Super 8, blockbuster citazionista

bambini scienziati
Oggi come oggi chi può dire se una scena incredibile rimarrà negli annali della storia del cinema? Fu detto per l’atterraggio della sezione a disco su Veridiano 7 in Star Trek Generazioni, ma oggi, a parte i trekkies, chi si ricorda di quella scena?
Che ne sarà allora dell’incredibile bombardamento della scena del deragliamento del treno in Super 8 del vecchio J.J.?
Ai poster l’ardua sentenza.

Lascio a chi fa il critico cinematografico il compito di recensire questo film, ma ci sono due o tre cose che mi voglio appuntare e intanto avviso che le considerazioni che seguono contengono informazioni sulla trama. [SPOILER].

Sembra che l’arte o la para-arte moderna non sappia fare a meno di citare (anche il giardinaggio soggiace a queste regole). J.J. è un figlio del piccolo schermo, come me, e sembra che sia toccato alla nostra generazione il compito di citare. La citazione non è più un affare di stile, come in Gli intoccabili, ma una questione di sentimento, di romanticismo e ricordo. E dove spuntano questi tre elementi si può toccare la corda dell’arte, ma anche ruzzolare nel Kitsch.
Non so dire dove sia finito J.J. ma mi pare nel secondo.
Super 8 è un concentrato di citazioni, dai vecchi film horror e polizieschi di serie b, i famosi B movies, ai romanzi di Steven King, da E.T. , ai film di fantascienza del tipo Aliens o Godzilla. Ma il peggio deve venire perchè J.J. nel minestrone ha finito per citare anche se stesso e il suo Cloverfield. E quando uno inizia a citare se stesso è sintomo o di paranoia o di cattivo gusto.

La pulitissima fotografia di questo film racconta di paesaggi della provincia americana, in Ohio, che come nei libri di King che racconta il New England, sono attraversati da strade solitarie e polverose, ogni tanto sormontati da cisterne o piloni elettrici, che nel quadro dello schermo sembrano monumentali decorazioni piovute dallo spazio, nonostante il loro essere elementi della quotidianità, come la cisterna d’acqua (ancora un riferimento a King). Ostranerie. (applauso)

Le biciclette. D’accordo, il film è prodotto dalla Amblin, ma tutti ce lo ricordiamo che E.T. veniva portato a telefono caaaasa in bicicletta, non c’è bisogno di ripetercelo fino allo sfinimento.

Il protagonista. Ma chi è, il figlio di Elliot o la reincarnazione di Bastian della Storia Infinita?

Questi bravi bambini scienziati, che a quindici anni sanno girare i film in super 8, che sanno truccare, sgusciare tra il fuoco nemico come piccoli Navy Seal, montare petardi meglio di Rambo, che riescono a smascherare una congiura del Governo americano riesumando antichi documenti, destinati sicuramente a diventare poliziotti, scienziati, artificieri, grandi registi…che diavolo! Ce li avessimo avuti noi dei bambini così capaci nel ’58 forse ora non staremmo affogati nella verda. Ma quale bambino italiano del ’58 avrebbe saputo smontare una telecamera, anche solo capire cosa è la ghiera del fuoco? Al più i bambini di ceto superiore sapevano bene il latino e il greco, le orazioni, le poesie di Carducci a memoria. E le bambine non andavano in giro guidando o recitando, ma semmai cucivano il corredo. Eccoti una bella differenza tra la cultura classicista, umanista italiana, contro quella tecnologica e scientifica degli USA.

I bambini sono i protagonisti del film, come in Stand by me, ricordo di un’estate, come nella prima parte dell’Acchiappasogni, come in E.T., come in It e come in tantissimi film con bambini in storie non proprio da bollino verde. Questo qui ricorda proprio tanto il ciccione di I Goonies. Sembra che J.J. non abbia lasciato scorrere un’oncia di sabbia nella clessidra del tempo cinematografico, andando a collocarsi tra le pellicole degli anni ’80, ma con effetti speciali da anni 2000.

aargh!
Abbiamo tutte le caratterizzazioni, il timidone, il maniaco incendiario, il batalocco ‘mpistunato, il fifone e il grassone.
La ragazza è magra come un’anoressica e capelli biondi e total stretch, come prescrive la moda (di oggi). Truccata da zombi stava bene,vedrete che sarà un’ottima vampira nel sequel, prequel o quel che sarà di Twilight.

Kyle Chandler, per me sarai sempre Gary Hobson
E in ultimo cosa fa il vecchio J.J? Mi mette un icona dei telefilm da colazione come Kyle Chandler (che mica buttalo via…), che ha interpretato Ultime dal cielo, terribilmente invecchiato.

Volete la verità? Mi sento disastrosamente vecchia nel vedere un film come questo.

Paranormal inactivity

Ecco una scena di Paranormal Activity, pubblicizzato come “il film che ha terrorizzato l’America”.

...alle due di notte...

ORA: io non so che roba circoli in America e con cosa loro si spaventino, ma vi posso raccontare la mia esperienza: un istante dopo che ho pensato: “Ah, ecco, finalmente il film prende piede”, sono comparsi i titoli di coda, qualcuno ha spento il proiettore e le luci si sono accese.
Se vi siete spaventati a morte con La Famiglia Addams 2 potreste farci anche un pensierino.

Il ritorno di Sherlock Holmes

The Dubliners, The rocky Road to Dublin (qui eseguita da Luke Kelly)

In the merry month of June from me home I started,
Left the girls of Tuam so sad and broken hearted,
Saluted father dear, kissed me darling mother,
Drank a pint of beer, me grief and tears to smother,
Then off to reap the corn, leave where I was born,
Cut a stout black thorn to banish ghosts and goblins;
Bought a pair of brogues rattling o’er the bogs
And fright’ning all the dogs on the rocky road to Dublin.

One, two, three four, five,
Hunt the Hare and turn her down the rocky road
all the way to Dublin, Whack follol de rah !

In Mullingar that night I rested limbs so weary,
Started by daylight next morning blithe and early,
Took a drop of pure to keep me heartfrom sinking;
Thats a Paddy’s cure whenever he’s on drinking.
See the lassies smile, laughing all the while
At me curious style, ‘twould set your heart a bubblin’
Asked me was I hired, wages I required,
I was almost tired of the rocky road to Dublin.

One, two, three four, five,
Hunt the Hare and turn her down the rocky road
all the way to Dublin, Whack follol de rah !

In Dublin next arrived, I thought it be a pity
To be soon deprived a view of that fine city.
So then I took a stroll, all among the quality;
Me bundle it was stole, all in a neat locality.
Something crossed me mind, when I looked behind,
No bundle could I find upon me stick a wobblin’
Enquiring for the rogue, they said me Connaught brogue
Wasn’t much in vogue on the rocky road to Dublin.

One, two, three four, five,
Hunt the Hare and turn her down the rocky road
all the way to Dublin, Whack follol de rah !

From there I got away, me spirits never falling,
Landed on the quay, just as the ship was sailing.
The Captain at me roared, said that no room had he;
When I jumped aboard, a cabin found for Paddy.
Down among the pigs, played some hearty rigs,
Danced some hearty jigs, the water round me bubbling;
When off Holyhead wished meself was dead,
Or better for instead on the rocky road to Dublin.

One, two, three four, five,
Hunt the Hare and turn her down the rocky road
all the way to Dublin, Whack follol de rah !

Well the boys of Liverpool, when we safely landed,
Called meself a fool, I could no longer stand it.
Blood began to boil, temper I was losing;
Poor old Erin’s Isle they began abusing.
“Hurrah me soul” says I, me Shillelagh I let fly.
Some Galway boys were nigh and saw I was a hobble in,
With a load “hurray !” joined in the affray.
We quitely cleared the way for the rocky road to Dublin.

One, two, three four, five,
Hunt the Hare and turn her down
the rocky road and all the way to Dublin,
Whack follol de rah !

Sherlock Holmes, un Downey Jr. da urlo

Mucho macho machito
Ho qualche fissazione nella mia vita: creare un’estetica pura in cui entri il giardinaggio, Star Trek, i telefilm degli anni ’80, i doppiatori e Sherlock Holmes.
Come tutte le femmine lettrici di Holmes, mi sono perdutamente innamorata di lui. Di lui-lui, non dei romanzi e dei racconti, che considero tra l’altro una bellissima e godibilissima lettura anche per i non giallisti.
Capirete che quando arrivarono in televisione le avventure della BBC con Jeremy Brett, tutti gli sherlockiani si sono messi sull’attenti ed hanno detto: “Hic sunt leones”, la perfezione è stata raggiunta, non ce n’è più per nessuno.
Ad Hollywood non sono stupidi quanto sembrano. Sanno benissimo che a differenza del trekkie, che vuole tutto secondo i codicilli biblici di Michael Okuda, lo sherlockiano è sempre pronto ad una nuova avventura. Non per niente Holmes è il personaggio letterario più rappresentato al cinema. E dopo la miniserie della BBC era stato raggiunto l’apice della fedeltà al testo.
Per Hollywood era arrivato il momento di fare piazza pulita del vecchiume di Basil Rathborne e di Jeremy Brett; via, svecchiamo, ringiovaniamo. Buttiamoci dietro il cartone animato di Miyazaki e anche Il fratello più furbo, andiamo avanti, spettacolarizziamo, muscoli, sudore, testosterone.
Straziami, ma di baci saziami

E ci hanno regalato un Robert Downey Jr. in forma smagliante e un Jude Law strepitoso. Lo sguardo magnetico di Robert Downey Jr. è come un’elettrocalamita a 20 tesla, la fa da padrone in tutto il film, e il pubblico femminile (a cui il film è rivolto) sarà uscito dal cinema con gli occhi scintillanti. I miei perlomeno scintillavano, e prender sonno è stata dura.
Oltre a questo Sherlock che salta tra palazzi e strade come un tizio della pubblicità Vigorsol, finalmente c’è stata la vendetta di Watson, che da attempato medico prossimo alla pensione, si è trasformato in un soldato forte, giovane, atletico, affascinante, e soprattutto senza traccia di ferite (la fantomatica ferita di Watson, che non si sa bene dove sia, è stata poi individuata da apocrifi nella gamba, e un Watson zoppo è una presenza quasi costante nei film di Holmes).
Dottor Watson, I presume

Il film è quel che è: niente di trascendentale, ma i due personaggi principali, che funzionano come una sorta di Butch Cassidy e Sundance Kid dell’Inghilterra vittoriana, sono una coppia d’assi vincenti.

E infine, la zampata finale: l’apertura per un sequel. Datecelo, ormai che ci siete, datecelo, ma per favore, con una trama un po’ meno idiota e un cattivo che non faccia morire dal ridere.

Cult movie: The Princess Bride

Architetture e paesaggi in Labyrinth di Jim Henson. Matrici del gusto di un cult movie

Labyrinth (Dove tutto è possibile, recita il sottotitolo italiano) è un cult-movie per gli amanti del fantasy e per gli illustratori. Possiamo dire che tutto il resto delle persone non lo conosce affatto.
Ma come diceva Santayana, non importa a quanta gente piaccia una cosa, ma quanto piace a coloro a cui piace. Il che è una grande stronzata. Scusi senor Santayana.

Labirynth comunque non è un filmucolo passato alla storia con dubbi meriti, per puro ghiribizzo del caso. E’ invece un film ricchissimo di suggestioni, con una forte caratterizzazione estetica, in cui citazioni, fonti e rimandi sono vari e diversificati e nascono evidentemente da un gusto colto e raffinato, arguto, sottile. La matrice del gusto è molto strutturata e complessa.
Per questo è un cult-movie presso noi illustratori, anche per quelli che non hanno inclinazione al fantasy.
Farne una critica compiuta non è affatto semplice, ho raccolto in questo articolo i fotogrammi che ritenevo di maggior interesse, ma il lettore mi scuserà se ho tralasciato qualcosa.

scena iniziale labirynth
La scena iniziale, che a tradimento ha fatto immaginare a tutti di trovarsi in un mondo fatato del tipo Legend o The Princess Bride, è solo un inganno. Sarah “gioca alle fate”. La scelta del paesaggio è sottilissima. Un paesaggio più selvatico non sarebbe poi potuto passare per un parco cittadino, uno più caratterizzato architettonicamente non sarebbe passato per un mondo fantasy.
Occorre molto occhio per fare scherzetti del genere.
La scena è molto simile a quella iniziale di Alice, ma meno decorata, più “classica” (o meglio “neoclassica”…). Un prato verde e leggere pendenze, un ponte di pietra, un lago, un cigno: elementi classici delle fiabe, senza tempo. Eidos. O se vogliamo clichè.

Suonano le 7
campanile labirynth
e veniamo a scoprire che ci troviamo “quando” nel 1986, e da subito, anche “dove”, perchè la torre dell’orologio, costruzione tipica di ogni città americana, ha le fattezze caratteristiche di quelli del New England, come d’altra parte anche il paesino in cui Sarah corre. Le architetture sono neo-vittoriane e neo-georgiane. In veste più antica ed austera le abbiamo viste mille volte nei quadri di Edward Hopper e nei film di Hitchcock, come Gli uccelli o Psyco.
paese labirynth

pesino labirynth

paese labirynth

Gli interni della casa di Sarah sono molto eleganti, ben al di sopra di una normale “famiglia americana”, seppur benestante. C’è gusto, anche se la decorazione non manca, non è mai soverchia o pacchiana. L’elemento più distinguibile è l’arco d’entrata, di tipo ellittico, molto usato durante il periodo Liberty. L’arredo lascia vedere con chiarezza elementi elaborati nei muri (una mensoliera incassata con volta a platte-bande, delle sedie in stile Shakers tinte di scuro.
interno casa di sarah

La carta da parati è di colore non comune (un verde salvia piuttosto spento) con disegni tipici dell’Arts & Crafts di William Morris e John Ruskin.
carta da parati casa di sarah

L’arco ribassato, stile Liberty, di grande profondità dovuta allo spessore dei muri, è tipico delle case del New England che imitavano lo stile europeo fin de siécle. Anche qui notate i parati in stile Liberty.
arco ribassato

La cameretta di Sarah invece indulge al country, la coperta patchwork ne è l’esempio migliore.
sarah's room
Lo scaffale e le pareti affollate sembrano quelle dei racconti illustrati di Boscodirovo, di Jill Barklem, che ama disegnare scaffali stipati di cianfrusaglie e oggetti di ogni genere.
Alla parete si vede già un poster di Escher, dentro cui Sarah finirà alla fine del film. Un prodromo.

Cambiando scena arriviamo all’esterno del Labirinto.
esterno del labirinto
Il paesaggio è quasi cimiteriale, con tozze steli che rimandano agli storicismi ottocenteschi (per capirci, tra gli altri, la mania di avere i “reperti” egizi in giardino)

Hoggle

L’architettura è di un gotico muscolare, pesante, non manierato. Non rozzo, ma semplice, razionale, quasi rivisitato da un le Corbusier nel suo più felice periodo brutalista.
In alcuni punti il brutalismo è più evidente:
mano che indica
In altri punti invece la visione d’insieme potrebbe essere un bozzetto per il disegno del castello della Bella e la Bestia.
esterno del labirinto
I fiori sono radi, tutti bianchi, al massimo con una accennata sfumatura rosata. Questo per contrastare con il colore di fondo del muro e per essere il più visibili possibile. Sono radi, mai in gruppi, per non essere sdolcinati e romantici, e per avere un aspetto “medievale”. Insomma, un paesaggio che sembra uscito dalle tele di un Johmn Everett Millais che volesse dipingere il giardino di Ginevra.

All’interno textures indefinite e ancora muscolarismo, con il muro che si rastrema, per dare un’idea di maggiore solidità.
labirinto
Nei muri del labirinto i conci sono visibili, un accenno neomaya?
labirynth

labirinto

Cambio di scena: cambia anche il materiale con cui è composto il labirinto, stavolta si tratta di siepi.
labirynth
Rimangono le steli di tipo egizio, ma qui sono più che altro un escamotage ottico per “ancorare” l’occhio alla base.

labirynth
Scena molto complessa da analizzare. Il labirinto è di tipo “tradizionale”, cioè cinquecentesco-seicentesco, di chiara ispirazione francese e “versaillesiana”, ma se fate attenzione le alte sentinelle di pietra sembrano il Soldatino di stagno (1838) o lo Schiaccianoci (1816). Siamo già nel periodo del revival degli stili storici e nell’Eclettismo Ottocentesco. In Inghilterra una scena così composita potrebbe (forse) ricordare The Lilac Fairy Book di Andrew Lang, ma qui in Italia ricorderebbe certamente I quindici e qualche divagazione Luzzatiana su Italo Calvino.
Ma a ben guardare l’altra figura femminile a sinistra dimostra chiaramente delle influenze contemporanee, certamente di Moore e Modigliani. Eppure non stona affatto, anche in virtù del fatto che il materiale e il colore è identico alle statue dei soldati con colbacco.

Qualche maschera
maschere labirynth

maschere labyrinth

maschere labirynth
che più che far pensare ai costumi veneziani rimanda alla barocca fantasia di William Shakespeare e alle caricature di Leonardo. Brian Froud, santone internazionale dell’illustrazione, guru delle fate e degli gnomi, ha qui certamente messo una delle parti più belle della sua magica matita, e le grottesche deformazioni dei nasi e dei visi diventano quasi zoomorfismo, andando a toccare i momenti più delicati e al contempo terrorizzanti di Arthur Rackham e dei Racconti di Mamma Oca. Come vedete anche qui la matrice del gusto è Arts & Crafts, Liberty, a cavallo tra la fine dell’Ottocento e il primo Novecento.
maschera david Bowie

Sarah ha un vestito da principessa delle fiabe come ce lo siamo sempre immaginato tutte da piccole, cioè con le maniche a sbuffo dell’Ottocento e la crinolina. Mentre all’inizio del film aveva un vestito di tipo medievale, più “Marion Zimmer Bradley”. Una diversa visione della fiaba di fate si è alternata nel film.
sarah labirynth
Il decoro nei capelli è vettoriale, alla Victor Horta. Ancora Liberty.
sarah labyrinth ball

La città di Goblin non è come ce l’aspetteremmo, immersa in una foresta, con case sugli alberi come in Tolkien o in Dragonlance (mi scusi Professore per quest’accostamento profano), ma è un borgo medievale, di tipo centro-europeo, di campagna. Insomma, per farla breve, un paese come quello dei Quattro musicanti di Brema. Ci sono finanche galline.
città di Goblin
Le figure scolpite sul pozzo (cuore di ogni paese medievale) sono di carattere gotico, francofono.
città di goblin
Nella sua interezza la Città di Goblin sembra un diorama di un presepe. C’è un sacco di Hans Christian Andersen e di Fratelli Grimm, qui dentro.
città di Goblin, piazza

La parte finale è quella più semplice da spiegare ed è anche quella che più facilmente viene compresa anche da chi ha poche conoscenze d’arte, essendo le stampe surreali di Escher molto diffuse anche negli studi medici e nelle salette d’attesa dei politicanti.
labyrinth escher

La conclusione di questo articolo mostruosamente lungo è che Labyrinth è guidato da un’estetica Liberty e romantica, filtrata attraverso il personalissimo segno del genio pittorico di Brian Froud, che con questo film realizza un vero e proprio piccolo capolavoro, in cui ogni scena si risolve in una raffinata illustrazione tridimensionale.

Film e letteratura, bel sito. Lo segnalo

Per pura combinazione mi sono imbattuta in questo sito interessante. Si tratta di una sorta di rivista. Ci sono molti articoli sull’abitare e sulla casa, ché la casa è come un giardino, anche se nessuno ci fa mai caso.
Il sito è di difficile navigabilità, scomposto e con link difficili da trovare perchè sotto i diversi numeri di edizione (insomma, non ‘è un indice generale) . Usate spesso il tasto “indietro”.
Il numero in “edicola” è il 4 e ha delle monografie interamente dedicate al paesaggio. Sono un po’ lunghe, stampatevele e leggetele con calma, mi pare che ne valga la pena.

Intanto questo è il link sull’ Ottocento Inglese

Qui c’è un articolo sul Pittoresco
e questa è la Home page
Io lo metto tra i contatti, intanto.

Star Trek XI, il futuro ha inzio, ma non conformemente alle regole

SPOILER: il testo che segue contiene rivelazioni (uha, parola grossa) sulla trama (altra parola grossa) del film Star Trek, il futuro ha inizio
star trek xi locandina

Una delle mie mansioni al giornale è l’aggiornamento della programmazione cinematografica (questo ve la dice lunga su quanto sia tenuta in conto la mia prestazione lavorativa).
Appena saputo che c’era Star Trek al cinema, mi sono fiondata. Eravamo in tre in sala.

Bel film, grande nostalgia, qualche lacrima al decollo dell’Enterprise, ma in complesso niente da farti strappare i capelli dalla felicità.
Nessun momento veramente emozionante, battaglie così ridicole che neanche nel peggior episodio di TNG, suspence zero, zero strategia, zero frasi memorabili. Zero mito.
Un film bello, ma non da imparare a memoria. La solita operazione commerciale, solo che stavolta, invece di andarsi ad infilare nella Marvel, sono venuti in casa nostra a resuscitare i nostri amici, i nostri fratelli, coloro sulle cui bare abbiamo pianto, le cui ceneri sono conservate nei nostri cuori, coloro sotto i quali abbiamo prestato così a lungo un servizio fedele.

Non mi arrabbio -come fanno i Trekkies più accaniti- per il fatto che le navi di classe Constitution non potrebbero in nessun caso essere al suolo, che Chechov è ricciolino, che Spock decide di essere umano invece di vulcan, che J.J. Abrams abbia voluto cambiarci le carte in tavola sotto gli occhi, che abbia voluto sconvolgere il passato, dare inizio ad un nuovo futuro.

Mi spiace solo che non sia stato fatto bene abbastanza.

Occhei, non vuoi conformarti alle rigide regole del Trekkismo? Benone, fai pure, ma devi darmi qualcosa in cambio: un’altra fede, altri amici, altri fratelli con cui soffrire ed amare. Non pupazzi che giocano a fare i supereroi.

Insieme ci siamo divertiti per una serata, J.J., tu ti sei messo in tasca un sacco di soldi ed io un calcio nel didietro. Con questo nuovo giocattolo potrai farne tante altre di versioni, più colorate, più tristi, più romantiche, così ti potrai permettere un’altra villa a Miami e quel loft a Manhattan che piaceva così tanto a tua moglie. Forse comprerai più azioni della Paramount. Vuoi qualcos’altro? i miei denti d’oro?

Ci siamo divertiti, ma una serata soltanto, J.J.
Non hai fatto i conti con lo zoccolo duro, o forse hai pensato che lo zoccolo non è più duro come una volta, che la linea non c’è più, che potevi giocartela con un bluff senza venir scoperto?

Avevi solo doppia coppia, e l’abbiamo visto tutti.

Il ballo “Sadie Hawkings”

Ieri ho visto Twilight. Peccato che avevo già dormito durante la cosa sugli egizi di Voyager, altrimenti mi sarei fatta un bel pisolino. Ricordatemi di dire a Natalina, che me lo ha consigliato, di restituirmi i due euro del noleggio.

Anche in questo film, con il miliardi di altri film americani, c’è il ballo di fine d’anno. Ci sono interi film incentrati sul ballo di fine d’anno, come ad esempio Giù le mani da mia figlia. C’è Mai stata baciata, con Drew Barrymore, e beh, c’è Carrie, lo sguardo di Satana, in cui il ballo di fine anno diventa una carneficina.
Il ballo di fine d’anno è un retaggio della presentazione in società della cultura anglofona sette-ottocentesca. Oggi è diventato un passaggio dall’adolescenza alla gioventù per ogni ragazzo americano.
Dio, grazie per non avermi fatto nascere in America!

Nella puntata “Il gioco” di Star Trek TNG, l’androide Data dice al giovane cadetto Wesley Crusher che la peggiore esperienza della sua vita è stata il ballo “Sadie Hawkings”, in cui sono le ragazze a scegliere i ragazzi.
Sicuramente, se fossi stata americana, per me il ballo di fine d’anno avrebbe rappresentato un vasto trauma che avrebbe percorso tutta la mia esistenza con esiti ferali.

ballo sadie hawkings

immagine ingrandita

Fiori e paesaggi in “Alice nel Paese delle Meraviglie” di Walt Disney

Per una galleria ancora più completa, cliccare qui

La mia formazione televisiva è di impronta marcatamente giapponese, i vari Hanna & Barbera o i cartoni della Warner Bros mi hanno sempre lasciato tiepida e indifferente.
Tuttavia la Walt Disney, quando il patròn campava, ha scritto pagine della storia del cinema di animazione che non possono essere dimenticate.
Ora la qualità è crollata vertiginosamente e solo la collaborazione con la Pixar -recentemente interrotta- è riuscita a tirare la Disney fuori dall’empasse in cui si era cacciata, senza peraltro neanche avvicinarsi alla bellezza delle vecchie produzioni.

Alice nel Paese delle Meraviglie è uno dei miei cartoni Disney preferiti, sia per la qualità del disegno che per l’esuberanza della narrazione.
Chi ha letto i romanzi di Carroll, Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie e Attraverso lo Specchio e quel che Alice vi trovò, sa quale magica fusione narrativa tra i due il cartone animato sia riuscito ad ottenere, e quanto differente esso sia dai romanzi, che non imita pappagallescamente, ma INTERPRETA.
Alice nel Paese delle Meraviglie è tra le poche trasposizioni cinematografiche che possano dirsi pari al romanzo da cui sono state tratte.

In Alice il paesaggio è molto composito e di ispirazione variabile.
Ad esempio la scena iniziale, sulla quale si potrebbe anche scrivere un trattatello, mostra un esempio di giardino paesaggistico all’inglese:
Paesaggio alice nel paese delle meraviglie disney
Ad un esame meno superficiale il paesaggio appare quasi finto, artefatto, con nulla della selvatichezza dei paesaggi di Blenheim o Stowe, ma con in compenso un carico di romanticismo decorativo e manierato tipico di un certo gusto di una borghesia ricca ma poco raffinata.
Un paesaggio che nasce dal gusto eclettico della fine dell’Ottocento, che rispecchia il decorativismo esagerato dell’epoca in cui furono scritti i romanzi (contro il quale essi si schierano), e in cui nascono anche i grandi parchi dei divertimenti nella capitali europee, come Chelsea a Londra.
Parchi dei divertimenti di che hanno la diretta paternità di Disneyland, che a questi fotogrammi si ispira.

casa del cappellaio matto
Qui siamo alla casa del Bianconiglio, un cottage rurale inglese, un’icona dell’Inghilterra rurale, che qui viene resa senza mezzi termini, con uno stile assolutamente da cartolina.

nel bel meriggio d'oro, alice
Questo è il punto che ogni appassionato di fiori segue con più attenzione. A parte alcuni svarioni (un lillà chiamato girasole, i narcisi asfodeli), è un momento importante per capire quale fosse il gusto che guidava i disegnatori Disney.
Nessun fiore, in Alice, è disegnato con le modalità stilistiche vittoriane, nessuno. La linea stilistica è propria degli anni ’50 (il film è del ’51) e dei cataloghi illustrati di vendita per corrispondenza quel periodo.
zinnie

piselli odorosi
Non mancano, come nel libro, rimandi e citazioni, in questo caso ai copricapi dei primi colonizzatori, dei Padri Pellegrini (o meglio, Madri Pellegrine). Il pisello odoroso si presta per la sua forma a questa “trasformazione”, ma l’interpretazione della vocazione storica di questa pianta è perfetta, anche se non lontana da alcuni cliché (la timidezza, l’essere una pianta “della nonna”).

La signora Iris
iris
è poi una perfetta rappresentazione di una dama vittoriana, al contrario della sorella maggiore di Alice, vestita sì da dama vittoriana, ma con delle fattezze da pin-up della pubblicità della coca cola.
sorella di alice

Andiamo poi dal Brucaliffo
brucaliffo paesaggio
Qui la decorazione del fogliame è una rivisitazione in chiave post-modernista dello stile Arts and Crafts, lo stesso paesaggio molto lussureggiante è un rimando al Naif e a suggestioni rousseauiane.
Come anche lo strano crocevia dove Alice incontra lo Stregatto Astratto.
crocevia alice

Proseguendo incontriamo un paesaggio romantico alla Wagner
Bosco di Tulgey
e citazione escheriane
labirinto

I paesaggi e i fiori in Alice si ispirano dunque a diversi stili, che diventano unitari e coesi attraverso il filtro del gusto degli anni ’50, che rende omogenee le diverse suggestioni stilistiche.
E’ un film che, forse inconsapevolmente, fa in parte rivivere -per chi vuol coglierli- quei pericolosi attacchi alla morale borghese che lanciò Carroll alla fine dell’Ottocento. Un film in cui il paesaggio più surreale e da fumetto
ostrichette curiose
è felicemente unito alla visione più celebrativa del paesaggio agreste e bucolico della campagna inglese senza incoerenza e impurità formale.
Un film che rimanda e cita, confonde e stuzzica, esattamente come il libro, ma che a differenza di questo non vuole essere una polemica al gusto e ai costumi del proprio periodo, ma che anzi, li esalta e ne trae “maniera”.