Delusioni di mezza montagna

Dove sta scritto che un blog di giardinaggio debba sempre parlare di cose belle e cicì e cocò?
In queste settimane il mio umore è così giù che la BP mi ha offerto un posto per trivellare la Fossa delle Marianne.
Per tentare di distrarmi e trovare ispirazione ho fatto un giretto alla Limina.
L’ultima volta che c’ ero stata, a marzo, non potevo fare un passo senza che il mio occhio fosse attratto da qualcosa di minuscolo, colorato e confettato.

Ma la nube di tenebra che mi avvolge deve aver spaventato e fatto fuggire ogni benevolo spirito del bosco e ogni fiore lì intorno.
Ho incontrato una sola fata, travestita da ranocchia. Probabilmente era una vedetta. Limina_2014_09_15 (21)

Speravo, agognavo qualche fiore insolito, qualcosa che avrei potuto portarmi nel cuore fino alla marina.
Macchè, solo ciclamini.
I piccoli topolini di montagna, sparpagliati tra la lettiera delle foglie di faggio. Amabili, cuoricini e rosini. Ognuno perfetto, timido, bomboniera dei boschi. Tra il muschio alto e le grandi radici bianche dei faggi, è facile immaginare che qualche fata buona vada a riposarci sopra.

Ma non sentivo l’aria di montagna, solo un po’ di freddino. E gli alberi rimanevano alberi e non spiriti.
Anche il tatuato Geranium versicolor appariva modesto, solitario.
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E poi c’è sempre qualcosa che ti riporta alla realtà.
Limina_2014_09_15 (32)

Nenia di viaggio

Green Hill Country by Ted Nasmith

Ho! Ho! Ho! To the bottle I go
To heal my heart and drown my woe
Rain may fall, and wind may blow
And many miles be still to go
But under a tall tree will I lie
And let the clouds go sailing by

13 settembre 1999

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La Luna si allontana di 3,8 cm l’anno. Arriverà il momento in cui sarà “hurled into outer space”.
Avverrà tra miliardi di anni, ma sono più che certa che accadrà un 13 settembre. Giovedì. All’ora del té.

Altera il paesaggio

gerace_paesaggio

I migliori libri degli anni scorsi (c’è grande crisi di scrivanie)

libri giardinaggioSono settimane che sto amaramente riflettendo sullo status quaestionis del giardino e del giardinaggio italiani. Un po’ dei miei stanchi lamenti li trovate su CdG in questa discussione .
Il mio buon Carlo mi dice “Lidia si sbaglia”. A volte mi succede di sbagliare, può essere, ma come dice il vecchio adagio “ad esser pessimisti il più delle volte ci si azzecca”.

Allora come si riguadagna uno sguardo differente su un oggetto di riflessione? Semplicemente “salendo sulla scrivania” e guardandolo con altri occhi. Il tutto è scegliere la scrivania buona, quella che ti faccia vedere le cose da una prospettiva davvero diversa, e che sia di legno solido, che non crolli sotto il tuo peso.
Pizzetti purtroppo è morto, perchè era la migliore scrivania su cui sono mai salita.
A volte salgo in groppa a Koki, il mio grande amico a cui non dico mai abbastanza quanto gli sono grata.

Libri_giardinggio_ponte_grazie 2

Altrimenti si legge un libro. I libri sono ottime scrivanie, ma anche lì la qualità è ormai industriale: impiallacciato, panforte, agglomerato con colla.

Queste sono le uniche tre scrivanie che mi hanno fatto vedere le cose con occhi diversi. Se consideriamo che il libro di Wulf è del 2008 e il più recente, quello di De Précy è del 2012, c’è veramente poco da stare allegri.

Facendosi i conti in sei anni sono state pubblicate solo tre scrivanie. E tutte dalla stessa ditta di scrivanie.

ponte_alle_grazie

A questo punto lancio un’invocazione: “Ponte alle Grazie, dammi un’altra scrivania”!”

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Fiori, farfalle… & . Leslie Stanfield, ed. il castello

Credo di avere fatto un’abbuffata pazzesca dei libri di Leslie Stanfield. Ora mi fermo, anche perchè quest’inverno ho provato a fare i ferri. Speravo di ottenere coperte calde, morbide in meno tempo rispetto all’uncinetto. Ho anche comprato “la maglia per negati”, ma se non era per una signora di Youtube, manco avrei capito come avviare il lavoro.
Il risultato è stato una pezzotta di forma vagamente rettangolare con bozzi e rigonfiamenti sui lati. La uso come copertina supplementare per il canetto, ma non piace neanche a lui.

Perciò mi accontento di guardare. E siccome in molti mi hanno chiesto altre foto dei libri di Stanfield, spero di fare cosa gradita, ai lettori e alla casa editrice, nel pubblicarne qualcuna, sperando che invogli all’acquisto del libro.

Oltre il confine (The crossing)

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Noi siamo stracci. Stracci per raccogliere il dolore, non diversamente da come Holden voleva una coperta per coprire il suo corpo morto.
Siamo solo testimoni: McCarty non ci lascia entrare nei suoi personaggi.
È il ruolo che ci spetta: la testimonianza di orrori infiniti, albe rosse di sangue e morti senza un motivo. Cadaveri seppelliti dalla polvere, lasciati indietro come cosa caduta, res nullius, se non degli avvoltoi e dei corvi.
Povertà, freddo, fame, calli rotti e geloni per miglia e miglia. Ci sarà sempre un solido distacco tra noi e loro.

La loba, quanto per la loba?

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C’è un punto dell’America Settentrionale che condivide alcune propaggini della Sierra Madre messicana.
È tra le montagne del New Mexico che inizia il viaggio di Billy Parham. Vicino a Roswell, dove i film hanno ambientato lo sbarco degli ufo nel 1947. Siamo abituati a vederlo come un deserto, ma quando sulle montagne nevica, nevica come in Shining. Sulle Sacramento Mountains la neve è alta metri, soffice, candida, intatta, letale. Una lupa attacca e uccide le bestie del mandriano. Un giorno Billy ha un’idea, una trappola speciale. Come nello Scrivano fiorentino cercherà di aiutare il proprio padre a portare a casa un po’ di cibo, e catturare la lupa.

Sarò a casa per pranzo.

Il suo viaggio non finisce con un furtivo rumore di scarpe durante la notte, un abbraccio e delle lacrime. Seguendo la loba Billy attraverserà il confine, entrando in Messico. Sceso dalle montagne troverà un paesaggio diverso, senza punti di riferimento, disarmante, arso, incontenibile. L’ombra è come un miraggio, fin dove si volge lo sguardo sembra che una maledizione abbia risucchiato le ombre dalla terra. Neanche gli alberi portano frescura e ci si sente la bocca impastata di polvere.
Missioni spagnole dai muri bianchi, viandanti pietosi, caballeros, prostitute di buon cuore, dottori avidi e maledetti, strani viandanti, pazzi e gente che vive in comunità xenofobe, di volta in volta lo metteranno in strada o fuori pista, alcuni racconteranno storie incredibili sui propri viaggi, altri –più semplicemente- cercheranno di rubargli il cavallo o di ucciderlo.
Il giovane Billy ritrova la loba, ma non la salva. La loba era stata costretta alle lotte tra cani, per di più incinta. Si difenderà come solo una bestia inferocita può fare. Morente al suolo, i broker avrebbero fatto in modo che guarisse e ricominciasse,in un inferno senza fine. I cuccioli? Allevati come animali da combattimento.
Billy prende il suo canne mozze e le pianta un paio di colpi in testa. Fugge, senza soldi, senza indumenti se non quelli che indossa, senza cibo.

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La fuga lo porta in un paese di cui non capisce le usanze, diverrà più grande, sarà ferito, agonizzante, salvato e curato, lavorerà e si guadagnerà un po’ di zuppa di fagioli. Ma non perderà mai la sua onestà di cuore, né riuscirà mai a capire quel popolo o a diventarne parte. Il minimo di interazione sufficiente ad una dignitosa sopravvivenza e il desiderio di tornarsene a casa. Imparerà a gestire l’acqua in un paese dove di acqua ce n’è poca o troppa senza misure. Lo sguardo intorno affaticato vede le praterie riarse e poi di nuovo verdi, roride e luccicanti, dove i cavalli pascolano nei recinti delle haciendas.

All pretty horses.

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Occorreranno anni, anni e altri anni, morti e ancora morti, fame e sete, perché Billy ritorni a casa. Quando ritornerà, la sua casa non ci sarà più e i suoi genitori morti; suo fratello, seguendolo, morirà anch’egli.

Què es nel saco?
Los huesos de mi hermano.

Raccoglieremo il suo sudore, il sangue dei suoi piedi, il suo vomito.
Solo alla fine del viaggio, una volta tornato dove c’era stata la sua casa e i suoi genitori, maledirà il mondo, scagliando un bastone contro un cane così storpio e macilento che sembra rappresentare tutte le sofferenze che hanno percorso il suo viaggio.
Tornerà già dalla collina a chiamarlo, ma del cane nessuna traccia.

Si è soli col proprio dolore.

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Cosa volete che dica?

Mi sento un vecchio vagone con le ruote arrugginite e i semiassi spaccati. La cabina di legno mezzo distrutta, i sedili bruciati o divelti, il tetto scoperchiato: una tenda sbrindellata sbatte contro un finestrino rotto. Portavo qualche insegna, qualche scritta, ma il tempo l’ha sbiadita.
Sono fermo da decenni, sciacciato contro un new jersey che segna un binario morto.
Se guardo a sinistra c’è una vecchia galleria, quella per la quale ero stato costruito, prima che la ferrovia fosse deviata più a nord.
A destra vedo il deserto sconfinato, con qualche albero moribondo, sparpagliato nella terra rossa, le dune sabbiose, corrugate dall’azione del vento, monti in lontanaza che al tramonto prendeno riflessi violastri.
I miei giorni e le mie notti sono sempre identiche, aride, ventose, polverose, che se non fossi fermo, mi fermerei per sempre.
La notte guardo in su, e vedo miliardi di stelle. Miliardi. Che mi chiamano. Ma tanto, non posso andare.
Poi ricomincia il giorno.

Ora, vi chiedo, cosa volete da me, cosa volete che vi dica, cosa volete che vi riveli che già non sapete per conto vostro?
Perchè venite qui? Cosa ci trovate qui?

Qui c’è solo un vagone bloccato che sogna di essere un’astronave.

Non dà resto

non dà resto

Giardini da incubo. Mai titolo fu più azzeccato di questo

Andrea+Lo+Cicero1Credo di essere precipitata nella puntata più brutta di “Giardini da incubo”, la recente trasmissione in onda su Cielo alle sei di ogni sabato pomeriggio.
Non avevo avuto modo di vederla finora e prima di farmi un’opinione ho voluto aspettare di averne visto almeno un episodio.

Non siamo nuovi a questo tipo di trasmissione sui giardini, né ai programmi in stile “tutorial” o “do it yourself” (DIY per i più trendy). Il digitale ha portato con sè centinaia di serie, in genere di valore prossimo alla zero termico (Fratelli compresi), preformattate, bancomattate, disinnescate, cartongessate, in cui ogni episodio è identico al precedente e al successivo.
Se questi show hanno un successo è unicamente per merito dei conduttori, che riescono ad animarle e a dargli carattere.
Quindi diciamolo subito: non c’è niente che si possa salvare da questa trasmissione. Niente.
Lo Cicero, che a guardarlo bene sembra un gran simpaticone e un vero amante del giardinaggio, sembra un palo della porta dello sport in cui eccelle: il rugby.
Gli ospiti di oggi mi hanno fatto venire la pelle d’oca: totalmente incapaci di un minimo di naturalezza, artefatti e finti.

Ma veniamo al giardino. Un appezzamento incolto di circa 150 metri quadri, di fronte ad una vileltta a schiera.
Un giardino che più anonimo non si potrebbe. Il compito più difficile per chiunque. In fondo un po’ tutti siamo buoni a ingentilire un bosco o a recuperare vecchi ruderi, ma un quadrato d’erbacce davanti casa è una missione per chi si è masticato John Brookes a colazione Christopher Lloyd a cena.

Mi spiace col cuore doverlo dire, perchè sono certa che è animato da buone intenzioni, ma la sciatteria e l’incompetenza dimostrate mi hanno lasciata letteralmente senza fiato.
Un neofita, fresco di 101 Cose da sapere avrebbe fatto di certo meglio.
Le piante non sono chiaramente neanche state scelte, ma offerte dagli sponsor della trasmissione (Gardena, Unopiù e Husqvarna, una sorta di Triade Cinese, di 666, di Tana delle Tigri del giardinaggio) e disposte in maniera quasi casuale lungo il perimetro del muro.
Era meglio prima, sul serio.

E allora? Tentiamo di affrontare un discorso critico su un qualcosa che non avrebbe diritto di essere neanche argomento di conversazione spicciola.
1) Con grande tristezza devo constatare che l’opinionismo è diventato la nostra sola cultura. La televisione ci impone di starle dietro.
2) Le dinamiche intrinseche del giardinaggio sono ancora del tutto sconosciute a chi mette sul mercato trasmissioni di questo genere (vale anche per Chris il mago dei giardini e L’erba del vicino). In poche parole: queste persone non ne capiscono una beneamatissima.
3) Il giardino di casa non è considerato da noi un luogo dove praticare il giardinaggio o esprimere una posizione estetica, ma solo uno spazio extra fuori casa, che si utilizza per rilassarsi. San Relax è il patrono dei giardinieri italiani.
4) gli show fai-da-te italiani sono clamorosamente fallimentari.

Da qualcuno sento nominare il programma di Carlo Pagani. Siamo non su un pianeta diverso, ma su un altro sistema solare. Eppure neanche quello mi appare granché. Pagani è illeggibile su “Gardenia” mentre è molto gradevole di persona. Ma è poco coinvolgente e l’accento è davvero troppo marcato. Personalmente non riesco a starlo a sentire oltre i tre minuti.
Le informazioni sono un po’ leggere e ripetitive e forse la scelta delle piante non è molto originale. Il tutto risulta statico e noioso. Il suo è tuttavia il miglior programma sul giardinaggio attualmente in corso sugli schermi italiani. Però a questo punto preferisco leggermi un manuale.

E con questo non ho altro da dire su quest’argomento. Purtroppo.