
Opening Secret Gardens
Tra l’altro segnalo la performance di Loredana Longo.
Categoria: Arte, artigianato, poiesis
Arredare Country De agostini- L’ultimo tocco
Vi mancava, eh? 
Call for entries, Limno

La pubblicazione, prodotta da Ca’ Foscari, studia il concetto di stratificazione – floristica, faunistica, architettonica, paesaggistica – ed è articolata in contributi testuali, immagini e mappe.
Una parte della pubblicazione conterrà una selezione di testi inviati liberamente, selezionati in base alla loro vicinanza con Limno e con le tematiche che affronta. L’invito, che si rivolge a professionisti e appassionati, è oggetto di questa call for entries.
Maggiori informazioni sono presenti sul sito http://www.limno.info.
Per collaborare leggi qui e guarda le immagini
E che gli devi dire a uno così? Ti butti a terra e chiedi pietà
Intervista ad Antonio Falcone
Indossava una vestaglia del suo colore preferito: blu acido prussico

Non so quanti di voi ricorderanno il libro da cui proviene questa frase, ma l’acido prussico non ha colore, nonostante per la nomenclatura Iupac si chiami cianuro di idrogeno, il che farebbe pensare ad una colorazione azzurra.
Il blu di Prussia non ebbe sulle prime l’enorme fortuna di cui godette in seguito, proprio perchè in molti temevano che decadendo si trasformasse in acido prussico, diventando mortale.
La storia dell’invenzione del Blu di Prussia è, come spesso accade nella storia dei colori e degli alimenti, piuttosto casuale.
Il colore azzurro era sempre stato difficile per i pittori e i tintori. Per alcune popolazioni era considerato poco importante, mentre oggi è il colore più amato nei paesi occidentali e in assoluto il meno sgradito.

Fino al 1700 si tingeva e si dipingeva con il lapislazzuli (un minerale di origine estrusiva, raro e costosissimo- con cui è dipinto il fondo del Giudizio Universale della Cappella Sistina), o in alternativa con l’azzurrite, una sorta di lapislazzuli di seconda scelta, o con coloranti vegetali tipo l’indaco e il guado (Isatis tinctoria).
I dipinti e soprattutto le stoffe tinte di questi colori non avevano splendore, profondità, non tenevano ai lavaggi, e sbiadivano, soprattutto considerando che l’importazione dell’indaco (prima dall’Asia e poi dalle colonie americane), che aveva una resa migliore, era vietata.
Solo nel 1737 il divieto cadde.
Intanto a Berlino, all’inizio del secolo, era stato già “scoperto” il Blu di Prussia.
La storia è molto divertente. C’era un droghiere e venditore di colori che aveva un rosso molto bello nel suo catalogo. Lo otteneva aggiungendo del potassio a un decotto di cocciniglia (sì, stramaledette, crepate! Noi siamo animalisti!), a cui prima aveva aggiunto del solfato di ferro. Un giorno che gli era finito il potassio mandò il suo gatto a comprare del filo color ciliegia….no, questa è un’altra storia. COMUNQUE! Un giorno esaurì le sue scorte di potassio e l’andò a comprare da un chimico di sinistra fama, tale Johann Konrad Dippel, che gli vendette del carbonato di potassio già utilizzato per i suoi esperimenti, quindi adulterato.
Fu così che invece del rosso, il droghiere vide formarsi un precipitato di un magnifico e intenso colore blu. Purtroppo il droghiere non comprese il valore di questa accidentale scoperta, ma Dippel sì. Dopo un po’ di prove iniziò a commercializzare il nuovo colore col nome di Berliner Blau.

Nel 1724 (mancavano più di dieci anni all’abolizione del divieto di importazione dell’indaco), un chimico inglese riuscì a ripetere l’esperimento e rese pubblica la formula chimica del colore e il metodo per ottenerlo. Nel frattempo il Berliner Blau era diventato Blu di Prussia, ed ebbe via libera in tutta Europa.
Il losco e disonesto Dippel, che non aveva mai voluto rivelare la sua formula, fu rovinato e si rifugiò in Scandinavia, dove divenne cerusico del re. Lì potè dare libero sfogo alla sua inventiva e mise a punto una serie di farmaci pericolosissimi che gli valsero l’espulsione dalla Scandinavia e la deportazione in Danimarca. Salute.
Arrivando più vicino a noi, nel 1800, i tintori se ne servirono per lanciare il “Blu marino”, cioè quello che noi chiamiamo “Oltremare Francese” che sarebbe diventato un vero e proprio fenomeno sociale della moda.

A consacrarlo come colore della legge fu la Prima Guerra Mondiale, quando le divise, fino ad allora nere, divennero blu scuro. Un nero brillante, profondo, che tenesse il colore, era difficile da ottenere e molto costoso, perciò si pensò a Blu Oltremare come colore meno austero e più a buon prezzo, oltre che più gradevole. Da qui viene la moda del colore blu delle tute e delle uniformi da lavoro, postino, meccanico, falegname, grembiuli, sopravesti da lavoro, ecc. “Colletti bianchi e tute blu” è un detto che vale ancor oggi per indicare la separazione tra classe dirigente e quella lavoratrice.

Un capitolo a parte lo meritano i jeans, che assunsero quel colore per cause accidentali (una partita di tela da velatura non conforme alle richieste, finita per diventare stoffa per le tute dei lavoratori americani). In italia divennero simbolo della contestazione studentesca (certo, non in questo colore austero, ma in colori più chiari e slavati). Ma la verità che oggi possiamo dire è che il ’68 fu un movimento borghese, ove non alto-borghese.
Insomma, dire che ci piace il blu è un po’ un non dir nulla, essere nella media. Il blu è apprezzato da tutti, nelle sue varie sfumature.Incredibilmente rustico.

Come anche del tutto sciccoso.

Il blu è un colore riposante, pacificatore, e questo sin dall’epoca medievale. E’ un colore onirico, dell’irraggiungibile, del sogno, del fantastico (Der Blaue Reuter, il Principe Azzurro)ma anche della tristezza malinconica rassegnata, della nostalgia romantica (to feel in blue), è il colore della notte, (Blue Velvet), nell’America Settentrionale, l’ora blu è l’orario di uscita dagli uffici. In tedesco ubriaco di dice blau. Colore del freddo, colore della tecnologia (Blue-ray), della nobiltà (sangue blu).
E qui mi fermo, perchè volevo parlare solo della curiosa scoperta del galantuomo di Dippel e del Blu di Prussia.
Ora vi metto un Blues che vi sdirenerà il cuore
It was down in Old Joe’s barroom,
On the corner by the square,
Drinks were being served as usual,
And a goodly crowd was there.When up steped old joe McGuinny
His eyes were bloodshot red;
As he poured himself more wiskey,
This is what he said:I went down to the St. James Infirmary
I saw my baby there,
Streched out on a cold white table,
So sweet, so cold, so fair.So Let her go, let her go, God bless her;
Wherever she may be **see note**
She may search this wide world over
but she’ll never find a sweet man like me.When I die, want you to dress me in straght laced shoes
A box back coat and a Stetson hat;
Put a twenty-dollar gold piece on my watch chain
So the boys know I died standin’ pat.**verses not in original recording**
There are sixteen cold black horses,
Hitched to her rubber tired hack;
There are seven women goin’ to that graveyard,
and only six of ‘em are coming back.Now that you’v heard my story,
pour me one more shot of booz;
And if anyone comes askin’ about me,
Tell ‘em I got, Saint James Infermery blues.Some people exchange “She never did love me” for the line “Where ever she may be” that was in the original.
Anche Hugh Laurie ne canta una bella versione, strumentisticamente più articolata ma non così toccante
Il mestiere di scrivere, ovvero il blocco dello scrittore

Oggi mi è capitato di acquistare un simpatico blocchetto per scrivere, si chiama Il blocco dello scrittore, con consigli e “tips” per superare il famigerato momento di grafopausa che prende chiunque scriva, tranne Bruno Vespa.
I consigli sono carini, e sono anche utili, per quanto non originalissimi, niente di non già letto nei mille manuali di script che mi sono letta.
Guarda fuori dalla finestra, dietro l’angolo,scrivi dieci minuti senza fermarti, racconta un segreto, e tutta questa pappa qui, confezionata in graziosa e comoda veste grafica.
Tutti i manuali di script, le agenzie editoriali, gli scrittori, gli editori, le scuole di scrittura creativa, i corsi per scrivere il romanzo del millennio o la sceneggiatura del giubileo, all’inizio di ogni discorso propedeutico alla scrittura vera e propria, antepongono analoga premessa: scrivere è un mestiere, occorre fantasia, talento, genio, passione e lacrime. Ma occorre riscrivere, elaborare, porre attenzione a delle norme, a delle non scritte regole della scrittura.
Stephen King nel suo On writing dice chiaramente che l’ispirazione non è una fatina che battezza lo scrittore di polvere fatata, ma è un orribile nano con cappello a cilindro e sigaro puzzolente con una valigia. In quella valigia ci sono cose meravigliose e stupefacenti. Ma attenzione, quando l’ispirazione passa a trovarvi, dovrà sapere che site seduti alla vostra scrivania dalle dieci a mezzogiorno e dalle tre alle sette.
Scrivere non è solo questione di fantasia a briglia sciolta, ma è una facoltà che possiamo e dovremmo coltivare e curare, esercitare mediante studio e applicazione. I buoni romanzi non sono fatti solo di talento. E il talento senza applicazione è meno del genio senza regole.
Bene.
Abbiamo letto.
Abbiamo riletto.
Abbiamo capito.
Ma la volete la verità?
Scrivere non è un mestiere.
Si può scrivere per mestiere, in quel caso forse è appropriato usare il termine “scrittore”, che inizia a suonarmi un appellativo meno reverenziale di quanto non fosse in passato.
I libri scritti per mestiere non sono dei buoni libri. Mai. Sono libri commerciali, boom economici, blockbuster, fenomeni, ma non sono mai degli amici libri, dei libri in cui ritrovare se stessi e il proprio mithos fondativo.
Saranno ricordati, elogiati, diverranno materia per il cinema e la tv, faranno parlare, ci scriveranno sopra altri libri, parimenti frutto di mestiere, ma se venissero a mancare nessuno lo noterebbe neanche. La storia della letteratura non ne sarebbe turbata di una virgola.
Il mestiere di scrivere aveva una sua dignità all’inizio del secolo, quando scrittori poveri in canna si celavano sotto altisonanti pseudonimi per pubblicare le loro storie su magazine e riviste. Dopo il boom dell’editoria e da quando il libro è divenuto bene d’acquisto, item, regalo, oggetto, cosa, issue, packaging, collectible e feticcio, scrivere è diventato un lavoro, non un mestiere. Un mestiere ha in sè la nobiltà dell’artigiano, ma qua non c’è nessuna nobiltà. Solo vanità, sciocchezze, moda, soldi.
Non scrivete dalle dieci a mezzogiorno e dalle tre alle sette, non scrivete per vendere, semmai scrivete per non vendere, per non essere pubblicati (è l’unico modo essere pubblicati), se avete il blocco tenetevelo, non fate esercizi che vi rovinino lo stile, siate grezzi, genuini, fate errori, siate quello che siete, non quello che vorreste essere o che potreste essere. Non c’è obbligo ad essere il migliore, a scrivere un capolavoro. Diffidate degli insegnanti, delle lezioni, dei compiti, dei corsi on-line, dei master di scrittura, dello zen e l’arte di riparare il romanzo.
A scrivere un romanzo ci si nasce, non si impara: se non siete capaci rassegnatevi o imparate bene le regole della scrittura creativa e diventate scrittori di mestiere, un bel po’ di gradini sotto il livello del romanzo e del saggio. Siatene consapevoli.
Gli unici maestri validi sono gli altri romanzi, quelli che ci hanno colpito, trascinato e sono diventati memorabili per la nostra vita. Gli insegnanti che imboccano lo sciroppino della scrittura creativa sono appena meno criminali degli astrologi e dei chiromanti.
Scrivere può essere un mestiere. Scrivere bene, no.
Prosit.
flowers, plants and trees
flowers, plants and trees, un set di ciuccio51 su Flickr.
Segnalo “Giardinaggio sentimentale”
Da Giulia, una antropologa giardiniera, un bellissimo sito sul giardino e sulle cose che attorno ad esso ruotano attratte da una gravità eidetica, del sentimento senza sentimentalismo.
Aggiunto al blogroll
Crolla la volta del MuSaBa di Mammola, richiesta d’aiuto da parte di Hiske Maas
Pubblicato su Strill.it
11/11/2011 Hiske Maas, Musaba Mammola,

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