, tenuto al guinzaglio con museruola e collare.
Pianta “d’importazione”, che risponde a esigenze di mercati climatici differenti, freddi, a scapito di bellissime piante subtropicali che da noi sono sempreverdi o quasi. Ma se il mercato dice “rincospermo”, il rincospermo abiterà le case di tutta Italia, e lo farebbero altre piante come campanule e sassifraghe, se non fosse che qui non ci vogliono proprio stare.
Il rincospermo è comodo da stoccare e facile da vendere come una mela stark.
Tosato a siepina contro le cancellate delle villettine borghesucce mi fa venire l’ittero. Alcune persone dovrebbero essere interdette dalla pratica del giardinaggio.

Accanto a un orto tenuto un po’ così, libero, sul tetto una brutta casetta intonacata grossolanamente, portaccia in metallo, il Rhyncospermum riacquista la sua dignità di pianta, il suo valore ornamentale e non “funzionale” in un’ottica tutta “problemi e soluzioni”.
Compagna casuale una difficile Distictis, forse comprata per errore, confusa con una Bignonia.

E neanche il Callistemon lì accanto appare tanto brutto.

“Essenza Mediterranea” Rubbettino editore. Guida al Radicepura Garden Festival

È da poco uscito per i tipi Rubbettino il volume Essenza Mediterranea, una sorta di compendio sull’enorme evento floristico svoltosi a Catania per diversi mesi, il Radicepura Garden Festival.
Potrebbe essere considerato un catalogo della mostra, ma non è esattamente così, si tratta di un volume che ha l’intento di illustrare la complessità del Radicepura, un festival di giardinaggio dalle proporzioni impressionanti, di certo un evento unico nelle regioni Meridionali e decisamente concorrenziale con le fiere e i festival nazionali più noti e avviati.
D’altra parte la centralità economica di Catania si è molto rafforzata in questi anni, al punto da avere assorbito una grande quantità di traffico commerciale.
Questo non può che essere un vantaggio per il Meridione, specie per la zona ionica, che è molto vicina e portebbe beneficiare di riverberi finanziari.
Il volume è destinato a un pubblico molto ampio, scritto in italiano e in inglese, di pregevole fattura. Più di 200 pagine illustrano i progetti dei grandi designer internazionali che hanno realizzato le installazioni, riportando i nomi delle piante e raccontandone lo spirito progettuale.
Come in ogni festival di giardinaggio, alcune sono più riuscite, altre meno, alcune risultano più gradevoli per quella o quell’altra ragione, altre ci appariranno meno interessanti, o troppo sofisticate. Alcune sono di grande impatto e di notevole interesse giardinicolo e ecologico. Se volete averne un’idea più compiuta, vi consiglio di leggere l’articolo scritto da Marcella Scrimali su Verde Insieme Web che ne parla in dettaglio.
Ci sono certamente incoerenze e contraddizioni, imperfezioni, ingenuità, ma questo è perfettamente usuale. Accade al Chelsea, perché non dovrebbe accadere a Catania?

Ciò che a me, in questo momento, preme evidenziare sono più delle domande che delle asserzioni:
-il giardino sta riconquistando il suo status di lusso? Ho sempre affermato che il giardino è un lusso, specie dove l’acqua scarseggia. Han poco da chiacchierare i giardinieri di peonie e delfinie, che iddio provvede a irrigare con la pioggia. Qui ci deve industriare per l’acqua, oppure avere i soldi che escono dalle orecchie. Che il giardino sia sempre stato considerato uno status symbol (un po’ meno durante gli Anni Ottanta, in Italia) non dovrei spuntar io a rivelarlo: basterebbe la buonanima di Fouquet, che in meno di venti giorni dalla inaugurazione della sua villa a Vaux-le-Vicomte fu imprigionato da un Re Sole rabbuiato dallo sfarzo dimostrato dal suo ministro delle Finanze, il cui giardino doveva essere superato in grandiosità e bellezza. Nacque così Versailles.

-il giardino può essere veramente sostenibile?
È ossimorica la definizione di un giardino a zero manutenzione o autosufficiente: se lo è non è un giardino. Ciò non toglie che possa essere bello e gradevole, funzionale, arricchire la biodiversità. Anche se non è un giardino ma “qualunque cosa sia” ( e qui ci sarebbe necessità di una profonda riflessione, a partire dal Terzo Paesaggio e andando ancora più a fondo, anche con la terminologia del giardino, che va rielaborata, ripensata, arricchita).

-si dirà un giorno “piante catanesi”?
Come oggi il venditore di piante si lustra tutto dicendo “sono piante olandesi!”, mostrando piccole Fittonia o Phalaenopsis color rosa Poochie, come se la provenienza olandese fosse una garanzia di qualcosa (in effetti lo è: è garanzia di predazione dell’ecosistema terrestre e sfruttamento umano), ma vogliamo dire, di qualcosa che abbia a che fare con la qualità della pianta (potrebbe essere una garanzia del fatto che non ha neanche un afide, di quanto è imbottita di agenti chimici), della sua bellezza, e -oddio- voglio ridere, della sua “rarità”, la domanda che mi pongo è: si arriverà in un futuro non troppo fantascientificamente lontano a vantare la provenienza catanese, siciliana, di una pianta con lo stesso orgoglio con cui si vanta quella olandese?
Maggiore controllo nella produzione, necessario ormai per la protezione delle piante e per la riduzione delle spese di gestione, renderebbero un acquirente qualunque, tipo me, molto più contento di portarsi a casa una piantina catanese che non una olandese.

E da ultimo una speranza, e un invito: la speranza è che la la sfera di traffico di Catania si estenda e si rafforzi, e che arrivi anche a noi. Perché come diceva il Dr. Hannibal Lecter “vedendo si desidera”, e vedere il successo e la floridezza dei vivai Faro non può che indurre i saggi e gli intraprendenti a percorrere vie analoghe o sovrappobili, ed è qui l’invito. E che poi questo meccanismo economico diventi un viale alberato, un giardino botanico o piccole fiere sparse per il Sud, sarebbe una conseguenza finanziaria logica, ove non ci fossero ostacoli imposti dallo Stato centrale, come in effetti ci sono, allo sviluppo dal Mezzogiorno.

Intanto si prepara una seconda edizione nel 2019, dalla quale ci si aspetta ancora di più in termini di qualità strettamente estetica delle installazioni.

Essenza Mediterranea su Rubbettino Store

Tu mi uccidi (Rhyncospermum jasminoides)


Dopo mesi, ieri sono uscita per il semplice desiderio di camminare. Avevo la testa finalmente mia, libera da anni di mental inception, consapevole e anche allegra di quel poco.
Forse ingenua, ma non me ne importava poi molto.
Ho ripreso a osservare le cose, le cose belle, brutte, normali, comuni, banali che ci circondano. Quest’anno le fioriture sono tutte fuori orbita, chi ha fiorito prima, chi dopo, chi insieme. Rose e glicini da noi non si vedono facilmente, il glicine è andato da un bel po’ quando arrivano le rose. Ma quest’anno sta correndo come un pazzo e fa tutto insieme, perché sa che dopo non ci sarà più acqua.
Il colore dei tigli, di un verde lucido, quasi pornografico, assediante. E i rosa. I semplici rosa di piante banali, petuniette e gerani sui balconi, due spighe di Lamium a bordo strada, i convolvoli e le mille ‘Queen Elizabeth’ di ogni paesino d’Italia. Dico grazie ogni volta che vedo il rosa: ho sempre la sensazione che sia l’ultima volta, perché la bellezza non può essere contemplata troppo a lungo.
Sono i giorni del Rhyncospermum. Alcuni sono così fioriti da formare masse di bianco sparato, senza intercalare di verde. A ridosso di ringhiere e casette, e nelle aiole comunali su Corso Garibaldi. Tanto che non si può dire quanto. Troppo, a dire il vero, ma ieri non m’importava, assetata com’ero di riprendermi i miei pensieri, il mio modo di guardare il piccolo mondo di fuori.
Durerà poco, lo so, e poi tutto diverrà una poltigia marroncina dall’odore di marcio. Ma ieri ogni pianta di Rhyncospermum mi ha riempito il cure di quella sensazione di amicizia che solo le piante e gli animali sono in grado di darci. Quel “ti voglio bene” alla rinfusa, praticato su ogni passante, brutto, bello, scortese o gentile, ognuno con i propri pensieri, senza richiesta di un grazie o di convenevoli.
Dietro queste masse di fiori dal profumo così intenso e dolce da diventare tanfo, c’erano cose normali. Una pensilina per l’autobus, una casetta con il lampioncino acceso, un brutto muro di cemento, la ringhiera della casa della tua amica delle elementari, che non vedi da trent’anni.
Ma chissà, una di queste volte dietro queste masse di fiori bianchi potrebbe esserci qualche altra cosa: la via nascosta per il mondo delle Fate, o potrebbe spalancarsi un paesaggio di colline e sole al tramonto, la prateria del Kansas o un varco per entrare nel passato.
Il Rhyncospermum ha molti poteri (come tutte le piante).

Il gigantesco genoma del tulipano e l’Ipomoea nil candeggiata. Novità scientifiche dal mondo della botanica

Tulipa hybrid @Orange Sherpa@ developed specially for the Nuclear Security Summit held in The Hague in 2014.
Sequenziato il genoma del tulipano. Enorme. Undici volte quello dell’Essere Umano, finora è il genoma più esteso mai studiato.
Due società di studi genetici, la BaseClear e la Generade, e una multinazionale di ibridazione, la Dümmen Orange, in pochi mesi hanno sequenziato il genoma della varietà ‘Orange Sherpa’. L’intero genoma umano starebbe dentro un solo cromosoma di questo tulipano, secondo Hans van den Heuvel, direttore del settore Ricerca e Sviluppo della Dümmen Orange.

Sempre grazie all’ingegneria genetica, in Giappone hanno candeggiato l’Ipomoea nil, molto nota e amata per il colore azzurro dei fiori, in genere piuttosto puro. L’Ipomea nil era già stata studiata geneticamente ed è stata “sbiancata” attraverso un procedimento che non credo di aver capito bene, ma comunque consisterebbe in un enzima che taglierebbe dall’RNA il gene DFR-B, che determina le antocianine in fiori, foglie e steli. Dei 32 individui modificati, 24 hanno portato fiori bianchi, identità che dovrebbe essere trasmessa alla generazione successiva.

E per chiudere una bella notizia che servirà a rallegravi: altri alberi nella lista rossa della IUCN: si tratta di sorbi e almeno sei specie di frassini americani, minacciati, oltre che dalla deforestazione, dall’Agrilus planipennis.

L’albero perfetto

Voglio un albero che sia colorato e appariscente, che non sporchi, non perda foglie in continuazione, lasci passare la luce in inverno e faccia una bella ombra d’estate.
Voglio che non si sciupi col vento e la salsedine, che non richieda annaffiature, che non cresca troppo ma non sia neanche piccolo, che non ingombri e che non sia necessario potarlo, e soprattutto che costi poco.

Con 10 euro lo prendi alla Lidl del colore abbinato alle tue petunie.

I dieci gradi di sofisticatezza dal giardiniere

Grado zero: non fare alcun tipo di attività di giardinaggio
Grado uno: prendersi cura di una singola pianta già esistente nel giardino di casa
Grado due: rubare talee
Grado tre: comprare qualsiasiasi tipo di pianta
Grado quattro: comprare solo le piante di cui ci si è perdutamente innamorati
Grado cinque: comprare le piante che servono per dare un aspetto gardevole al giardino
Grado sei: comprare le piante che servono per dare al giardino l’aspetto che il giardiniere vorrebbe ottenere
Grado sette: regalare tutte le altre piante
Grado otto: tenere quelle piante che resistono alle mutate condizioni del giardino e del giardiniere
Grado nove: guardare
Grado dieci: non fare alcuna attività di giardinaggio

Corpi che creano, corpi creati e “Alien Theories”

Per ragioni troppo lunghe da spiegare, posso dirvi che non ci sono altre saghe filmiche che conosco tanto bene come quella di Alien, attualmente riproposta dalla Rai per seguire la scia di Alien: Covenant.
Il mondo del web è popolato da “Alien Theories”, ad esempio chi ravvisa uno stretto legame tra Alien e Frankenstein di Mary Shelley, o con i romanzi gotici ottocenteschi.

I riferimenti sessuali sono chiari in tutta la saga, disseminati un po’ ovunque nel primo film, dal fallomorfismo dell’alieno, al giornale arrotolato che Ash usa per strozzare Ripley, ad alcune espressioni di Sigourney Weaver durante l’esplosione della Nostromo. Lasciamo perdere gli slip finali, quelli sono molto cinematografici e americani. Fare degli organi sessuali un elemento estetico ha comunque portato bene al film e l’ha distanziato da tutta la produzione cinematografica dell’epoca, e posso dire che non ci sono altre pellicole che ne abbiano fatto un uso così sofisticato dal punto di vista visivo.
D’altra parte Alien poggiava sui meravigliosi disegni preparatori di Giger. Mi spiace che Wikipedia abbia rimosso dalla pagina dedicata al film una interessante riflessione su uno “stupro al contrario” da parte dell’Alieno, avrei voluto qui poter citare l’autore di questo interessante spunto di discussione.
In realtà oltre a questo c’è anche una maternità indesiderata e mortale. Il primo dei corpi che creano è un uomo, Kane.
Il secondo è la Regina, ed è il corpo creativo logico, lineare, biologicamente corretto: cioè la madre degli alieni (o perlomeno del loro primo stadio vitale). Nel secondo film la maternità è molto ben delineata: il rapporto tra Ripley e Newt è quello tra madre e figlia. Nelle scene tagliate c’è il racconto di come Ripley abbia lasciato sulla Terra una figlia della stessa età di Newt, e a causa dell’ “ipersonno insolitamente lungo” questa sia morta di vecchiaia poco prima del rientro di Ripley sulla Terra.
Nel terzo film Ripley ha dentro una Regina. Anche qui non sono mancati riferimenti al sesso, ma molto più banali e funzionali a solleticare pruderie e affluenza di pubblico.

Alien3 ha una scena di grande delicatezza e -per me- molto commovente. Quando Ripley si getta nel piombo fuso la Regina le sfonda il torace: nasce. Ripley dà alla luce quella creatura e la stringe al petto, con rudi guanti da lavoro, non per amarla o coccolarla, ma per portarla con sé dentro lo stampo con il piombo bollente. Se si accettano nel “canone” sono le scene andate al cinema e non gli extra o i cut, quella è l’unica maternità di Ripley, una materintà mortale, orribile, annichilente.

A quanto ne so il quarto film è stato addirittura eliminato dal “canone” e per me è stato criticato negativamente in modo esagerato. Non è per nulla da buttare ma purtroppo ha troppi, troppi difetti per poterne dire bene, ed è un vero peccato. Se avesse mantenuto la qualità del primo quarto d’ora sarebbe stato un capolavoro e saremmo qui a parlare di questo e non degli altri. In Alien Resurrection (in Italia Alien – La clonazione) c’è un continuo rimpallo tra l’idea della nascita come morte. È qualcosa di estremamente interessante che si sarebbe potuto esplorare meglio. La scena di Ripley8 che si sveglia in un sudario e ne esce come fosse una placenta, è estremamente sofisticata e densa, così come quella del parto della Regina, a cui Ripley ha donato un utero: la Xenomorfa è diventata mammifera? Appena nato, il cucciolo divora la madre, come i ragni del ricordo di Rachel in Blade Runner. Alla nascita si accompagna una morte, un concetto lontano dal mondo della cinematografia americana e forse per questo abbandonato o trattato in modo superficiale.

“Sono la madre del mostro”

Un passeggero infettato chiede drammaticamente del mostro che porta dentro, e domanda a Ripley: “Lei chi è?”. Ripley risponde:”La madre del mostro”. La maternità come tale viene definita verbalmente solo in questo episodio, Ripley e i suoi cloni non sono solo materiale genetico, ma proprio corpo biologico che genera, anche se grazie alla tecnologia, mentre la Xenomorfa diventa madre quasi amorevole nei confronti del cucciolo, che invece si lega a Ripley, la parte umana di sé.
Ripley è insomma una madre dal secondo film in poi, eccetto i crossover con Predator, in cui non appare Sigourney Weaver.

Il cambio di passo arriva non con Prometheus, ma con Alien: Covenant. Dal cesareo in emergenza della dottoressa Shaw, ospite di un parassita, passiamo a una diversa capacità creativa, quella della mente, della logica, del computer, che negli stereotipi di genere è considerata maschile. È l’androide David8 che crea gli Xenomorfi attraverso esperimenti sul corpo della dottoressa Shaw e sugli organismi del pianeta di cui ha annientato la fauna. La creazione rimane morte, ma ridiventa appannaggio del maschio, come era stato per Kane nel primo film. Il tema della creazione (non solo organica, ma artistica tout court) e della nascita viene affidato al personaggio più amato, quello a cui sia lo zoccolo duro che i nuovi fan sono più interessati: David.
David è un caso di androide piuttosto raro nel cinema di fantascienza, e l’interpretazione superlativa di Michael Fassbender ne ha fatto un’icona che non sarà presto dimenticata e con dignità passerà alla storia della SF.

Un giardino Pandora (J’accuse#2)

Qualche tempo fa ho intercettato l’ennesima discussione facebucchiana sulla pubblicità Pandora, fatta non da femministe o maschi Neanderthal, ma da giardinieri.
Lì per lì mi è venuto da ridere.
Mi sono chiesta: ma possibile che manco i giardinieri si siano resi conto di quanto è brutta? E dire che il giardiniere dovrebbe avere una stretta frequentazione con l’Estetica (a quelli che confondono l’Estetica con l’estetista consiglio di passare ad altro blog).
Dato che oltre a una occasionale e non sempre riuscita funzione aggregativa e sociale, i giardini non hanno altro scopo che essere belli (funzione estetica -Mukarovsky), i giardinieri dovrebbero essere in grado di percepire il Bello, anche se la sua definizione non è univoca. E altrettanto dovrebbero essere in grado di riconoscere il Brutto, e visto che la storia della Filosofia ha evidenziato nel corso dei secoli un profondo legame tra l’Estetica e l’Etica, anche l’etico e il non etico. In breve, l’Estetica ci aiuta a comprendere quale è la parte più umana e preziosa di noi, come individui e come specie, e quale dovrebbe essere superata.

La mia sorpresa nel nel leggere commenti del tipo “Pandora libera la filippina che è in te” , “La pubblicità è riuscita nel suo scopo, cioè far parlare di sé” o ancora “bisogna prendere le cose con leggerezza”.
Altri non me ne ricordo ma erano tutti sullo stesso tenore: indifferenza, qualunquismo,abdicazione al senso critico, stupidità o conformismo spregiudicato.

E dargli fuoco?

Sulla filippina che è in te, finalmente liberata dal gioiello Pandora, taccio poiché si tratta di razzismo puro e semplice (pare che vada ancora di moda, specie al Nord).
Che lo scopo delle pubblicità sia far parlare di sé è un pleonasmo, ma non a scapito di qualcuno. La pubblicità non deve essere offensiva o denigratoria, per due ragioni: la prima è che denigrare, sminuire, svilire, decontestualizzare una categoria sociale riposizionandola a seconda delle necessità del brand è semplicemente sbagliato, antietico, e anche brutto. Sì, brutto.
La seconda ragione è quella categoria di persone potrebbe essere indotta a non acquistare più quel marchio o invitare le altre persone a non acquistarlo: questo non non è un buon affare per quella marca.
I più matusa -qui- ricorderanno la protesta dei veterinari contro una pubblicità di non ricordo quale liquore, un amaro, che in maniera “incidentale” li ritraeva come persone amanti del buon bere. I veterinari s’incazzarono un bel po’, e quella marca dovette ritirare lo spot per buttarla poi su un prezioso vaso che doveva essere salvato con un aereo, o qualcosa del genere.
Nessuno si è scandalizzato per la protesta dei vet, né ci ha riso sopra, né ha invitato questi professionisti (per il solito molto ricchi e assai corporativi), a “prenderla con leggerezza” o gli ha mai detto “e fattela ‘na risata, doc!”, specie se il suo cane stava sul tavolo operatorio con una zampa in attesa del gesso.
Delle volte mi viene in mente Lisistrata e sospiro.

Quindi per me chi dice che “Pandora ha centrato il suo scopo” è afflitto da conformismo ed è così biscottato dalla società da non riuscire a distinguere il Brutto dal Bello, il Buono dal Giusto, il Vero dal Falso.

Perché non te lo compri? Costa solo venti dollari!

A chi sostiene “prendila con leggerezza” o invita alla risata, rivolgo una domanda: perché sulle bacheche di tanti e tanti giardinieri in questi giorni ci sono dotte e infinite elucubrazioni su “Spelacchio”? Perché ve la prendete se abbattono gli alberi nelle vostre città? Siete sempre a lamentarvi di questo o quello (condividendo, non sia mai scrivendo un pensiero proprio o FACENDO qualcosa), tutti a dire “ah, le fioriture sono impazzite a causa del clima” o “certo, questo accade se le amministrazioni mettono degli stupidi a potare gli alberi”, e poi però -quando la cosa non tocca voi e il vostro giardinetto- tutti a dire “E prendila con leggerezza”.

E che giardinaggio vuoi fare così, core bello? Ma dove vuoi andare? Ti fermi giusto alle rose, tutte ammucchiate perché “di più è più bello”, alle fioriture in massa, alle cazzatelle shabby chic, al romanticismo senza interpretazione. In te non si alzerà mai l’ala della poesia, non avrai mai il coraggio di fare il passo del leone, e il mondo finirà alla siepe del tuo giardino: ciò che accade fuori non ti turba, non ti interessa e non ti disturba. Finché avrai acqua abbondante per irrigare, i soldi per comprare le rose a radice nuda, il diserbante e l’antiparassitario al supermarket, per te andrà bene tutto. E rimanici nel tuo “tutto”.

Giardiniere Pandora, tu sei un giardiniere Kitsch, prendine atto.
Ti è piaciuta la pubblicità Pandora? E beccati un giardino BRUTTO.

Ecco i giardini che ti meriti, giardiniere Pandora: li ho scelti col cuore pensando a te.

Natale al paesello triste

Strade grigie di asfalto sbiadito, rotto, slavato. Asfalto quasi mai ripulito, quasi mai rinnovato. Asfalto che è brutto anche appena steso, in uno strato sottile come le impiallacciature dei mobili da mercatone.
Linee di mezzeria assenti, o storte. Chi ha passato la vernice ha tenuto sollevato un lato della dima e il segno si è allargato, gonfiandosi in una curva leggera e morbida, che ricorda i vecchi effetti fatti con l’aerografo. È sbagliata, ma bella.
I marciapiedi sempre uguali, ci si domanda perché le mattonelle non si suicidino come già hanno fatto i lampioni del lungomare.
Gli alberi sempreverdi sono come morti, mummificati in un colore che sicuramente esisterà nella tabella Pantone, ma forse anche all’inferno.
I volti sono cupi, come soffocanti un’ira incapace di espressione. Gli angoli delle labbra rivolti verso il basso, gli sguardi persi in un altrove noto solo a chi lo pensa.
Siderno non è mai stato un paese allegro.
Mondano, festaiolo, forse sì. Vistoso, sgargiante di mediocrità. Ma non allegro.
Siderno è un paesello triste. Mortificato dagli eventi, dalla storia recente, dalle persone che lo abitano, dai suoi governanti.
Un paese in cui puoi passare veloce con l’auto, felice di andar via. Un paese in cui cammini faccia a terra, con lo sguardo fisso su quelle pidocchiose mattonelle rosa, cercando di ricordarti dove hai parcheggiato l’auto. La tua auto di seconda mano, eguale identica a mille altre, anche nella sfumatura di colore, ché la riconosci solo dalla targa e dalla strisciata sulla portiera.

Il mare in inverno, chic musicale pop e retrò adatto solo ad un pubblico di affezionati, è come morto, dopo le mutilazioni degli ultimi inverni. La superficie rimasta circoscrive ancora di più il centro attivo: un incrocio e un semaforo, rendendo tutto il resto una periferia. La periferia di Siderno è Siderno stessa.
Traffico convulso: si va alla Ipermercato per comprare cose. Cose che servono, cose che non servono, indispensabili (forse) per le quali hai atteso la tredicesima.
Farmacia, tabacchino, gratta e vinci, cornetto e cappuccino. Qualcuno compra ancora un giornale. Le feste fanno diventare tutti sempre più frettolosi, più scortesi, meno tolleranti.

Non so dire se Siderno sia mai stato un bel paesello: di certo non era brutto negli anni dei bombardamenti. Quelle piccole foto in bianco e nero che il vecchio Professore teneva ben catalogate, decennio per decennio, lo dicono, ne parlano.
Non è solo perché oggi amiamo il vintage e la Cinquecento, c’era più spazio, più misura, i rapporti tra gli edifici non erano così sballati, così brutalmente impazziti.
Quelle foto raccontano di quiete, ordine, pulizia. Forse una vita borghese, inferriate in stile e bombette sulle teste degli uomini, scarpe lucide, coi laccetti neri, chiusi da una fascetta di cuoio. Passi svelti, tra le scale del Municipio e la piazzetta, pantaloni con la piega. Auto parcheggiate a spina di pesce.

Siderno, non sei mai stata una città. I tuoi fasti, i tuoi onori sono solo enfatizzazioni aneddotiche di un passato che non poteva certo essere peggio di questo presente.
Sei sempre stata un “paesello” frustrato, alla ricerca di una vocazione cittadina che non hai. Se solo avessi avuto l’intelligenza di seguire la tua verità, forse ora le tue strade sarebbero una piccola bellezza amata da molti. Hai barattato il tuo spirito per un paio di centri commerciali e negozi cinesi a ogni angolo.
È passata una mano fredda su di te, che ha spento ogni vivacità, ogni allegria, anche quella semplice, della bella mattina calda.
E senza questo, cosa ti rimane? Le tue poche bagattelle erano tutte lì, lungo il mare. Le belle domeniche di sole, per le quali in tanti abbiamo scelto di rimanerti in corpo, sono divenute domeniche invidiose. Invidiose del pallido sole bergamasco, di quel puntino verdastro nel cielo grigio, che garantisce lavoro, soldi, vantaggi economici, belle auto, assicurazioni basse, pensioni immodeste.
Tutto attorno a te è triste, vecchio, mangiato, rognoso. Squallido, senza grazia, senza intelligenza.

Ogni tanto un giardino regalava un colore, una piccola preziosa fioritura, un momento di stupore. Oggi tutta la vita che contieni puzza di cadavere, è solo in attesa di morire legalmente, di estinguersi anagraficamente.
Della tua poca bellezza è stato fatto scempio negli anni della mia infanzia. Mi dispiace, sei come un povero cane zoppo e sbilenco, con la carne messa a nudo da malattie e sporcizia.
Non c’è più cura, più affetto, più dedizione che possa salvarti.

Corso gratuito per “addetto alla manutenzione di giardini” nella Regione Toscana

Ricevo stamattina un comunicato di quelli che mettono di buonumore.

La Qualitas Forum, un’ agenzia formativa di Firenze ha ottenuto un finanziamento dalla Regione Toscana per un Corso di “Qualifica per addetto alla realizzazione e manutenzione di giardini”.
È una opportunità per disoccupati residenti o domiciliati in Regione Toscana di ottenere una qualifica professionale di giardiniere in modo gratuito.
Il corso si caratterizza per l’introduzione in maniera trasversale di principi e tecniche di coltura biologica. Alle unità formative si aggiungono 30 ore di orientamento all’inserimento nel mercato del lavoro sia autonomo che dipendente per un totale di 930 ore di durata complessiva.

Qualitas Forum
055 2638388
http://www.qualitas.org

Il link al corso è a questa pagina e spero che sia utile e profittevole per molti.