Una storia editoriale da sogno, tanto incredibile da sembrare un’invenzione, raccontata punto per punto sulla bandella di quarta: nel 2010 alla Fiera del Libro di Londra si scatena un’asta serratissima per avere i diritti per l’opera prima di una pedagogista americana; Garzanti si aggiudica la traduzione prima ancora che venga stabilito chi sarà a pubblicarlo in USA, ma solo a prezzo di una cifra da capogiro.
Il linguaggio segreto dei fiori è già un best seller prima della sua pubblicazione.
Tradotto in una trentina di lingue, pare che in due mesi abbia superato le 250.000 copie in tutto il mondo.
Presentato con quattro copertine, ognuna con un fiore (e quindi un significato) diverso, rivela un’abile strategia per fare in modo che ogni libreria, per quanto piccola, ne tenesse almeno quattro copie disponibili (tattica già peraltro messa in opera un bel po’ di anni fa da qualche Crichton o roba simile). Le quattro copertine
Il linguaggio segreto dei fiori, seppur con tutta la sua potenza mediatica, non è stato neanche capace di dividere i lettori (come ad esempio ha fatto E il giardino creò l’uomo, di Jorn de Prècy): in rete commenti stanchi, anche quelli entusiasti sono così ingenui (senza alcuna connotazione positiva) da evidenziare la giovane età dei lettori e la loro scarsa familiarità con la letteratura.
Lo stile, opportunaMENTE privato di swifty e avverbi cattivi è quanto mai rappresentativo di una narrativa del tutto contemporanea, lineare e amorfa, senza palpiti di stile, creata a tavolino dalle case editrici e dal business del libro, di cui gli editor e i manuali di scrittura creativa sono gli evangelisti. Tale è infatti l’unica narrativa possibile oggi, una narrativa che non impegni ma commuova, che non faccia pensare e che racconti storie tristi dal finale felice. E lo stile che occorre per raccontarle è proprio questo: una piatta distesa di parole. Finisce così che anche chi legge abbastanza (ma solo romanzi o romanzetti) si convinca che questo libro è perfino “ben scritto”. Povera Geoge Eliot, che direbbe? Probabilmente nulla, in certi casi è meglio il silenzio.
Il contenuto tocca argomenti di grande rilievo umano e sociale, affrontati con totale superficialità, banalizzati fino al ridicolo, resi apatici stereotipi mille volte letti, visti, ascoltati. L’autrice non è riuscita a mettere a frutto neanche un’oncia della sua lunga esperienza con i bambini in affido. I personaggi non hanno alcuno spessore nè narrativo nè caratteriale, sono solo delle tracce editoriali su cui far procedere una narrazione ripetitiva e piatta che trova la sua ragione d’essere solo nel compimento del volume per la sua vendita.
Venendo poi all’argomento floricolo, non posso che essere assai scettica a riguardo. Basterebbe leggere l’incipit del mio articolo che riguarda la simbologia legata ai fiori per farsi un’idea di quanto nocivo sia appiccicare un significato “umano” alla natura. Non si potrebbe essere più chiari di Borchardt nel dire che questo tipo di sovrapposizione allontana moltissimo dalla vera essenza delle cose.
Eppure il linguaggio dei fiori ha avuto un gran successo tra i giovani, perlomeno negli scorsi anni, come testimonia la ricchezza di testi a riguardo. Si confronti il link di una ricerca su IBS con le parole ‘linguaggio+ fiori’ . Il tema floreale è del tutto marginale ed è solo un espediente narrativo per dare un tocco di originalità al romanzo, tra l’altro del tutto poco credibile. Nel libro sembra che i fiori, ma solo alcuni specifici fiori, abbiano il potere di cambiare subitaneamente le vite delle persone per il semplice fatto di esistere.
Noi giardinieri sappiamo che è vero, ma che questo si applica indistintamente a tutti i fiori, le piante, gli alberi e tutte le creature che con essi hanno a che fare, e non certo solo a determinati fiori in determinati contesti.
Per noi la lavanda non significherà mai “sospetto”, nè le peonie “rabbia” (forse sì, quando arriva il tipico acquazzone primaverile e le straccia tutte). Nè rose rosse significano “amore” e quelle bianche “purezza”.
La protagonista, parlando con la voce della sua autrice, arriva addirittura a formulare un pensiero davanti al quale si rimane annichiliti e si spera che la casa editrice le elargirà un bonus extra per una serie di sedute presso un buon terapeuta.
Victoria (un nome scelto con molta cura, che rimanda direttamente alla Regina Vittoria e al ferreo rigore delle regole di corteggiamento articolate sotto il suo lungo regno, nonchè alla vittoria/riscatto finale e all’inevitabile happy end) concepisce un mondo in cui i fiori diventino medium, quindi espressione di un pensiero, un’emozione, una frase.
Sogna un mondo senza peonie perchè non vuole più rabbia attorno a sé, e persone che si regalino solo pervinche e rose rosse.
Rose gialle? Via dai giardini! Lavanda? Sciò! Viva le dalie, abbasso gli anemoni. I girasoli? Van Gogh doveva avere qualche rotella fuori posto per dipingerne tanti, e tanti ne dipinse che è chiaro (a Victoria e le sue adepte) perchè si suicidò senza un soldo in tasca.
Il fiore viene dunque confinato in uno status non già di di simbolo, ma di allegoria.
Il fiore perde completamente il suo valore storico e semiotico per assumere una valenza inconsapevole e casuale di artificio letterario di dubbia qualità.
Il linguaggio segreto dei fiori è quindi il primo candidato ufficiale per il prestigioso premio Amore al risciacquo nelle categorie “Potemkin” e “Green Guignol”.
Una notte insonne ad inseguire i movimenti di Curiosity. Mi ero ripromessa di dormirci su, ma non ce l’ho fatta.
Si è capito che tutto andava bene quando al JPL hanno iniziato ad applaudire. Curiosity è ammartata circa alle sette e un quarto, ma noi abbiamo avuto la conferma solo alle sette e trentuno. La gioia allora è esplosa in maniera incontenibile. In attesa, tutti molto intenti alle loro operazioni, tazze di caffè ovunque La sala di controllo missione al JPL Seguendo la telemetria L’esultanza immediatamente successiva alla prima conferma dell’ammartaggio La gioia di un lavoro fatto a regola d’arte Un viaggio incredibile per un robottino, un salto enorme per l’umanità
Curiosity è scivolata a poche centinaia di metri dal punto previsto, è in perfetto assetto orizzontale: lo dimostrano le prime due foto inviate dalla telecamera a bassa risoluzione
Stamane verso le sette e mezza Curiosity dovrebbe atterrare su Marte. A dire il vero non è una notizia molto importante per la gente comune, che di rado sa che Marte sbrilluccica arancione nel cielo, esattamente come le stelle. Dopo i successi di Opportunity e il miglioramento della animazione al computer, c’è un aumento di interesse per queste sonde. Ma chissà quanti avranno sofferto quanto me, pensando che poco più su, sopra la mia testa, nel 2006 c’era un robottino che tentava disperatamente di disincagliarsi dal suo paracadute.
Questo post è programmato per essere pubblicato alle 7:31. Non sono una maniaca voyeurista, saprò se sei atterrato o ti sei schiantato solo dal telegiornale di mezzogiorno.
Il mio cuore batte per te, Curiosity.
Ecco la traduzione del video (tratto da Zeus News QUI) di Paolo Attivissimo:
Adam Steltzner (ingegnere dell’EDL): Quando la gente lo guarda, sembra una pazzia. È molto naturale. A volte sembra una pazzia anche quando lo guardiamo noi.
[Didascalie 6 configurazioni del veicolo – 76 dispositivi pirotecnici]
È il risultato di un pensiero d’ingegneria ragionata. Ma sembra comunque una pazzia.
[Didascalie 500.000 righe di codice – Zero margine d’errore]
Dalla parte più alta dell’atmosfera fino alla superficie ci mettiamo sette minuti. Ci vogliono circa quattordici minuti perché il segnale dal veicolo spaziale arrivi sulla Terra. Questo vi dà un’idea di quanto sia lontano Marte. Quindi quando ci arriva l’avviso che abbiamo raggiunto la parte più alta dell’atmosfera, il veicolo è già morto o vivo sulla superficie da almeno sette minuti.
[Didascalia 7 minuti]
Tom Rivellini (ingegnere dell’EDL) Il rientro, la discesa e l’atterraggio, noti anche come EDL [da Entry, Descent and Landing, N.d.T.], noi li chiamiamo “i sette minuti di terrore”, perché abbiamo letteralmente sette minuti per passare dalla zona più alta dell’atmosfera alla superficie di Marte, passando da 21.000 km/h a zero, in sequenza perfetta, con coreografia perfetta, con tempismo perfetto, e il computer deve fare tutto da solo, senza aiuto da terra. Se anche una sola cosa non funziona in modo perfetto, è game over.
SteltznerUrtiamo l’atmosfera e generiamo così tanta resistenza aerodinamica che il nostro scudo termico si scalda e diventa incandescente come la superficie del Sole. Milleseicento gradi [non si sa se °C o °F; probabilmente °C].
Miguel San Martin (ingegnere dell’EDL) Durante il rientro, il veicolo non solo rallenta violentemente attraversando l’atmosfera, ma viene manovrato, come un aereo, per poter atterrare in uno spazio molto ristretto e ben delimitato. Questa è una delle sfide più grandi che dobbiamo affrontare, ed è una sfida che non abbiamo mai tentato prima su Marte.
[Didascalia L’atmosfera di Marte è 100 volte più tenue di quella terrestre]
RivelliniMarte è in effetti difficile per il rallentamento, perché ha appena abbastanza atmosfera da doverla gestire, altrimenti ti distruggerà il veicolo, ma non ne abbastanza da poter completare il lavoro [di frenata, N.d.T.]. Andiamo ancora a circa 1600 km/h, e così a quel punto usiamo un paracadute.
[Didascalia paracadute supersonico]
Anita Sengupta (ingegnere dell’EDL) Il paracadute è il più grande paracadute supersonico e il più resistente mai costruito da noi. Deve poter sopportare 30.000 chilogrammi di forza anche se in sé pesa solo circa 45 chili.
RivelliniSi apre talmente in fretta che genera 9 g, roba da spezzarti il collo.
Steve Lee (ingegnere dell’EDL) A quel punto devi togliere lo scudo termico. È come un grande tappo d’obiettivo, che blocca la nostra visuale del terreno per il radar. Il radar deve rilevare proprio le giuste misurazioni di quota e velocità al momento giusto, altrimenti il resto della sequenza d’atterraggio non funzionerà.
RivelliniQuest’enorme paracadute che abbiamo ci rallenta soltanto fino a circa 320 km/h, non abbastanza da poter atterrare. Così non abbiamo scelta: dobbiamo tagliarlo via… e poi scendere usando dei razzi.
Una volta accesi quei razzi, se non facciamo qualcosa ci scontreremo con il paracadute, per cui la prima cosa che facciamo è una manovra di deviazione molto radicale. Voliamo via lateralmente, allontanandoci dal paracadute e riducendo la nostra velocità orizzontale e verticale, facendo in modo che il rover si muova dritto su e giù, in modo che possa guardare la superficie con il suo radar e vedere dove atterreremo. Poi andiamo giù dritti verso il fondo di un cratere, proprio accanto a una montagna alta sei chilometri.
SenguptaNon possiamo permettere che i razzi si avvicinino troppo al suolo, perché se scendessimo fino al suolo usando i motori genereremmo in pratica un’enorme nube di polvere che si depositerebbe sul rover, ne potrebbe danneggiare i meccanismi e potrebbe danneggiarne gli strumenti. Abbiamo risolto questo problema usando la manovra della gru volante.
RivelliniA venti metri dal suolo dobbiamo calare il rover sotto di noi su un cavo lungo sei metri e mezzo e poi depositarlo delicatamente sulle sue ruote sulla superficie.
Lee Quando il rover tocca il suolo, lo stadio di discesa è in rotta di collisione con il rover. Dobbiamo tranciare le briglie immediatamente e far volare lo stadio di discesa fino a una distanza di sicurezza rispetto al rover.
[Didascalie osare cose potenti – Atterraggio di Curiosity 10:31 PM EDT 5 agosto 2012]
C’è anche una versione più lunga, senza commenti, dell’animazione della missione.Emily Lakdawalla, della Planetary Society, ha uno spiegone dettagliato che descrive un aspetto poco evidente nel video: Curiosity effettuerà un rientro in volo planato, con manovre a S, per centrare la zona d’atterraggio. Fantastico.
Claudio Sottocornola in Calabria: mercoledì 8 agosto, alle ore 18:30, presso il Salottino Rosso della Libreria Calliope-Mondadori di Siderno (RC), si terrà la presentazione del suo ultimo libro, I trascendentali traditi (Edizioni Velar),incentrata sula tematica “Il sacro e il popular fra tradizione ed eversione nel tempo del pensiero debole”.
Relatori : Rossella Scherl,scrittrice e Antonio Falcone,giornalista e critico cinematografico.
L’autore converserà inoltre con Antonio Falcone nel corso della trasmissione Sunset Boulevard, lunedì 6 agosto, dalle 15:00 alle 16:00, su Radio Gamma Gioiosa (94,500 – 97,000 MHz FM Stereo, Streaming audio su Internet www.gammagioiosa.net).
Claudio Sottocornola, ormai noto ai media come “filosofo del pop”, nella sua ultima fatica I trascendentali traditi ed. Velar, analizza la crisi del sacro e del suo linguaggio iconico e simbolico per ricercare il significato profondo del fenomeno, formulando al contempo ipotesi di recupero e valorizzazione, a partire dal contesto del pensiero debole e dell’ermeneutica contemporanea, nel tentativo di elaborarne una comprensione flessibile, liberante e gioiosa. In questo orizzonte, Sottocornola propone un accostamento fra “sacro” e “popular” nel nome di un’affinità dalle origini addirittura evangeliche (gli outsiders amati da Gesù), fra la sensibilità iconica della tradizione e le innumerevoli istanze simboliche del pop(ular), da lui indagato attraverso canzone, pubblicità, cinema e televisione.
Claudio Sottocornola, ordinario di Filosofia e Storia a Bergamo, giornalista e scrittore, ha sempre condotto le sue opere sul sentiero di un personale discorso intellettuale, estremamente coerente e lucido, incentrato sulla filosofia per analizzare ed indagare la realtà, i suoi mutamenti nel costume sociale, riuscendo al contempo ad avvalersi efficacemente di strumenti quali musica (L’appuntamento, tre cd e un dvd, in cui interpreta canzoni italiane e straniere) poesia (Giovinezza…addio. Diario di fine ‘900 in versi; Nugae, nugellae,lampi, entrambi Edizioni Velar) e immagine (80’s/Eighties/Laudes creaturarum; Il giardino di mia madre e altri luoghi) nella loro valenza genuinamente pop, diminutivo di popular come ha sempre tenuto a precisare, aggettivo concretizzato nella sua portata estensiva e non certo riduttiva.
Con la precedente opera in tre volumi, Il pane e i pesci (Edizioni Velar) e il recente I trascendentali traditi, Sottocornola è riuscito a focalizzare il punto estremo di una ricerca sempre in divenire, volta a recuperare memoria e senso della spiritualità, al di là dell’ormai stanca dicotomia dell’ essere o non essere credenti, spingendoci piuttosto ad interrogarci sulla natura della nostra fede, se questa abbia caratteristiche tali da permetterci di superare il più gretto individualismo.
Da ricordare che dal 31 marzo al 31 luglio di quest’anno è stato reso disponibile in rete, ed è tuttora visualizzabile, (www.claudiosottocornola-claude.com)Working Class, coinvolgente web-concert tematico, ideato e interpretato dal professore lombardo, cinque percorsi scelti fra le famose lezioni-concerto tenute sul territorio fra Scuole, Terza Università, Centri Culturali e svariati luoghi della vita quotidiana.
Rappresenta una sua nuova sfida, un “laboratorio” che sfrutta le potenzialità della rete, ribadisce l’eclettismo creativo dell’artefice e certifica un itinerario di animazione culturale del territorio girato in presa diretta, “on the road”, da amici e spettatori che hanno assistito alle sue performance artistico-musicali, ma anche storico-filosofiche. E’ la canzone d’autore l’ambito privilegiato da Sottocornola, che affida alla sua visione ermeneutica del canto e della vocalità la rilettura di celebri brani, decisivi nel fotografare l’evoluzione di usi, costumi, sentimento e linguaggio della società italiana.
I trascendentali traditi
(Claudio Sottocornola, pp.164, Editrice Velar)
Una dedica a Pier Paolo Pasolini e nove brevi conversazioni sui trascendentali, ovvero quei “caratteri che appartengono all’essere in tutta la sua estensione”, secondo la rigorosa definizione di Vanni Rovighi, che delinea con chiarezza la portata di quei concetti, come bene, verità, bellezza, unità che i filosofi medievali predicavano di tutto il reale, nel solco di un ottimismo metafisico culminante nel pensiero di Tommaso d’Aquino, che apre sotto forma di citazione, accanto ad altro autore classico o moderno, ogni capitoletto. Questa è la struttura essenziale de I trascendentali traditi di Claudio Sottocornola, filosofo che utilizza musica, poesia e immagine come strumenti di lavoro privilegiati, e qui si attarda fra le derive del contemporaneo, evocato da città in degrado, corpi alterati e famiglie liquide, ad assaporare tutto l’amaro di una civiltà in declino e di un pensiero sempre più debole, sforzandosi di segnalare nel buio minaccioso che sovrasta e avvolge ogni cosa quel valore o universale che potrebbe insospettire il lettore, specie se scettico e disilluso, ma ben presto lo coinvolge invece in una complicità, quella del viaggio, della ricerca appassionata e della speranza di una non inutile meta. Ciò dipende in gran parte dal rispetto e dalla valorizzazione delle soggettività che questo scritto in forma di pamphlet esprime come sua vocazione più intima e accorata per cui, accanto ad una dimensione quasi apocalittica e veemente, di denuncia e amarezza, ove la biografia quale ermeneutica del vero si fa strumento di comprensione profonda del senso e della vita, emerge uno sguardo post moderno che redime le asperità in nome di una situazionalità (storica, personale, naturale) in grado di giustificare le differenze, relativizzare le colpe, promuovere il dialogo ma, soprattutto, innamorarsi dell’ “altro”, a qualsiasi regione – ideologica, culturale, religiosa – appartenga.
Gianni Vattimo
In realtà ciò che colloca questo scritto così coraggioso e atipico fra Tommaso e Vattimo, è proprio l’esigenza, che l’autore ribadisce e decanta, di un orizzonte di verità o autenticità che orienti il cammino dell’uomo contemporaneo, e nel contempo il rifiuto a identificare ciò con un approccio apodittico e dicotomico che separi troppo facilmente vero e falso, bene e male, bello e brutto, in nome di una concezione ermeneutica della verità (che potrebbe ricordare, per esempio, Kierkegaard, Nietzsche o Heidegger), intesa come interpretazione, ove i concetti, come le note di una musica, evocano nella loro sinfonicità la bellezza dell’intero (di per sé ineffabile, come voleva Eckhart). Così fra Kant e la Scolastica, l’autore sceglie l’Ermeneutica contemporanea come l’ambito che meglio può restituire il desiderio di unità e universalità evocato appunto in altre epoche storiche dalla stessa Scolastica o dal Criticismo, e oggi idoneo ad essere espresso appunto da un visione della conoscenza e del rapporto uomo-mondo come interpretazione, e quindi attraverso la tolleranza, il dialogo, l’incontro, anche per ciò che concerne la spiritualità e le tematiche teologiche, che vanno ormai, come ogni ambito dell’esperienza umana contemporanea, planetarizzandosi, ed esigono quindi una visione olistica ed empatica, mentre necessitano di sprovincializzarsi in nome di una fraternità o amicizia, anche spirituale, più allargata.
Come accadeva per i collage di “Eighties”, ove Sottocornola miscelava cultura alta e bassa, popular e arte sacra, destrutturando per ricostruire secondo armonie e senso del tutto nuovi, anche qui si assiste ad una singolar tenzone fra pensiero debole e pensiero forte, ove alla fine orizzontale e verticale, universale e particolare, verità e dubbio, anarchia e dogma convivono danzando mirabilmente sotto lo stesso cielo. Perché “tutto è grazia”, secondo la celebre affermazione del curato di Bernanos, ma non tutto è uguale e bisogna saper scegliere quale intensità di vita e di valore vogliamo realizzare.
C’è nell’intero percorso un forte richiamo alla responsabilità e all’impegno, e si capisce, perché l’autore, come docente, si è lasciato ispirare dai suoi giovani studenti o, meglio, dai loro bisogni e dalle loro domande, a scrivere di filosofia come un testamento minimo, come una testimonianza e un impegno a orientare nel cammino, quando sembra venire a mancare ogni indizio di stella polare, una generazione che si smarrisce.
I valori e il declino dell’Occidente
di Augusta Dentella
Un’ode al valore, comunque lo si voglia definire e intendere, un invito ad andare “oltre” le istanze del “bisogno” come richiamo immediato e acritico, una appassionata difesa dell’ideale contro ogni atteggiamento utilitaristico e pragmatico: sono solo alcuni dei motivi che compaiono nel pamphlet I trascendentali traditi di Claudio Sottocornola (pp. 164, Editrice Velar), quasi postilla alla sua precedente opera Il pane e i pesci, di natura più enciclopedica e sistematica, già presentato alla Libreria Buona Stampa di Bergamo il 16 dicembre.
Vi compaiono due autori, scelti da Sottocornola a designare un percorso di critica alla civiltà occidentale contemporanea e alle sue derive: Pier Paolo Pasolini, a cui è dedicato il volumetto, visto come l’antesignano di una critica ai valori consumistici e conformistici della civiltà post-industriale contemporanea, e Tommaso d’Aquino, che apre ogni capitolo con una citazione relativa ai trascendentali, che costituiscono il tema del libro.
L’opera, come sottolinea l’autore nell’Introduzione, intende presentare una fenomenologia, una specie di paesaggio dell’attuale declino dell’Occidente, evocato da città in degrado, corpi alterati e famiglie liquide, con il riferimento a una stella polare, i trascendentali della filosofia medievale, termine che designava nell’ ambito della Scolastica i valori più alti ed estesi a ogni ambito della realtà, come verità, bene, bellezza, giustizia, unità… E intende farlo non in modo rigorosamente argomentativo e conseguente, ma per divagazioni, paradossi, provocazioni e malesseri che, quasi come per un lapsus, lascino filtrare lampi di verità, come accade talvolta nella conversazione fra amici al bar, magari davanti a un buon caffè.
L’aspetto più suggestivo dell’opera è proprio questo accostare il contemporaneo attraverso la prospettiva straniante del pensiero medievale, non riesumato in forme istituzionali e banalmente erudite, ma riattualizzato e vivificato proprio dal suo confronto con l’attualità e persino la cronaca… All’immagine di città abbruttite da cumuli di sporcizia e scritte sui muri si accostano così esemplificazioni di una corruzione sempre più dilagante, alle caustiche descrizioni di costumi sociali involgariti e barbari si alternano amare considerazioni sulla pessima qualità della cultura mediatica e giornalistica prevalente. Il tutto appare però guardato quasi da un’altra terra, da un’altra dimensione, da un orizzonte di verità, bene e bellezza che continuamente spinge alla critica dell’esistente, alla sua falsificazione, a una lucida rabbia, ma in nome di una possibile salvezza, di un riscatto o almeno di un recupero che, in tale prospettiva, è lecito continuare a cercare e perseguire, realizzando intorno a sé la massima armonia possibile.
“Sottocornola – scrive Agata Salamone – avvalora sia il pensiero debole che il pensiero forte, in una linea che va da Abelardo a Mancuso… Il libro nella sua leggerezza fa il punto su una questione che è esattamente il tentativo di definire la Bellezza, la Verità, la Giustizia, il Bene, presupponendo la possibilità che si possa superare l’obiezione fondamentale che affiora spontanea sulle labbra di chi si è convinto della impossibilità di ogni universalizzazione concettuale…”. E così si assiste in tutta la trattazione a un singolare e suggestivo accostamento di riferimenti a culture e spiritualità diverse, dall’Islam al Confucianesimo, dai “maestri del sospetto” (Marx, Nietzsche e Freud) al Taoismo, dalla tradizione empiristica inglese al Buddismo, mentre continuo è il riferimento alla vita quotidiana e alle esperienze dell’autore, in un suggestivo mix di teoria e concretezza.
I trascendentali traditi si chiude con un capitoletto sulla “quiddità”, cioè sulla ragione profonda per cui una cosa è se stessa, ove Sottocornola si rivolge al lettore con un invito che ci sentiamo di riprendere: “Tuo padre. Tua madre. Il tuo quartiere. La tua città.. Questo treno. Questa scuola. Quella telefonata. Quel biglietto d’auguri. Quel messaggio. Il freddo che mi attraversa ora. Il sogno che verrà. L’attesa che mi annoia. Il citofono che squilla. Il PC che si spegne. Questo sonno, questo lutto, questa sveglia. E la giornata, questa giornata che non vorrei, e che devo amare, abbracciare, trasfigurare in un sacramento della gloria di Dio. La quiddità come luogo della gloria. Ne siamo ancora capaci, o stiamo solo aspettando il prossimo volo low-cost?”.
Un invito a rientrare in se stessi, nel respiro profondo di un’esperienza spirituale vitale e autentica.
Two roads diverged in a yellow wood,
And sorry I could not travel both
and be one traveler, long I stood
And looked down one as far as I could
Then took the other, as just as fair,
And having perhaps the better claim,
Because it was grassy and wanted wear,
Though as for the passing there
Had worn them really about the same,
And both that morning equally lay
In leaves no step had trodden black.
Oh, I kept the first for another day!
Yet knowing how way leads on to way,
I doubted if I should ever come back.
I shall be telling this with a sigh
Somewhere ages and ages hence:
Two roads diverged in a wood, and I–
I took the one less traveled by,
and that has made all the difference.
Robert Frost
La lettura della signorina Sherwood di Saranno famosi:
L’avverbio cattivoEsiste una norma di scrittura, ripetuta in manuali di auto-aiuto, testi letterari, biografie di autori e giornalisti, ecc, che se ascoltata e fedelmente messa in opera, come credo sarà, vedrà la scomparsa dell’avverbio da tutti i romanzi.
Gli avverbi sono la particella grammaticale più odiata dagli editor, appena ne vedono uno, zac, lo cancellano con un tratto di rosso come si spiaccica una mosca con la paletta.
Sono diventati il lupo cattivo dei romanzi, degli articoli di giornale, dei comunicati stampa, di ogni cosa scritta. Tra un po’ spariranno anche dalle etichette e dai cartelli. Viuuulentemente mia diverrà “Ti farò mia con la violenza”.
…ma roba da pazzi.
La norma di evitare avverbi è saggia e quasi santa nell’articolo di giornale, ma è tutta da rivedere nel romanzo. Prima d’ogni cosa è una norma che ci viene dagli anglofoni, che hanno moltissimi avverbi con la desinenza -ly. Killing me softly.
Certo, direte voi, noi abbiamo quella stupida desinenza: -mente che tra l’altro si presta a mille giochi di parole e fraintendimenti. Qual è il contrario di “abbondantemente”? “A Berlino Petrarca dice la verità”.
Ma non tutti gli avverbi inglesi finiscono in -ly nè tutti quelli italiani in -mente. Quelli sono gli avverbi cattivi, gli altri sono avverbi buoni, che possono essere usati come parole normali. Vado spesso al mercato – Vado al mercato frequentemente.
Ecco un editor terrorizzato dall’entrata nella frase di un avverbio cattivo: Wendy, sono a casa amore-volmente!
L’avverbio buono, che non finisce in -mente, ha un aspetto piuttosto anonimo, impersonale, non minaccioso e quasi professionale. L’avverbio buono
Un altro terrore degli editor sono le ripetizioni, che cancellano ossessivaMENTE con tratti di penna rossa, sostituendole con i sinonimi più assurdi pescati nel Grande dizionario dei sinonimi e dei contrari per l’editor di case editrici di provincia, edizioni WhallaWhalla, oppure col Thesaurus di Word. …in effetti fanno paura anche a me
L’avverbio in sè per sè non è nè buono nè cattivo, ma è quello che gli sta intorno a renderlo pericoloso. contesto pericoloso
Così gli editor si aggirano per le pagine dei libri e cancellano tutti gli avverbi cattivi e le ripetizioni, mettono gli aggettivi dietro ai sostantivi, come in un dettato per le elementari, e sono sospettosi nei confronti anche degli avverbi buoni, quelli che non finiscono con -mente. Zio Steve chiama swifty il verbo seguito da un avverbio cattivo. Disse lui rudemente.
“Non fatelo, oh, vi prego, non fatelo! – La cosa migliore è scrivere ‘Disse George, disse Helen’ “, prescrive il Vecchio Steve.
Ergo Lo salutarono amichevolmente è uno swifty, va eliminato. Lo salutarono con amicizia.
A me sembrano due concetti diversi, ma evidentemente la Leggibilità è la divinità dell’editor. A furia di cancellare i cattivi swifty, gli editor perdono la vista, e iniziano a cancellare qualsiasi cosa che non sia un sostantivo o un verbo, pertanto un romanzo per loro dovrebbe essere più o meno così composto. Egli andò, lei tornava, il cane esiste, Dio c’è. Con un punto interrogativo sulla particella pronominale “ci” di “c’è” che trasformerebbero volentieri in “è”.
E così si perde mezzo romanzo e una buona quantità di sfumature stilistiche e narrative. Sull’altare della Leggibilità (che significa solo Vendibilità), muoiono avverbi cattivi, avverbi buoni, aggettivi e particelle pronominali, il registro parlato, i corsivi, le interiezioni, i puntini di sospensione, la punteggiatura insolita, trattini, gli a capo, e tutto ciò che richiede un minimo sforzo al lettore. Insomma, un’ecatombe …te l’avevo detto che facevi una brutta fine
Perchè il romanzo deve essere ingollato come uno sciroppo, a cucchiaiate, liscio, rosato e dolce, altrimenti l’editor s’incazza l’editor mentre corregge il tuo libro
Tutto deve avere un’apparenza discreta, ci devono essere solo sostantivi, verbi e aggettivi, come in una famiglia normale.Una frase tipo: egli andava in albergo
Insomma, la strada per scrivere un libro senza avverbi cattivi e molto dura e lunga, a volte confusa taglio, non taglio, cambio verbo, fammi prendere il grande dizionario, aspetta, tolgo la frase, la pospongo, la anticipo, no, la tolgo…
Non è un caso che libri di pessima qualità, da elettroencefalogramma piatto, passino per essere “stilisticamente raffinati” perchè gli editor hanno cancellato tutti gli avverbi cattivi e messo gli aggettivi davanti ai sostantivi. Un miserabile esperimento di scrittura – Un esperimento di scrittura miserabile. Ma cos’è miserabile, l’esperimento o la scrittura, editor, fammi capire. Ma soprattutto, editor, non avere paura. Il peggio che può succedere è che quel libro non venga pubblicato.
E forse è un bene. ma editor non aver paura di lasciare un avverbio cattivo, non è mica da questi particolari che si giudica uno scrittore…
Ecco l’intervista in fomato flash. You Tube non me l’ha fatta caricare per la durata e ho dovuto usare l’account di mia sorella (io ho un account limitato perchè sono considerata un utente scorretto poichè ritaglio parti di film con copyright per illustrare alcuni concetti filosofici ed estetici…pazienza).
Grazie ai master e al supervisore per la disponibilità, a presto nuovi aggiornamenti dalla neonata Associazione “Dungeons Players” (per ora non ufficiale).
Lascio comunque in coda all’articolo precedente l’intervista in formato avi ad alta definizione caricata su blip o come si chiama (non ho mica capito come funziona quel sito di hosting video, e temo anche che pretenda un pagamento per ogni visualizzazione).
"Quando guardiamo il cielo di notte ci soffermiamo ad ammirare le stelle a caso senza seguire uno schema.. lasciamo che la nostra fantasia si perda in questo immenso soffitto brulicante di luci... una stella grande.. qualcuna piccola.. un'altra azzurra ed una rossa! Luci lontane che forse ora non esistono neanche più.. eppure sono lì le guardiamo ogni sera quando le nuvole ce lo permettono.. luci che continuano a brillare .. a vivere.. che continuano a farci sognare! Questo BLOG vuole essere uno spazio semplice, senza pretese, uno spazio dove antichi sorrisi e sguardi continuano a brillare come stelle... semplicemente continuano a vivere nell'immenso cielo della rete." (Domenico Nardozza)