Claudio Sottocornola presenta “Il pane e i pesci”

Giro volentieri il comunicato ricevuto:

Salve qui Donato Zoppo,
siamo lieti di segnalarvi un importante evento che il prof. Claudio Sottocornola terrà a Siderno il prossimo 5 agosto,
vogliate prenderne nota e segnalarlo sulle vostre testate,
grazie e buon lavoro:

Nella Locride un suggestivo appuntamento con le opere e la multimedialità del
‘filosofo del pop’: la nuova trilogia, la mostra di collage aperta fino al 31
agosto e una proposta di canzoni dal vivo
Il sacro e il simbolo con Claudio Sottocornola: il 5 agosto a Siderno!

Claudio Sottocornola
presenta:
Il pane e i pesci
Velar Edizione 2011

Inaugurazione della Mostra di Collage
“80/Eighties (laudes creaturarum ’81)”

Venerdì 5 agosto 2011
ore 17.00
Libreria Mondadori
S.S. 106 n°7
Siderno (RC)

Interverranno Antonio Falcone e Rossella Scherl.

Venerdì 5 agosto alle ore 17.00 alla Libreria Mondadori di Siderno (RC) un nuovo appuntamento con Claudio Sottocornola: ancora una volta il periodo estivo del
professore e artista lombardo è una rinnovata occasione per presentare le sue recenti produzioni e da anni la Locride è una delle sue mete preferite per l’affetto e la curiosità che raccolgono le sue presentazioni. Claudio Sottocornola presenterà la trilogia Il pane e i pesci, che raccoglie scritti dal 1980 al 2010, in cui l’autore scandaglia le diverse facce ed evoluzioni della
spiritualità contemporanea, nel tessuto delle relazioni di un quartiere urbano e nel più vasto mondo, con particolare attenzione al decennio degli anni ’80.

Il primo saggio La spiritualità eucaristica di Charles de Foucauld nella sua vita propone una rilettura della straordinaria avventura spirituale del mistico ed esploratore francese, illuminandone alcuni aspetti come il fascino giovanile per l’Islam, il rapporto di amicizia spirituale per la cugina Marie de Bondy, la intensa elaborazione di una “spiritualità di Nazareth”.

Il secondo volume Scritti cristiani per la gente di Colognola è un’antologia di articoli scritti
fra il 1983 e il 1994 per L’Angelo in Famiglia, con particolare riferimento al territorio del quartiere di Colognola in Bergamo, di cui si testimoniano e decifrano le esperienze di volontariato e la sociologia del religioso, con abbondanti riflessioni a carattere ecclesiologico.

Infine Scritti spirituali giovanili, citazioni, appunti, aforismi propone un itinerario di formazione dal 1980 al 2010, di impianto quasi diaristico, ove all’evoluzione personale l’autore accompagna l’elaborazione di categorie teologiche sempre più in dialogo con le culture e le esperienze del contemporaneo. E’ il volumetto introduttivo alla trilogia, My status quaestionis 2010, a fare il punto della situazione e a
inquadrare il senso dell’intero percorso, come rimarca Claudio Sottocornola:

Non si dà tanto questione di essere o no credenti, ma di quale natura sia la
propria fede. Ciascuno – alla fine – trascende il proprio io empirico e si dedica a qualcosa che va oltre la mera individualità…

Claudio Sottocornola inaugurerà anche la Mostra di Collage 80/Eighties (laudes creaturarum ’81) – che resterà aperta fino al31 agosto – con la sua interpretazione di canzoni d’autore, da Franco Battiato a Gianna Nannini, da
Rita Pavone a Ben E. King. Il sacro e il simbolo saranno i fili conduttori della performance che si inserisce in modo trasversale alla proposta editoriale, con le immagini della mostra e la musica stessa. Efficaci le parole di Agostino
Bacchi: “Credo che poche persone abbiano cercato un loro personale percorso espressivo con tanta intensità, con così bruciante fervore come ha fatto Claudio Sottocornola. Da sempre […] egli ha cercato di dare una forma misterica ai
suoi messaggi dell’anima. Lo ha fatto sia per mezzo dell’espressione visiva, sia con la parola scritta, che attraverso la musica ed il canto. Come filosofo,
intende l’arte come suprema categoria dello spirito e, come tale, ricerca costante dello strumento comunicativo più adeguato. I suoi recital mi danno l’impressione del canto e del gesto misterico e mistico dello sciamano guaritore. Musica, canto, gesto, forma, colore per comunicare stati d’animo, cultura, poesia…”.

Docente di Storia e Filosofia, critico e interprete del popular, poeta, artista visivo e giornalista. Ha fatto di un approccio olistico e interdisciplinare al sapere la sua personale metodologia di espressione e ricerca.

Spam-spazzatura-porno-kitsch-trash-phishing e buonumore

Ogni volta che entro in bacheca devo cancellare sfilze di spam. Me li leggo tutti, almeno quelli non in russo o in cecoslovacco, mi piacciono tantissimo. Adoro lo spam, il kitsch, il trash, la spazzatura: mi mette di buonumore. Mi diverto tantissimo a notare come lo spam cambi a seconda del periodo, delle mode, dei nuovi prodotti lanciati sul mercato. Mi diverte moltissimo il phishing elementare, quello che ti dice “Non è uno scherzo! sono le 19:22 e 7 secondi, e tu sei il decimiliardesimo utente che visita questo sito! hai vinto una Alfa Romeo Giulietta nuova di zecca”, oppure quello che imita le lettere di E-bay che usa caratteri strani per coprire le informazioni che non hanno.

Sono stata attenta alla storia dello spam: da principio c’erano le catene di sant’Antonio con le richieste d’aiuto ai bambini malati, poi i mantra per la fortuna o la salute, poi ancora sono cambiati gli oggetti dei messaggi, e sono spuntate le maledizioni e le sciagure. Qualche anno fa sono iniziate a circolare leggende metropolitane che ti mettevano sull’avviso su prodotti o azioni, con l’avvertenza: fai girare.
Adesso vanno un sacco le blandizie. I complimenti più belli te li fa sempre lo spam. Ma che bel blog, devi essere un esperto in questo settore, lo metto tra i miei preferiti, che bell’avatar, scrivimi, ti risponderò subito, ecc.

Poche volte arriva dello spam puro, con i link a negozi di sostanze stupefacenti, di prodotti dimagranti o di viagra. Dev’essere passato di moda.

E poi confesso una divertimento gaudente e incosciente nel leggere i titoli dei porno amatoriali che qualche volta vengono richiamati da qualche parola nella ricerca su e-mule, vero e proprio mondazzo di film porno.

A volte dentro ci sono delle storie, che se sviluppate potrebbero diventare dei racconti o dei romanzi, non necessariamente a sfondo erotico.
Titoli del tipo: “incontro una mora nella campagna di Frosinone, la ingufo e lei mi regala le sue mutandine”, oppure “Jessica, l’amica di mia sorella, si alza la gonna e mi fa vedere la sua trottolina amorosa depilata”.

Ci vuole fantasia per scrivere questi titoli, anche perchè poi vengono indicizzati a seconda delle parole, perciò spesso ci si ritrova con un titolo seguito da una lunghissima sfilza di parole “oscene”, ma che nel contesto assumono una valenza del tutto surreale e quasi magica.
Io ho sempre considerato l’eros una forma molto potente di arte, e se questi titoli non hanno certo intento artistico, formano delle raccolte che sono uno spaccato non solo di una certa società (giovane, internettara, muscolare, alla ricerca di visibilità, modaiola, che vive l’esperienze sessuali al ritmo veloce dell’ipod), ma sono attrattive di per sè, perlomeno per chi -come me- ha una perversione voyeuristica (il che fa parte della nostra società, basti pensare a “Grande Fratello”). Sono insomma un esatto opposto delle poesie di Garcia Lorca: titoli del tutto prosaici, mirati ad essere individuati tramite un tag, violenti nella loro esplicita concretezza.
Anche la violenza è forte mezzo per la produzione di arte. E in questi titoli si abbinano l’eros e la violenza, un binomio potentissimo.

Be’, questa che era nata come una riflessione a margine e che ritenevo di finire in pochi minuti, mi ha preso mezzo pomeriggio per le continue interruzioni.
In realtà oggi volevo parlare delle erbacce. Ne parlerò domani.

Arte=dolore. Sottotitolo: “Il linguaggio della notte”

Ursula K. Le Guin
Qualcuno su questi schermi ebbe a dire che la mia domanda sul perchè l’arte scaturisca spesso dal dolore era una menata o qualcosa del genere.
Voglio calorosamente ringraziare la signora Ursula K. Le Guin per avere risposto a questa (ed altre) di quelle che tanti chiamano “menate”, sperando che sveglino le loro menti dal torpore soporoso della quiescenza dell’accettazione acritica.

Più lontano si va dentro di sè, più vicino si arriva all’altro. […]Il dolore, la più solitaria delle esperienze, fa nascere la partecipazione, l’amore: il ponte tra l’io e l’altro, il mezzo della comunione [qualcuno direbbe della comunicazione, n.d.c.]. Lo stesso accade con l’arte. L’artista si spinge più profondamente dentro di sè, ed un viaggio doloroso, è l’artista che più ci tocca nell’intimo, che più ci parla in modo chiaro. […]Non troverò un archetipo vivente nella mia libreria o nell’apparecchio televisivo . Lo troverò soltanto in me stessa: in quel nucleo di individualità che si trova nella comune oscurità.

Ragazzo di città, ragazzo di campagna

Stamane mi è capitato di fare una riflessione sulla ponderale mancanza di conoscenza, soprattutto da parte dei trentenni, su tutto ciò che riguarda la vita naturale, sia di foglie, d’acqua , di roccia e in generale di tutto quello che cammina o striscia sulla terra, essi compresi.
I ragazzi che oggi hanno circa trent’anni, nati nei terribili anni ’80, sono la prima generazione cresciuta davvero in casa, con solo diletto che la televisione e i videogame. Sono gli autentici figli del piccolo schermo, non hanno l’idea del gioco per strada, delle “rughe”, ma solo delle volatili compagnie, vissute tra automobili e motorini, piazze e locali.
Ragazzi di città, come anche quelli nati dopo di loro, che fanno i pic nic virtuali con City Ville.

Poi leggevo qualche rigo di un libro sulle erbacce, riportava un passo di una lettera di un soldato inglese schierato sul fronte della Somme, durante la Seconda Guerra Mondiale. Il campo di battaglia ospitava una messe di papaveri, colorati di tristi presagi. Le erbe spontanee, tipiche della Gran Bretagna, venivano portate vicino alle trincee e il bordo veniva fatto con i calcinacci o residui metallici.

Sono passati sessanta e più anni, è vero, ma come si spiega il folle attaccamento della mia generazione all’anima della natura, rispetto alle giovani, giovanissime generazioni che non la conoscono più o la considerano un’entità astratta come in Avatar o un argomento da conoscere per essere trendy?

I ragazzi di campagna sanno ancora guardare negli occhi la natura, mentre i ragazzi di città non più. Sessant’anni fa eravamo un po’ tutti “ragazzi di campagna”.

Il tempo passa troppo in fretta per me. Eppure è troppo poco quello che la modernità ci porta. La nostra fase adolescenziale ci porterà alla maturità o all’annichilamento?

In effetti quella pianta rappresenta milioni di euro e innumerevoli posti di lavoro, e siamo al limite del comico quando penso che tu sia convinta di avere fatto una scelta fuori dalle proposte della moda, quindi tu hai in giardino una pianta che è stata selezionata per te dalle persone lì presenti, in mezzo a un mare d’erbacce

Il Diavolo veste Prada

E’ spirato

Brave New Garen Logo

Qualche giorno fa è spirato il forum di Brave New Garden, come era nelle previsioni di molti, e nell’ultimo periodo, anche nelle nostre.
Mi sembra un tributo dovuto a questo esperimento coraggioso, malvisto, disprezzato, a volte ridicolizzato.
Io non so che dire: forse l’Italia non è pronta per questo genere di forum, forse ho sbagliato io, forse non c’è stata abbastanza solidarietà, collaborativismo, empatia (sì, quella di certo è mancata), forse, come dice qualche stupido al cubo “il metagiardino non interessa a nessuno” volendo forse dire che non è in grado di capirlo.
Brave New Garden si è preso randellate già da appena nato, durante la sua vita ha visto molti più punti interrogativi che punti fermi, e per motivi che non riesco bene a chiarirmi se non -come ho detto- con una vistosa mancanza di empatia tra i membri- non è riuscito neanche a lambire gli scopi che si era prefisso.

Di una cosa sono sicura: non c’entra niente il dato orticolturale, come invece qualcuno mi ha spiegato. Si può parlare benissimo di metagiardino senza per forza doversi soffermare sulle cure alle piante: per quello esistono forum già ben avviati. Se questo fosse vero vorrebbe dire che la coscienza della natura sarebbe ancora in stato embrionale in Italia, dato smentito da molte pubblicazioni, prima fra tutte Ontologia e teleologia del giardino di Rosario Assunto.

Allora? Allora c’è stato l’errore umano.
Non so se qualcuno abbia voglia di dire qualcosa in epitaffio del forum, ma io voglio dire che il rischio fa parte della cultura e che rischiare e fallire non è un disonore.
Io rischierò ancora, ed ancora, ed ancora, fin quando potrò. Brave New Garden non ha avuto fortuna, ma ha avuto coraggio, cosa che non è da tutti.
Brave New garden, ti ho voluto bene.

Il passo del leone

L’arte richiede coraggio.

Un perfetto organismo


un perfetto organismo a video by Lidia Zitara on Flickr.

L’etica dell’informazione giardinicola

Esiste un’etica nell’informazione giardinicola? Secondo alcuni sì. Si tratterebbe di rinunciare ad ogni commento nella stesura delle informazioni orticolturali che riguardano le piante. Un po’ come accadeva prima degli anni ’30 negli Stati Uniti, quando si richiedeva ai giornalisti la precisione e l’asetticità delle informazioni: “Tanti piselli un tanto al sacchetto” era il motto dell’imparzialità giornalistica.
Ai commenti si darebbe spazio nelle riviste, non nelle enciclopedie. Ha una sua logica, bisogna dire, purché nelle riviste l’informazione non si riduca al puro commento, come spesso accade.
Il commento è nè più nè meno che l’esternazione della personalità dell’autore, del suo gusto, della sua esperienza (o mancanza di esperienza), dell’ambiente sociale e culturale dal quale proviene,del suo sesso, età, cultura, preferenze botaniche, principi estetici, etici e morali, persino del suo essere a conoscenza del target a cui punta.

Molti si lagnano che la Garzantina di Pizzetti non sia un’enciclopedia, ma una sorta di ibrido tra un pamphlet, un diario personale e un libro sui fiori.
Il valore delle Garzantine è sempre stato quello propedeutico ad altre letture più specializzate, pur mantenendo un’imparzialità informativa di base che le ha da sempre rese strumento importante di consultazione scientifica per studenti e studiosi.
In questo senso dovremmo ammettere che Pizzetti tradisce ben volentieri questo principio, non limitandosi -giornalisticamente parlando- allo straight reporting, ma allo interpretative reporting che -ad oggi- è il modello di tutti i più importanti giornalisti professionisti.

Quindi la Garzantina dei Fiori si pone in maniera anomala rispetto alle altre garzantine, e io credo che non potesse essere differentemente visto il personaggio che l’ha realizzata e il tipo di materia analizzata, così subdolamente al confine tra la scienza esatta e l’arte più volatile.
Che Pizzetti non riuscisse a dire “tanti piselli, un tanto al sacchetto” senza infilarci più o meno di straforo un suo commento, era un dato inevitabile. Pizzetti era un artista, oltre che un giardiniere, anzi, forse era più un artista-giornalista che un giardiniere. Un po’ come Vita Sackville-West, di cui si dice che fosse il suo giardiniere a tenerle in piedi il giardino e che i suoi gusti non fossero poi così raffinati. Ma gli articoli! Oh, gli articoli! Quelli sì che sono dei capolavori, forse ancor più del suo giardino stesso. E pensare che lei li disprezzava chiamandoli: “Quella robetta che mi pubblicano sull’Observer“.

E allora? Cosa dire agli amici che cercano informazioni “assolute” su piante e fiori? Io personalmente direi che esistono altre enciclopedie molto buone e del tutto imparziali a cui attingere, e poi c’è l’esperienza diretta. L’errore in cui si cade è “divinizzare” un opposto o l’altro. Il filosofare senza fare (di cui a qualche coglione sembra che io sia paladina solo perché mi mancano i soldi per comprarmi le piante) e il fare ottuso, privo di qualsiasi connotazione estetica o emotiva, di qualsiasi interpretazione, domanda o riflessione.

Pizzetti non è infallibile e a volte dà dei consigli su cui francamente si può sollevare più di un’obiezione. Molte sono le piante su cui si appunta il suo sdegno per come vengono usate, molte altre sono quelle sulla cui bellezza ironizza. Alcune sono quelle per cui prescrive situazioni estetiche particolari, ma in nessun caso mi è capitato di leggere un giudizio così severo come sui gladioli.
Il gladioli, secondo Pizzetti, sono appena accettabili in vaso, mai in giardino. È una affermazione non troppo ben spiegabile soprattutto perchè posta come un diktat.
Speriamo non molti ne tengano conto, immaginando che Pizzetti dovesse avere un suo motivo particolare per sconsigliare i gladioli in giardino.

I gladioli sono molto belli in giardino, invece, sia nella ormai indistruttibile brodura mista (apice della ottusità giardinicola italiana), sia in versione cottage che in variante “Lloydiana”-tropicaleggiante, dove il fogliame slanciato è apprezzato, sia in versione prairie, tra le graminacee, che ne smorzano l’effetto spadiforme che a molte signore chic non piace, tra fiori semplici che punteggino l’erba (anzi, a questo scopo Pizzetti consiglia di usare il G. byzantinus). Tra l’altro in mezzo all’erba alta, il gladiolo sarà sorretto e perderà quella brutta abitudine di piegarsi all’attaccatura del colletto, evitando il fastidio di sorreggerli con cannucce.
Ma molto meglio rendono in quei giardini dalla terra grossolana, al limitare tra campagna e città, lungo un muro esposto a sud, vicino ad altre bulbose come narcisi, anemoni, crochi, ecc. Un cutting garden all’italiana, insomma. Una macchia di gladioli in un vecchio giardino, tra un hibiscus e una vetusta magnolia, un po’ dietro il fogliame compatto degli asparagi, da raccoglierne qualcuno quando si passa col cappello di paglia in testa per proteggersi dal caldo. Un cespo fitto e non diviso di gladioli nella villetta di una vecchia stazioncina di provincia, dove fioriranno indisturbati da Trenitalia. Gladioli “mediterranei”, d’accordo, ma ogni pianta ha la sua vocazione in luoghi che hanno una vocazione. Se il luogo non ha vocazione, nessun fiore lo renderà bello.

Per finire come non citare il famoso Gladiolus psittacinus, accorsatissimo dai designer più estrosi, o il Gladiolus tristis, dalle sfumature crema-verdastre, amatissime per gli accostamenti più raffinati. O dei gladioli a fiori meno serrati e gola macchiata, come ‘Elvira’, ‘Ninph’, Prins Claus’ o il bellissimo G. papilio, dai curiosi fiori reclinati, anche questi macchiati di verde e porpora.

E per i gladioli in vaso? Io ritengo che il miglior modo di coltivarli sia piantarli in massa, cromaticamente omogenea o no, purchè il vaso ne sia completamente pieno e in estate trabocchi letteralmente.

A quel punto si potrà avvicinare a qualche altro vaso o lasciare isolato a seconda delle preferenze.

Ce l’ho, ce l’ho, mi manca, ce l’ho

Delle volte ho il sospetto che alcune persone giochino a fare il giardiniere come i bambini giocano con le figurine dei calciatori.