I have come to the conclusion, after many years of sometimes sad experience, that you cannot come to any conclusion at all.
Vita Sackville -West, In Your Garden Again (1953)
Categoria: Libri, riviste, pubblicazioni
Il giardino svelato, Blu Edizioni

È uscito da poco “Il giardino svelato”, edito da Blu Edizioni (che in molti avranno presente per la collana “Herriot” sugli animali e per il bellissimo libro di Renato Ronco “Il giardino delle regole infrante”).
Per me è più di un libro, è una soddisfazione personale carica di “sommovimenti” delle emozioni.
Il libro nasce infatti nel vasto grembo della comunità del forum di Compagnia del Giardinaggio: i giardinieri che lo hanno scritto si sono conosciuti lì e lì hanno arricchito le loro competenze giardinicole. Alcune di queste storie per noi forumisti sono note, e abbiamo partecipato alla nascita e alla crescita di molti dei giardini raccontati nel libro. Vederli infine pubblicati è come segnare un passaggio, posare una pietra all’interno del loro percorso evolutivo che sarà certamente ancora lungo.
Non riesco ad essere imparziale perché per me CdG è come una madre che genera molti figli, ognuno con le proprie inclinazioni, e la pubblicazione che raccoglie alcune storie di questi figli è per me un motivo di fortissimo orgoglio.
Maschilismo in “La Luna è una severa maestra” di Robert Heinlein 1966 (SPOILER)
Da circa marzo del 2014 soffro di un doloroso e ricorrente blocco del lettore, divenuto insopportabile lo scorso natale. Revenant, l’ormai noto romanzo di Plunke, da cui Di Caprio ha tratto un film che si preannuncia da Oscar, mi ci aveva tirata fuori per metà.
Il libro di Plunke è gradevole, breve e scritto in modo sciolto. E poi io amo la Frontiera.
Mi ci ha tirato fuori con tutti e due i piedi un saggio Rubbettino: Umanesimo e rivolta in Blade Runner, in seguito al quale ho “divorato” (in pratica letto in due settimane, due) Ma gli androidi sognano pecore elettriche?, che da ragazza avevo lasciato a cinquanta pagine dalla fine.
Devo confessare che Dick, più lo leggo, meno mi piace.
Comunque stiano le cose, mi sentivo pronta a macinare pagine di fantascienza come un compressore.
Mi è stato segnalato La Luna è una severa maestra.
Mi raccomando, se lo vedete su qualche bancherella dell’usato, allontanatevi immediatamente, potrebbe causare letargia improvvisa, svenimenti, perdita della memoria, miastenia grave e ipoacusia.
Le prime quaranta pagine sono state le più emozionanti da anni a questa parte, dopodiché la voglia di stracciare quel libro, calpestarlo, frullarlo, ridurlo in finissimi coriandoli e poi gettarli per aria, è stata forte, ma alla fine, baldamente vinta, e la missione “libro” è stata conclusa vittoriosamente.
Non mi dilungo sulla trama, dirò solo che ci sono diversi personaggi femminili di contorno, tutti concentrati nel nucleo familiare di Manuel, il protagonista. L’unico personaggio femminile co-protagonista è Wyoming Knott, un personaggio inutile e piuttosto antipatico, mal descritto e di spessore caratteriale prossimo allo zero termico. Non mi stupisco se nel precedente libro di Heinlein, Universo, le donne non avevano nome e venivano chiamate “femmine”.
Fino ad un certo punto non ci ho fatto caso più di tanto, ma le infelici battute e allusioni su questo disgraziato personaggio di Whyoming, detta Whyo, come fosse un richiamo per cavalli, hanno ulteriormente reso irritante la lettura. Ho iniziato così a sottolinearli tutti.
È proprio quando la letteratura utilizza gli schemi del “genere” a cui si rifà, che da il peggio di sé, divenendo appunto un “genere letterario” e non raggiungendo il livello, ben più alto di “letteratura”.
Eppure Heinlein è un bravo autore, molto abile, originale.
Le pagine del libro sono fotografate, non sono ritoccate o ritagliate (solo ridimensionate), e l’edizione è “I classici Urania”, Mondadori 1994, mentre il libro è stato stampato in USA nel 1966.
Ovviamente ci sono SPOILER.
Un clichè sulle donne: che non chiedano scusa mai. Facciamo finta di niente
Il personaggio femminile stuzzica i maschi, “vende” la scena.
Le donne sono impulsive, irrazionali, inoltre possono essere appellate con il termine “cara” solo perché fa piacere ai maschi, di qualsiasi età siano
E qui si scopre che Whyoming si comporta come una di quelle che vanno a dar fastidio ai maschi, ad importunarli, anche se sono anzianotti, insommma, è una femmina, perciò, ci sta, anche se dice di no.
Ma è chiaro: le donne per convincere gli uomini ci vanno a letto, è una legge di natura. Una donna che fa questo per la patria è una eroa (o eroina?)
Mary Lions: segnatevelo. È il nome della donna che ha scatenato la guerra, perché tutte le guerre sono causate da donne, non lo sapevate?
Che romantico! Le donne sono creature (grazie della condiscenza, addirittura entriamo a far parte del consorzio umano, uao!)fragili e resistenti, dolcemente complicate. Quasi quasi quanto gli uomini. Ma quasi, eh!
Giustamente! Mica pretenderete che una donna capisca la fisica!
Chi? Marie Curie? E chi è?
Le donne non hanno intelligenza e parlano a vavera, ma lo fanno con eleganza, seppur con un certo grado di burocratismo. Se una donna dice stronzate, non è che dice stronzate, è semplicemente fuori di senno, perché le donne hanno questa brutta brutta tendenza a impazzire, andare in depressione, diventare isteriche…
manuel, non lascerà mai che la sua donna sia spedita come un proiettile dentro una scatola di acciaio! NO!
Solo le donne bionde naturali sono belle. È un dato di fatto.
Be’, che vogliamo dire: stereotipo da romanziere scadente per “vendere” la scena, farla diventare pruriginosa.
Invece di strillare (da femmina beneducata), la donna ha scodinzolato, perché alle donne, si sa, piace che gli uomini gli tocchino il sedere, e si comportano da troie quali sono.
Nella pagina successiva Heinlein descrive anche gli Avaazers, e poi non diciamo che la fantascienza non vede in là nel tempo.
Eh, si sa, le donne diventiamo terribilmente nervose e insicure quando non c’è un uomo forte che ci protegge!
L’ISIS! Arriva l’ISIS a rapire le nostre donne! perché le donne sono proprietà dei maschi, non lo sapevate? Eh! E mo’ lo sapete.
Le donne devono essere giovani, sempre, anche da vecchie.
Come da domanda: “E perché”? Perché la famiglia è sacra e sono le donne a tenerla unita?
Sento che tra un po’ compare Casini o Alfano.
gente fredda, i Lunari. Ma se c’è qualcosa per cui si scaldano… è il calcio…. ehm, no, che dico!?
Whyho è tornata bionda. Un’intera pagina dedicata a questo dettaglio. Heinlein era un tipo preciso.
Già già: gli uomini si comportano meglio perché le donne siamo miti, dolci, delicate, e li facciamo diventare più buoni con la nostra bontà. Dell’insulina, presto!
Uè, ma ché, le donne si vorran mica metter a fare le soldatesse? ahahahahahahahahahah!!!
EEEEEEHHHH!!! ma il “vero” capitano, quello a tutti gli effetti e con gli attributi, è un maschio, care mie!
(“Sei una merda” si legge a sufficienza?)
Birra, donne, gioco, lavoro… cazzo, mancano il calcio e Sky TV
Poverette noi donne, sapete, siamo così deboli! in situazioni di stress sveniamo, persiamo i sensi, ci devono ricoverare. ma tanto, tanto, ci sono i nostri uomini a proteggerci. E in ogni caso, che altro potremmo fare se non le crocerossine?
Il seno acerbo, certo, certo, questa l’ha presa da qualche bacio perugina. Il coltello da cucina. Ludmilla era di certo incapace di procurarsi un coltello da difesa, e ha preso la prima cosa che le veniva davanti, il pelapatate.
Le donne sono sempre al fianco dei loro uomini. Piangono sempre, però.
Le bocche delle donne sono sempre deliziose. Se le donne non hanno bocchedeliziose non possono fare pompini deliziosi, quindi non servono a un cazzo e si possono anche violentare, eventualmente ammazzare.
Perchè il compito delle donne è portare da mangiare all’uomo, no?
L’intelligenza di Lenore! Tutta nel saper tenere la bocca chiusa!
Portami il caffè, il rasoio, il dopobarba, piegami la camicia nella ventiquattrore, muoviti, corri, sono in ritardo!
Ma quanto piangono queste donne!
Le famose arti femminili, che sono tutte nell’aprire le cosce…
Alberi sporchevoli (tea time su Blossom Zine autunno 2015)
Fahrenheit Radio3 l’ha cannata sul giardinaggio (come al solito)
Seguo Fahrenheit solo occasionalmente e sempre un po’ a smozzichi, tra una commissione in farmacia e una corsa in redazione. Non ne sono entuasiasta, ma quando lo trovo, lo ascolto volentieri. A volte è molto interessante, altre si adagia su una cultura superficiale e un tantinello commerciale.
Oggi veniva presentato un libro: La ladra di piante di Daniela Amenta, un’occasione per parlare di giardini e giardinaggio, che tirano sempre da aprile a settembre, per cadere nel profondo oblio mediatico in autunno e in inverno (quando il vero giardiniere lavora davvero).
Mi cade l’orecchio su una frase: “Le piante sono inanimate”.
Credo di essere sobbalzata sul sedile dell’auto e di aver per errore azionato i tergicristalli.
Se per “inanimato” vogliamo intendere “privo di autocoscienza, di intelletto, di ragione, di autodeterminazione e di organizzazione sociale”, in breve “esseri non senzienti”, posso anche essere d’accordo. Ma le piante sono ben lontane dall’esssere inanimate se con il termine “anima” si intende l’antico concetto greco, cioè “anemos”, spirito vitale, vento, movimento.
L’anemometro è lo strumento che usiamo per misurare la velocità del vento, e i “cartoni animati” sono tali perché si muovono. Gli animali vengono detti tali poiché ritenuti istintivi, in grado solo di muovere il corpo, spostarsi, quasi senza volontà.
Ovviamente anche un ragazzino appassionato di biologia sa che le piante si muovono, attraverso viticci, rami, semi e propaggini, proprio come se camminassero con i loro stessi piedi, non diversamente da quanto sono in grado di fare gli Ent di Tolkien.

Pueraria lobata o Kudzu, tanto per fare un esempio.
Le piante possiedono una quantità incredibile di modi per reagire e interpretare i segnali esterni, sono in grado di esercitare una sorta di comunicazione tra loro, attraverso segnali biochimici. Non sono senzienti, ma sono esseri viventi. La parola “inanimato” non calza affatto e non voglio neanche provare a capire come possa venire in testa quando si parla di piante, di Natura.
Il fatto è che le piante si muovono più lentamente degli Esseri Umani, e qui “il deficit di attenzione del mondo moderno” colpisce ancora, facendo pronunciare a Lipperini questa frase rivelatrice di una superficialità esplosiva.
Andiamo avanti. A ridosso delle piante inanimate mi tocca sentire la SOLITASOLFA della botanica.
Il giardinaggio e la botanica sono due cose completamente differenti: basta il dizionario, vi assicuro.
Il giardinaggio è la pratica della coltivazione delle piante e di disporle secondo uno schema gradevole.
La botanica è una scienza finalizzata alla classificazione delle piante in famiglie, generi, specie, ecc.
Personalmente non mi è mai arrivata notizia che Linneo fosse un abile giardiniere, per contro John Bartram, che aveva scarse o nulle conoscenze di botanica, era un coltivatore formidabile.
Solo chi non conosce le immense sfide del giardinaggio, e quelle ancora più complesse della creazione di un giardino, può immaginare di nobilitarlo chiamandolo “botanica”, poiché il giardinaggio contiene la botanica, ma non viceversa.
Non posso addentrarmi nella distinzione tra giardinaggio e kepopoiesi per non stancare il lettore.
Proseguiamo oltre: se la botanica si insegna alle università, il giardinaggio non c’è scuola che lo insegni.
Gli istituti di agronomia e le Facoltà universitarie sfornano tecnici che considerano i vegetali come una merce: pomodori in scatola e fiori recisi. I pochi corsi di tecniche a scopo ornamentale sono del tutto insufficienti, al di sotto di qualsiasi manuale corrente. Ne consegue che i dottori in Agronomia sono in genere ignoranti su ogni cosa che riguarda il giardino ornamentale, ma avendo appeso al muro un titolo universitario, si comportano con arroganza e disprezzo. I pochi agronomi dotati di capacità creativa ed estetica, l’avevano anche prima di mettere piede nelle aule universitarie.
I corsi di paesaggismo e architettura del paesaggio sono praticamente ridicoli e comunque vincolati alle Facoltà di Architettura e Ingegneria.
In Italia un bravo giardiniere s’è fatto sempre e comunque da sé, attraverso lo studio continuo e la pratica indefessa e MAI attraverso un solo ed esclusivo percorso scolastico. MAI.
Concludendo: questa gran confusione tra giardinaggio, creazione di un giardino, botanica e agronomia è tipica dell’Italia ignorante in ogni cosa che riguardi la natura e la biologia.
Se uno confondesse il greco col latino, cosa pensereste?
Io penserei che s’è giocato ogni credibilità.
Sarà questo blocco del lettore…
Il mio amico gelso
Giacenze a prezzi ridotti
Il blocco del lettore
È un po’ come quando sei depresso: non lo capisci subito, ti ci vuole un po’ di tempo per renderti conto di star male.
Qualche settimana fa, dopo mesi di malattia, ho capito di essere affetta dal “blocco del lettore”.
Mi sono subito sentita meglio dopo averlo capito: come quando hai quel dolore al ginocchio che non passa mai, e dopo una bella risonanza, ti dicono cos’è.
Ero anche così entusiasta di esserci arrivata per conto mio, che credevo di essere la sola ad essere affetta da questa patologia. Ma quando ho cercato in rete “blocco del lettore”, aspettandomi di trovare in ventesima pagina un blogghino piccolo come il mio che ne parlasse, BAM, mi arrivano decine di risultati, non solo dai blog di lettura, ma anche dalle versioni online di giornali importanti, tipo Repubblica o Cosmopolitan.
E io che credevo d’aver coniato il termine!
Ovviamente non m’è bastato il sapere di cosa sono ammalata per guarire all’istante. I “Cinque consigli falici per sapere cos’è e uscirne in fretta” mi hanno fatto ridere, anzi, no, piangere.
Tutti a dar consigli su come uscire dal blocco del lettore, e per carità, se non leggi almeno otto libri al mese, uno dei quali deve essere -a scelta- Moby Dick, Guerra e Pace, Il Signore degli Anelli, I fratelli Karamazov, La ricerca del tempo perduto e La Bibbia in verisione CEI, stai solo fingendo di essere un lettore forte, in realtà sei un lettore mediocre che ogni tanto tra un libro serio e un saggio, infila un romanzetto d’amore o una guida di cucina. Pussa via, vade retro!
Ho iniziato ad ammalarmi a marzo scorso, leggendo Tito di Gormeghast, un libro bellissimo, la cui traduzione restituisce dignità, rispetto e ammirazione per gli avverbi.
Un libro che però ha il suo primo “punto di svolta” attorno a pagina 350 e che vede due seguiti oltre al primo volume.
Non ho avuto il coraggio. Lo dico, lo dichiaro: non ho avuto il coraggio di comprarli.
Subito dopo mi è arrivata un’altra mazzata: Cartongesso, di Maino, che tra l’altro ha vinto il Premio Calvino 2014.
Ecco, non so se altri che hanno letto questo libro possano condividere la mia esperienza di lettura. Per seguirlo davvero io dovevo rileggere la stessa pagina un paio di volte, anche perché è scritto così bene che si potrebbe leggere all’infinito. Il libro stesso alla fine è la ripetizione della stessa pagina, ma in così numerose varianti da lasciare a bocca aperta.
Credo di aver impiegato due mesi a finirlo.
Poi c’è stata un’ondata di libri pubblicati da editoria locale che ho dovuto leggere per lavoro. Diciamo che quelli sono stati il colpo di grazia, un colpo di ascia sul collo. In pratica non mi sono più ripresa. Con grande fatica ho letto Le strade per quoz, da cui mi aspettavo ristoro, acqua per l’assetato, cibo per l’affamato, ma che alla fine mi ha lasciato solo un grande desiderio di vedere la Palude di Okeefenokee (si legge “ochifinochi”) e di percorrere la Intercoastal Waterway, e come corollario, trasferirmi a San Francisco con i miei animali, comprarmi un camper e girare gli USA.
Ora sono alle prese con S. La nave di Teseo di J.J Abrams, il famoso libro/non libro che sta spopolando tra i nerd di tutta la galassia. Mi sono detta: se non riesce ad intrattenermi questo, vuol dire che sono malata gravemente.
Ebbene, credo di esserlo. Credo di avere la forma più virulenta di malattia. Il mio blocco non è una generica incapacità di lettura, anche perché leggo i giornali (sì, occhei, non ne varrebbe la pena, d’accordo), ma è straziante perché desidero leggere i libri, li sento che mi chiamano dal comodino. Mi sussurrano, come fantasmi: Lidiaaaa, Lidia, vieniiii, siamo quiiii .
Ma appena li apro il mio cervello parte per i cavoli suoi in altre direzioni: non riesco a seguire, come da piccoli non si seguiva il professore. Mi distraggo, penso a tutt’altro, creo storie mie, mi faccio io i racconti, o -peggio- penso a come avrei scritto io quella frase o a come l’avrei corretta. Rimango con il libro aperto e lo sguardo fisso sullo stesso punto: una lettera, una virgola, un piccolo spazio tra le parole. La mente assente. Sto così finché non mi viene sonno, il libro mi cade dalle mani e io mi addormento con la luce accesa.
Mi sveglio di soprassalto quando la matita che tengo sempre nei libri cade per terra, con quel rumore di plastica che tintinna.
Chiudo il libro, senza aver letto neanche una sola parola nuova, spengo la luce, e affondo le testa nel cuscino: anche per oggi la mia dura sessione di lettura è finita e posso riposarmi.
Leggerò una parola nuova, forse, domani.
Le strade per quoz. In giro per l’America
William Least Heat-Moon, autore di culto per Strade blu, è sicuramente più noto negli States che in Italia, dove è per molti un illustre sconosciuto. Lo dimostra il fatto che il suo libro più denso, Prateria. Una mappa in profondità è fuori catalogo da una vita.
Einaudi, che ha ripubblicato in Italia tutti i suoi libri, compreso Strade Blu, non ha mai pensato farlo con Prateria, un libro troppo stratificato, nidificato, “estraneo” per poter piacere a un pubblico europeo, italiano in particolare.
Prateria racconta degli stati centrali, del Kansas e dintorni. Gli stati centrali sono per gli americani il vivaio dell’ignoranza, della zoticonezza e della tamarraggine, più o meno come il resto d’Italia considera la Calabria.
A differenza di Strade Blu, Le strade per quoz è un viaggio ragionato, maturo, programmato e tranquillo.
Manca la disperazione di un giovane che aveva perso l’amore e il lavoro, acciuffa i pochi dollari dalla scatola dei biscotti, e si sbatte per mesi a bordo di un puzzolente furgoncino, sulle strade secondarie degli Stati Uniti, compiendo un anello, fermandosi in posti che sono come uno zero: da soli non valgono niente, ma messi tutti insieme aggiungono molto a tutto il resto. Manca il desiderio di fuga, la ricerca di una speranza in un posto diverso da casa.
In Strade Blu Least Heat-Moon riesce a dare un’idea dell’ “americanità” anche a chi americano non è.
Questo Le strade per Quoz è stato considerato un ritorno a quei luoghi visti di corsa e con il cuore afflitto, ma con la consapevolezza del viaggiatore responsabile, certo che qualcosa, quando si cammina, si trova.
Non si sa con esattezza cosa e quando, ma si trova.
È un quoz, una sicurezza incerta. Una “sorpresa” che troverai lungo il tuo tragitto, ma che non puoi neanche immaginare, finché non l’hai davvero incontrata. Qualcosa che mette in comunicazione con i numerosi spiriti della Natura, con le vicende storiche, remote o prossime, collega persone con altre. Un quoz rende vivi, insomma, unisce luoghi, casi, persone, vite.
Nonostante l’ammonimento dell’autore, Le strade per quoz non può sfuggire a una recensione, come avviene per ogni altro libro.
Io ho trovato un Least Heat-Moon imbolsito. Maturo e più responsabile, di certo, ma senza quella incoscienza che dà cuore a Strade Blu, che lo rende un vero viaggio, e non un racconto di viaggi.
Nessuna paura dell’ignoto, nessuna solitudine strappacuore. Nessun fremito verrà a turbarvi durante la lettura di Le strade per quoz.

Confesso di aver mal accolto la propensione di Least Heat-Moon per il cibo locale. Siamo così afflitti da cuochi vagabondi, ristoranti da incubo, mezzoggiorni di cuochi, cucine infernali, menu senza prenotazione, piatti in quindici minuti, che il mio vertice di desiderio gastronomico è rappresentato dal sacchettino di cibo liquido in dotazione agli astronauti russi ai tempi della MIR, quello che sembrava un palloncino pieno di vomito.
Dove andare o dove NON andare per asseggiare il pesce gatto cucinato in questo o quel modo tratteggia un viaggio comodo, fatto con lo spirito di un comune blogger di viaggi, che poi mette la foto su Istagram e manda un tweet.
Diciamo che da un libro vorremmo di più, specie se è un libro di William Least Heat-Moon.
Alcuni quoz sono interessanti, alcuni diaristici e troppo personali per risultare coinvolgenti, altri appaiono un po’ ridicoli, ma la maggior parte è quasi insignificante. Un giornalista direbbe che non c’è la notizia.
Nei libri la “notizia” è in genere lo stile. Ma in questo tipo di scrittura, in cui il saggio diventa romanzo, e viceversa, non si può ragionevolmente prescindere dal raccontare qualcosa di davvero interessante che nessuno prima ha mai narrato.
Sempre belle le vicende attorno alle strade (come l’autostrada 40) o la Intercoastal Waterway (che ci ricorda un po’ Nikawa, un po’ Assassinio sul Nilo), o delle pianure centrali (esemplare la descrizione dell’immensità del Llano Estacado), ma Least Heat-Moon stavolta non sembra centrare la dimensione umana e sociale che invece aveva esplorato in modo lenticolare in Prateria.


















