a little friend

a little friend by MedoRRa
a little friend, a photo by MedoRRa on Flickr.

La verità sui gatti

Un travestimento tipico da rotolo di carta
Cari amici, se leggerete queste parole probabilmente sarò morta: ho programmato il blog in modo che pubblicasse questo articolo nel caso io dovessi “sparire”.
Probabilmente nei prossimi giorni i quotidiani parleranno della sparizione di una giornalista calabrese, e forse finirò anche a “Chi l’ha visto”, ma nessuno avrà mai più notizie di me, perchè io non sarò più qui, ma sul Pianeta Gatto, dove sarò stata deportata per avere svelato all’Umanità il segreto dei Gatti.

Non penso di dire un’inanità scrivendo che molti di voi si saranno accorti che il gatto non è un animale normale. In effetti non si comporta come gli altri mammiferi e come gli altri felini. La sua qualità più spiccata è quella di fissarti con uno sguardo che ha tutta l’aria di voler dire: “So esattamente a cosa stai pensando non perchè sono molto intuitivo, ma perchè leggo nel pensiero”.
Da molti mesi sono infatti giunta alll’inevitabile conclusione: il Gatto non è un animale terrestre. I gatti, per farla breve, sono degli alieni provenienti da un pianeta che per comodità ho chiamato “Pianeta Gatto”. Sono qui per spiarci, per osservarci nei nostri comportamenti domestici e nelle nostre relazioni familiari ed interpersonali. Quando non vediamo agitano le vibrisse, rizzano coda e orecchi, e trasmettono le informazioni al Pianeta Gatto. Ma io ho trovato il sistema per neutralizzare parzialmente la loro comunicazione: sfregargli le vibrisse, che evidentemente fungono da teletrasmettitori subspaziali.

Non fidatevi di quello sguardo
Il Gatto può anche teletrasportarsi sul suo pianeta per ricevere ordini, e ritornare nello stesso istante in cui è sparito, perciò non voltategli mai le spalle.
Il loro scopo? Ma è semplice! Conquistare la Terra e ridurre in schiavitù la razza umana. Il loro proposito è infatti di ipnotizzarci con quella subvocale oscillazione chiamata “fusa” per renderci completamente innocui. A quel punto arriverà la Grande Astronave Madre Gatto e produrrà un suono di fusa che echeggierà in tutto il globo. Gli umani a quel punto saremo soggiogati dal potere dei gatti e ne diverremo schiavi.
La storia stessa è testimone della furbesca attività del gatto. Gatti-spia sono sempre esistiti sin dal tempo degli Egizi e pare che se ne servano tuttora anche la Cia e l’FBI.
Se non fosse così non si spiegherebbe tutto il potere che hanno sui terrestri e anche su animali più grandi, come i cani, che riescono a mettere in fuga o ipnotizzare. Tutte le volte che accade il contrario si tratta di una messinscena elaborata al fine di farci pensare che il gatto sia un animale indifeso.
La loro capacità di conquistarsi la poltrona più comoda, il posto migliore per vedere la tivù (a proposito, i Gatti sono assidui utenti dei tg notturni), di farsi comprare i croccantini migliori e più cari, di farsi portare in borsette infiocchettate e di farsi lavare con lo sciampo all’avena non è spiegabile altrimenti.
Attenti, amici, attenti. Avete una spia in casa, guardatevene, adottate tutti i mezzi possibili per salvarvi…addio!

L’etica dell’informazione giardinicola

Esiste un’etica nell’informazione giardinicola? Secondo alcuni sì. Si tratterebbe di rinunciare ad ogni commento nella stesura delle informazioni orticolturali che riguardano le piante. Un po’ come accadeva prima degli anni ’30 negli Stati Uniti, quando si richiedeva ai giornalisti la precisione e l’asetticità delle informazioni: “Tanti piselli un tanto al sacchetto” era il motto dell’imparzialità giornalistica.
Ai commenti si darebbe spazio nelle riviste, non nelle enciclopedie. Ha una sua logica, bisogna dire, purché nelle riviste l’informazione non si riduca al puro commento, come spesso accade.
Il commento è nè più nè meno che l’esternazione della personalità dell’autore, del suo gusto, della sua esperienza (o mancanza di esperienza), dell’ambiente sociale e culturale dal quale proviene,del suo sesso, età, cultura, preferenze botaniche, principi estetici, etici e morali, persino del suo essere a conoscenza del target a cui punta.

Molti si lagnano che la Garzantina di Pizzetti non sia un’enciclopedia, ma una sorta di ibrido tra un pamphlet, un diario personale e un libro sui fiori.
Il valore delle Garzantine è sempre stato quello propedeutico ad altre letture più specializzate, pur mantenendo un’imparzialità informativa di base che le ha da sempre rese strumento importante di consultazione scientifica per studenti e studiosi.
In questo senso dovremmo ammettere che Pizzetti tradisce ben volentieri questo principio, non limitandosi -giornalisticamente parlando- allo straight reporting, ma allo interpretative reporting che -ad oggi- è il modello di tutti i più importanti giornalisti professionisti.

Quindi la Garzantina dei Fiori si pone in maniera anomala rispetto alle altre garzantine, e io credo che non potesse essere differentemente visto il personaggio che l’ha realizzata e il tipo di materia analizzata, così subdolamente al confine tra la scienza esatta e l’arte più volatile.
Che Pizzetti non riuscisse a dire “tanti piselli, un tanto al sacchetto” senza infilarci più o meno di straforo un suo commento, era un dato inevitabile. Pizzetti era un artista, oltre che un giardiniere, anzi, forse era più un artista-giornalista che un giardiniere. Un po’ come Vita Sackville-West, di cui si dice che fosse il suo giardiniere a tenerle in piedi il giardino e che i suoi gusti non fossero poi così raffinati. Ma gli articoli! Oh, gli articoli! Quelli sì che sono dei capolavori, forse ancor più del suo giardino stesso. E pensare che lei li disprezzava chiamandoli: “Quella robetta che mi pubblicano sull’Observer“.

E allora? Cosa dire agli amici che cercano informazioni “assolute” su piante e fiori? Io personalmente direi che esistono altre enciclopedie molto buone e del tutto imparziali a cui attingere, e poi c’è l’esperienza diretta. L’errore in cui si cade è “divinizzare” un opposto o l’altro. Il filosofare senza fare (di cui a qualche coglione sembra che io sia paladina solo perché mi mancano i soldi per comprarmi le piante) e il fare ottuso, privo di qualsiasi connotazione estetica o emotiva, di qualsiasi interpretazione, domanda o riflessione.

Pizzetti non è infallibile e a volte dà dei consigli su cui francamente si può sollevare più di un’obiezione. Molte sono le piante su cui si appunta il suo sdegno per come vengono usate, molte altre sono quelle sulla cui bellezza ironizza. Alcune sono quelle per cui prescrive situazioni estetiche particolari, ma in nessun caso mi è capitato di leggere un giudizio così severo come sui gladioli.
Il gladioli, secondo Pizzetti, sono appena accettabili in vaso, mai in giardino. È una affermazione non troppo ben spiegabile soprattutto perchè posta come un diktat.
Speriamo non molti ne tengano conto, immaginando che Pizzetti dovesse avere un suo motivo particolare per sconsigliare i gladioli in giardino.

I gladioli sono molto belli in giardino, invece, sia nella ormai indistruttibile brodura mista (apice della ottusità giardinicola italiana), sia in versione cottage che in variante “Lloydiana”-tropicaleggiante, dove il fogliame slanciato è apprezzato, sia in versione prairie, tra le graminacee, che ne smorzano l’effetto spadiforme che a molte signore chic non piace, tra fiori semplici che punteggino l’erba (anzi, a questo scopo Pizzetti consiglia di usare il G. byzantinus). Tra l’altro in mezzo all’erba alta, il gladiolo sarà sorretto e perderà quella brutta abitudine di piegarsi all’attaccatura del colletto, evitando il fastidio di sorreggerli con cannucce.
Ma molto meglio rendono in quei giardini dalla terra grossolana, al limitare tra campagna e città, lungo un muro esposto a sud, vicino ad altre bulbose come narcisi, anemoni, crochi, ecc. Un cutting garden all’italiana, insomma. Una macchia di gladioli in un vecchio giardino, tra un hibiscus e una vetusta magnolia, un po’ dietro il fogliame compatto degli asparagi, da raccoglierne qualcuno quando si passa col cappello di paglia in testa per proteggersi dal caldo. Un cespo fitto e non diviso di gladioli nella villetta di una vecchia stazioncina di provincia, dove fioriranno indisturbati da Trenitalia. Gladioli “mediterranei”, d’accordo, ma ogni pianta ha la sua vocazione in luoghi che hanno una vocazione. Se il luogo non ha vocazione, nessun fiore lo renderà bello.

Per finire come non citare il famoso Gladiolus psittacinus, accorsatissimo dai designer più estrosi, o il Gladiolus tristis, dalle sfumature crema-verdastre, amatissime per gli accostamenti più raffinati. O dei gladioli a fiori meno serrati e gola macchiata, come ‘Elvira’, ‘Ninph’, Prins Claus’ o il bellissimo G. papilio, dai curiosi fiori reclinati, anche questi macchiati di verde e porpora.

E per i gladioli in vaso? Io ritengo che il miglior modo di coltivarli sia piantarli in massa, cromaticamente omogenea o no, purchè il vaso ne sia completamente pieno e in estate trabocchi letteralmente.

A quel punto si potrà avvicinare a qualche altro vaso o lasciare isolato a seconda delle preferenze.

Odio quando il freddo fa questo



nasturzio gelo

Inserito originariamente da Lidia Zitara

Da un paio di giorni stiamo alle minime stagionali, di notte anche sei gradi.
Un freddo da morire, si deve stare attaccati al termosifone tutto il giorno.
Sorprendentemente alcune piante tropicali come la Cosa-lì-come-si-chiama non ne soffrono, mentre il nasturzio sì. E io detesto quando i miei nasturzi si riducono così. Non succede proprio ogni anno, e non in questa misura: qualche foglia sciupata occhei, ma ha fatto uno sterminio!
Detesto quando il freddo fa questo.

Acacia

Cari amici, dopo tre settimane di abbandono quasi totale riprendo il blog. Avevo in cantiere questo post da giorni, ma se non lo pubblico oggi non lo pubblico più. Anche i post dei blog hanno una data di scadenza. Ecco qui, volevo parlare un po’ dell’acacia, ma proprio come pianta.

L’Acacia dealbata, la mimosa delle donne, è una pianta problematica, che andrebbe utilizzata in maniera oculata.
È problematica per via del suo colore vistoso e per la rapidità della sua fioritura. Il colore in sé non è neanche un problema enorme, ma è l’abbondanza della fioritura che lo rende così impegnativo. Se fiorisse di meno, ma più a lungo e magari ripetutamente durante l’anno, l’Acacia delabata sarebbe certamente una pianta più semplice e sicuramente più collocabile in giardini piccoli.
Ma ovviamente non si possono pretendere i mille miracoli dalle piante: loro sono quel che sono, esattamente come noi siamo quel che siamo, e in più devo confessare una certa simpatia per le piante che si concedono “tutte in una volta”, hanno un che di ostentato che gli dà carattere.

Per il resto l’acacia ha un bel portamento, un fogliame fine e molto soffice, che si muove delicatamente con il vento leggero, e per di più ce ne sono alcune specie di un profumo così soave da essere degne di un dono divino.

Dal mio punto di vista, cioè quello di un abitante in luoghi mediterranei, l’acacia andrebbe utilizzata non già come ornamento di villette a schiera o studi di avvocatesse e ginecologhe, ma in una struttura di verdi ben concepita,in cui il giallo della fioritura sia un valore aggiunto e il bel portamento della pianta sia il punto d’attrazione durante tutto l’arco dell’anno. L’ideale sarebbe un bel muro antico, magari di fattura moresca, delle svettanti palme, un albero di limoni a fruttificazione invernale, e dei verdi molto semplici e misurati, come edera, Senecio angulatus, Thunbergia grandiflora.

Per farla breve, se si ha una buona distanza tra l’edificio e il muro perimetrale, si può pensare ad una mimosa come punto di interesse in marzo, insieme a piante sempreverdi dalla forte copertura, come agrumi, Ficus benjamin, persino Thuia, cipressi e conifere in genere. Ma secondo me il meglio lo dà in contesti mediterranei, che non vuol dire “tropicaleggianti”, ma laddove ci sia una forte presenza scultorea di piante che ben si prestano al clima mediterraneo, come le euforbie a portamento a candelabro (o anche quelle dal portamento rampicante, e anche la vecchia E. milii, purchè sia davvero vetusta). Buone compagne clivia e Chasmanthe, fiori carichi di colore e dal portamento molto strutturato, sufficientemente basse da non stare a diretto contatto con l’allucinato giallo della acacia.
No rose e tutta quella barba romantica.

Sto rivalutando l’uso della Acacia come pianta da viale pubblico. È molto graziosa anche quando non è fiorita e non è ingombrante, in più anche un idiota di giardiniere comunale sa potare un’acacia (in verità sono quelle tipiche piante no-scissors).

Il difetto che ha è che è bella solo da adulta, cioè quando ha dieci anni o giù di lì. Da piccina sembra un pulcino allampanato in mezzo al prato.

Ne ho viste di molto graziose, tra i muri rovinati delle case di campagna, ma purtroppo non sono riuscita ad andare a fotografarle. Solo oggi sono riusita a fotografare un bell’esemplare ancora nel pieno della fioritura.

Ce l’ho, ce l’ho, mi manca, ce l’ho

Delle volte ho il sospetto che alcune persone giochino a fare il giardiniere come i bambini giocano con le figurine dei calciatori.

Manto erboso

“Manto erboso”, ecco un termine al quale sento che potrei abituarmi senza fatica, al contrario di “tappeto erboso”, che sa di complementi di arredo.
“Manto erboso”, i “peli” del suolo. Sì, non mi dispiace affatto

Il giardino è morto

Dio è morto, e il giardino anche

Il giardino in movimento, ed. Quodlibet

Ricevo dalla casa editrice Quodlibet la notizia che dal 23 marzo sarà disponibile in Italia un altro libro di Clément, autore abbastanza prolifico ma di cui scarseggiano le traduzioni in Italiano.
Il libro è intitolato Il giardino in movimento

Parco Citroen, Parigi
Il giardino in movimento racchiude in sé diversi gradi di leggibilità: è una guida per il giardiniere, è un trattato di filosofia della natura, è un resoconto letterario delle esperienze che Gilles Clément (paesaggista, ingegnere agronomo, botanico ed entomologo) ha fatto interagendo con la natura. E parte non secondaria dell’importanza di questo libro sta nell’imponente apparato di immagini che lo stesso autore ha raccolto a corredo del suo racconto.
Non un manuale o un prontuario, dunque, non si tratta di precetti o prescrizioni, ma un vero e proprio viatico, la scorta di provviste per il viaggio attraverso quello che Clément ama definire – nel quadro di una analisi che spesso mostra anche i limiti dei concetti tradizionali dell’ecologia – il giardino planetario.
Indispensabile, per il giardiniere (come Clément stesso ama farsi definire), è innanzi tutto un’educazione dello sguardo, allo scopo di acquisire la facoltà di rinvenire ciò che nel mondo vegetale è al contempo invisibile e fondamentale. E in tal senso questo libro fa da complemento al Manifesto del terzo paesaggio, pubblicato da Quodlibet nel 2005, integrandone e arricchendone le idee in forma
più estesa e narrativa.
Dall’altro lato vengono descritti e analizzati nel dettaglio una miriade di casi concreti per rendere trasparente cosa significhi dare corpo a un’idea paradossale come quella di «giardino in movimento», spazio in cui la natura non è assoggettata e soffocata dalle briglie di un progetto, di uno schema preconfezionato, e dove spesso è più prezioso sapere cosa non fare piuttosto che intervenire e aggredire. Si apprende l’arte di agevolare, favorire, incoraggiare, e mentre «il gioco delle trasformazioni sconvolge costantemente il disegno del giardino», tanto il giardiniere, ovvero il «guardiano dell’imprevedibile», che ogni eventuale visitatore, possono nutrirsi delle immancabili dosi di sorpresa che la natura riserva loro quando si esprime finalmente nella sua pienezza.

Gilles Clément
Il giardino in movimento
Con 128 tavole a colori fuori testo
Repertorio delle piante citate a cura di Enrico Scarici
Traduzione di Emanuela Borio
«Quaderni Quodlibet»(160×225 mm)
ISBN 978-88-7462-335-8
pp. 320 – euro 28,00
In libreria dal 23 marzo

Note biografiche:
Gilles Clément (1943), docente presso l’École Nationale Supérieure du Paysage de Versailles e scrittore, ha influenzato con le proprie teorie e con le proprie realizzazioni (tra queste il Parc André Citroën e il Musée du quai Branly, entrambi a Parigi) un’intera generazione di paesaggisti europei. Ha pubblicato tra l’altro, Le jardin planétaire(catalogo della mostra alla Villette di Parigi, 1999), La sagesse du jardinier (2004), e due romanzi, Thomas et le voyageur (1997) e La dernière pierre (1999).
In italiano sono stati pubblicati l’antologia Il giardiniere planetario (22 Publishing, 2008) e Elogio delle vagabonde (DeriveApprodi 2010). Quodlibet ha già pubblicato Manifesto del Terzo paesaggio, a cura di Filippo De Pieri, nel 2005.

Quodlibet – via Santa Maria della Porta 43
62100 Macerata – telefono 0733 264965, fax 0733 267658
http://www.quodlibet.it – ufficio stampa: stampa@quodlibet.it

Comprata come Sonia Rikyel



Giardino13

Inserito originariamente da Lidia Zitara